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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 13 / 11 / 2018
    CONSIGLIO CENTRALE
    28 gennaio - 2 febbraio 2019, a Bologna... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    CONSEJO CENTRAL
    28 de enero - 2 de febrero 2019, en Bolonia... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    CONSELHO CENTRAL
    28 de janeiro - 2 de fevereiro de 2019, em Bolonha... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La Presidente in Guinea Bissau
    Martina visiterà il gruppo della Guinea dal 6 dicembre 2018 al 9 gennaio 2019. La accompagniamo con... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    A Presidente em Guiné Bissau
    A Martina visitará o grupo da Guiné, de 6 de dezembro 2018 a 9 de janeiro 2019. Acompanhamo-la com... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La presidenta en Guinea Bissau
    Martina visitará el grupo de Guinea desde el 6 de diciembre 2018 al 9 de enero 2019. La acompañamo... Continua
il gemello e l'amato
 
Il Vangelo di Giovanni, pur citando in alcune occasioni i “Dodici”, non ci fornisce i nomi di tutti, ma solo di sette di essi: Andrea, Simon Pietro, Filippo, Natanaele, Tommaso, Giuda Iscariota e l’altro Giuda; a questi si devono aggiungere i due figli di Zebedeo, di cui però non compaiono i nomi. Non sappiamo se appartenessero ai Dodici altri tre discepoli “innominati”: uno segue per primo Gesù insieme con Andrea, altri due fanno parte del gruppo a cui appare Gesù risorto, sul lago, nell’ultimo capitolo. Forse uno dei due è quello dell’inizio? Il nome di Simon Pietro – comprese le poche volte in cui è chiamato solo Simone o solo Pietro – ricorre quasi 40 volte: evidentemente è colui, tra i discepoli, su cui l’evangelista vuole attirare di più l’attenzione. Dopo di lui, Giuda Iscariota viene nominato otto volte in quattro scene. Quindi Tommaso sette volte in quattro scene. Dal capitolo 13 in poi compare il più misterioso e affascinante, dopo Gesù, dei personaggi del quarto Vangelo: di lui non si fa mai il nome, ma viene presentato per sei volte come “il discepolo che Gesù amava” e per due volte come “l’altro discepolo”, di cui una volta si specifica “colui che Gesù amava”. Presente in quattro scene decisive, la prima volta nell’ultima cena, per tre volte è in compagnia di Simon Pietro. Sembra dunque possibile – anche se non detto esplicitamente – considerarlo uno dei Dodici. Di lui si afferma solennemente, in due circostanze (Gv 19,35 e 21,24), che è testimone verace di ciò che ha visto e che ha scritto allo scopo di suscitare la fede in coloro che ascoltano. Pare dunque si possa ritenere che, se non proprio da questo discepolo – identificato dalla tradizione in Giovanni apostolo - il quarto Vangelo sia stato redatto dalla comunità che ha raccolto la sua testimonianza e ha creduto. La sete di Tommaso[img2bdx] Due particolari, mi pare, avvicinano il misterioso discepolo amato e Tommaso: per tutti e due è difficile rintracciare il nome proprio; tutti e due hanno un rapporto unico con il Costato di Gesù. Se consideriamo il valore che ha il simbolismo nel Vangelo di Giovanni, il nome di Tommaso suscita più di un interrogativo: il termine aramaico significa gemello; indica dunque una condizione; quasi per timore che non fosse abbastanza chiaro questo significato, per tre volte viene tradotto anche in greco: Didimo – gemello, appunto. L’autore è tanto interessato al significato naturale di questa condizione di gemello o offre piuttosto un simbolo? una indicazione significativa per chi ascolta o legge? gemello di chi? Il gemello è uno che non è solo, ha una particolare vicinanza, somiglianza, legame fraterno con uno o più altri. Quando Gesù decide di recarsi in Giudea, perché l’amico Lazzaro è morto, i discepoli hanno qualche perplessità, perché là volevano lapidarlo. "Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!". (Gv 11,16) Nei discorsi dell’ultima cena, Gesù afferma anche: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via". Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". (Gv 14,3-5) Notiamo la forte aspirazione di Tommaso a stare con Gesù, a condividerne “il posto” e addirittura il destino di morte. Anche se poi, come gli altri, Tommaso perde il contatto con Gesù durante la passione e la morte e anche dopo. "Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo". (Gv 20,24-25) È come se venisse meno il suo essere “gemello”. Stranamente per un “gemello”, è come isolato. Ma il suo desiderio di contatto con Gesù non è svanito, anzi è come acuito ed esasperato dalla gelosia per l’esperienza degli altri che a lui è mancata. Il grido di Tommaso, che vuole vedere e toccare il Maestro amato, richiama il desiderio della sposa del Cantico che cerca lo sposo perduto, e il gesto di Maria di Magdala, nel giardino del sepolcro, che vuole stringere a sé il Risorto. Gesù stesso aveva voluto suscitare nel cuore dei discepoli il necessario desiderio di rimanere con lui, di dimorare nel suo amore, per avere la vita e la sua stessa gioia (cf Gv 15,1-11), preannunciando anche il dolore del distacco e la ritrovata gioia del definitivo incontro. La certezza di questo incontro è la sete del cuore di Tommaso: non era stata anche la sete di Gesù sulla croce? Per realizzare questo “essere nello stesso posto” con i suoi amici, cioè nella casa del Padre, nel cuore del Padre, Gesù è morto; i segni nelle sue mani, la ferita nel fianco sono il grido, la certa testimonianza di questo amore: là anelano gli occhi e le mani, il cuore di Tommaso. "Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!". (Gv 20, 26-29) Sembra che a Gesù non sia dispiaciuta la pretesa di Tommaso, perché pur facendogli attendere l’ottavo giorno – il giorno dell’incontro! –, quando si manifesta ai discepoli, si affretta a soddisfare il suo desiderio. Anche Gesù vuole che Tommaso non solo veda, ma penetri nell’amore: “Metti la mano nel mio fianco”! Ma ormai è la fede che gli permette di toccare il Risorto: “Mio Signore e mio Dio!” Poiché vede, Tommaso può credere, così sono beati quelli che per la sua testimonianza certa possono credere, pur senza aver visto. E credendo possono riconoscere nel Cuore trafitto di Gesù la Via dell’amore che conduce al Padre, unica Casa e Riposo per tutti. Forse in Tommaso ci viene indicato il destino di tutti noi discepoli: diventare – toccati dall’amore e illuminati dalla fede - gemelli di Gesù, figli nel Figlio e condividere con Lui l’amore nel seno del Padre. Testimoniare l’amore[img3bdx] “Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18) “Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola nel seno di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?". (Gv 13, 23-25) Il seno è termine normalmente riferito alla madre, indica l’utero, là dove il figlio viene generato e formato nell’amore. Il seno del Padre è il luogo della generazione eterna del Figlio amato, là dove il Figlio conosce il Padre nella tenerezza dell’amore. “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10,30). All’inizio del Vangelo di Giovanni viene anche dichiarata qual è la missione del Figlio: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). E i discepoli che diventano figli contemplano la sua gloria (cf Gv 1,14), cioè la manifestazione di Dio che è Amore. E allora il discepolo amato dal Figlio, come il Figlio è amato dal Padre (cf Gv 15,9-10), è “naturalmente” nel seno di Gesù, durante la cena, rivelazione celebrazione e profezia della vita generata e donata nella libertà dell’amore. E può avvicinarsi dalla stanza della vita – il seno – alla stanza dell’amore – il petto-cuore – per cominciare a intuire almeno la via dell’amore sino alla fine (cf Gv 13,1) intrapresa dal Maestro e Fratello, tradito dall’amico. "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé [...] Venuti (i soldati) da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con la lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. (Gv 19,25-27.33-37)) Mentre sta per dare la vita, consegnando il suo stesso spirito, per rendere i discepoli figli dello stesso suo Padre, Gesù consegna al discepolo amato la stessa sua madre, Donna e Sposa nuova, chiamata ad essere madre di figli redenti, fratelli del Figlio. Con la madre, l’amato può contemplare la gloria dell’Unigenito trafitto che, dal Costato aperto, offre il sangue e lo Spirito per generare una moltitudine di fratelli. “Volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto” è dunque condizione, origine e culmine della fede che rigenera a vita eterna i figli del peccato e della morte. La missione del Figlio si compie ed è resa feconda nella risurrezione, che consacra come testimonianza inequivocabile dell’amore e fonte eterna di salvezza i segni dei chiodi e il Costato aperto. Per questo il Crocifisso Risorto li offre alla contemplazione dei discepoli tutti, perché ciò che è stato dato come primizia all’amato sia consegnato a tutti, finché ci saranno figli dell’uomo sulla terra. Comprendiamo dunque il desiderio ardente di Tommaso, generosamente esaudito da Gesù, e l’invito insistentemente ripetuto dal discepolo amato ad accogliere la testimonianza di chi – egli stesso, il gemello e gli altri – ha udito, visto e toccato la manifestazione dell’amore divino nel Figlio, perché ognuno raggiunga la pienezza della gioia promessa (cf 1Gv 1, 1-4) . A chi accoglie questa testimonianza nella fede è dato di “vedere e toccare” l’amore ed esserne ogni giorno di nuovo rigenerato. Ognuno può sperimentare, pur nelle contraddizioni e nelle debolezze e nel peccato, di essere l’amato, come il Figlio del Padre e come il discepolo. Ed è inviato come testimone della sorprendente misericordia ricevuta che chiede di essere condivisa.
le campane della mia terra
 
Sono stata educata fin da piccola all’ascolto delle campane, quelle del mio paese. Esse chiamavano, ricordavano, convocavano e invitavano a lasciare tutto per recarsi in chiesa, la casa di Dio. Non era un imperativo, ma come amiche che richiamano all’essenziale: dare il primato a Dio, festeggiare la vita, riconoscere che “non solo di pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ho imparato ad ascoltare il suono delle campane e a rispondere affermativamente al loro appello, con i genitori, i vicini e con la gente semplice e credente del mio paese. Si usa dire che “è quando la pianticella è piccola che la si può raddrizzare”, ma io dico che è da piccoli che si impara a considerarsi creature davanti al Creatore e, come afferma D. Antonio Ferreira Gomes: “a rimanere in piedi davanti agli uomini e in ginocchio davanti a Dio”. Era, è e sarà per inginocchiarsi davanti a Dio e per alimentare la comunione fraterna a cui le campane ci chiamano e ci sfidano. Tante volte ho ripensato, con una gratitudine immensa come l’oceano, alle persone con cui ho imparato ad ascoltare il suono delle campane e andare all’incontro con Colui che mi chiama e ama e con tutti coloro che, in seguito allo stesso suono, hanno lasciato tutto per recarsi in chiesa. Rivedendo il film della mia vita e ricordando i volti di coloro che mi hanno trasmesso la fede – alcuni di loro, comprese le figure più unite a me da stretti vincoli, già sono ritornate alla casa del Padre – mi invadono sentimenti di affetto, di riconoscenza… e sento la responsabilità di continuare a comunicare, con fedeltà, alle nuove generazioni l’eredità ricevuta. I genitori del mondo attuale si sforzano di dare tutto ai figli e certamente in questo senso fanno tutto il possibile. Temo, però, che i veri valori rimangano offuscati, sottovalutati, ignorati e, di conseguenza, venga interrotta quella trasmissione di valori che noi abbiamo ricevuto. C’è bisogno di recuperare la nostra scala di valori e di discernere, alla luce di Dio, quali sono quelli che umanizzano la vita, accrescono la dignità della persona, aiutano a trovare il senso della vita, a costruire un progetto di felicità in sintonia con l’opzione fondamentale, a vivere nella fedeltà a noi stessi, a Dio e agli altri. Mi dà gioia guardare indietro e vedere che, pure in altre parti dove non si sentiva il suono delle campane, ho continuato a fare l’esperienza che ogni uomo è mio fratello, che la mensa della condivisione del pane, della fede, della Parola e dell’Eucaristia è sempre preparata e c’è sempre un posto per tutti. Riconosco e ringrazio per la dedizione di tante persone – alcune di queste non so che volto abbiano – nel curare la chiesa con tutto ciò che comporta: pulizie, fiori, tovaglie…liturgia, canti perché hanno contribuito a rendere bello il luogo di culto e a creare uno spazio accogliente e festoso. La vita non è mai sufficiente per lodare e benedire Dio e i suoi mediatori per gli innumerevoli beni ricevuti. Beato chi ascolta la chiamata di Dio e mette i suoi talenti a servizio della comunità. Mi chiedo spesso che cosa ne sarebbe della mia vita se non avessi imparato a sentire il suono delle campane, a lasciare tutto e dare tempo al Signore del tempo… Certamente la vita sarebbe molto diversa!
riconoscere e servire
 
Carissimi siamo ancora nella scia del clima pasquale e di pentecoste. La liturgia in questo tempo ci ha immersi nel mistero di morte e resurrezione del Signore, e ci ha fatto contemplare, negli Atti degli Apostoli, il crescere di una comunità che si è formata proprio intorno a questo mistero. La solennità di Pentecoste ha concluso questo cammino iniziato con l’imposizione delle ceneri. Mi colpisce sempre il fatto che questa solennità non abbia un seguito (come per esempio il Natale e la Pasqua che per otto giorni la liturgia ci fa vivere l’evento) ma ci immerge immediatamente nella ferialità bruscamente. Dalla solennità si passa subito al “tempo ordinario”. Sì, dopo Pentecoste si rientra nella “normalità” ma con la forza e la luce dello Spirito che solo Lui può donare. E solo lo Spirito ti fa fare il passaggio, ogni giorno, dalla paura al coraggio, dal passo incerto al camminare sicuro… come gli apostoli nel cenacolo. E’ questo Spirito che ci dà modo di riconoscere il Risorto, come ha fatto il discepolo amato sul lago di Tiberiade quando dice a Pietro: “E’ il Signore!” (Gv.21,7). E Pietro: “si cinse i fianchi del camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare…”. Il Discepolo amato e Pietro ci indicano il cammino per vivere il nostro quotidiano come una continua Pentecoste. L’uno ci insegna a riconoscere il Signore e l’altro il cammino del servizio, “…si è cinto i fianchi…” (anche Gesù nell’ultima cena si è cinto i fianchi per la lavanda dei piedi). Riconoscere e servire. Coniugare questi verbi ci aiuterà a vivere il cammino del giorno dopo giorno illuminati dallo Spirito che ci darà quella forza necessaria per vivere l’obbedienza alla vita. Andiamo incontro alla festa del sacro Cuore coniugando questi due verbi: Riconoscere e servire. Riconoscere il grande amore che il Signore ha per noi; la sua presenza in noi e attorno a noi; il suo grido di lamento (Mt 11,20-24) e di giubilo (Mt 11,25-27); riconoscere il cammino verso il Golgota e volgere lo sguardo verso di Lui; riconoscere la sua voce e il suo sguardo in tutti i fratelli e sorelle che la provvidenza pone sul nostro cammino… e proprio perché lo riconosciamo la nostra risposta non può essere che il servizio. Cingiamoci i fianchi, come Pietro, e nell’incontro con il Signore comprenderemo come servire. “Volgendo lo sguardo a colui che hanno trafitto” riconosceremo il Signore e lui stesso ci inviterà a volgere lo sguardo a chi ci circonda, a quel mondo a cui Lui con passione ancora oggi rivolge la sua Parola. Dobbiamo guardarci intorno e servire. Auguro a tutti di prepararsi alla festa del Sacro Cuore con questo desiderio di saper riconoscere e servire il Signore perché il suo Regno si compia oggi nel nostro cammino e in ogni persona e avvenimento che il vivere ci pone dinanzi. Il Cuore di Cristo, maestro nel servire, ci benedica! In comunione Anna Maria Noi siamo "caricati" di energia senza proporzioni con le misure del mondo: la fede che solleva le montagne, la speranza che nega l'impossibile, la carità che fa ardere la terra. Ogni minuto della giornata, non importa dove esso ci voglia o per che cosa, permette a Cristo di vivere in noi in mezzo gli uomini. La fede non è l'impegno temporale della vita eterna? Per vivere della nostra fede nel nostro tempo e nel nostro mondo oggi e qui; per poter realizzare la nostra vocazione alla fede, essere davvero in questo mondo e in questo tempo, siamo forzati ad accordare la nostra vita cristiana a tutto ciò che è, attualmente, accelerato, momentaneo, immediato, siamo forzati non a credere diversamente, ma a vivere diversamente, non ad adattare la fede a questa realtà temporale movimentata fino all'eccesso; ma ad adattarci a questo movimento, adattarci a riconoscere, scegliere, fare la volontà di Dio in questo movimento. Dobbiamo imparare ad adattare rapidamente alla fede noi stessi e le circostanze. Ora noi non siamo preparati al rapidamente. M: Delbrêl
l'agnello mistico
 
Fabrice Hadjadj, trentotto anni, francese, nato da genitori ebrei di origini tunisine e convinzioni maoiste, ama presentarsi come un «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Al cattolicesimo è approdato dopo una giovinezza trascorsa tra l’ammirazione degli ideali rivoluzionari della Comune di Parigi e l’immersione nella lettura dei grandi nichilisti del Novecento. Ha scelto di battezzarsi e diventare cattolico alla soglia dei trent’anni e se gli domandi perché l’ha fatto replica divertito: «Sono io che mi chiedo: perché non l’ho fatto prima?». Fabrice Hadjadj insegna in un liceo e nel seminario diocesano di Tolone, ma è soprattutto un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico, autore di una decina di libri in forma di saggi e drammi teatrali. È sposato e ha tre figlie. Il suo percorso ci parla del modo meraviglioso come Dio ci conduce e testimonia di una Europa che, nonostante le sue stravaganze, ha ancora linfa sufficiente per fare scaturire personalità cristiane significative. [img2bcx] Cristo immolato Nella tradizione, il Cristo è simbolizzato da differenti specie di animali: pesce, leone, montone, capro, aquila, pellicano, gallina, ed anche dal serpente (quello di bronzo che Mosè alza nel deserto), o ancora dal verme di terra…Il Verbo fatto uomo ricapitola in lui sia la fauna sia tutto il cosmo. (Uomini e bestie tu salvi, Signore, dice un versetto del salmo 36, principio ancora inconcepibile di un’ecologia soprannaturale). Ma, tra tutte le specie di questo zoo mistico, l’agnello è sempre l’animale prediletto. Per il suo candore, per la sua grazia, per la sua età e la sua docilità, lui rappresenta meglio degli altri la vittima innocente. La sua immagine si trova già nelle catacombe. Possiamo dire che ha la stessa età della Croce. Sul legno del supplizio, i primi crocifissi sospendono un agnello, non un uomo…E, la porta dei tabernacoli, ancora oggi, è abitualmente ornata da un agnello attraversato da una croce simile ad una lancia. Questa preminenza simbolica dell’agnello viene dalle Scritture sante e si vede confermata dalla liturgia della Chiesa. Nella Genesi, è senza dubbio la prima offerta gradita a Dio: Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso (Gen. 4, 4). Nell’Esodo, è l’animale della Pasqua che gli Ebrei devono mangiare: il suo sangue sugli stipiti e sull’architrave delle case li proteggerà dal passaggio dell’angelo sterminatore. In Isaia e in Geremia, è la metafora del Messia sofferente: Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello (Is. 53, 6-7) – E io, come agnello mansueto che viene portato al macello…(Ger. 11, 19). Anche il Battista designa Gesù come l’Agnello di Dio… (Gv. 1,29 e 36). Questo stesso vangelo dice ancora, al momento del colpo di lancia: Non gli sarà spezzato alcun osso (Gv. 19, 36), prescrizione dell’Esodo riguardo all’agnello pasquale (12,46). È una citazione cruciale, giacché fa della Passione il compimento della Pasqua giudaica, e del Crocifisso il vero Agnello. San Paolo può dire ai Corinzi: Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! (1Cor. 5,7). Infine, nel Apocalisse, la vittima sofferente diviene vittima trionfante: L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione (Ap. 5,12). Il legame diretto con l’agnello mangiato durante la cena pasquale fa di lui il simbolo per eccellenza dell’Eucaristia: parla allo stesso tempo del sacrificio e della comunione, ma parla anche della triplice dimensione di memoriale, di viatico e di anticipazione della gloria futura. Proprio prima di consumarla, il prete presenta l’ostia usando le parole di Giovanni Battista: Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! E la riforma liturgica aggiunge queste parole sublimi: Beati qui ad coenam Agni vocati sunt, “Beati quelli che sono chiamati alla cena dell’Agnello”. Vediamo dunque l’Agnello Mistico in piedi sulla tovaglia bianca dell’altare l’arteria forata e il suo sangue che scaturisce e cade nel calice d’oro. Il rosso del sangue è rafforzato dal rosso dell’altare. Intorno, gli angeli agitano il turibolo, otto sono in ginocchio a mani giunte, quattro tengono le Arma Christi. Da destra a sinistra, il primo tiene gli steli di canna e la colonna della flagellazione; il secondo il flagello e, sopra un’asta, la spugna imbevuta di aceto; il terzo la lancia e i chiodi; il quarto la corona di spine e la Croce sormontata dall’iscrizione in ebraico, greco e latino: Gesù Nazareno, re dei Giudei. Nessuna arma, nessun attrezzo, nessuna macchina è più efficace di questi stessi strumenti. Loro sono i gioielli insuperabili della tecnica. Sono gli strumenti della Salvezza. [img3bcx] La fontana della vita Centriamo adesso la nostra attenzione sulla striscia scura che spezza a metà la parte bassa del Retablo aperto. Essa ci conduce alla fine dell’Apocalisse. Il suo ultimo capitolo comincia con queste parole: L’angelo mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap. 22, 1). Qui il fiume è una fontana. Questa fontana irriga tutta la Gerusalemme celeste. È il principio ecologico della sua flora trasfigurata. Questo stesso messaggio è scritto sul bordo di marmo della fontana: Ecco la sorgente dell’acqua viva che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello. Quest’ultimo nome è rivelatore: questa fontana esce da una piaga. La sorgente profonda è nel cuore di Cristo, Agnello immolato, aperto dal colpo di lancia del soldato. Anche questo, Giovanni l’ha visto. Prima ancora che nella Città celeste, l’angelo gli fa vedere il fiume di vita sul Golgota; lì Giovanni ha visto scorrere il sangue e l’acqua (Gv. 19, 33-35). La Chiesa esce così dal fianco di Cristo come Eva è uscita dal fianco di Adamo. Il sangue e l’acqua corrispondono ai due principali sacramenti che la generano. «Dal fianco di Cristo scaturisce l’acqua che lava e il sangue che riscatta. Per questo il sangue si rapporta al sacramento dell’Eucaristia, e l’acqua a quello del Battesimo» (Santo Tommaso d’Aquino). Il catino della fontana è ottagonale. Sono numerosi i Battisteri che hanno questa forma. Il numero otto rimanda alle beatitudini (Mt. 5, 3-10): Beati i poveri…Beati i perseguitati…Ci ricorda che il peso della gloria si dirige di preferenza verso la Croce. Ma ci ricorda anche che il peso della Croce sbocca nella gloria: è questa la cifra della Risurrezione. La Risurrezione di Cristo è avvenuta in una domenica, primo giorno della settimana. Ma questa domenica si può comprendere come il giorno dopo il settimo giorno: questo ottavo giorno dove la settimana esce dai binari, dove tutta la Creazione varcherà il muro del tempo per entrare nello splendore dell’Eterno. Possiamo dire che la prospettiva di questo catino ottagonale comanda tutta la composizione del pannello. Se la fontana irriga il Paradiso, non è certo per dei canali tracciati a righello, ma in una forma veramente pittorica. Questa si allarga alla forma ottagonale degli angeli intorno all’altare e poi ancora ai quattro gruppi dei beati. La sua freschezza si irradia per omotetìa, come un fiore che si apre. Come la colomba irradia con grande splendore nella parte superiore, la fontana irradia discretamente nella parte inferiore. Questa si situa nell’asse verticale della divinità [guardare tutto il polittico]. Quest’asse parte dal cielo per arrivare alla terra, dalla presenza di Dio in lui stesso alla presenza di Dio nei sacramenti. Comincia con il Signore in maestà, continua con la colomba dello Spirito, incontra il candore eucaristico dell’Agnello, finisce su questo catino battesimale allo stesso tempo limpido e oscuro. Se a partire da esso tutto sembra aprirsi, tutto in esso sembra anche riassorbirsi. Esso conduce agli elementi i più materiali. All’acqua e alla creta dell’origine. Origine della Genesi e origine dell’opera stessa. La terra e l’acqua forniscono i materiali alla pittura. Ma essi costituiscono anche i suoi due limiti formali: l’informe e la trasparenza. Siamo allora alla sorgente simbolica e reale, allo stesso tempo, dell’arte e della vita. E il pittore ci invita a bere a questa sorgente. Non vedete proprio in basso questo rivolo oscuro che ci chiama? L’asse della divinità finisce in una canalizzazione. Essa vuole riversarsi sopra l’altare, al di fuori del quadro. Vuole anche discendere fino allo spettatore. A tal punto da fare di questo spettatore un attore e che questo ascolti, per finire, alcune delle ultime parole dell’Apocalisse: Lo Spirito e la Sposa dicono:”Vieni!”. E chi ascolta, ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita (Ap. 22, 17).
cristo risorto e vivente!
 
È ancora buio e le donne al sepolcro. La debolezza delle donne piange di inutili nostalgie e unge di inutili profumate carezze i corpi amati anche quando sono morti. La forza virile può smuovere i macigni e può chiuderli, i sepolcri, e cercare strategie di difesa nelle sale a porte blindate che il soffio del Vento basterà, solo, a violare. “Gesù il nazareno non è qui, è risuscitato! Non cercate tra i morti Colui che è vivo!” Luce bianca esplosa dalla tenebra di morte vinta dalla sua preda. Per sempre. Cristo risorto e vivente! La tua luce bianca squarci ancora la nostra tenebra apra gli occhi, infiammi il cuore, renda ali alla fragile speranza e fecondità al povero amore. Anche gridando la nostra sete di luce neppure sapendo ciò che facciamo sappiamo solo uscire nella notte. Canti la tua Parola per noi come il gallo che annuncia il nuovo sole del perdono senza tramonto. E forse rischieremo di fare della nostra vita la Memoria di te donato -ciò che ho fatto io anche voi fate - nel pane spezzato e nel sangue sparso e nelle ginocchia piegate a lavare piedi sporchi di terra e sangue. E ci sarà dato di riconoscerti, noi povera Maddalena chiamata per nome - Maria! - tua Chiesa sposa finalmente ritrovata, nel giardino, e dissetata di nuovo amore rigenerata debole messaggera di luce.
riconciliazione
 
Carissimi, ho ancora nel cuore e negli occhi il viaggio che ho compiuto in Mozambico e in Portogallo, dove ho incontrato i gruppi per una tappa formativa e verifica del cammino dei gruppi. Ringrazio il Signore per ciò che ho potuto vivere e grazie a tutti coloro che hanno accompagnato questo mio viaggio. Ritornare in Mozambico è sempre un po' ritornare a casa e incontrare molti volti conosciuti ed è per me rendere grazie per tutto ciò che ho ricevuto da questo popolo. Il viaggio in Mozambico è stato segnato, oltre che dall'incontro con la porzione di Compagnia Missionaria che si trova in questa terra, dalla prima emissione dei voti di Julieta e l'entrata in orientamento di tre giovani. Sono segni di speranza che dobbiamo accogliere con gioia e responsabilità. Ci siamo impegnati, quest'anno, a vivere l'anno della Riconsiliazione, rispondendo all'esortazione di S. Paolo: "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor 5,20). La Quaresima ci fa fare questo cammino di conversione per poterci, in Dio, riconciliare con noi stessi e con le realtà dove si srotola la nostra vita quotidiana. Riconciliazione che parte dall'amore appassionato di Gesù per tutti noi, un amore senza logica e senza calcolo, che lo porterà a pronunciare sulla croce: "Tutto è compiuto", e il suo fianco trafitto è il sigillo di questo amore.[img2bdx] In un mondo dove tutto ha un profitto, dove non c'è spazio per la gratuità, Gesù ci insegna a non fare nessun tipo di conti e rendiconti, c'è solo spazio all'amore senza calcolo. Per capire questo mistero di dono e riconciliazione, è necessario entrare nello stesso cammino di Gesù. per fare questo è vitale accostarci al Vangelo, come luogo di preghiera e di ricerca di luce; è questa Parola che ci fa scoprire la concretezza del dono di Gesù e di come dobbiamo incarnare questo amore che si deve rendere concreto ogni giorno e che solo un cuore "in pace" può realizzare. Il triduo pasquale diventa per noi scuola dove siamo chiamati a comprendere il mistero del dono: nel gesto della lavanda dei piedi (giovedì santo) siamo invitati a metterci quel grmbiule, di cui si è cinto Gesù, per far sì che il dono diventi servizio; nel volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto (venerdì santo), riconosciamo la nostra pochezza e il nostro peccato; nel silenzio e nell'attesa del sabato santo, la speranza ci faccia strada, quella speranza che diventa certezza perché "sperare è attendere con illimitata fiducia qualcosa che non si conosce, ma da parte di Colui del quale si conosce l'amore" (M. Delbrel); il servizio, il perdono, la speranza ci fanno strada per incontrare il Risorto nel giorno di Pasqua. Buona Pasqua a tutti e che Colui che è vivo ci doni ogni benedizione. In comunione Anna Maria [img3bsx]IL CATINO DI ACQUA SPORCA Se dovessi scegliere una reliquia della tua passione prenderei proprio quel catino colmo di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell'asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici e lavare i piedi del vagabondo, dell'ateo, del drogato, del carcerato, dell'omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio, finsché tutti abbiamo capito nel mio il tuo Amore. (Madeleine Delbrel)
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