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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 27 / 05 / 2020
    SOLENNITA' DEL SACRO CUORE DI GESU'
    Venerdì 19 giugno 2020... Continua
  • 27 / 05 / 2020
    SOLENIDADE DO SAGRADO CORAÇÃO DE JESUS
    Sexta-feira 19 de junho de 2020... Continua
  • 27 / 05 / 2020
    SOLEMNIDAD DEL SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS
    Viernes 19 de junio de 2020... Continua
le “parole chiave” della nostra spiritualità: semplicità
 
La comunione, l’amore, l’oblazione e “la semplicità” costituiscono il “proprium” della spiritualità del Sacro Cuore per la Compagnia Missionaria. Lo Statuto delle Missionarie al n. 9 delinea la modalità, il dovere di impostare il nostro comportamento in maniera tale che balzi all’evidenza di tutti che “in tutto e sempre” pensiamo, operiamo, siamo mossi dall’amore. È la carità di Cristo che ci guida in ogni circostanza (cfr.2 Cor. 5,14) e dimostra agli occhi di tutti che c’è una caratteristica tutta “nostra” di vivere e testimoniare l’amore: la semplicità e il sorriso. Ancora una volta ci poniamo alla scuola di Gesù, ricordando che ciò che dà senso di amore a tutto, e forma l’asse di equilibrio del nostro comportamento di amore in tutto, è Lui: la sua parola e il suo esempio. 1) La sua parola: ce la offre una pagina di Matteo 18, 1-5. Alcune riflessioni per l’inquadratura e la comprensione del brano: · Perché gli apostoli pongono a Gesù la domanda: “Chi è il più grande”? Forse per rivalità, per reciproca gelosia… Non erano mai mancati questi sentimenti passionali nel gruppo al seguito di Gesù. · “Grande” vuol dire, qui, preminente, superiore agli altri in forza di questa o quella qualità, di questo o quel potere. · Gesù non risponde direttamente alla domanda. Pone un “gesto simbolico”, alla maniera dei profeti. E questo “gesto simbolico” sconvolge i sogni di grandezza coltivati dai discepoli. · Gesù parla di necessità di “conversione”, cioè di mutamento radicale di pensiero e di sentimenti perché il Regno di Dio, quello predicato da Gesù, ha una dinamica di esigenze completamente opposte alla fame della superbia umana. “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. · Notiamo l’introduzione che Gesù premette al suo insegnamento. Usa l’espressioni delle circostanze solenni, le circostanze cioè importanti, fondamentali della trasmissione della verità di Dio. Quelle che costituiranno le colonne portanti dell’edificio della fede: “In verità vi dico…” · “Diventare come i bambini”: l’espressione non significa certo che Gesù voglia imporre ai suoi seguaci di immergersi in un ideale di eterna bambinaggine. Né intende esaltare il bambino per i suoi caratteri innegabili di bellezza e di innocenza. Nella società ebraica il bambino era il simbolo della piccolezza, della pochezza, del quasi “non valore”. Gesù lo propone per questa sua posizione di chi sta all’ultimo gradino della scala sociale. E dice che per “entrare nel regno di Dio”, cioè nella pienezza di verità e di grazia che egli ha portato dal cielo, bisogna farsi piccoli, modesti, senza pretese, stimarsi sempre super-considerati dalla benevolenza altrui, lasciar cadere pensieri e atteggiamenti di orgoglio, sogni di autoesaltazione… In una parola vivere in quell’atteggiamento di fede che esprime e compendia una caratteristica originale del nostro carisma C.M.: la semplicità. 2) L’esempio di Gesù Il Vangelo di Luca ci racconta un momento della passione di Cristo che è altamente espressivo dello spirito di pazienza e di semplicità con cui dobbiamo affrontare le situazioni. “Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano, lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: “Indovina chi ti ha percosso”. E molti altri insulti dicevano contro di Lui” (Lc.22,63-65). Riflettiamo sul significato di questa scena e sull’atteggiamento di Gesù. MATTHIAS GRUNEWALD,  Cristo deriso, 1504-5, Alte Pinakothek, Monaco. · Innanzitutto localizziamo il luogo della scena: sono i locali del corpo di guardia del sinedrio. Forse il più lurido: la prigione. · Chi sono coloro che offendono così Gesù? Sono delle guardie, dei servi, cioè persone a loro volta umiliate e offese, quindi abituate anch’esse a ricevere umiliazioni, offese, forse percosse da parte dei superiori, abituate a dover riconoscere che il diritto è del più forte, di chi ha saputo e potuto usurparselo. Ma questa volta si trovano davanti qualcuno più debole di loro, più fragile. E così sfogano su di Lui tutta l’amarezza della loro vita. Forse non c’è malvagità, cattiveria pura nel loro comportamento. Però è doloroso dover constatare che l’uomo costretto a vivere una vita quasi impossibile, appena ne abbia la possibilità sappia scatenarsi con tanta brutalità su chi è più debole di lui. · Cosa fanno contro Gesù? Lo provocano e lo colpiscono in ciò che è più caratteristico in Lui: la sua qualità di profeta: “Indovina chi ti ha colpito”? Ma Gesù tace. Forse con stupore si chiedono: ma perché quest’uomo non reagisce? E si beffano di lui, come di un illuso, di un falso profeta. · Come reagisce Gesù? Soprattutto con il silenzio che accetta con suprema mansuetudine la villania che lo circonda. Ma Giovanni ci dice che, al momento opportuno, anche Gesù parlò. Senza fremiti di rabbia, senza reazioni scomposte, ma con molta limpidezza domandando al servo del Sommo Sacerdote che l’aveva schiaffeggiato: “Se ho risposto male (alla domanda fatta dal sommo sacerdote) dimostramelo; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (cfr. Gv. 18,23). Essere buoni, essere semplici non significa accettare nel silenzio tutti i soprusi. L’esempio di Gesù ci insegna anche a parlare, a domandare, a far riflettere, a portare chi ci sta dinanzi a domandarsi la ragione del compimento di certi atti di superbia, di prepotenza, di cattiveria. E tutto questo, per aiutarlo ad essere e a comportarsi in ogni momento con dignità umana che rispetta e venera la libertà altrui. (continua) (dagli scritti di P. Albino)
profeti nella storia e voce credibile nella chiesa
 
Dall'Assemblea Nazionale delle Responsabili della CIIS Premessa · Con questa Assemblea apriamo un nuovo triennio della CIIS. · Rinnoviamo quindi impegno e obiettivi: - l’impegno di camminare insieme come Istituti nella Chiesa, cercando tutte le sinergie per aiutarci nel discernimento di come stare nel mondo oggi, in questo grande cambiamento d’epoca, nella modalità specifica della secolarità consacrata. - L’obiettivo di sostenere, rispettando l’autonomia di ciascun Istituto, il cammino, soprattutto in quegli ambiti che sono trasversali a tutti gli Istituti, come ad esempio, la formazione dei formatori, l’età anziana, il tempo della fragilità, la formazione su temi specifici, ecc. - La necessità di esprimere nella Chiesa le istanze del mondo, nell’attenzione ai segni dei tempi, con l’atteggiamento umile di chi ascolta e non presume di sé. · Per dare forma all’impegno e rimettere a tema gli obiettivi, siamo partiti ascoltando quanto emerso nell’assemblea del maggio scorso, a partire: - dalla relazione di fine mandato di Marisa; - dal contributo alla riflessione di Daniela L. - dal dibattito. · Innanzitutto, l’Assemblea ha più volte richiamato l’importanza di continuare nella riflessione circa la modalità tipica della nostra presenza nel mondo, in particolare, “come” essere presenti nella realtà attuale, con la freschezza delle origini e, contemporaneamente, con la necessità di tradurre il carisma nell’oggi, custodendone il nucleo essenziale e rinnovandone i modi per attuarlo, secondo le esigenze del tempo. Programmazione Assemblee o Per rispondere alle sollecitazioni emerse è parso indispensabile prendere seriamente in considerazione quanto Papa Francesco ci ricorda: “Siamo in un cambiamento d’epoca”. o Quindi un primo passaggio (Assemblea novembre 2019) è proprio quello di mettere a tema le ricadute che le caratteristiche di questo cambiamento d’epoca hanno sul vivere collettivo ed individuale. o In questa prospettiva, è fondamentale rimettere all’ordine del giorno il tema del discernimento. Non si tratta di aggiungere ulteriori analisi del contesto, ma di imparare ad attraversare le domande che esso pone, individuando criteri ed atteggiamenti che possano aiutare a discernere come stare e quali scelte compiere nella storia complessa di oggi, a partire dalla nostra vita quotidiana. o Quando si parla di discernimento, si pensa immediatamente all’agire personale, ma, oggi, è indispensabile, prima di tutto, mettere in atto un discernimento storico, cioè cercare di capire i caratteri della situazione, di valutarli alla luce della fede, al fine di cogliere il senso profondo degli avvenimenti. Si tratta, quindi, di operare un discernimento storico che coinvolge, subito dopo, il discernimento comunitario e quello personale: non si tratta, banalmente, di un “prima” e di un “dopo” di carattere cronologico, quanto, piuttosto, di un metodo che deve diventare abituale, proprio per poter assumere in modo autentico e profetico la responsabilità del vivere la nostra consacrazione secolare. o È dalla comprensione/interpretazione della realtà che discende la capacità/libertà di mettersi in gioco. o Un secondo passaggio (assemblea di maggio 2020) potrebbe affrontare, quindi, il tema del discernimento, nelle diverse sue forme, in particolare il discernimento storico e il discernimento comunitario: innanzitutto, vedere e comprendere il contesto, alla luce del cambiamento d’epoca, per cogliere come esso interpella la nostra vocazione e quali priorità indica. o I mutamenti continui (in particolare il continuo mutamento culturale), per essere letti ed interpretati, chiedono una puntuale preparazione. o Il tema della formazione potrebbe costituire un terzo passaggio (autunno 2020): ü Sarebbe importante definire “che cosa è formazione oggi” se: o la formazione è dare/prendere forma; o la formazione non è solo trasmissione di conoscenze; o la formazione è contenuto e insieme relazione (che si instaura nel trasferire il contenuto medesimo), tra chi educa (l’autorità nelle diverse accezioni) e chi accoglie la proposta educativa: o oggi siamo in presenza di un certo indebolimento della figura dell’autorità: quali conseguenze nel rapporto educativo. o Ci troviamo in un contesto in cui la formazione spesso subisce la pretesa psicologica di essere assoluta, rischiando così di rendere marginale la dimensione spirituale della vita cristiana. ü Sarebbe importante comprendere quale formazione offrire in un contesto in cui: o La fede cristiana appare estranea alla società in cui viviamo; o Non sembrano più possibili criteri condivisi circa ciò che è “vita buona”; o Sembrano prevalere criteri unicamente soggettivi che rispondono esclusivamente ad esigenze individuali……benessere; o Viene continuamente rimosso il concetto di bene comune; o Tempo di pluralismo e di relativizzazione; o La nostra esperienza personale di fede è connotata dalla solitudine; o Il contesto ci pone sfide inedite; o La nostra è una fede esposta all’incertezza causata dai continui mutamenti, in una situazione in cui non vi è il sostegno di una comunità “stabile”, nella consapevolezza che ciò, talora, può produrre la tentazione di cercare protezione e riparo in un concetto di comunità diverso da quello di chi vive condizioni di diaspora. ü Quale metodo formativo: o Il metodo deve favorire la lettura critica del vissuto, la quale non si accontenta del “racconto” di quanto accade nella vita quotidiana di ciascuna, ma che, attraverso contenuti adeguati, che alimentano la fede, consenta una rielaborazione dell’esperienza nella prospettiva evangelica. ü Rimettere a tema l’autoformazione: o Premesso che non esiste formazione oggettiva che non diventi anche autoformazione, sarebbe importante chiedersi quali possibilità, oggi, per un’autentica autoformazione. o Tutto questo ci conduce ad una domanda fondamentale: Quale profezia nel cambiamento d’epoca? Che cosa è chiesto agli IS? Quarto passaggio (assemblea maggio 21) o Un quinto passaggio (Assemblea ottobre 2021) potrebbe riguardare l’attualità della nostra vocazione Buone ragioni per proporre la nostra vocazione ai giovani. Come? o Assemblea elettiva maggio 2022 Altri aspetti: v Aggancio con altre realtà ecclesiali per condividere pensieri, interventi, idee; v Prosecuzione del lavoro Osservatorio: coinvolgimento altre realtà, territorio, su proposte culturali e sociali; v Lavoro insieme con CIIS diocesane e regionali: quali modalità? Convegni territoriali in collaborazione? v Congresso e Assemblea CMIS importanza della partecipazione. Carmela Tascone (Rivista Incontro n.1 - 2020)
l'eccomi di rosy
 
Anna Pati – ma tutti la chiamano Rosy – domenica 20 settembre, nella chiesa parrocchiale di Bibano, ha emesso i suoi primi voti nella Compagnia missionaria del Sacro Cuore, un istituto secolare fondato a Bologna dal padre dehoniano Albino Elegante. Quella domenica mattina per le comunità di Bibano, Godega e Pianzano è stata celebrata un’unica messa alle 10: il parroco, don Mattiuz, ha voluto così dare rilievo a questo evento. È stata presieduta da p. Silvano Volpato scj, che è già stato in servizio nella comunità dehoniana di Conegliano ed ha seguito personalmente il percorso di discernimento di Rosy. Di origini pugliesi, da diverso tempo Rosy ha lasciato la sua terra e vive al nord: prima in Lombardia e poi in Veneto. Da settembre si è inserita nel contesto della parrocchia di Bibano, dove dà il suo contributo nella catechesi parrocchiale: la si vede sfrecciare in moto, arrivare per tempo alla messa domenicale e proclamare la Parola di Dio o suonare la chitarra per l’animazione della liturgia. Rosy, che lavoro fai? «Dopo diversi anni di lavoro con i bambini nell’ambito della disabilità e nello sport paralimpico come allenatrice di nuoto, attualmente lavoro come operatrice sociosanitaria in una casa di riposo per anziani del Coneglianese: in un primo tempo, mi sono occupata dell’accompagnamento al “fine vita”, mentre adesso lavoro come operatrice in reparto e mi occupo dei bisogni primari di cui gli anziani necessitano». Perché la scelta della consacrazione? «Mi è difficile spiegare. Mi lascio guidare da un brano del vangelo di Giovanni che, con altri, ha accompagnato questo percorso: “Chi cercate? Rabbì dove abiti? Venite e vedete” (cfr. Gv 1, 35- 42). Sono poche righe, ma mi fanno pensare, soprattutto in questo periodo, al cammino che il Signore ha fatto con me, portandomi attraverso strade davvero impensabili all’incontro con lui. Essere una consacrata non è merito mio e non si regge sulle mie capacità o su doni speciali… È lui che mi attira e mi dona un cuore capace di ascolto». Una scelta maturata nel tempo … «Rileggendo il vangelo di Giovanni, mi rendo conto di come gli incontri con Gesù sono immersi in una realtà – la mia – già cominciata: sono conseguenza di azioni già compiute, di scelte già fatte e non sempre scelte giuste. A volte, come i discepoli, anch’io sono rimasta a debita distanza, guardando ma senza incontrare». Hai conosciuto, anche tu, momenti difficili? «Ho vissuto crisi e sensi di vuoto che non si riescono a riempire semplicemente con ciò che si conosce e si vive. Ma proprio qui Gesù, volgendomi lo sguardo, mi ha rivolto la domanda: “Che cosa cerchi? Qual è il senso della vita che sta vivendo? Queste domande, in un momento difficile della giovinezza, in cui nulla sembrava avere senso, mi hanno aperto il cuore, mi hanno fatto scoprire il desiderio di vivere in pienezza, di conoscere questo Gesù che in quel momento mi sembrava così distante e invece mi stava amando come nessuno aveva fatto mai». E poi ci sono gli incontri, le esperienze della vita … «Guardando al mio cammino sono state tante le esperienze e i cammini che mi hanno aiutato a maturare e a far crescere una vita interiore e spirituale. Penso alla parrocchia, ai gruppi, alla figura del vescovo Tonino Bello, al volontariato con i bambini… Quest’ultima esperienza, in particolare, è stata per me una vera e propria “scuola di vita” dove ho maturato quella spiritualità che ha acceso il desiderio di appartenere a lui con una vita vissuta nella semplicità del quotidiano. Davvero è stata un’esperienza forte che, unita ad altre, mi ha educato alla consapevolezza di essere chiamata a scoprire a cosa serve la vita, a saper discernere a cosa si è chiamati, con uno sguardo ampio e pieno di possibilità vocazionali, a cercare di rispondere con la propria vita e con ciò che si è ... Queste esperienze – ma anche le tante persone che Gesù mi ha messo sulla strada – mi hanno insegnato a pregare la Parola, a pregare con la semplicità delle mie giornate, a trasformare le piccole cose e i piccoli gesti della mia quotidianità in preghiera…». Perché proprio la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore? «Ho incontrato la Compagnia Missionaria un po’ per caso, dopo altre esperienze, grazie al mio padre spirituale. Mi ha colpito lo stile di vita, la capacità di vivere le relazioni personali e con il Signore, in una dimensione di attenzione all’altro, chiunque sia, ma anche dentro alla realtà parrocchiale, nella Chiesa. Posso dire che quel “vieni e vedi” del vangelo di Giovanni, cioè quell’incontro che Gesù aveva fissato e che mi è restato impresso, è stato per me capire con chiarezza ciò che avrei voluto nella mia vita e che oggi significa entrare nella Compagnia Missionaria, accogliendo quello stile di vita che mi permette di vivere una relazione con lui, in un’ottica di servizio, di gratuità e di appartenenza». E dopo il 20 settembre, che cosa succede? «Cambia il modo di vedere le cose. Accetto la sfida della vita dietro a Lui e questo per me significa che non sono sola, ma ogni momento del mio vivere, ogni cosa che accade nella mia giornata, diviene per me una scuola per imparare ad ascoltare, ad amare ed agire come Lui. Non solo quando le cose vanno bene, ma soprattutto nella fatica. Ciò significa accogliere quel “ti basta la mia grazia… la mia forza è nella tua debolezza” di cui parla san Paolo. Guardando avanti, scopri che stai camminando dietro a un Maestro di nome Gesù, che ti ripete, fissando su di te il suo sguardo pieno di amore: “Vieni e seguimi”. Sono convinta che il Signore quando chiama non toglie nulla ma dona davvero tutto…». Intervista a cura di Alessio Magoga
battezzati e inviati: la chiesa di cristo in missione nel mondo
 
Questo è stato il titolo del messaggio di Papa Francesco per la giornata missionaria del 2019. “Celebrare questo mese ci aiuterà in primo luogo a ritrovare il senso missionario della nostra adesione di fede a Gesù Cristo, fede gratuitamente ricevuta come dono nel Battesimo. La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale ma sempre ecclesiale: dalla comunione con Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo nasce una vita nuova insieme a tanti altri fratelli e sorelle. E questa vita divina non è un prodotto da vendere – noi non facciamo proselitismo – ma una ricchezza da donare, da comunicare, da annunciare: ecco il senso della missione. Gratuitamente abbiamo ricevuto questo dono e gratuitamente lo condividiamo (cfr Mt 10,8), senza escludere nessuno. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi arrivando alla conoscenza della verità e all’esperienza della sua misericordia grazie alla Chiesa, sacramento universale della salvezza (cfr 1 Tm 2,4; 3,15; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48)…. …È un mandato che ci tocca da vicino: io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio. Anche se mio padre e mia madre tradissero l’amore con la menzogna, l’odio e l’infedeltà, Dio non si sottrae mai al dono della vita, destinando ogni suo figlio, da sempre, alla sua vita divina ed eterna (cfr Ef 1,3-6).” La prima volta sono andata in Mozambico anche perché in quel periodo si parlava molto della responsabilità sociale. C’era chi in quel periodo s’identificava col proletariato e lottava e ammazzava per l’uguaglianza delle classi sociali. C’era chi gridava e manifestava per l’indipendenza e l’autonomia dei popoli. Il concilio come cristiani ci aveva sensibilizzati alla salvaguardia delle culture locali e al rispetto dei nostri fratelli che erano stati e ancora venivano defraudati di tutto, anche della propria identità culturale, da regimi coloniali. Ed io che ero nata nel Nord del mondo sono cresciuta nella coscienza cristiana che non serviva manifestare e attizzare odio, ma era necessario mettersi dalla parte dei fratelli del Sud del mondo per collaborare con loro allo sviluppo, alla presa di coscienza della propria identità e fianco a fianco risalire la china insieme. Era il vento del concilio che ci aveva sensibilizzati al rispetto delle persone, delle culture, delle loro identità, anche se molto diverse dal “nostro mondo”. Così appena laureata sono partita con la mia coscienza di battezzata, cristiana sessantottina, che voleva contestare mettendosi dal lato degli oppressi, scegliendo la missionarietà come scelta di vita e vocazione. In questi anni ho fatto di tutto dall’alfabetizzazione al lavoro pastorale, dal formatore di giustizia e pace a responsabile di progetti a livello diocesano, da organizzatrice e insegnante di università a capo cantiere e quasi muratore; sempre tra poveri e meno poveri, tra giovani e meno giovani ma sempre al fianco e questa è sempre stata la caratteristica che ha creato perplessità e meraviglia, reazioni e accoglienza. Molte volte ho trovato espressioni di meraviglia quando dichiaravo la mia nazionalità italiana. E qualcuno, cadendo dal pero, è arrivato a chiedermi come mai non avessi la nazionalità mozambicana. C’è stato addirittura una volta un giovane sacerdote mozambicano che mi ha dichiarato di non avere complessi con me e che si sentiva trattato veramente come persona senza distinzione di razza. Sembra strano, ma questo mi ha colpito profondamente facendomi pensare a quante volte noi inviamo messaggi negativi inconfutabili, senza volerlo, se non crediamo profondamente nell’uguaglianza e nel rispetto della persona umana. Dopo quasi trent’anni di questa immersione totale a pieni polmoni ho dovuto fare un cambiamento rapido, non programmato ma obbligato, per salute dal Mozambico all’Italia. Ho cambiato il luogo, ma non l’essere. Sono missionaria perché battezzata. Sono missionaria anche come scelta di vita. In Mozambico mi occupavo di giovani, di “giustizia e pace” a livello diocesano per cui anche o soprattutto di prigioni, di università; venuta in Italia mi sono subito affiancata al cappellano della Dozza di Bologna, (il grande carcere che comprende il settore penitenziario, il giudiziario che ospita quelli che sono in attesa di giudizio e i definitivi, e in una struttura totalmente a parte ma dentro lo stesso alto recinto, c’è anche il carcere femminile), e per ora vado tre volte a settimana. La domenica si va per l’animazione delle messe: vengono celebrate ogni domenica 5 messe ognuna in un settore differente. Io ho scelto di andare nella chiesa grande dove molti volontari preferiscono non andare in quanto è molto dispersiva, a volte impersonale e non aiuta la partecipazione anche perché molti detenuti vengono per incontrarsi con altri conoscenti o parenti che sono detenuti in altri bracci e lì possono incontrarsi e scambiare due chiacchiere. Mi sono messa nella posizione di catechista che, stando in mezzo a loro, insegna, facendo e mostrando, come si partecipa e come si risponde. Essendo la mia presenza costante, ho finito con l’essere uno dei punti di riferimento. E proprio l’altro giorno mi è capitata una cosa inaspettata: la messa non era ancora cominciata ed io stavo studiando quale poteva essere, strategicamente, il posto più conveniente per sedermi. I miei criteri di scelta sono: individuare il gruppo più squinternato magari di musulmani venuto lì solo per fare due chiacchiere o di stranieri che non conoscono la lingua e non riescono neanche a seguire dal foglietto, mentre facevo queste osservazioni mi sono seduta dietro tre signori italiani avanti in età che mi rivolgono subito la parola salutandomi e chiedendomi come mai non fossi andata la domenica precedente e dichiarandomi che si era notata la mia assenza. Primo colpo inaspettato, poi così, quasi d’improvviso, mi chiedono: «Noi non abbiamo la faccia da criminali vero?». Sembrava che volessero leggere nel mio cuore, poi quasi facendo un loro profondo esame di coscienza continuano dicendo letteralmente: «A volte sono le circostanze della vita che ti pongono in certe situazioni», quasi ammettendo a se stessi di essere diventati criminali. Ho visto in loro una ricerca di dignità perduta e un tentativo di capire se io li consideravo criminali o no. Mi sono trovata a farfugliare: chi sono io per giudicare? Sì, sì, capisco e conosco bene certe situazioni… e ancora una volta mi sono sentita profondamente turbata pensando alla fatica che fa la nostra società ad accogliere gli altri come persone. Un altro servizio che svolgo nel carcere è quello di incontrare quelli che chiedono al cappellano il battesimo, la cresima o la preparazione al matrimonio e facendo un primo colloquio cerco di capire le vere motivazioni. Poi, dipendendo dalle disponibilità o dalle esigenze linguistiche, il cappellano affida all’uno o all’altro catechista, la preparazione. Anche io ho avuto modo di accompagnare vari al battesimo fino alla cresima. Faccio questo servizio anche per gli agenti di polizia. Attualmente vivo in una fraternità costituita da un nucleo di residenti e altri che vivono nelle proprie case e vengono molto spesso per incontri, scambio di esperienze e condivisione di vita. I residenti sono due padri dehoniani, due di noi che apparteniamo alla Compagnia Missionaria del Sacro Cuore e un signore che, lavorando da mattina a sera, molte volte condivide con noi solo la cena. Noi residenti facciamo anche il servizio di accoglienza di detenuti in permessi ad horas, che, per poterne usufruire, devono avere un riferimento in città che si responsabilizzi. Ho visto in questi incontri gli occhi lucidi e timidi di uomini che dopo tredici o quindici anni di detenzione trovavano qualcuno che li accoglieva in modo semplice, spontaneo e piano piano si scioglievano sentendosi in famiglia, qualcuno lasciandosi andare a raccontare il suo passato fatto di errori e di grandi cadute. Dopo si instaura un rapporto tale che diventa veramente familiare fatto anche di scherzi e di condivisione di servizi. Oggi, in modo particolare, la nostra società è chiamata a superare la stigmatizzazione di chi ha commesso un errore poiché, invece di offrire l’aiuto e le risorse adeguate per vivere una vita degna, ci si è abituati a scartare piuttosto che a considerare gli sforzi che la persona compie per ricambiare l’amore di Dio nella sua vita. Molte volte, uscita dal carcere, la persona si deve confrontare con un mondo che le è estraneo, e che inoltre non la riconosce degna di fiducia, giungendo persino a escluderla dalla possibilità di lavorare per ottenere un sostentamento dignitoso. Impedendo alle persone di recuperare il pieno esercizio della loro dignità, queste restano nuovamente esposte ai pericoli che accompagnano la mancanza di opportunità di sviluppo, in mezzo alla violenza e all’insicurezza. In questo momento però col virus, tutto è stato sospeso, rimane solo il rapporto epistolare. Fino a quando? Non lo sappiamo.
una storia d'amore
 
Questa storia è iniziata a Chorense-Terras de Bouro-Braga-Portugal, quando António Ferreira ha chiesto a Maria Angelina Gonçalves di sposarlo. Lei, anche se aveva in cuore il sogno di farsi suora, ha capito che il piano di Dio era un altro e ha accettato. E cosi sono diventati i miei genitori! Sono nata in una notte fredda del 24 gennaio del 1946, nel piccolo paese di Saim – Chorense, la prima di otto figli. Una “bella bambina”, come mi diceva chi mi ha conosciuta da piccolina, che nel pomeriggio del 10 gennaio di 1948, ha preso l’iniziativa di giocare con le ceneri del focolare e,….svegliate le braci, ha preso fuoco al vestitino… E cosi, la storia ha cambiato direzione: accolta da parenti di mia mamma (cugini ), che hanno voluto curarmi, la mia crescita si è svolta a Braga, dove loro abitavano. È da loro che ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno per sopravvivere fisicamente, ma anche tutta l’educazione umana e spirituale. Dopo i miei genitori, questi parenti (tre sorelle e un fratello), sono le colonne della mia vita. Oltre alla preparazione intellettuale, mi hanno avviato all’ iniziazione cristiana. Braga è una città bimillenaria, di cultura romana e cristiana. E questo ha influito nella mia personalità. I corsi Commerciali, che ho frequentato, sono stati la base per aprire i miei orizzonti umani e spirituali. Famiglia Gonçalves Ferreira 1970 La vocazione Spronata dalla testimonianza di bontà di questa famiglia che mi aveva accolto, mi sono aperta alle necessità del mondo, concretamente ai più deboli: i bambini, gli anziani, i lontani da Dio. Cosi, mi ricordo che ero ancora piccola (5 o 6 anni), quando presi una decisione: “Quando sarò grande, avrò cura dei bambini abbandonati!”. E le circostanze mi portavano a fare piccoli servizi a persone anziane e ad ascoltarli, ma anche ascoltare persone che avevano problemi familiari. E mi dicevo: ”Ma non so che cosa dire loro! Perché mi raccontano i loro problemi se io sono piccola e non so rispondere niente?...”. E guardando le immagini dei santi, mi dicevo: “Voglio essere come loro! Se loro sono diventati santi, anch’io potrò esserlo!”. E cosi, sono cresciuta sognando progetti. E tutto quanto studiavo, anche le cose più difficili (Economia Politica, Diritto Commerciale, Contabilità soprattutto...), era indirizzato a comunicare agli altri. E così è nato il sogno di essere insegnante per aiutare i giovani. E mi sono trovata a sognare di vivere questo progetto con un gruppo di ragazze che pensassero come me, cioè insegnare e aiutare i giovani. Allo stesso tempo, sentivo dentro di me il sogno di vivere come le suore (a Braga c’erano tanti Istituti Religiosi…), ma non volevo vivere chiusa in un convento e avere un abito come loro; volevo passare sconosciuta nel mondo e che nessuno sapesse dei miei sogni. E cosi sono cresciuta a Braga fino ai 17 anni. Dopo avere vissuto due anni a Porto per studiare nell’Istituto Superiore di Contabilità, mi sono trasferita a Lisbona per continuarli gli studi. È in questo periodo – 1965/1967 – che ascoltando le notizie alla radio, soprattutto di omicidi nelle famiglie, che sento gli appelli alla donazione di me stessa a Dio e ai fratelli. Non era più sufficiente essere insegnante o fare opere (orfanatrofi, ecc.) per aiutare i più deboli… Qui è entrato il pensiero dell’ Oblazione a Dio per i fratelli: cosi lo ha definito il mio confessore, Padre Paolo Riolfo, SCJ. E mi ha presentato la COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE, che era a Bologna. E cosi per me è diventato chiaro: essere nel mondo senza essere del mondo. Un Istituto Secolare. In seguito, Padre Giulio Gritti scj, mi ha confermato: questa è la tua vocazione. Avevo 20 anni. E mi sono preparata per andare in Italia, all’inizio del 1967, anche affrontando l’opinione contraria della mia Famiglia…. La Compagnia Missionaria, invece, ha deciso di venire in Portogallo… È cosi che, nel 13 ottobre del 1967, la CM dà inizio a un gruppo a Porto e io sono accolta il 22 dello stesso mese da Padre Albino Elegante, il Fondatore. Era la Giornata Mondiale delle Missioni. Ho iniziato la formazione per vivere la consacrazione: è Teresa Carvalho, come responsabile di gruppo, ad aiutarmi a fare i primi passi. L’anno seguente (1968) arriva dall’Italia Marta Bartolozzi, come responsabile di formazione. E cosi, con il suo aiuto e del gruppo e di tutta la CM, rinforzata dallo Spirito Santo, arrivo al momento della emissione dei voti: 29 settembre 1972. Concretamente, come vivo la mia Vocazione? Dopo l’emissione dei voti, ho continuato la formazione con la riflessione, la preghiera e lo studio. E svolgo anche attività professionali (Insegnamento di Religione e Morale, Segretaria nel Seminario Maggiore) e di Apostolato (catechismo in parrocchia, incontri per adolescenti e giovani). Anche la CM sogna e decide progetti per rispondere agli appelli di Dio nei fratelli. Dopo il Mozambico, si fanno passi per l’America Latina: Brasile, Argentina, Cile, e io mi offro per fare parte di un gruppo. In seguito, mi viene chiesto di fare parte del gruppo CM in partenza per il Brasile. Dico il mio SI. È un SI nel buio, ma lo dico consapevole che la cosa più importante che andrei a fare, non sarebbero state le attività professionali e di apostolato, ma il vivere l’Oblazione in ogni momento. E cosi siamo arrivate a San Paolo, il 19 settembre 1980! Le prime: Santina, Edvige e io. La Parrocchia dei Padre Dehoniani, a San Paolo, dove ci siamo state inserite, mi ha chiesto subito di entrare nelle attività di apostolato nelle scuole e nelle Comunità Ecclesiali di Base. Era il 1980! In questo anno, anche se il Brasile viveva già un certo clima di democrazia, la paura della dittatura era ancora presente. E i più poveri, oltre all’ estrema povertà materiale, vivevano nell’ analfabetismo e nell’ oppressione, soprattutto nelle zone rurali. E cosi le “Favelas”, nelle grandi città come San Paolo, crescevano sempre più. Di tutte le necessità che mi furono presentate, la più forte era questa: le scuole statali non seguivano i bambini poveri, li lasciavano da parte e, per questo, non progredivano. Come conseguire una professione degna senza un diploma scolastico? Per rispondere a questa domanda, nella Comunità di Base dove mi trovavo ad aiutare, è quindi nata la decisione di organizzare una Pre-Scuola per i bambini più poveri della “favela”, aperta anche ad altri che erano nella stessa situazione. Una Pre-scuola che preparasse i bambini con il minimo per affrontare la scuola elementare statale: leggere, scrivere, matematica, conoscenze dell’ambiente, ecc. Con un supplemento alimentare naturale (con tutte le qualità di nutrienti necessari), per 3 anni, i bambini imparavano bene e crescevano sani! In seguito, anche i loro genitori chiesero di avere la stessa preparazione per progredire nel loro lavoro. E cosi, alla sera anche gli adulti venivano alla scuola. Oltre a questa attività professionale, mi è stato chiesto un aiuto anche per il catechismo (bambini e adulti) e incontri di formazione biblica e vocazionale. Come CM, la vita di gruppo, missionarie e familiares, ha rinforzato sempre la mia consacrazione. Anche a livello di Istituti Secolari, mi è stato chiesto di fare parte del Consiglio della Conferenza Nazionale, come Segretaria, e poi a livello Regionale di San Paolo, anche come segretaria. Questi impegni mi hanno permesso di avere una visione generale della vita consacrata secolare nel Brasile e nel mondo, di essere a contatto, anche personale, con membri di vari Istituti. Mi sono sentita di fare parte di una grande Famiglia. Sono stati 20 anni (19 settembre 1980-18 dicembre 2000) di donazione nella Oblazione. Intuivo, prima di partire, che la mia vita in Brasile non sarebbe stata tanto importante nel fare attività, ma vivere ogni momento in spirito di Amore e Oblazione... E cosi è stato!... Ed è stato cosi per la Compagnia Missionaria in Brasile: ogni membro del gruppo (io, Santina Pirovano, Edvige Terenghi, Antonia dell’Orto, Giuseppina Martucci, Luciana Battistello) ha fatto questo cammino di offerta quotidiana. Questa è stata la nostra risposta all’appello del popolo brasiliano, in tanti modi diversi secondo le attitudini di ciascuna… E continua ancora dopo quarant’anni, perché le relazioni che si sono costruite continuano vive tramite i mezzi informatici. Quest’anno, la CM ringrazia il Signore perché, quaranta anni fa, ha iniziato a dare vita alla missione con il Popolo del Brasile. E noi, di questo gruppo, ringraziamo il Signore che ci ha chiamato a vivere questa missione! Missione sempre viva nel nostro cuore perché gli appelli continuano, anche se non siamo più presenti fisicamente! La mia vocazione oggi Ora, dal 1 febbraio 2004, io sono a Lisbona inserita nella pastorale della Chiesa Locale, ma il mio cuore è del mondo e nel mondo: “Si cerca cuori uguali al Suo…”, diceva Padre Leon Dehon, cuori come il Cuore di Cristo che è stato trafitto per tutta l’umanità! Faccio questo cammino con il mio gruppo CM di Porto e il gruppo familiares CM di Lisbona. E ringrazio il Signore che, tramite la mia famiglia, la Chiesa, la CM, il mondo, continua a scrivere in me questa STORIA DI AMORE, per vivere l’Oblazione a Dio per i fratelli, secondo lo Statuto della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore. 
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