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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 13 / 11 / 2018
    CONSIGLIO CENTRALE
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  • 13 / 11 / 2018
    CONSEJO CENTRAL
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  • 13 / 11 / 2018
    CONSELHO CENTRAL
    28 de janeiro - 2 de fevereiro de 2019, em Bolonha... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La Presidente in Guinea Bissau
    Martina visiterà il gruppo della Guinea dal 6 dicembre 2018 al 9 gennaio 2019. La accompagniamo con... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    A Presidente em Guiné Bissau
    A Martina visitará o grupo da Guiné, de 6 de dezembro 2018 a 9 de janeiro 2019. Acompanhamo-la com... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La presidenta en Guinea Bissau
    Martina visitará el grupo de Guinea desde el 6 de diciembre 2018 al 9 de enero 2019. La acompañamo... Continua
intervista per l'80° compleanno
 
Bologna, 15 novembre 1999 Rivolgere lo sguardo al passato, per riconoscere nella storia l’agire di Dio, è sempre motivo di gratitudine e alimento della speranza, per questo abbiamo chiesto a p. Albino di offrirci brevemente qualche ricordo della sua vita, soprattutto riguardante la sua famiglia e la sua vocazione. La famiglia e la vocazione «Sono nato a Caldogno – racconta – in provincia di Vicenza, da una famiglia povera, molto povera. Mio padre, Giovanni, lavorava i campi, ma il sabato e la domenica faceva il barbiere; la mamma, Maria, era semplicemente casalinga e, nella sua povertà, aveva da offrire una gran ricchezza alla famiglia: il suo grande affetto. Ebbero tre figli: Angelo, Gemma e io, ma dopo il primo la mamma aveva avuto due aborti spontanei, chissà… forse dovuti alla fatica e agli stenti. Andavo alla scuola elementare e riuscivo bene, per questo qualcuno cominciò a chiedermi se volevo farmi prete: l’unica possibilità di studiare, allora, era andare in seminario; ma io mi arrabbiavo molto, quando mi facevano questa domanda. Una sera, però, quando frequentavo la quarta classe, presi in mano le Letture Cattoliche di D. Bosco. Non so di chi fosse quel libro e come lo avessi avuto. In seguito l’ho cercato spesso e non sono più riuscito a trovarlo, ma rivedo ancora com’era fatto. In quell’opera lessi la storia di un missionario, che era andato in Cina ed era morto martire, decapitato. Ho presente l’immagine che lo raffigurava in piedi, sul parapetto della nave, mentre guardava lontano… Anziché spaventarmi e confermarmi nel rifiuto di farmi prete, quella lettura fece sorgere in me un grande desiderio. Piansi quella sera e mi dissi: “Domani vado a farmi prete”. Andai dal parroco, che mi chiese: “Che classe fai?”. “La quarta”, risposi. “Finisci la quinta - concluse - e poi ne riparliamo”. Alla scuola apostolica Terminata la scuola, l’anno successivo, fu il parroco a chiedermi: “Vuoi ancora farti prete?”. Risposi di sì e lui mi accompagnò alla scuola apostolica dei Sacerdoti del Sacro Cuore, ad Albino, in provincia di Bergamo, perché pochi giorni prima aveva ricevuto un foglietto, diffuso per far conoscere questa scuola. I miei genitori non avrebbero potuto pagare la retta del seminario diocesano. Anche ad Albino chiesero una retta, ma mio padre disse che, se questa era la condizione, avrebbe dovuto portarmi a casa. Fui accettato ugualmente. Certo la scelta di Albino fu per me molto dura: la mia casa distava 170 km; troppo. La nostalgia della famiglia mi fece piangere per molte notti. In cinque anni, venne a trovarmi una volta il papà e una volta la mamma, mentre i ragazzi bergamaschi ricevevano le visite dei parenti, con relativi pacchetti, ogni quindici giorni. Potei tornare a casa, la prima volta, in vacanza, dopo quattro anni. Ero arrivato alla scuola apostolica in ottobre; il 25 marzo successivo, festa dell’Annunciazione, feci la vestizione; eravamo in tanti, tanti bambini vestiti da prete. Ci creava non poca fatica, fisica e psicologica, quell’abito. Religioso del Sacro Cuore Dopo il ginnasio, andai ad Albisola Superiore (SV), per il noviziato, durante il quale si interrompeva la scuola: si era impegnati unicamente nella formazione spirituale. Dopo i primi voti, emessi il 29 settembre 1937, iniziai il liceo: il primo anno a Spotorno (SV), gli altri due a Oropa (NO). Si era in montagna; faceva molto freddo e noi eravamo senza riscaldamento. Si desiderava andare al santuario della Madonna per scaldarci. Terminato il liceo venni allo studentato, qui a Bologna, per lo studio della teologia, ma dovemmo sfollare a Castiglione dei Pepoli, sull’Appennino, a causa della guerra. Dopo tre anni fui ordinato sacerdote, il 25 giugno 1944, dal Cardinale Nasalli Rocca, nella vecchia chiesina del Suffragio, qui a Bologna, ma la mia famiglia non poté essere presente. Dopo tre giorni la raggiunsi io e celebrai la prima messa a Caldogno. Il treno che mi portò a casa fu l’ultimo che riuscì a passare. Fu bombardata la linea ferroviaria. Il quarto anno di teologia l’ho trascorso in famiglia, studiando sui libri del parroco. Erano stati anni difficili: c’era poco da mangiare a Castiglione, per giovani che avevano sempre un buon appetito. Quando arrivai a casa, la mamma mi disse che ero diventato trasparente. L’Apostolato della Riparazione Tornato a Bologna, al termine della guerra, il superiore mi chiese se volevo fare il professore allo studentato o dedicarmi all’apostolato; era questo il mio desiderio. Mi nominò, dunque, direttore dell’Apostolato della Riparazione, un’associazione che diffondeva la spiritualità del S. Cuore, nella forma che p. Dehon aveva consegnato alla sua congregazione: vita d’amore e di riparazione per l’avvento del Regno del Cuore di Gesù nelle anime e nelle società. Furono anni bellissimi, di grandi soddisfazioni. Insieme con p. Moro, che seguiva gli Amici di Gesù, associazione di bambini che vivevano la stessa spiritualità, ho girato l’Italia, per diffondere l’associazione, formarne i membri, predicare gli esercizi spirituali. La Compagnia Missionaria Tra le giovani iscritte all’Apostolato della Riparazione, alcune volevano consacrarsi totalmente al Signore e io indicavo loro gli istituti dedicati al S. Cuore, ma finalmente, a Cesuna (VI), durante un corso di esercizi, con un piccolo gruppo di giovani che desideravano la vita di consacrazione, decidemmo di dare inizio ad una nuova realtà. Fu quello il primo passo verso la Compagnia Missionaria. Pensammo di aprire una casa per esercizi e dedicarci a quel servizio; dopo aver cercato in diverse diocesi, finalmente trovammo una casa a Padova con l’approvazione del vescovo, ma mentre ero in viaggio per andare a comprarla, abbi un grave incidente e il progetto svanì. La Compagnia Missionaria nacque così a Bologna, e le missionarie si dedicarono ad altre attività. A Natale compie quarantadue anni ed è ormai diffusa in tre continenti”. Guardare lontano Una vita intensa, quella di p. Albino, dedicata al Signore fin dall’infanzia, offerta con grande dinamismo a servizio del Regno, con quella carica d’amore che sgorga dal Cuore di Cristo. Né il distacco e la lontananza dalla famiglia, né la disciplina e le esigenze della vita di seminario, né l’ingombrante talare indossata da bambino, né le ristrettezze e le tribolazioni causate dalla guerra e nessuna delle contrarietà della vita gli hanno impedito di seguire il Signore e vivere il suo progetto. All’omelia della messa del suo compleanno ci ha chiesto che lo aiutassimo a gridare a Dio il suo grazie, per tutto ciò che Egli ha compiuto nella sua vita. Quasi mai si ferma a ricordare fatti o persone che gli hanno creato problema, mentre continua a spendersi per il Regno di Dio, con grande impegno e fiducia, soprattutto accompagnando il cammino e la crescita della Compagnia Missionaria, senza timore di affrontare ancora lunghi viaggi e di esercitarsi a parlare in diverse lingue e adattarsi a diversi costumi. Gli ottant’anni di p. Albino ci parlano di una indomita speranza radicata nell’amore del Cuore di Cristo e in una profonda fiducia nella sua misericordia. Espressione di questa speranza è il motto che ha sempre avuto caro e ha voluto consegnare alla Compagnia Missionaria: Guardare lontano. In esso scopriamo la fedeltà di p. Albino alla sua vocazione, a quel progetto di Dio che per la prima volta gli si rivelò attraverso la storia e l’immagine di un missionario che, lasciando la sua terra, guardava lontano, proteso verso i traguardi sconfinati dell’amore che non ha età.
per diffondere l'amore
 
25 giugno 2004 60 anni di sacerdozio di p. Elegante Dice la Scrittura che il valore di una vita non si calcola dal numero degli anni, ma dai suoi frutti, dall’intensità con cui è vissuta. È vero che non c’è merito nel vivere a lungo, ma c’è nel vivere compiendo il bene. In p. Albino, una lunga vita e i buoni frutti stanno insieme e fanno sgorgare, dal suo e dal nostro cuore, gratitudine e gioia e speranza. L’inizio di una lunga storia 60 anni di sacerdozio, compiuti il 25 giugno, sono una bella cifra; scritta in crema al limone su una deliziosa torta alla panna suscita una simpatica allegria e calorosi complimenti, ma rischierebbe di restare… vuota. Si riempie, invece, e suscita grata commozione, quando si va a guardare dentro: il contenuto di questi anni. Anni pieni, anzitutto, della grazia e della misericordia di Dio. Quel magrissimo ragazzo ventiquattrenne, vestito in talare e cinto del cordone nero”dehoniano”, fotografato nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, il 25 giugno 1944, sapeva di essere oggetto dell’amore di predilezione di Dio, che lo aveva chiamato, ancora bambino, alla vita consacrata e al sacerdozio per diffondere il regno del S. Cuore di Gesù nelle anime e nelle società. Dopo sessant’anni, l’anziano sacerdote che celebra l’eucaristia nella cappella della Compagnia Missionaria del S. Cuore a Bologna, rende lode e ringraziamento a Dio Amore per le sorprendenti manifestazioni e gli innumerevoli frutti che hanno dato volto e fecondità a quella grazia. Dopo l’ordinazione, in quel lontano e dolorosamente memorabile 1944, il novello sacerdote, quasi inseguito dai furori della guerra, raggiunse la sua famiglia nel paese natale, a Caldogno (VI) e si sentì dire da sua madre che era diventato “trasparente”. Celebrò la sua prima messa al paese e vi restò per un anno, bloccato dall’interruzione della ferrovia bombardata. Chissà: forse la Provvidenza si servì di quella ferrovia interrotta per riconsegnare prolungatamente all’affetto della famiglia quel giovane che, per rispondere alla chiamata divina, aveva lasciato, ancora bambino, secondo l’uso di quel tempo, papà e mamma, fratello e sorella, piangendo calde lacrime per lunghe notti. Certamente, quando tornò tra i suoi confratelli, a Bologna, aveva perso la trasparenza… quella “fisica” causata dalla giovane fame quasi mai saziata, durante gli ultimi anni che gli studenti dehoniani avevano vissuto da sfollati a Castiglione dei Pepoli, sull’Appennino bolognese. Trasparenza di Dio Un’altra “trasparenza” p. Albino, che allora si chiamava p. Giuseppe (era uso, prima del Concilio Vaticano II, che i religiosi sostituissero al nome di battesimo il cosiddetto “nome di religione”; dopo il Concilio, molti hanno scelto di riprendere il nome di battesimo) si sforzò di non perdere, anzi certamente cercò di coltivare: la trasparenza dell’agire di Dio nella sua persona. La missione che le fu affidata dai superiori esigeva questa trasparenza in modo speciale. Fu nominato direttore nazionale dell’Apostolato della Riparazione, associazione composta di laici e sacerdoti che si impegnava a vivere, testimoniare e diffondere la spiritualità di amore e riparazione in comunione con il Cuore di Cristo, secondo l’insegnamento di p. Dehon. Proprio all’interno di questa associazione è maturata l’esigenza di una nuova forma di vita consacrata concretizzatasi nella Compagnia Missionaria del S. Cuore, fondata da p. Albino a Bologna nel Natale 1957. Manifestare al mondo, con la parola e con la testimonianza, l’amore di Dio che si rivela in modo eminente nel Cuore trafitto di Cristo crocifisso e impegnare, per questo, la totalità della vita con la professione dei consigli evangelici di castità, povertà, obbedienza; diffondere e vivificare con l’annuncio e la testimonianza di questo amore ogni realtà umana, ogni ambiente dove uomini e donne vivono, lavorano, sperano, soffrono… perché ogni persona ritrovi se stessa in Cristo e realizzi la propria vita secondo il progetto di bene del Creatore: questo il sogno che Dio ha affidato a p. Albino e alle donne che hanno voluto, con lui, rispondere “Ecce venio, Ecce ancilla” ( Eccomi, io vengo, Eccomi sono la serva del Signore). Il cammino, iniziato con tanto entusiasmo e tante speranze, ha richiesto ascolto e impegno, ricerca e fatica per comprendere i sentieri di Dio: vivere la piena consacrazione per una missione di evangelizzazione e promozione umana, ma restando laiche all’interno del popolo di Dio, facendosi compagne di cammino con i fedeli laici che, dal Concilio Vaticano II, andavano e vanno ancora scoprendo e assumendo responsabilmente la vocazione alla santità e la missione ecclesiale; vivere come laiche consacrate in gruppi di vita fraterna o da sole o nella famiglia di origine; incarnare la spiritualità di amore e di oblazione, di obbedienza e di servizio, di immolazione e di comunione, in una missione espressa nell’evangelizzazione diretta e nel lavoro professionale o casalingo, nel volontariato e nell’impegno socio-politico, nella missione ad gentes, accolta e voluta fin dai primi anni sotto la spinta del motto “guardare lontano”. Famiglia in crescita E mentre la Compagnia Missionaria, arricchitasi fin dai primi anni di consacrate portoghesi, nella seconda metà degli anni ’60 andava intraprendendo vie nuove, aprendosi alle esigenze ecclesiali del dopo-concilio, p. Albino doveva sempre più farsi attento al soffio sorprendente dello Spirito, che non lascia mai nulla parcheggiato nelle aree dello scontato e del ripetitivo: le missionarie studiavano teologia con gli studenti dehoniani, si preparavano a partire per il Mozambico, cominciavano ad impegnarsi nell’animazione del tempo libero con la gestione stagionale di una casa per ferie e con l’ITER, in diretta collaborazione con p. Albino offrivano alle parrocchie il servizio di evangelizzazione nella forma delle missioni popolari. Sempre con un unico scopo: offrire al mondo la testimonianza dell’amore di Dio, anche con i segni dell’accoglienza, della disponibilità, del sorriso, della condivisione, della festa… Cominciava intanto a bussare alla porta un’altra realtà, che p. Albino accolse, coltivò, cercando di darle, nel volgere del tempo, una fisionomia sempre più chiara: i familiares, laici uomini e donne che assumono la spiritualità e partecipano alla missione della Compagnia Missionaria senza i voti di consacrazione. Nell’apertura allo Spirito, nonostante gli ostacoli dei limiti e fragilità umane, nel dialogo a volte faticoso, nell’impegno a camminare con la Chiesa e a farsi compagni di strada dell’umanità, nell’accoglienza e condivisione di gioie, speranze, delusioni e tribolazioni, nell’offerta quotidiana della vita, la Compagnia Missionaria è cresciuta e si è diffusa ormai in quattro continenti, costringendo il fondatore e viaggiare molto, a imparare diverse lingue e… a prendere molta confidenza con computer e posta elettronica: degno figlio di p. Dehon che apprezzava molto e si serviva con gioia dei mezzi sempre nuovi che il progresso offriva tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. P. Elegante ormai ha intrapreso la via del XXI secolo e pare la percorra con una certa disinvoltura. Gratitudine nella comunione Tutta la Compagnia Missionaria ha festeggiato con gioia e gratitudine i sessant’anni di sacerdozio di p. Elegante. Un grosso album ha raccolto auguri e testimonianze scritti per l’occasione da missionarie e familiares dei vari gruppi sparsi nel mondo. Ma soprattutto ogni membro della famiglia era presente, anche se fisicamente lontano, alla celebrazione eucaristica tenutasi in via Guidotti a Bologna, sabato 26 giugno. Un alberello di ulivo rendeva in qualche modo visibile la presenza di tutti: ai rami erano attaccati biglietti con i nomi di ciascuno dei membri viventi e, sulla terra, erano appoggiati i nomi di quella parte di Compagnia Missionaria che ha già raggiunto la meta. Una forte e commovente esperienza di comunione, e, nella gratitudine profonda, anche un momento di verifica e di riconferma della vocazione ad essere testimonianza luminosa, serena, coraggiosa dell’amore che Dio ha riversato in noi: questi, in sintesi, i sentimenti e il desiderio espressi da p. Albino durante la celebrazione, in riferimento a se stesso e ai membri della Compagnia Missionaria. Qualche settimana prima, c’era stata un’anteprima della festa, a S. Antonio Abate, dove p. Elegante aveva incontrato un gruppo di giovani e, successivamente, familiares e missionarie; in due momenti si era dato spazio ai ricordi, alla testimonianza, alla preghiera, alla celebrazione eucaristica, alla festa condivisa, nella gioia e nella gratitudine a Dio Amore per i doni della sua grazia, ma anche a p. Albino per la generosità della risposta e a quanti – anzitutto i genitori Giovanni e Maria e tutti i suoi formatori – lo hanno educato alla fede e guidato sulle vie di Dio.
amore oltre ogni desiderio
 
Quella sera, Simone fissava le acque del lago; su quella riva aveva incontrato per la prima volta il Maestro; sui riflessi della luna incurvata a oriente, rivedeva l’incontro che aveva cambiato la sua esistenza e i giorni trascorsi con Lui. Ma soprattutto i riflessi argentei della luna gli riflettevano lo sguardo di Gesù, mentre usciva dalla casa di Caifa, la notte del tradimento. Era stata quella l’ultima volta che l’aveva visto; poi era fuggito fuori a piangere, mentre il cuore sussultava nel desiderio spasimante di una parola di perdono. No, Simone, come tutti gli altri ad eccezione di uno, non lo aveva visto crocifisso, però... i segni dell’amore sulle sue mani, sui piedi e sul costato, Gesù, risorto, li aveva fatti contemplare e toccare anche a lui e agli altri, il giorno dopo il sabato, là nella sala della cena... Era una gioia strana quella che aveva provato, mescolata a timore e incredulità, a stupore e anche a rimpianto... a un lancinante pentimento...Quelle ferite aperte sul corpo misterioso del Risorto lo ferivano dentro e non sapeva ancora se di gioia o di dolore, o forse di tutt’e due... Credendo di vincere il groviglio dei sentimenti, decise di andare a pescare e gli altri lo seguirono, ma quella notte ogni sforzo risultò inutile. Le parole di Simone Dice la Scrittura che la bocca parla per l’abbondanza del cuore. E quella notte, il mormorio delle onde del lago gli ripetevano l’eco delle parole che tante volte gli erano uscite dal cuore e dalla bocca davanti a Gesù, a volte senza sapere bene ciò che diceva, perché i pensieri del suo cuore non sempre erano i pensieri del cuore di Dio. Ma proprio quella sua parola schietta, sincera, immediata, aveva rivelato la semplicità e anche la debolezza del suo cuore di uomo. Sì, era un altro il discepolo che Gesù amava, ma su Simone il Maestro aveva sempre fissato lo sguardo in modo diverso, fin dalla prima volta. “Tu sei Simone, figlio di Giovanni, ti chiamerai Roccia”. Come aveva potuto permettersi di dirgli una cosa simile, con quale autorità? come poteva impossessarsi di lui fino a quel punto? ed era solo il primo incontro! Quella volta aveva taciuto solo perché lo stupore gli aveva paralizzato il cuore e la lingua. Avrebbe fatto bene a tacere altre volte, come quando, dopo una pesca strabiliante, gli aveva gridato: “Allontanati da me che sono peccatore!” E Lui, invece gli aveva promesso una pesca più importante. Poi quella volta sul monte: “Maestro, facciamo qui tre tende...” Davvero non sapeva neanche lui cosa stesse dicendo. Però, qualche volta le sue labbra avevano espresso l’abbondanza della fede che era fiorita quasi a sua insaputa nel suo cuore di uomo semplice, ma assetato di Dio. “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”, gli aveva risposto a Cesarea con entusiasmo. “Signore, tu solo hai parole di vita eterna”, era stata la professione di una fede sofferta e tentata, nella sinagoga di Cafarnao. Ma c’erano alcune parole che, ora, avrebbe voluto non aver mai pronunciato, a costo della vita, ma ormai... Avevano abbandonato da poco Cesarea e il suo entusiasmo si era scontrato con una inaccettabile profezia di sofferenza e di morte e lui aveva gridato: “No, Signore, questo non deve accaderti mai!”. Mai Gesù gli aveva detto una parola così dura e dolorosa: “Tu sei satana!”. E proprio quando quella profezia stava per compiersi, egli, Simone la Roccia, aveva sentito sciogliersi come cera il suo cuore per la paura e la delusione e anche la rabbia e per tre volte, di fronte a una serva, aveva giurato: “Non conosco quell’uomo”. È il Signore! Stentava a riconoscersi e a capirsi, Simone. La sua vita era stata sconvolta da un incontro e da un’esperienza che gli rivelava se stesso più dell’acqua del lago nei giorni di bonaccia assolata..., ma quell’immagine non gli piaceva: era deluso, terribilmente deluso di se stesso... neanche più pescare sapeva... Forse, quando avesse di nuovo visto il Maestro, avrebbe dovuto ripetergli la confessione struggente: “Allontanati da me che sono un peccatore”, ma ormai, davanti a lui, gli riusciva solo di tacere..., eppure, che desiderio ardente di vederlo, di ascoltare ancora la sua voce! “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” Ora Simone non sapeva cosa fosse successo: un gesto di noia e di rassegnazione e aveva gettato con gli altri la rete a destra, secondo l’indicazione di quell’uomo sulla riva. Era l’alba: un giorno nuovo. Ma non riuscivano più a ritirare la rete... Ma questo era già successo un’altra volta...! “E’ il Signore!” gli aveva gridato quello che Gesù amava. E lui, Simone la Roccia era già in acqua; giunto prima degli altri sulla riva, lo osservava; quasi non lo riconosceva più; possibile che fosse così cambiato, in pochi giorni, o era cambiato lui, Simone o era la sua fede che, nell’ora delle tenebre aveva perso lo smalto? Intanto Gesù aveva preparato la colazione, li serviva; oh, allora se li serviva, allora era proprio lui! Mi ami tu? Ed ecco che lo chiamò in disparte: il cuore di Simone sussultò; era l’ora della verità, dopo la tragedia del rinnegamento. “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. “No, non è possibile che mi rivolga una domanda così, proprio a me!” Ora le parole facevano fatica a uscire dal cuore e dalla bocca di Simone; sarebbe stato più facile rispondere ad un rimprovero... E invece Lui, il Maestro crocifisso e risorto era venuto lì, all’alba, a rivolgergli una richiesta di amore, ma di quello totale! “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Ma Gesù aveva insistito ancora, fino a tre volte e Simone aveva avuto l’impressione dolorosa che Gesù stesse tentando di aprirgli il cuore, così come la lancia aveva aperto il suo. E allora Simone si consegnò totalmente, in un abbandono e una fiducia irreversibili: “Signore, tu sai tutto. Tu sai che ti voglio bene”. Doveva, però, anche comprendere che Gesù non gli chiedeva un amore pieno solo per Sé; glielo chiedeva per l’umanità, quella umanità peccatrice, così uguale a Simone, che Egli, Gesù, aveva amato fino a morire. Simone la Roccia, dopo aver fatto l’esperienza drammatica della debolezza e del peccato, inseguito e raggiunto da un amore totale che lo rivestiva di perdono, riceveva in eredità un’umanità da amare, da perdonare, da servire, fino alla morte. Non si ama il Maestro senza ricevere una innumerevole schiera di fratelli e sorelle da amare, per i quali offrire la vita. “Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” E aggiunse: “Seguimi”. E Simone la Roccia, da quel momento, definitivamente, lasciò tutto e sacrificò la vita, sulle orme del Maestro, testimone coraggioso e fedele della gioia, della vita, dell’amore, insieme con il discepolo che Gesù amava e con tutti gli altri. “Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e ciò che le nostre mani hanno toccato... noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi annunciamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1 Gv. 1, 1-4).
il volto dell'amore
 
C’è uno stupore quasi incredulo e tuttavia inevitabilmente ammirato che percorre tutta l'esperienza religiosa di Israele. Si manifesta ripetutamente in un interrogativo: davvero Dio può prendersi cura dell'uomo? Cos'è mai un figlio d'uomo, perché Dio se ne preoccupi? La risposta Israele la trova nella tangibile esperienza dell'agire di Dio nella sua storia. Anzi, è cosciente che questa storia, quindi la sua stessa vita, ha inizio quando l’Altissimo comincia ad aver cura di lui. E lo stupore, anziché risolversi, può solo accrescersi ed esplodere in lode, benedizione, ringraziamento, in annuncio gioioso: Dio regna, consola il suo popolo e lo salva (cf. Is. 52,7-10). E tuttavia resta uno stupore segnato e ferito dall'incredulità. Dio ha un cuore È l'antico Dio dei padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, che ha ancora orecchi per ascoltare i lamenti degli schiavi ebrei in Egitto. È l'Invisibile e l'Inimmaginabile che si nasconde e si manifesta in una fiamma che non consuma, è l'Inaccessibile di fronte al quale bisogna togliersi i sandali, è l'Ineffabile che si sottrae all'empio tentativo umano di dargli un nome. È l'Onnipotente che getterà in mare il faraone e il suo esercito, ma non è impassibile. Egli è il Dio che «conosce» la sofferenza del suo popolo. È il Dio «geloso» che difende la sua eredità, che non permette sia calunniato il suo amico Mosé, con cui parla «bocca a bocca» (Nm. 12,8). Ma quando il suo servo esprime l'appassionato desiderio di contemplarne il volto, come l'amato quello dell'amante, il Dio terribile che sparge terrore attorno all'intangibile monte della rivelazione, non può che mostrare le spalle: a nessuno è dato di guardare il suo volto e rimanere in vita. Pure, questo Dio che ha il trono nei cieli e di cui la terra è sgabello per i piedi, di cui a nessuno è dato pronunciare il nome né vedere il volto, di questo Dio tre volte santo alla cui luce si rivela l'orribile schiacciante verità del peccato umano, di questo Dio Mosè, come già Abramo, quindi l'Israele del deserto, della terra promessa, dell’esilio, ha conosciuto, attraverso il velo della storia, il cuore. Fedeltà oltre il tradimento E tutti i libri sacri di Israele manifestano questo stupore. Anche quando pecca e si allontana da Dio, sembra quasi che questo popolo lo faccia perché, nonostante l'evidenza di una storia continuamente donata come pegno di amore e di fedeltà, non riesce a convincersi che l'Altissimo sia proprio innamorato di lui. Con un atto di amore assolutamente gratuito, inaspettato perché impensabile, per questo spesso incompreso, addirittura tradito, Colui che abita i cieli scende a cercare un popolo umiliato sofferente perseguitato. Abbandonato insanguinato ansante come una neonata esposta sulla strada, curato allevato impreziosito come fanciulla desiderata dal re, Israele viene sposato da Dio con una alleanza d'amore che non verrà meno in nessun caso. Già al tempo del fidanzamento, dei primi incontri amorosi, nel deserto, la sposa non comprende questo incredibile amore e spesso se ne fa fedifraga. Ma anche quando il re la conduce nelle sue dimore, là dove scorrono latte e miele, ella continua a correre dietro i suoi amanti. Israele non poté mai farsi un'immagine scolpita del suo Dio che era anche il suo sposo: avrebbe dovuto scolpire la storia. Proprio in essa, al di là di ogni desiderio, Egli a lui si rivela ricolmandolo ogni volta di più di rinnovata e accresciuta meraviglia. Si può scolpire l'immagine di un idolo che ha mani inoperose, occhi ciechi, orecchi sordi, narici prive di respiro, ma non di un Dio che si china a guardare dai cieli sulla terra, che ascolta il grido del povero e del sofferente, che distende il suo braccio a difendere l'amato, che ha un cuore che freme ed è colmo di compassione anche per la sposa che lo tradisce. Il sogno dell’Onnipotente Un Dio che si rivela come Colui-che-è immancabilmente accanto e dentro la vita del suo popolo, che può instancabilmente innamorarsi di esso, senza lasciarsi sconfiggere dall'infedeltà, è un Dio a cui, nella sua onniscienza e onnipotenza, è dato di sognare. Al di là dei segni vistosi della prostituzione, Egli crede nel cuore della sposa. «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore... E avverrà in quel giorno oracolo del Signore - mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: mio padrone... Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os. 2,16.18.21-22). Ma un progetto così appare incredibile alla stessa sposa, che crede possibile solo un amore meritato, in qualche modo comprato, quindi misurato, circoscritto, posseduto. L'amore di un idolo che può essere temuto, obbedito, davanti al quale ci si può solo coprire il volto e sprofondare nella polvere, la cui benevolenza può essere pagata con sacrifici. Mentre Israele è amato dal Dio vivente, per questo capace di un amore geloso eppure gratuito e liberante. «Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo» (Os 11,7). Il suo amore è azione irriducibilmente vitale e creatrice. Creatura nuova rigenerata Alla fine, al compiersi del poema d'amore scritto nella storia, la sposa conoscerà il suo sposo e potrà cantare: «Le grandi acque non possono spegnere l'amore, né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio» (Ct 8,7). Questa sposa finalmente docile, capace di essere amata e di rispondere all'amore, è creatura nuova, rigenerata, nata essa stessa dall'amore dello sposo. La prima sposa, genitrice di un popolo irrimediabilmente infedele, era nata dalla carne e dalle ossa, dalla costola del suo sposo. Pure desiderosa di incontrare l’azione potente e salvatrice del suo Dio, l'umanità nata da essa è stata incapace di comprenderne e quindi di accoglierne l'amore. Avrebbe accolto di più un Dio esterno alla sua vita, capace di cacciarla dai guai, di liberarla dalla schiavitù ogniqualvolta non avesse potuto farlo da sola o con la potente alleanza di qualche re della terra. Non ha compreso come solo l'amore di Lui avrebbe potuto renderle la vita, la gioia, la libertà feconda. La croce talamo nuziale È mai possibile che la gioia di Dio sia stare con i figli degli uomini, che l'umanità in un ineffabile rapporto sponsale, diventi consanguinea di Dio, una sola carne con Lui, ammesso che Egli abbia carne e sangue? Lo stupore incredulo di secoli ha dovuto entrare, denudato di ogni pensiero, desiderio, attesa, ornamento di prostituzione anche inconsapevole, nel tunnel dell'ora delle tenebre, per poter contemplare l'assurdo e unicamente possibile talamo nuziale su cui si compie l'incontro eternamente sponsale tra Dio e l'umanità: la croce. Il mistero di un amore incredibile si è finalmente manifestato non più attraverso teofanie terribili, pallidi preludi della sua inaccessibile luce, ma in tutto il suo accecante splendore... e «si fece buio su tutta la terra» (Mc 15,33). Consegnato al Padre e all’umanità La Parola eterna che in principio era presso Dio ed era Dio, si è fatta carne ed ha preso dimora in mezzo a noi. Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio in una carne di peccato, perché ogni carne schiava del peccato fosse liberata, rigenerata, in un incontro sponsale finalmente definitivo con Colui che ha amato l'umanità di un amore eterno. Quel volto di Dio che neppure Mosè, né alcuno dei profeti ha potuto vedere, «noi lo abbiamo contemplato, veduto, toccato», testimonia la comunità dei primi credenti. La Vita si è fatta visibile. Dio è sceso tra i suoi. Egli ha il volto umano di Gesù di Nazaret, il Figlio nel quale il Padre si compiace e a immagine del quale siamo stati creati. E abbiamo finalmente compreso la prima rivelazione: «Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gn. 1,27). «...a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a sua similitudine secondo lo spirito», commenta Francesco di Assisi (Ammonizione V). Ora che Dio ha carne e sangue, l'umanità non può più evitare l'incontro con Lui, ma l'appuntamento definitivo del più grande amore, tra il più perfetto Amante e il più indegno amato, avviene nel segno del più grande dolore. L'ultimo e più tragico «no» dell'umanità al suo Dio si esprime in una croce piantata sul Golgota, nel più buio venerdì della storia, sotto Ponzio Pilato. Il definitivo «sì» dell'Amore di Dio ai peccatori si rivela ineffabilmente e inequivocabilmente nell'Uomo di Nazaret crocifisso, Figlio dal Padre eternamente amato, che al Padre si consegna in un eterno «eccomi» confidente e totale, per essere da Lui consegnato, unica fonte di vita e di salvezza, all'umanità-sposa rigenerata nel sangue, finalmente accogliente dell'Amore. «Chinato il capo, rese lo Spirito... Venuti da Gesù... uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua» (Gv 19,30.33-34). Il velo del tempio si è squarciato (cf Mt 27,51), come il velo della storia ed è vinta la penombra delle profezie. La nuova umanità, pur sempre peccatrice, stando ai piedi della croce, può volgere lo sguardo a Colui che hanno trafitto e contemplare non solo il volto, ma il cuore di Dio. Dalla contemplazione all’annuncio, dalla fede alla comunione «Noi abbiamo contemplato la sua gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Il Cristo crocifisso, dal cuore trafitto sgorgante sangue ed acqua, rigenerazione della sua sposa, è la vera gloria del Padre, icona unica ed insuperabile di Lui, fonte dell'Amore. Lo Spirito, aleggiante sulle acque nella prima creazione, è il Dono che sgorga con l'acqua, dal cuore del Figlio; è l'Amore rigenerante che finalmente celebra le nozze dell'Agnello con la sua sposa rigenerata, vivificata, lavata e fecondata dal sangue di Lui. Indissolubilmente legata al suo Sposo, con Lui la comunità dei credenti può rispondere all'amore del Padre, consegnando il suo «sì», nella certezza di vincere il «no» di un mondo che sulla croce è già stato vinto, mentre una folla innumerevole di uomini e donne attende ancora salvezza, quella salvezza che viene dalla fede. La comunità credente che ha contemplato il volto e il cuore di Dio nel volto e nel cuore trafitto del Crocifisso, non potrà mai più tacere la sua testimonianza, il suo sconvolgente e gioioso annuncio: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35); «Lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo» (lGv 1,3). Ed è una comunione eterna, perché il Crocifisso è il Risorto, il Vivente, il Testimone fedele di un Amore che ha vinto la morte.
il segreto e il tesoro
 
"Guarderanno colui che hanno trafitto”. Era la preparazione della Pasqua e sul Golgota, fuori dalle mura della Città Santa, la Madre e l'amico contemplavano l'Agnello sacrificato sulla croce, a cui i soldati pagani, ignari e obbedienti all'antico comando, non spezzavano alcun osso. «Uno dei soldati» però «gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34). La Madre contemplava e viveva nella sua carne il dolore e la morte del Figlio e l'amico discepolo, nelle tenebre di quell'ora, sentiva risuonare, finalmente comprensibili, le parole misteriose del profeta: «Guarderanno colui che hanno trafitto» (Zc 12,10). La Madre, il discepolo, i soldati pagani che lo avevano ucciso, i giudei che lo avevano condannato, le donne che lo avevano seguito, i discepoli che erano fuggiti, il popolo che scuoteva il capo, le moltitudini nel corso dei secoli, lo avrebbero guardato trafitto: chi avesse accolto quell'acqua e quel sangue che sgorgavano dal Suo Costato aperto ne avrebbe penetrato il misterioso abisso. Fu la Madre la prima che poté immergersi in esso: nel Cuore aperto di suo Figlio. Il Figlio Nelle tenebre di quell'ora, la sua vita, conquistata da Dio e condotta da Lui per i sentieri meravigliosi e terribili della fede, le apparve in un istante e, nella carne trafitta del Figlio, trovò la risposta alle domande che per anni avevano riempito i suoi giorni. Ricordò lo stupore e l'attesa, la trepidazione e la gioia di quando il piccolo cuore di Lui batteva vicino al suo che ripensava ogni giorno le parole di Gabriele: «Sarà chiamato Figlio dell'Altissimo… regnerà sulla casa di Giacobbe». E si interrogava sul significato di quelle parole: «Ma chi è e chi sarà questo figlio che mi è stato dato senza cercarlo, che è mia carne e per il quale non ho scelto neanche il nome; questo figlio che viene dal mistero?». Per lunghi anni, fino a quell'ora di dolore e di morte, aveva portato in cuore, senza comprenderne a pieno il significato, le parole dolorose del vecchio Simeone. Le giovani mamme come lei, in quel giorno lontano, si erano sentite rivolgere parole beneauguranti, cariche di sogni e forse di illusorie speranze. Lei aveva ascoltato parole misteriose che sapevano di lotta e di sofferenza: «Egli è segno di contraddizione... e anche a te una spada trafiggerà l'anima». E sempre - in certi momenti con trafiggente insistenza - aveva continuato a chiedersi: «Chi è questo mio figlio? Perché attorno a lui buio e luce, rifiuto e generosa accoglienza, odio e persecuzione e sangue, povertà e fatica e esilio…?». Poi, quando gli aveva insegnato a camminare, a parlare, a pregare, quando rientrava affamato dopo la scuola e il gioco, quando si entusiasmava nell'aiutare Giuseppe tra legni e colla e martelli, a volte aveva immaginato di conoscerlo: anche lei lo aveva per un momento considerato figlio del falegname. E quando andava al mercato, tenendo stretta nella sua la piccola mano fiduciosa di Lui, quando balbettando le prime preghiere si addormentava sul suo seno, quando giocava ad accarezzarle gli occhi e la baciava sulla guancia lasciandole godere il suo profumo di latte, lei aveva immaginato che quel figlio fosse suo; si era illusa di poterlo trattenere e, come le altre mamme del villaggio, aveva sognato progetti per lui. Ma questi pensieri erano durati sempre solo un istante; le tranquille illusioni di Nazaret erano vinte dai ricordi di Betlemme, di Gerusalemme, della stalla e del tempio, del deserto, dell'Egitto... Le vie della fede Il tempio... proprio là lo aveva ritrovato dopo tre giorni di spasimante ricerca. Non era più un bambino: aveva dodici anni; dialogava con i maestri della Torah. Quante domande angosciose si era fatta in quei giorni terribili: quelle che ogni madre si rivolge. «In che cosa abbiamo sbagliato? Perché ci ha fatto questo? Quali motivazioni ha in cuore per comportarsi cosi?». E sempre ritornava il dubbio lancinante di non conoscere veramente suo figlio, di non riuscire a cogliere la misteriosa realtà che lo abitava. Era un adolescente come tutti, eppure... Lo aveva trovato nel tempio, a dialogare, lui adolescente, con i dottori della legge. E la piena delle domande che soffocava il cuore si era formulata in una: «Perché ci hai fatto questo?». Dopo, aveva desiderato di non averla mai fatta, per non ascoltare una risposta di cui lei aveva percepito solo la trafittura e non il significato: «Non sapevate che debbo occuparmi delle cose del Padre mio?». Non sapeva lei? E Giuseppe non sapeva? Non sapevano che era stata l'ombra di Dio a coprirla e ciò che era germogliato in lei era opera dell'Altissimo? Ancora una volta, senza comprendere, nella solitudine silenziosa del suo cuore di vergine, poté solo ripetere: «Sono la serva...». E tornarono a casa e lui viveva come ogni figlio, più di ogni figlio obbediente e sottomesso. E allora, per tanti anni, fu ancora più difficile comprendere, mentre lui imparava il mestiere di Giuseppe per guadagnarsi il pane e poi lo sostituiva nella responsabilità della famiglia. «Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». Forse i pensieri di Dio sono cosi luminosi che ci abbagliano e sui sentieri della fede spesso è notte. E lei non fece più domande ma, mentre lui diventava uomo e poi sempre ogni giorno, un'attesa piena di timore la saziava costringendola a scrutare gli occhi di lui e ogni gesto e ad ascoltarne ogni silenzio, per penetrarne i pensieri del cuore. Secondo le Scritture Al sorgere e al tramontare di ogni giorno, insieme pregavano i salmi e tante volte la voce solenne e profonda di lui si era fatta grave, ripetendo: «Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: Tu sei mio figlio; io oggi ti ho generato». «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Allora ho detto: Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero. Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea». E il cuore di lei aveva sussultato. Di tanto in tanto, il sabato, nella sinagoga lui proclamava la parola dei profeti, davanti all'assemblea, e la sua voce penetrava le fibre più intime della madre: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me; mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri...a promulgare l'anno di misericordia del Signore». Come? Quando? E ancora la voce di lui proclamava Isaia: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire... Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità... per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte...». Allora un dolore lancinante la trafiggeva - e solo ora, là sul Golgota, comprendeva perché - e una domanda angosciosa esplodeva in lei: «Di chi parla il profeta, di se stesso o di un altro?». Solo il ricordo di una parola le impediva - come ora, là sul Golgota - di gridare o di fuggire: «Sarà grande e santo e chiamato Figlio di Dio». La spada Quante volte lo aveva accarezzato con gli occhi contemplandolo come il più bello tra i figli dell'uomo! Ora lo aveva davanti a sé, inchiodato al legno maledetto; ora non aveva «né apparenza né bellezza per attirare gli sguardi», ma lei non finiva di saziarsi in uno sguardo appassionato al varco che la lancia del soldato aveva aperto nel cuore di lui. Si era fatto buio su tutta la terra, ma dalle sue trafitture pioveva su di lei la luce: una luce più misteriosa delle tenebre che l'avvolgevano; una luce che la trafiggeva più intimamente e più profondamente della tenebrosa spada del dolore: era la Parola di lui che per tanti anni lei aveva conservato e meditato nella solitudine silenziosa del suo cuore di vergine. «Mio cibo è fare la volontà del Padre… Chi fa la volontà del Padre mio è per me fratello, sorella e madre . Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Cosi è piaciuto a te, Padre... Nessuno conosce il Figlio se non il Padre... Il Padre che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite. Il Padre che è in me compie le sue opere... Io sono nel Padre e il Padre è in me... Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato». L'amore Il Padre… Il Padre... Un giorno, dicendo la vacuità delle ricchezze della terra, Gesù aveva affermato: «Là dov'è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore». E Lui, quel Figlio che ora pendeva nudo dalla croce, dopo che l'aveva lasciata sola nella casa di Nazaret, non aveva più avuto un tetto né una pietra dove posare il capo. Ma un tesoro infinito abitava nel suo cuore, una sorgente inesauribile: «Chi ha sete venga a me e beva… Sono venuto perché abbiano la vita in abbondanza…». Con gli occhi incollati a quel cuore squarciato, il suo cuore di madre e di vergine credente e fedele si inebriava dell'acqua e del sangue che ne sgorgavano. Il Padre era stato dunque il segreto, la verità, l'amore ardente del cuore di lui: il segreto che l'aveva condotto sulle strade dell'umanità con la carne di lei e consegnato alle mani dei peccatori, sui quali ora, con l'acqua e con il sangue, pioveva la misericordia sorprendente e insperata del Padre. Il Padre, che per amore lo genera nell'eternità, lo aveva inviato, nel tempo, a salvare i peccatori, perché «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di Lui». E dunque, «come il Padre ha amato me, io ho amato voi». Quel figlio che aveva vissuto con amore obbediente a lei e a Giuseppe, in realtà era l'innamorato obbediente del Padre e, quindi, l'innamorato dei peccatori che il Padre ama. Per essi, per renderli suoi fratelli, aveva spogliato se stesso, donato la sua vita e il suo Spirito. Lei, la madre, là nelle tenebre del Golgota, ne aveva raccolto l'eredità e l'estrema dichiarazione d'amore: «Donna, ecco tuo figlio... Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno... Dio mio, perché mi hai abbandonato? Padre, nelle tue mani consegno la mia vita». Allora le tenebre non poterono vincere la luce che era la vita degli uomini.
uno che cerca
 
Aveva sicuramente avuto esperienza profonda dell’amore di sua madre, il profeta Isaia – Dio salva era il suo nome - ; lei non avrebbe mai potuto abbandonarlo e dimenticarlo: anche dopo averlo messo al mondo, continuava a portarlo nella profondità del suo cuore. Era forse questa l’esperienza che gli aveva fatto comprendere l’amore sempre presente, attento e carico di tenerezza di quel Dio d’Israele che aveva conquistato la sua vita e al quale si era consegnato, nella fede. Per questo non poteva accettare la sfiducia, lo sconforto che serpeggiavano in mezzo al popolo, di fronte alle contrarietà, ai pericoli, alle aggressioni dei nemici. La memoria di Dio “Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49, 14-16). Abbandonare e dimenticare non sono verbi che entrano nel vocabolario di Dio, quel Dio che crea e che cerca per salvare coloro che ha creato per amore. «Dove sei?» Fin dal principio il Creatore ha cercato nell’infinita ricchezza della sua fantasia creatrice un volto filiale, che gli somigliasse, come ogni figlio e ogni figlia portano i segni amati di un’appartenenza familiare. Ma presto il frutto del grembo fecondo di Dio-Amore credette, come molti adolescenti, di trovare vita e libertà lontano dall’amore che lo aveva generato. Mistero di gelosia e di sfiducia, di incomprensione e di rifiuto verso un amore non chiesto e gratuitamente offerto. E Dio cominciò a cercare l’umanità sottrattasi al suo sguardo, in un tragico gioco a nascondino. «L’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio… Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”» (Gn 3, 8.9) «Dove sei?»: la prima domanda, carica dell’amore angosciato di Dio in cerca di ogni figlio fuggito, nascosto, perduto. La domanda dell’innamorato, mai stanco di cercare l’amata... E poiché la creazione tutta è opera e manifestazione dello Spirito di Dio, non c’è luogo dove Egli non possa andare a cercare l’umanità: in Egitto, nel deserto e nel mare, a Babilonia, nelle regge e nei tuguri, nel grembo materno e nei talami nuziali, nelle tende militari e nel tempio, lungo i fiumi e sui monti; non c’è luogo che gli sia precluso per cercare il cuore umano. Ma è proprio nel cuore della carne umana – adescato dalla menzogna, invaghito di se stesso, soffocato dall’odio, prigioniero del rifiuto, rapito dalla morte – l’abisso del peccato, fecondo di dolore e di morte, non creati dallo Spirito di Dio. Cercare per salvare Allora, nella debolezza di una carne simile alla nostra, il Figlio di Dio, l’Unigenito eternamente unito al Padre in un abbraccio d’Amore inimmaginabile, è venuto con lo stesso Amore del Padre a cercare e a salvare ciò che era perduto: i fratelli e le sorelle della sua stessa carne, per renderli fratelli e sorelle nel suo stesso Spirito, quello dei figli del Padre. Venne, e ci è dato di vederlo nell’esperienza dei testimoni che lo annunciano e nella nostra stessa storia personale. Venne e ci raccontò di una pecora, che si era perduta lontano dai recinti della vita, e del pastore che, lasciando al sicuro tutte le altre nell’ovile, era andato a cercarla e, trovatala, aveva fatto una grande festa… E l’abbiamo visto andare a cercare Simone, Andrea, Giovanni, Giacomo… sulla riva del mare, dentro le barche del loro lavoro quotidiano. Stupiti, l’abbiamo visto cercare e raggiungere Natanaele seduto sotto un fico, compreso nella sua ricerca di verità. Scandalizzati, l’abbiamo visto cercare e chiamare alla vita gli strozzini Matteo e Zaccheo, la straniera di Samaria, l’indemoniata Maria di Magdala, il posseduto dalla legione di demoni… Stanchi e sfiduciati, l’abbiamo visto cercare con dolorosa collera gli idolatri del denaro e del potere, i farisei e gli scribi adoratori della loro stessa scienza, gli stessi ipocriti infine. Commossi, l’abbiamo visto cercare il riflesso di Dio nel volto e nel cuore dei bambini, la luce santa di Dio nell’umile ascolto obbediente di sua Madre. L’abbiamo visto piangere, cercando un segno di pentimento nella città santa divenuta tana di serpenti… L’abbiamo visto cercare tutti i nostri peccati nell’abisso dei nostri cuori, per caricarsene e liberare dal peso le nostre spalle. L’Agnello di Dio Non era una la pecora che si era perduta: eravamo tutti. L’unico Agnello amante e obbediente del Pastore era Lui, il Figlio, Gesù, Dio sceso nella carne umana, venuto ad abitare nella debolezza della nostra tenda di nomadi perduti. Lui, l’Unico Vivente nell’Amore del Padre, è venuto a cercare tutti noi, mortalmente feriti nell’umiliazione della schiavitù, dall’accusatore che giorno e notte ci rinfaccia disperatamente il peccato di cui ci nutre. L’Agnello è venuto a cercare e salvare il gregge, affrontando una lotta mortale. Ne è uscito trafitto e vittorioso: rivestito del suo stesso sangue, bevanda di vita della quale nutre coloro che ha redento. Abbiamo sentito la sua stessa voce chiamarci per nome; non ci ha chiesto olocausti e sacrifici che pagassero le nostre colpe; di quelle stesse colpe si è fatto mendicante. Anche quelle di coloro che orgogliosamente vogliono trattenerle ha preso su di sé, davanti al Padre e all’umanità, lui che non aveva commesso peccato. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità». (Is 53, 3-5) La casa dell’incontro Era uscito dalla casa del Padre per venire a cercarci nella tenebrosa valle della morte. L’ultima sera con i suoi discepoli, prima di essere arrestato, «…cominciò a sentire paura e angoscia… disse: “L’anima mia è triste fino alla morte”… andato un po’ innanzi si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”» (Mc 14, 33-36) Umiliato fino a confondersi con la stessa polvere della terra - destino dell’umanità peccatrice -, schiacciato nel terrore dell’ingiustizia e della morte, solidale con i peccatori fino a cercarli nell’atroce lontananza da Dio, Gesù diventa l’uomo che cerca la volontà d’amore e di salvezza del Creatore. Egli porta su di sé le spaventose ferite del peccato: il NO dell’umanità a Dio. Egli è l’Uomo nuovo che grida la fame di Dio che abita ogni cuore umano e offre il SÌ dell’amore fiducioso a Colui che solo può dare vita, perché è Amore. In Gesù, Dio cerca l’uomo e la donna fin nell’abisso della perdizione, dove sono capaci di ogni più orribile rifiuto. In Gesù, ogni uomo e ogni donna, sprofondati in quell’abisso, possono ancora rivolgersi a Dio, cercare il suo volto, la comunione con Lui, il Padre. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). «Padre, nelle tue mani consegno la mia vita» (Lc 23, 46). Nel suo cuore di uomo, l’amore di Dio per l’umanità e il desiderio irriducibile che l’umanità ha di Dio, finalmente, si sono incontrati e, poiché «forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6), quel cuore umano è stato squarciato: si è aperto a rivelare il Cuore di Dio, unico ovile dove ogni “perduto cercato” è ricondotto a vivere nella gioia ineffabile dell’abbraccio del Padre.
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