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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENNITA\' DEL SACRO CUORE DI GESU\'
    Venerdì 11 giugno 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENIDADE DO SAGRADO CORAÇÃO DE JESUS
    Sexta-feira 11 de junho de 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLEMNIDAD DEL SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS
    Viernes 11 de junio de 2021... Continua
“la tua parola è lampada ai miei passi e luce alla mia strada ” (sal 118)
 
La Parola del Signore raccoglie in sé ogni espressione della nostra vita e sa condurci per mano nell’attraversare ogni sua fase. Anche se il tema dell’anzianità e dell’invecchiare non siano al centro della Parola di Dio, è possibile trovare in essa delle sottolineature interessanti per il nostro cammino spirituale. Un primo aspetto importante, che troviamo nell’Antico testamento, è il richiamo alla fecondità: Abramo e Sara sono molto avanzati negli anni quando nasce Isacco, il figlio della promessa e della benedizione (Gen21,5). Una lunga vecchiaia è il segno della fedeltà di Dio alle sue promesse: «Poi Abramo morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni e fu riunito ai suoi antenati» (Gen25,8). Così anche Isacco (Gen35,29) e Giuseppe che morì all’età di centodieci anni (Gen50,26). Potremmo dire che in età avanzata Dio si rivela, Mosè riceve la rivelazione del Nome di Dio e la missione di liberare il suo popolo quando è già anziano. Il Signore Dio gli era molto vicino e gli parlava come si parla ad un amico (Es33,11). La Parola dice che Mosè era «molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra» (Nm12,3). Come a confermare che Dio, per operare la salvezza, si serve non dei forti e di coloro che godono di prestigio, ma degli umili e piccoli, di quel popolo umile e povero che lo cerca con fiducia (Sof2,2; 1Co 1,26-31). Troviamo nei libri sapienziali un altro aspetto quello del tempo della fatica interiore e della tristezza ... gli anni in cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto» (Qo12,1-8). Ma più spesso ci offrono il ritratto dell’anziano invecchiato bene, segnato cioè dalla saggezza e dal timore del Signore: «Nella giovinezza non hai raccolto; come potresti procurarti qualcosa nella vecchiaia? Come s'addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s'addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un'esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore» (Sir 25,3-6). Nel nuovo Testamento Gesù, Maestro di sapienza, ci insegna come affrontare le paure e le preoccupazioni che si accentuano col passare degli anni, in particolare la paura del futuro che, insieme alla tentazione pericolosa dell’accumulare ricchezze e cibo, si può curare solo con l’abbandono fiducioso nella Provvidenza (Lc 12, 12-21.22-31; Mt 6,25-34). Dopo aver affidato la sua Chiesa a Pietro, Gesù gli annuncia che, quando sarà vecchio, sarà condotto ad una morte violenta per il suo Nome: «In verità in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv21,18). Gesù indica come si svilupperà la crescita di Pietro, che è un po’ anche la nostra: si passerà dal tempo della decisione in prima persona alla stagione in cui si dovrà cedere l’iniziativa e «lasciarsi fare». Arrendersi - accettare - lasciar perdere - abbandonare - distaccarsi sono i verbi che impariamo e/o dovremo imparare a coniugare col passare degli anni. È un cammino impegnativo. È un po’ come una spogliazione progressiva che, se vissuta nella prospettiva dell’amore del Signore che non viene meno, che rimane affidabile sempre, poco per volta porta ad assomigliargli nei suoi passaggi di vita più difficili fino al culmine della crocifissione. «Egli deve crescere, io diminuire» (Gv3,30) Questa prospettiva pasquale che potrebbe comportare progressiva riduzione dell’attività, con il rischio di disabilità, di crescente solitudine, di paura e di arrabbiature soffocate, a pensarci bene ci ripugna profondamente, perché ci avvicina al mistero della sofferenza, il più arduo della nostra esistenza, che nessuno riesce a comprendere e accettare, se non nella fede e nella contemplazione del mistero di Dio. Il ruolo fondamentale della preghiera Non dobbiamo scoraggiarci: esiste un cammino che ci consente, poco alla volta, di vivere la vita quotidiana in un atteggiamento contemplativo. In questo contesto, anche la preghiera segue la dinamica della nostra crescita personale. Partiamo dalla preghiera vocale, passiamo alla preghiera discorsiva, arriviamo a quella affettiva, per approdare alla preghiera contemplativa che viene chiamata anche preghiera del cuore. Essa è come una sosta silenziosa ai piedi del Maestro, nella quale ci esponiamo senza maschere, nella nostra realtà più profonda Ma dobbiamo perseverare nel dedicare al Signore il tempo destinato alla preghiera. La contemplazione non è solo un atteggiamento da agire, diventa stile di vita, diventa una dimensione di essa e ne determina la qualità. Lo «stare» cambia la qualità della vita e ci dà la possibilità di vivere il presente e nel presente. Produce in noi la capacità di stupirci e di godere delle creature di Dio. La dimensione contemplativa, in questo nuovo tempo della vita, dove diminuiscono gli impegni, in particolare quello lavorativo, ci può portare ad un nuovo «agire», caratteristico di questa età, più pacato e più profondo, più attento alle persone, più disponibile ad offrire una compagnia. Ci aiuta a perseverare nell’attesa vigilante del ritorno del Signore. La preghiera contemplativa si consolida nel corso degli anni, ricordiamo qui la famosa espressione del santo Curato d’Ars che descriveva la sua preghiera come un incontro silenzioso con Dio: «Io lo guardo ed Egli mi guarda» Nella contemplazione scopriamo di essere preziose agli occhi del Signore, così come possiamo pregare nel salmo 131: «Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia». Certamente siamo poco abituate ad usare la parola «contemplazione», ci sembra molto impegnativa, quasi una dimensione non raggiungibile, ma non dobbiamo lasciarci intimorire. Essa è un obiettivo per tutti i cristiani, purtroppo non è favorita dalla cultura attuale, centrata sull’efficienza e assopita nella distrazione. Nella nuova situazione, il tempo per la preghiera non manca, ma potrebbe essere carente il metodo e la costanza, potremmo correre il rischio della mediocrità se durante lo scorrere degli anni non avremo curato la nostra vita spirituale con l’ascolto della Parola, la vita dei sacramenti (penso che dovremmo riprendere la valenza, ad esempio, del sacramento della riconciliazione), la riflessione e un’offerta al Signore delle nostre fatiche. Le prove dell’anzianità possono richiamarci alla necessità di crescere nel nostro abbandono nel Signore. La centralità della formazione “Nella vecchiaia - dice un proverbio africano - ci si riscalda con la legna che si è raccolta durante la giovinezza”. Per questo possiamo dire che la riflessione di oggi è davvero per tutte. Infatti, se nel momento dell’invecchiamento non riusciamo ad accettare questa nuova situazione con le sue implicazioni, forse non siamo mai state richiamate da giovani a riconoscere ed accogliere i nostri limiti, a sentire che non tutto è possibile, che non ha senso coltivare dei complessi, o meglio dei deliri di onnipotenza. Forse, non siamo state educate a camminare secondo le possibilità, a spendere del tempo gratuitamente, a contemplare la bellezza senza volerla possedere, a voler bene a sé e agli altri. Forse abbiamo sempre vissuto con l’acceleratore al massimo per riuscire a percorrere in fretta tutte le strade, con l’unico obiettivo di poter governare e possedere il controllo di tutto. Ma tutto non si può possedere e/o governare. Gli atteggiamenti che ci portano alla fiducia, a credere in noi e negli altri, sono, da una parte, iscritti nel carattere della persona e, dall’altra, possono essere il frutto di una formazione iniziale e, sicuramente, di una formazione permanente che faccia leva sulla gratuità e sulla dimensione contemplativa dell’esistenza, grazie alle quali la persona continua a crescere. Dovremmo continuare ad essere sollecitate, dalla formazione permanente, a sviluppare curiosità intellettuale e cura della nostra preparazione professionale. Chi arriva alla stagione dell’invecchiamento senza aver coltivato l’abitudine alla lettura e allo studio e senza interessi culturali, senza un’attenzione ai bisogni del contesto e senza un hobby costruttivo, farà molta fatica a far passare il tempo e a riempire le lunghe giornate non più ritmate dagli orari lavorativi. La lettura di qualche testo di teologia, o di esegesi biblica, di qualche buon romanzo, di qualche bel giallo, di qualche buona rivista di aggiornamento, potrà non solo renderci umanamente vive e all’altezza dei nostri nuovi impegni, ma anche tenere viva ed esercitata la nostra mente in un momento di notevole cambiamento, dove il fermarsi potrebbe significare non solo perdere irrimediabilmente i neuroni necessari per il buon funzionamento del cervello, ma anche spegnere la lampada della saggezza, rendere vana l’esperienza e ridurre la conoscenza di sé. La comunità è il luogo privilegiato della formazione Vorrei che non dessimo per scontata questa cosa, cioè l’importanza di essere, per tutta la vita, formate dalla comunità. Non vi è un periodo temporalmente definito nel quale ci si forma, ma abbiamo la prima formazione e la formazione permanente, cioè formazione per sempre. Sappiamo che la formazione è importante per ogni età della vita. Allora la questione è non solo riaffermare questo principio fondamentale, ma anche cercare «come» poter fare questo. Come tradurre nella vita di ciascuna e della comunità questa consapevolezza, oggi, nelle diverse situazioni. Piccola conclusione Tutto questo ci colloca nella prospettiva che fa ritenere, appunto, che anche la stagione dell’invecchiamento può continuare ad essere feconda e, con il salmista, sapere che «anche nella vecchiaia porteremo frutti e saremo ancora rigogliose», capaci ancora di «fiorire negli atri del nostro Dio», sempre pronte ad «annunziare quanto è retto il Signore» (Salmo 92,14-16).
“nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi” (sal 92,15)
 
Premessa In premessa a questa riflessione vorrei prendere a riferimento quanto emerso dalla ricerca sull’Invecchiamento Attivo, realizzata l’anno scorso dalla CIIS. Penso che partire dall’ascolto sia sempre positivo per favorire una maggiore concretezza nell’affrontare le questioni. A livello generale, le risposte fanno emergere la necessità di non dare per scontato il tema dell’invecchiamento attivo e di mantenere alta l’attenzione a questo riguardo, soprattutto perché in esso si «riassumono» diversi aspetti di senso e di significato del vivere, in particolare del vivere una vocazione di consacrazione secolare. Ovviamente, rinvio alla lettura della ricerca, facendo riferimento alle fasce di età specifiche: 55-60 anni; 6170; 71-80; oltre gli 80 anni. Qui riprendo solo qualche considerazione. a) I dati relativi agli impegni extra professionali evidenziano come prevalente l’impegno in ambito ecclesiale. Che cosa significa? Vi è da rimettere al centro la secolarità? Si pone una questione in ordine al discernimento circa la modalità specifica di essere presenti nel mondo? Certamente, anche nel vivere l’impegno ecclesiale vi è una connotazione data dalla secolarità, a partire sia dagli impegni stessi sia dalle modalità con cui si affrontano. Vi è un discernimento circa quale impegno ecclesiale sia prioritario per i membri degli Istituti Secolari? Vi è qualche impegno da privilegiare? In ogni caso, sarebbe importante mettere a tema la questione a partire dai bisogni del tempo che possono richiedere una presenza, ad esempio, nel campo della formazione della coscienza e quindi una catechesi che risponda a questa esigenza; oppure vi è un modo di essere ministro straordinario della comunione che allarghi l’ascolto alla vita delle persone anziane e/o ammalate. b) Per quanto riguarda gli impegni di carattere sociale emerge come grandemente rilevante il volontariato. Forse, sarebbe importante mettere a tema un approfondimento al riguardo, sempre nella prospettiva della nostra specificità. Cioè vi sono urgenze prioritarie a cui rispondere e che chiedono una maggiore presenza di chi è impegnato in una vocazione come la nostra? Vi sono aspetti da prendere in considerazione circa la modalità con cui si esplica l’impegno nel volontariato? Vi è una specificità per chi vive nella secolarità consacrata o attenzioni ai bisogni da mettere a tema? Vi è la necessità di puntare sulla formazione? Quale formazione? Le diverse forme di volontariato fanno crescere anche nella dimensione collaborativa? Vi è qualche aspetto su cui riflettere al riguardo? In sostanza, se il volontariato vede una consistente partecipazione dei membri degli Istituti secolari (sempre tenendo conto che gli impegni sociali, in totale, rappresentano solo il 27% degli impegni extraprofessionali), forse varrebbe la pena investire con uno sguardo lungimirante sia rispetto al discernimento delle priorità di presenza sia rispetto alla formazione, con particolare riferimento alle motivazioni e alle competenze. c) La scarsa presenza negli impegni di carattere culturale e politico/amministrativo merita una riflessione approfondita per tentare di capirne le motivazioni. Certo ogni valutazione richiede una giusta prudenza, poiché siamo in presenza di una restituzione di questionari intorno all’8% del totale dei membri, ma questo vale anche per gli altri settori; quindi si può dire che viene rilevata una linea di tendenza che, quantomeno, andrebbe indagata ulteriormente. Ci si potrebbe chiedere da che cosa può essere determinata questa situazione: provenienza dei membri che ne determina gli interessi? Frantumazione del contesto sociale che spinge ad un forte individualismo? Carenza di ambiti associativi che orientino all’impegno culturale e politico/amministrativo? Clericalizzazione del laicato? Scarsa sensibilità degli IS nel discernimento di potenziali presenze in questi ambiti? Considerazione negativa della politica e scarsa rilevanza data alla cultura da parte degli Istituti? Ovviamente, le considerazioni precedenti vanno poi calate nelle diverse fasce di età per coglierne le differenze. In particolare la fascia più giovane appare quella più sbilanciata verso l’impegno ecclesiale e, all’interno di questo, verso l’impegno in Istituto: ciò significa che su di essa si riversano completamente le esigenze di conduzione delle comunità? È troppo difficile tenere insieme impegno nel mondo e accompagnamento dell’Istituto? Sarebbe azzardato trarre conclusioni o esprimere giudizi, qui si vuole solo far emergere la necessità di una riflessione che, tra l’altro, chiamerebbe in causa la specificità della vocazione secolare anche nella proposta di questo percorso alle generazioni più giovani. d) Dalle risposte relative agli aiuti ricevuti, circa la preparazione all’invecchiamento attivo, e quelli necessari, da una parte, emerge che la preparazione è consistita e consiste, sostanzialmente, in un cammino personale (preghiera, riflessione, esperienze positive nella quotidianità), e, dall’altra, una chiara domanda di essere maggiormente aiutati a riferirsi al carisma, ad approfondire il tema e ad aggiornarsi al riguardo, a parlarne in comunità, ad essere educati ad un uso sapiente del tempo a disposizione, ad essere accompagnati nel cammino personale. Come si può notare le attese sono molteplici e sono anche espresse, nel corso dell’analisi, in ordine di priorità. Si apre uno spazio di lavoro sia per gli Istituti sia per la CIIS, in particolare per quei temi trasversali agli Istituti stessi, quali ad esempio, l’aggiornamento e l’approfondimento circa l’invecchiamento attivo e l’educazione all’uso sapiente del tempo. e) La richiesta di essere aiutati a riferirsi al carisma chiederebbe, forse, un approfondimento a parte: intanto la domanda è diversificata nelle diverse fasce, più accentuata in quelle di età più alta. Che cosa significa? Il tema era più richiamato nel passato? Si confonde la necessaria attualizzazione, attraverso la custodia di ciò che è essenziale, con una sorta di rimozione dell’intuizione originaria perché poco approfondita? Come si può attualizzare il carisma se non si conoscono le origini collocate nel tempo, ma le cui costanti restano universali? Come leggere le costanti universali di un carisma? f) Le risposte relative agli aiuti necessari e ai suggerimenti offerti per camminare nell’invecchiamento attivo sono da tenere insieme per una lettura articolata dei dati. Si può osservare che la domanda più alta è quella educativa (che comprende anche la formazione, ma che non è solo formazione). Si tratta, quindi, di offrire «itinerari di vita» e non solo programmi formativi. Cioè, sembra di cogliere che l’attesa più consistente sia quella di rinverdire il cammino, di trovare il senso della vita sempre, in ogni età, di mantenere viva la vocazione. Di fatto, dalle risposte ricevute, è scaturita un’interessante riflessione e, sostanzialmente, è maturata la consapevolezza che esse possano rappresentare uno spaccato utile per il cammino di tutte, in ogni stagione della vita. Quindi, la prospettiva in cui collocare la riflessione di oggi deve essere quella di accompagnare il cammino di tutte e di ciascuna, convinte che la vocazione è per la vita e non per un determinato periodo di essa. La vocazione viene prima della intensità del fare: la vocazione è per la pienezza dell’essere. Certamente, la pienezza richiede sempre l’attento e vigile discernimento per non cadere, dietro ad una diminuzione di impegni, in una sorta di pigrizia spirituale che fa indietreggiare davanti alle possibili chiamate che il Signore ci va presentando. Quindi lo spirito che deve condurci deve essere quello della ricerca della volontà del Signore circa il cammino. Egli deve continuare a “darci forma”, infatti non si interrompe la sequela, semplicemente essa può assumere contorni diversi, può interpellare nuove disponibilità. Sicuramente il Signore è per la nostra gioia e per la nostra vita: non permetterà che il nostro cuore si chiuda alla novità del Vangelo. Sappiamo bene che La vita professionale dà forma al tempo di vita di ciascuno, ha delle ricadute sulle relazioni che si hanno e ne crea delle altre determinanti (con i colleghi, con chi ha responsabilità nei luoghi di lavoro, ecc.). Le relazioni quotidiane costruite nel tempo di lavoro, dopo averlo lasciato, poco alla volta vengono meno, ciò può far avvertire un impoverimento: è una situazione delicata, diventa importante non cedere al ripiegamento. A questa mutazione di rapporti ci si deve preparare, anche se, quando essa arriva, non mancherà la fatica, dobbiamo, comunque, rimetterci nelle mani del Signore. Affidarci a Lui ci consente, poco per volta, di custodire e ricreare relazioni gratuite e vere, negli spazi nuovi che Egli aprirà davanti a noi…. Probabilmente sarà importante riprendere in mano la nostra vita per non considerarla “derubata” di ciò che l’alimentava, per ridefinirla, nella consapevolezza che i doni che il Signore ci ha fatto, in molti anni, non vengono meno. Durante l’attività lavorativa si è costruito un patrimonio di conoscenze, di esperienza, di impegno sociale, di dedizione nell’apostolato. Il lavoro, spesso, è anche il luogo principale del nostro apostolato. Quindi, quando cessa il lavoro in quali ambiti orientarci? Quali criteri per discernere gli ambiti di impegno nel tempo del pensionamento? Di quali aiuti abbiamo bisogno? Quali atteggiamenti possono aiutarci nella ricerca? Smettere di lavorare comporta il riprendere in considerazione l’utilizzo del tempo, non più scandito da orari previsti a prescindere da noi, chiede di rimetterci in gioco, nonostante la sensazione di smarrimento che può colorare le nostre giornate che diventano così diverse e tutte da rimodulare. È come prendere improvvisamente atto che il tempo è passato in fretta e che si apre una fase nuova, tutta da reimpostare. Ci può prendere un senso di solitudine. Nel frattempo, anche il corpo invecchia. Questo aspetto non va trascurato ed è bene prenderne consapevolezza. Viviamo in un tempo che nega gli effetti dell’età: così come è allontanato il pensiero della morte, probabilmente si allontanano anche i cambiamenti che l’età che avanza provoca sul nostro corpo. Aiutiamoci ad invecchiare con il cuore “abitato e sereno”. La preghiera, la riflessione personale, l’ascolto della Parola diventano fondamentali per ritornare alle origini e ridire, con molta semplicità, al Signore della nostra vita: “Gesù aiutami a ridirti il mio sì, a rinnovare la mia offerta, conducimi Tu per le strade nuove che vorrai, sia fatta la tua volontà oggi e sempre”. Alcune sottolineature · Diciamo subito che è del tutto normale sentire la paura d’invecchiare. Essa si rafforza, nella nostra società, anche attraverso le forme della pubblicità che privilegiano, sempre e comunque, il giovane, il bello e chi non presenta limiti. Questo continuo rimuovere la realtà costringe molti anziani a chiudersi in se stessi e a dimenticare l’esperienza e la saggezza “imparata” dalla vita. Altrettanto normale e necessario avvertire e accettare in modo cosciente e libero il distacco dell’uscita dal lavoro o al termine della giovinezza, oppure dovuto alla morte di familiari e colleghi, ecc. · Sembra che oggi vi sia una maggiore consapevolezza dell’importanza di prepararsi a questa fase della vita e non solo caderci dentro all’improvviso. È necessario preparare questa tappa. L’invecchiamento comporta dei problemi biologici e fisiologici, psicologici e spirituali che possono creare difficoltà: nascono dentro domande ineludibili: Chi sono io? Che senso ha la mia vita? Come ho passato gli anni che ho vissuto? Come posso vivere bene i prossimi, ultimi anni? · Come ogni crisi esistenziale, anche questa, per essere vissuta e non subita, chiede un rinnovamento del cuore, un affinamento interiore. Questo vale per tutti, a nessuno è dato il permesso di vivere questa fase della vita in tono minore, di diventare mediocri. Ma noi dovremmo avere ragioni profonde per viverla senza ripiegamenti. · E bene conoscere alcuni sentimenti come, ad esempio, Il senso di inutilità: conclusa la fase attiva, si corre il rischio di sentirsi inutile, di lasciarsi prendere da una sorta di apatia, con la conseguenza di perdere la propria autostima e lasciandosi un po’ andare. · Si avverte anche una pesante solitudine: non tanto quella solitudine costitutiva e inevitabile, in particolare di fronte a decisioni difficili, ma quella solitudine che isola, che impedisce di dialogare con il proprio mondo “che non è più quello di una volta”. Questo isolamento viene dalla mancanza di attività, dal trovarsi soli per lunghe ore della giornata. Allora nel cuore nasce una domanda seria e pericolosa: “Servo ancora a qualcosa a qualcuno?” oppure: “C’è ancora qualcuno cui io interesso?”. La paura della non autosufficienza, della malattia, dell’abbandono, della dipendenza, e soprattutto della morte. Alcuni suggerimenti Per reagire a questi aspetti negativi dell’invecchiamento è necessario darsi delle nuove motivazioni valide per la propria esistenza. Si tratta di un cammino che dovrebbe essere stato avviato già nelle fasi precedenti della vita, ma che in ogni modo deve essere sviluppato. Alcuni suggerimenti: a) Mettere le radici della propria esistenza in valori duraturi e non effimeri (successo negli affari, carriera, bellezza, prestanza fisica, capacità di lavoro ecc.) non legati solo al fare, all’avere, al potere, ecc., ma all’essere della persona, perché solo questo permane quando il resto viene meno. b) Trovare pur dentro i propri limiti oggettivi e soggettivi un ruolo o un impegno significativo per sé e, possibilmente, utile gli altri. Pur tenendo conto dei nostri bisogni dobbiamo cercare di toglierci dal centro per rivolgerci agli altri mettendo al loro servizio la maturità e la saggezza in cui si può crescere fino alla fine. c) Mantenere, per quanto possibile, la propria autosufficienza, ossia la capacità di autoregolarsi, di essere autonomi nelle decisioni (cioè non crearsi delle dipendenze) e nelle risposte ai propri bisogni, di saper organizzare il proprio tempo libero. L’atteggiamento corretto è quello di non sciupare il tempo. d) Promuovere la duttilità mentale, cioè un nuovo modo di usare e offrire le proprie conoscenze e l’esperienza accumulata nel corso della vita precedente, mantenendo nello stesso tempo su di esse una prospettiva distaccata. Questa distanza, voluta e coltivata, porta alla flessibilità mentale, ad accettare il diverso, a relativizzare le idee e le sensibilità personali, a non assolutizzare i propri desideri, il proprio punto di vista, i sogni e le speranze, le paure e le ansie, liberandosi da un modo di pensare prefabbricato che alla fine impedisce di accettare e ascoltare gli altri. La realtà di ogni giorno non si divide in “bianco o nero”, chiaramente distinti, ma presenta piuttosto delle ampie zone di “grigio” che lasciano sconcertato chi vuole chiarire tutto sulla base di una rigida logica matematica. e) Rinnovare le relazioni personali per sfuggire al rischio dell’isolamento: i frutti, che dipendono molto anche dall’impegno messo in campo in età giovane/adulta, possono essere quelli di una maggiore intimità con le persone e con il Signore. Forse dovremmo ricordarci di più che l’obiettivo non è quello di cercare a tutti i costi una vita di relazioni come quella della prima età adulta, ma di elaborare e potenziare la comunicazione e la comunione, compatibili con la nuova situazione: ricercando nuove forme di reciprocità, che permettono di sviluppare una rete di amicizie attraverso le quali esprimere la preoccupazione per il bene degli altri, ai quali ci si avvicina con fiducia e sincera attenzione. Dovrebbe nascere un nuovo tipo di relazione interpersonale segnato dalla tenerezza, all’accoglienza e dalla compagnia e, in una parola, dalla gratuità. f) Passare dalla rapidità e tempestività d’azione, proprie della giovinezza, alla ponderatezza dell’età matura, senza scadere nell’inerzia o nella passività. Ma questa disposizione d’animo non si acquisisce una volta per tutte, in un istante. Dobbiamo vincere la tentazione di un atteggiamento giovanilistico e fuori tempo per proporci nuovi ideali e obiettivi possibili e in armonia con la nuova situazione. Sapere, per esempio, consigliare una persona più giovane invece di voler tenere ancora tutto saldamente nelle proprie mani; accettare volentieri un ruolo in seconda fila invece di pretendere di essere sempre in primo piano, davanti agli altri. Non è facile accontentarsi di fare il secondo specialmente per chi è stato in posizione di autorità. Ma solo se sappiamo accettare questi ruoli secondari, permetteremo agli altri di emergere e di affermarsi. Tirarsi da parte è quindi un atto di amore verso gli altri. g) Superare l’eccessiva preoccupazione di sé per giungere all’attenzione, alla compassione e alla saggezza. Anzitutto superare l’esagerata preoccupazione per il proprio benessere, (conosciamo l’eccessiva importanza che la nostra cultura attribuisce al corpo e all’apparire sempre giovani), per valorizzare l’interiorità e quegli elementi essenziali che fanno di noi persone di carattere e di bellezza interiore. Cercare di allargare il proprio perimetro che, a causa dell’esperienza passata, spesso coincide con il lavoro. È il momento di espandere i propri interessi. Possiamo trovare una diversa (e forse più ampia) realizzazione di noi stesse, assumendo servizi di volontariato nel campo della cultura, del servizio civile, della politica o del sociale. h) La terza età può essere infine la stagione opportuna per sviluppare aspetti della propria personalità non sviluppati nel corso degli anni attivi. Allargare gli spazi interiori della nostra persona per includervi la morte. Dobbiamo aiutarci e farci aiutare a considerare e accettare la realtà della morte, come la “perdita” del nostro io individuale e separato per entrare in una vita senza confini né di tempo né di spazio e in una comunione con l’umanità intera. Non è certo un passaggio facile ed ancor meno spontaneo. Esso richiede di passare per una vera “notte oscura” andando al di là della sola preoccupazione per la propria sopravvivenza.
webinar = evento online
 
La formazione degli Istituti Secolari in Asia L'ACSI (Associazione Istituti Secolari in Asia) il 17 gennaio 2021 ha promosso una giornata di formazione online. L’ACSI attualmente è ancora guidata da Lili Fernandes (Indiana) in qualità di Presidente insieme al suo consiglio composto: dalla Sig. Maria Concepcion Gonzales Servitium Christi, Sig. Kim Hyun Sook Secular Institute of Mary, Ms. Agustina Susanti Compagnia Missionaria del Sacro Cuore e il Sig. Anthony Fernandes della Christ King Institute Seculare. È stata la prima volta che si è tenuto un incontro per riflettere e discutere sul tema della “formazione” negli Istituti secolari in Asia. I partecipanti al webinar erano 68 di 24 Istituti Secolari Asiatici: India, Vietnam, Taiwan, Indonesia, Filippine, Corea del Sud ecc. I moderatori di questo webinar: Antony Fernandes e Frederik Perez, membri di Fils de Notre Dame de Vie hanno facilitato e portato a termine con successo questo avvenimento. Della Compagnia Missionaria erano presenti oltre a Susi come consigliera, Mudji e Ludo. Il webinar è iniziato con la preghiera basata sull'enciclica “Fratelli Tutti”. In apertura Lili Fernandes Presidente dell’ACSI ha salutato i partecipanti. Nel suo intervento, ha sottolineato che, il fatto di riunire tutti noi in queste evento e soprattutto durante la pandemia del Covid 19, è da considerare una straordinaria benedizione. È seguita la lettura del messaggio della Sig. Jolanta Spilarewicz, Presidente della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari (CMIS), presente al Webinar. Tre i relatori, Pater Miguel Garcia SSS, assistente I.S. Servitium Christi delle Filippine, che ha presentato l’aspetto giuridico - canonico soprattutto citando i numeri 712-724, il signor Robin D, Sauza e Lissy A. Pater Gracia gli aspetti del cammino formativo, relativi alla persona umana, formazione morale e spirituale, professionale e apostolica. Hanno fatto un’ampia presentazione sulla formazione che deve costituire la base di un impegno in prima linea, per dare una testimonianza evangelica nel mondo. Il “cambiamento” del formatore è stato il tema presentato dal signor Robin D, Sauza membro del Christ the King Secular Institute in India. Ha condiviso diversi motivi per cui "non vuole essere un semplice formatore". Dalla sua esperienza come formatore nel suo Istituto, ha detto che oggi il volto del formatore nell'Istituto è cambiato, come è cambiato o deve cambiare il metodo. Il formatore deve essere qualcuno che vive la sua vita in spirito di servizio e lo manifesta a tutti coloro che segue. Essere vicino alle persone come colui che serve, che lava i piedi degli altri fratelli. Ha anche spiegato che un formatore deve essere anche libero dal suo ego; camminare accanto al candidato in punta di piedi, deve avere conoscenza, comprensione e sensibilità della cultura e della storia dei candidati in formazione. Alla fine della sua esposizione ha concluso che lui non vuole “fare” il formatore. Vuole invece “dare” con la testimonianza della sua vita un messaggio di saggezza: cioè l’importante è chiedersi cosa voglio dalla vita? Se Dio mi chiama a fare qualcosa, incluso diventare un formatore, devo aprirmi allo Spirito Santo e dire SI. Ha concluso la sua conversazione con una preghiera: “Signore, solo con il tuo aiuto, sarò il migliore formatore e potrò svolgere con autorità quanto mi chiedi per eseguire i tuoi insegnamenti. Possa Dio benedirci in questo incarico”. L’affiancamento personale ai candidati e soci in formazione è stato il tema svolto da Lissy A. K, dell'Istituto delle Maids of the Poor, dando importanza al mentoring, cioè affiancare le candidate e Juniores in formazione per aiutarle a crescere. Ha sottolineato quanto sia importante in questo aspetto fare leva e lavorare con la Grazia perché possa riempire questo lavoro. Ha citato Papa Francesco: "La formazione è un’opera artigianale, non poliziesca… dobbiamo formare i cuori…” (“Svegliate il mondo” - Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali 2014). Accompagnare tutto, comprendere la volontà e il cuore di una persona, custodire la sua volontà, la forza e coscienza: questa è la preoccupazione che deve scaturire da un cuore fraterno che si preoccupa di aiutare. I formatori proteggeranno il bene che la persona possiede dentro di sé: spirituale, emotivo, intellettuale, la consapevolezza, l’apertura sociale, l’aspetto fisico e finanziario… Devono far emergere la loro capacità di equilibrare adeguatamente l'assistenza e il rispetto / apprezzamento… con piena empatia. La dimensione della relazione con gli altri è stato l’aspetto più focalizzato e importante che ha presentato Lissy: "Per accompagnare gli altri, bisogna saper toccare i loro cuori con gioia, e buon umore, che nasce dall'apertura e dalla benedizione di Dio. Questa è una dimensione importante nella formazione verso una Consacrazione negli Istituti Secolari. Deve essere una formazione basata nella fede, una formazione che comprenda anche l'economia socioculturale, politica e prospettive psicologiche. Questo incontro webinar è stato molto positivo per noi CM in Indonesia, soprattutto per quanto riguarda il nostro cammino futuro e il suo sviluppo. La nostra presenza oltre a farci conoscere ad altri Istituti, è stata molta ricca di interazione comunicativa e condivisione, di esperienze diverse, che ci possono aiutare a crescere meglio come CM in Indonesia. L’Assemblea si è conclusa con questi interrogativi che ciascuno potrà continuare a riflettere personalmente e proporre alle nostre realtà di Istituto… e perché no, inviare il risultato anche all’ACSI. 1. Quali sono le 3 idee principali che hai acquistato durante la sessione e ritieni importanti tenere presente, nella formazione per formatori di Istituti secolari? 2. Dopo aver ascoltato queste conversazioni indica 2 aspetti da concretizzare attraverso la tua volontà / speranza. 3. Suggerisci l’argomento che potremmo svolgere in futuro.
cercare insieme cammini possibili
 
Convegno Internazionale della Vita Consacrata Ho partecipato a Roma, dal 3 al 6 maggio, al convegno internazionale “Consecratio et consecratio per evangelica consilia… riflessioni, questioni aperte, cammini possibili” organizzato dalla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di vita apostolica, presso la Pontificia Università Antonianum. A partire da un’attenta e critica lettura dell’effettiva realtà presente oggi nella Chiesa il Dicastero ha avviato una riflessione sui diversi significati che vengono attribuiti alle espressioni “consacrazione” e “vita consacrata”. Il desiderio era quello di coinvolgere i membri delle diverse forme di vita consacrata, delle associazioni di laici e dei movimenti nella riflessione intorno ad alcune quaestiones individuate in un Seminario sulla stessa tematica, che ha visto la partecipazione di teologi, canonisti ed altri esperti. “Rappresentiamo un popolo numeroso nella Chiesa e cerchiamo insieme di permettere che il vino nuovo di Gesù rinnovi gli otri della vita consacrata, affinché sperimentiamo la gioia del Vangelo e aiutiamo il Signore a donarlo a tanti altri che si avvicinano a noi. Se da una parte la Chiesa ci assicura che tutte le forme di consacrazione vera sono un dono dello Spirito Santo per la vita di tutto il corpo ecclesiale, dall’altra abbiamo bisogno di criteri autentici per discernere quello che sta succedendo”, così il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione, ha accolto più di 600 partecipanti, giunti da tutto il mondo. “Nelle circostanze attuali, prendere coscienza più chiara della consacrazione battesimale che ci ha generati figli di Dio e costituiti fratelli e sorelle nella passione, morte e resurrezione del Signore – ha continuato il cardinale -, ci potrà anche aiutare a capire meglio il senso della consacrazione in maniere diverse ma complementari all’interno del popolo di Dio”. La prima relazione è stata quella della teologa suor Nuria Calduch, che ha offerto una visione d’insieme sulla consacrazione sottolineando le dimensioni profetica e sapienziale della vita consacrata. Si è poi soffermata sui passaggi del Vangelo nei quali si riflettono le dimensioni essenziali della vita consacrata: consacrazione, vocazione e vita in comune. Subito dopo, l’intervento a due voci di mons. José Rodríguez Carballo, arcivescovo segretario e suor Carmen Ros Nortes, sottosegretario, ha offerto una sintesi del cammino percorso finora e tracciato gli obiettivi del convegno. “La consacrazione – ha affermato Mons. Carballo – non è statica, non è un atto escludente, ma un processo integratore di differenze. Dietro ogni espressione utilizzata per definire la vita consacrata c’è una ricchezza teologica e carismatica da non perdere. Se la vita consacrata è un mosaico di carismi, questi non possono essere definiti, ma ‘raccontati’, ‘narrati'”. Suor Ros Nortes, ha sottolineato l’importanza di portare avanti nuove riflessioni, “per non rimanere fermi a schemi vecchi o inappropriati, ma per comprendere meglio qual è il nostro oggi come consacrati nella Chiesa e nel mondo”. Papa Francesco, in udienza all’aula Nervi, ai Partecipanti al Convegno internazionale degli Istituti di Vita Consacrata - maggio 2018, ha indicato i criteri autentici che guidano nel discernimento: … “Mi sono domandato: quali sono le cose che lo Spirito vuole si mantengano forti nella vita consacrata? … Queste sono colonne che rimangono, che sono permanenti nella vita consacrata: la preghiera, la povertà e la pazienza. … La preghiera è tornare sempre alla prima chiamata … ritornare a quella Persona che mi ha chiamato … è tornare dal Signore che mi ha invitato a esserGli vicino. Tornare da Lui che mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Vieni. Lascia tutto e vieni”. … E la preghiera è quello che fa che io lavori per quel Signore, non per i miei interessi o per l’istituzione nella quale lavoro. … La preghiera, nella vita consacrata, è l’aria che ci fa respirare quella chiamata, rinnovare quella chiamata. … Non si può vivere la vita consacrata, non si può discernere ciò che sta accadendo senza parlare con il Signore. … La povertà è la madre, è il muro di contenimento della vita consacrata. … Senza povertà non c’è fecondità nella vita consacrata. Ed è “muro”, ti difende. Ti difende dallo spirito della mondanità … il diavolo entra dalle tasche. … Povertà secondo le regole, le costituzioni di ogni congregazione. … Ci sono tre scalini per passare dalla consacrazione religiosa alla mondanità religiosa. … Primo: i soldi, cioè la mancanza di povertà. Secondo: la vanità, che va dall’estremo di farsi “pavone” a piccole cose di vanità. E terzo: la superbia, l’orgoglio. E da lì, tutti i vizi. … La pazienza. … Entrare in pazienza è un atteggiamento di ogni consacrazione, che va dalle piccole cose della vita comunitaria o della vita di consacrazione, che ognuno ha, in questa varietà che fa lo Spirito Santo … Dalle piccole cose, dalle piccole tolleranze, dai piccoli gesti di sorriso quando ho voglia di dire delle parolacce …, fino al sacrificio di sé stessi, della vita. … E anche pazienza davanti ai problemi comuni della vita consacrata: pensiamo alla scarsità di vocazioni. … Manca la pazienza e finiamo con l’“ars bene moriendi”. Posso domandarmi: … accade nel mio cuore? La mia pazienza è finita e vado avanti sopravvivendo? Senza pazienza non si può essere magnanimi, non si può seguire il Signore: ci stanchiamo. Lo seguiamo fino a un certo punto e alla prima o alla seconda prova, ciao. … Questa “ars bene moriendi”, è l’eutanasia spirituale di un cuore consacrato che non ce la fa più, non ha il coraggio di seguire il Signore. E non chiama … … State attenti su queste tre “p”: la preghiera, la povertà e la pazienza. State attenti. E credo che piaceranno al Signore scelte – mi permetto la parola che non mi piace – scelte radicali in questo senso. Siano personali, siano comunitarie. Ma scommettere su questo. … E vi auguro fecondità. Mai si sa per quali vie passa la mia fecondità, ma se tu preghi, se sei povero, se sei paziente, stai sicuro che sarai fecondo”. L’incontro è continuato in tempi di confronto tra tutti i partecipanti e in lavori specifici per le distinte realtà Ordo virginum, Istituti religiosi, Società di vita apostolica, Istituti secolari, Nuovi istituti e nuove forme, Associazioni e Movimenti. I lavori di gruppo sono stati uno spazio importante di incontro tra le persone e la condivisione di riflessioni ed esperienze sulla consacrazione, sul carisma, sulla fraternità e missione. Spazio di confronto dove riconoscere gli elementi comuni di sequela Christi, lo specifico di ogni realtà, la necessità di avviare cammini di rinnovamento per una cultura della formazione permanente, di integrazione tra culture differenti e avviare processi di dialogo tra le radici di fondazione e l’oggi. A conclusione di questi tre giorni, il cardinale João Braz de Aviz, ha indicato che: “Dobbiamo continuare a camminare insieme, in modo sinodale, perché lo Spirito Santo parla solo dove c’è armonia di vita fraterna”. La riflessione sul tema della “consacrazione”, iniziata in questi giorni, deve essere ulteriormente sviluppata, prima di tutto dalla prospettiva teologica, tenendo conto degli insegnamenti del Vaticano II e del Magistero; tutto questo è fatto meglio in comunione con altri Dicasteri. Da parte sua, mons. José Rodríguez Carballo, Arcivescovo Segretario, ha affermato: “La consacrazione è una realtà dinamica, in itinere… È una identità in relazione, perché il carisma ha un aspetto relazionale. Possiamo essere l’aurora della Chiesa – come ieri ci ha detto il Papa – se camminiamo insieme, in comunione con la Chiesa e in comunione con il mondo”. Sono stati giorni intensi ma belli, si è respirato un’aria nuova… il desiderio di un rinnovamento che sappiamo essere difficile perché passa per la vita di ciascuno, ma che si è visto nei modi di condurre, nelle riflessioni aperte, nell’accoglienza della diversità e nel creare fraternità.
in formazione... sempre!
 
A partire dal 23 al 29 luglio 2018, abbiamo avuto l’incontro delle Responsabili di formazione, nel “Colégio do Sardão”, a Vila Nova di Gaia, Porto, Portogallo. Nel pomeriggio inoltrato del 23, siamo arrivate “da mille strade diverse” al luogo dell’incontro e il 24 abbiamo iniziato i lavori con la presentazione personale, in modo creativo, usando la dinamica della “tela di ragno”. Lì, in cerchio, ci siamo messe a lanciare il gomitolo l’una all’altra, gesto semplice che stava a significare un’unione, una comunione e l’appartenenza alla CM e che ha contribuito anche a tessere legami di conoscenza, di accoglienza reciproca, fatti di ascolto, di attenzione… Hanno preso parte al nostro incontro: la Presidente Martina Cecini, la Vice-presidente Serafina Ribeiro e le responsabili della formazione: Teresa Pozo del Cile, Antonieta N’Dequi della Guinea-Bissau, Justina Carneiro del Portogallo, Santina Pirovano dell’Italia e Lucy Ekawati dell’Indonesia, che ha partecipato a questo incontro come invitata. Per vari motivi Irma Pedrotti dell’Argentina e Orielda Tomasi dell’Italia non hanno partecipato personalmente all’incontro, ma hanno, nel contempo, fatto arrivare le relazioni sulla propria realtà formativa. Martina, nella sua introduzione, ha presentato un breve riassunto sul percorso storico degli incontri delle formatrici fino al 2015. Abbiamo dedicato il primo giorno di lavoro alla lettura delle relazioni di formazione, giá preparate prima, fatta da ciascuna Responsabile. Il dialogo che ne é seguito ci ha aiutato a conoscere di più e meglio: le giovani in formazione, il contesto formativo dei 4 continenti (Africa, Asia, America Latina ed Europa), i vantaggi della pianificazione e programmazione degli incontri, l’importanza del gruppo che cura la formazione, l’imparzialità e la fraternità tra tutte le missionarie, dalle più esperte alle più nuove… Nei giorni 25 e 26, al mattino, è venuto a lavorare con noi padre João de Deus, che ci ha presentato il tema dell’Affettività, suddiviso in due parti: l’Affettività e la conoscenza; Affettività e relazione; Affettività e comunione. Ha alternato ciascuna conferenza con dinamiche di gruppo e plenarie. I contenuti delle sue relazioni, ci sono stati presentati con competenza e rigore scientifico e spiegati attraverso la sua personale testimonianza e la sua esperienza come psicologo. A questa parte dell’incontro hanno partecipato anche due missionarie del gruppo di Porto: Margarida da Silva Vieira e Teresa Castro. Nelle celebrazioni eucaristiche di questi due giorni Padre João ha cercato nelle sue omelie di collegare e fare sintesi tra i contenuti presentati e la Parola di Dio. Personalmente mi sono sentita interpellata a visitare, aver cura con impegno e tenerezza di questa vigna della mia affettività perché sia ogni volta di più un canale di comunione e di amore gratuito: Agape. Sì, l’affettività è un dono ed un impegno che compete a ciascuna, per conoscere, aver cura, accogliere, contemplare, purificare, manifestare…perché sia manifestazione di perdono, di compassione, di tenerezza, di affetto, di bontà, di libertà… Il 26 pomeriggio abbiamo proseguito i lavori tra di noi. Justina ci ha presentato i vantaggi della pianificazione e programmazione degli incontri di formazione, nel senso di realizzare le finalità in ogni tappa della formazione stessa. Ha sottolineato anche la necessità di essere flessibili davanti a situazioni che eventualmente sorgessero in modo imprevisto. Ha aggiunto anche la necessità di scambiarci tra di noi il materiale della formazione. Mi è stato chiesto d fare un piccolo accenno sui giovani, partendo dalla mia personale esperienza di lavoro con loro a livello sia professionale che pastorale, e la presentazione di alcuni passi dei discorsi dei papi Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Abbiamo riflettuto sulla necessità di imparare a condurre i giovani con serietà; a far loro proposte coraggiose; a credere in se stessi, a dir loro che solo Gesù è e sarà sempre la risposta ai grandi desideri… Abbiamo visto l’importanza di sensibilizzare le persone degli ambienti in cui siamo inserite per accompagnare la XV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI – a tema “i giovani, la fede ed il discernimento vocazionale” in programma dal 3 al 28 ottobre 2018. Ci siamo interrogate sul valore della verifica e del confronto con le responsabili di gruppo, in particolare su ciò che si riferisce al discernimento e alle opzioni relative al progetto comunitario e personale: “il fratello aiutato dal fratello è come una città fortificata”. Ci si sono presentate talvolta situazioni di missionarie che incontrano difficoltà nel conciliare l’assistenza ai loro familiari malati e la partecipazione alle iniziative della CM. Questo argomento deve essere presentato con chiarezza nella formazione di base e deve essere verificato, caso per caso con la responsabile, per il bene della stessa missionaria e per aiutarla nella sua effettiva partecipazione alla vita del gruppo di appartenenza… Martina ci ha parlato di inculturazione della formazione nei diversi contesti culturali, sociali ed ecclesiali e Anna Maria Berta ci ha presentato uno studio esaustivo sul voto di povertà nelle diverse versioni dello Statuto, fino all’attuale. Ha dato spazio anche al tema del testamento, all’aspetto economico ed amministrativo. Nei nostri incontri, la Liturgia è stata preparata e celebrata in spagnolo, italiano e portoghese. Il 28 siamo andate a Fatima a rendere grazie a Maria e ad affidarle la nostra missione. Una coppia di amici, Fernanda ed Enrico, si sono messi a nostra disposizione con le loro auto ed hanno trascorso con noi la giornata. È stato un gesto di gratuità, di amicizia che ci ha consentito di stare insieme, pregare, conoscerci meglio e stringere legami di comunione…Mai dimenticheremo ciò che hanno fatto per noi. La mattina del 29 abbiamo concluso i lavori e, la sera, insieme con Fernanda ed Enrico, siamo andati alla parrocchia di Carvalhosa, alla messa celebrata da padre Pedro, dehoniano. Il Collegio dove abbiamo fatto gli incontri era magnifico: silenzio, fiori, tanti fiori, un giardino, un boschetto… e l’accoglienza di Sr. Gorete e di Margarida è stata eccellente, ci siamo sentite veramente a casa. Abbiamo vissuto tanti piccoli gesti fatti di affetto, di condivisione di sogni e di difficoltà, di sorrisi, di ascolto attento, di offerta di ricordini che ciascuna ha portato dalla sua terra, di complicità nella missione, del già e non ancora, nel nostro processo di crescita e nella fatica di “darci alla luce”, di rinascere e di crescere. Siamo partite in diaspora, con la missione di continuare ad avere cura della nostra formazione – “darci alla luce”, rinascere, crescere…SEMPRE; di servirci degli strumenti che abbiamo ricevuto e che ci possono aiutare a vivere la nostra affettività con un’energia che umanizza, che genera comunione, fraternità; di trasmettere ai nostri gruppi i doni che abbiamo ricevuto e di migliorare il nostro servizio di formatrici… Ciò che comunico dice molto di ciò che è stato trattato e che abbiamo vissuto; lascio spazio aperto alla possibilità di provocare un dialogo con le altre partecipanti, che potrà essere molto fecondo, informativo e formativo. 
tempo di incontro
 
Se mi dovessero chiedere come è andato l’incontro delle Responsabili di Formazione 2018, mi viene spontaneamente una risposta molto semplice, che è però molto significativa: tempo di incontro. Si ci siamo incontrate nuovamente tutte insieme ed abbiamo condiviso e sfruttato al meglio il tempo che avevamo a disposizione. Anzi ancora di più, abbiamo lavorato portando nel nostro cuore questa responsabilità dell’incontro, dell’essere “noi”, della comunione nella formazione delle persone nei distinti paesi e continenti. Il nostro essere missione e comunione è stato il terreno del nostro incontro. Così è stato il tema svolto dell’ “Affettività” presentato da padre Joao de Deus Costa Jorge, diocesano e l’attenzione delicata delle suore Dorotee del Collegio Sardão eravamo ospitate. Anche il nostro pellegrinaggio al Santuario di Fatima insieme a una coppia amica e la speciale partecipazione di Teresa Gonçalves ed Elvira che ci hanno raggiunto da Lisbona ... tutto ci ha parlato di incontro. Per ultimo, l’incontro gioioso e la partecipazione alla prima messa di un sacerdote dehoniano p. Pedro Gomes, amico delle missionarie portoghesi. Un vero incontro con Gesù e la comunità, per far crescere in noi la Vita e vita in abbondanza. Bello ed emozionante è stato anche l’arrivo a Porto dove abbiamo potuto conoscere la nuova casa della CM, qui siamo state ospitate sia all’arrivo che alla partenza. Ringrazio in particolare Lucia Correia e Teresa Castro, insieme anche ad Antonietta per la calorosa accoglienza. Casa di incontro, terra di incontro, cuori di incontro... tutto questo per dire che è la manifestazione del dono della comunione nelle piccole e grandi cose e nelle esperienze vissute. Tempo di incontro per “Vivere la comunione e la missione con un cuore accogliente e misericordioso”.
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