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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
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Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 13 / 11 / 2018
    CONSIGLIO CENTRALE
    28 gennaio - 2 febbraio 2019, a Bologna... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    CONSEJO CENTRAL
    28 de enero - 2 de febrero 2019, en Bolonia... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    CONSELHO CENTRAL
    28 de janeiro - 2 de fevereiro de 2019, em Bolonha... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La Presidente in Guinea Bissau
    Martina visiterà il gruppo della Guinea dal 6 dicembre 2018 al 9 gennaio 2019. La accompagniamo con... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    A Presidente em Guiné Bissau
    A Martina visitará o grupo da Guiné, de 6 de dezembro 2018 a 9 de janeiro 2019. Acompanhamo-la com... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La presidenta en Guinea Bissau
    Martina visitará el grupo de Guinea desde el 6 de diciembre 2018 al 9 de enero 2019. La acompañamo... Continua
festa del sacro cuore di gesu'
 
"Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia". Ez 34, 15-16 CHI CI SEPARERA' DALL'AMORE DI CRISTO? Rm 8,35
il gemello e l'amato
 
Il Vangelo di Giovanni, pur citando in alcune occasioni i “Dodici”, non ci fornisce i nomi di tutti, ma solo di sette di essi: Andrea, Simon Pietro, Filippo, Natanaele, Tommaso, Giuda Iscariota e l’altro Giuda; a questi si devono aggiungere i due figli di Zebedeo, di cui però non compaiono i nomi. Non sappiamo se appartenessero ai Dodici altri tre discepoli “innominati”: uno segue per primo Gesù insieme con Andrea, altri due fanno parte del gruppo a cui appare Gesù risorto, sul lago, nell’ultimo capitolo. Forse uno dei due è quello dell’inizio? Il nome di Simon Pietro – comprese le poche volte in cui è chiamato solo Simone o solo Pietro – ricorre quasi 40 volte: evidentemente è colui, tra i discepoli, su cui l’evangelista vuole attirare di più l’attenzione. Dopo di lui, Giuda Iscariota viene nominato otto volte in quattro scene. Quindi Tommaso sette volte in quattro scene. Dal capitolo 13 in poi compare il più misterioso e affascinante, dopo Gesù, dei personaggi del quarto Vangelo: di lui non si fa mai il nome, ma viene presentato per sei volte come “il discepolo che Gesù amava” e per due volte come “l’altro discepolo”, di cui una volta si specifica “colui che Gesù amava”. Presente in quattro scene decisive, la prima volta nell’ultima cena, per tre volte è in compagnia di Simon Pietro. Sembra dunque possibile – anche se non detto esplicitamente – considerarlo uno dei Dodici. Di lui si afferma solennemente, in due circostanze (Gv 19,35 e 21,24), che è testimone verace di ciò che ha visto e che ha scritto allo scopo di suscitare la fede in coloro che ascoltano. Pare dunque si possa ritenere che, se non proprio da questo discepolo – identificato dalla tradizione in Giovanni apostolo - il quarto Vangelo sia stato redatto dalla comunità che ha raccolto la sua testimonianza e ha creduto. La sete di Tommaso[img2bdx] Due particolari, mi pare, avvicinano il misterioso discepolo amato e Tommaso: per tutti e due è difficile rintracciare il nome proprio; tutti e due hanno un rapporto unico con il Costato di Gesù. Se consideriamo il valore che ha il simbolismo nel Vangelo di Giovanni, il nome di Tommaso suscita più di un interrogativo: il termine aramaico significa gemello; indica dunque una condizione; quasi per timore che non fosse abbastanza chiaro questo significato, per tre volte viene tradotto anche in greco: Didimo – gemello, appunto. L’autore è tanto interessato al significato naturale di questa condizione di gemello o offre piuttosto un simbolo? una indicazione significativa per chi ascolta o legge? gemello di chi? Il gemello è uno che non è solo, ha una particolare vicinanza, somiglianza, legame fraterno con uno o più altri. Quando Gesù decide di recarsi in Giudea, perché l’amico Lazzaro è morto, i discepoli hanno qualche perplessità, perché là volevano lapidarlo. "Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!". (Gv 11,16) Nei discorsi dell’ultima cena, Gesù afferma anche: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via". Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". (Gv 14,3-5) Notiamo la forte aspirazione di Tommaso a stare con Gesù, a condividerne “il posto” e addirittura il destino di morte. Anche se poi, come gli altri, Tommaso perde il contatto con Gesù durante la passione e la morte e anche dopo. "Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo". (Gv 20,24-25) È come se venisse meno il suo essere “gemello”. Stranamente per un “gemello”, è come isolato. Ma il suo desiderio di contatto con Gesù non è svanito, anzi è come acuito ed esasperato dalla gelosia per l’esperienza degli altri che a lui è mancata. Il grido di Tommaso, che vuole vedere e toccare il Maestro amato, richiama il desiderio della sposa del Cantico che cerca lo sposo perduto, e il gesto di Maria di Magdala, nel giardino del sepolcro, che vuole stringere a sé il Risorto. Gesù stesso aveva voluto suscitare nel cuore dei discepoli il necessario desiderio di rimanere con lui, di dimorare nel suo amore, per avere la vita e la sua stessa gioia (cf Gv 15,1-11), preannunciando anche il dolore del distacco e la ritrovata gioia del definitivo incontro. La certezza di questo incontro è la sete del cuore di Tommaso: non era stata anche la sete di Gesù sulla croce? Per realizzare questo “essere nello stesso posto” con i suoi amici, cioè nella casa del Padre, nel cuore del Padre, Gesù è morto; i segni nelle sue mani, la ferita nel fianco sono il grido, la certa testimonianza di questo amore: là anelano gli occhi e le mani, il cuore di Tommaso. "Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!". (Gv 20, 26-29) Sembra che a Gesù non sia dispiaciuta la pretesa di Tommaso, perché pur facendogli attendere l’ottavo giorno – il giorno dell’incontro! –, quando si manifesta ai discepoli, si affretta a soddisfare il suo desiderio. Anche Gesù vuole che Tommaso non solo veda, ma penetri nell’amore: “Metti la mano nel mio fianco”! Ma ormai è la fede che gli permette di toccare il Risorto: “Mio Signore e mio Dio!” Poiché vede, Tommaso può credere, così sono beati quelli che per la sua testimonianza certa possono credere, pur senza aver visto. E credendo possono riconoscere nel Cuore trafitto di Gesù la Via dell’amore che conduce al Padre, unica Casa e Riposo per tutti. Forse in Tommaso ci viene indicato il destino di tutti noi discepoli: diventare – toccati dall’amore e illuminati dalla fede - gemelli di Gesù, figli nel Figlio e condividere con Lui l’amore nel seno del Padre. Testimoniare l’amore[img3bdx] “Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18) “Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola nel seno di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?". (Gv 13, 23-25) Il seno è termine normalmente riferito alla madre, indica l’utero, là dove il figlio viene generato e formato nell’amore. Il seno del Padre è il luogo della generazione eterna del Figlio amato, là dove il Figlio conosce il Padre nella tenerezza dell’amore. “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10,30). All’inizio del Vangelo di Giovanni viene anche dichiarata qual è la missione del Figlio: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). E i discepoli che diventano figli contemplano la sua gloria (cf Gv 1,14), cioè la manifestazione di Dio che è Amore. E allora il discepolo amato dal Figlio, come il Figlio è amato dal Padre (cf Gv 15,9-10), è “naturalmente” nel seno di Gesù, durante la cena, rivelazione celebrazione e profezia della vita generata e donata nella libertà dell’amore. E può avvicinarsi dalla stanza della vita – il seno – alla stanza dell’amore – il petto-cuore – per cominciare a intuire almeno la via dell’amore sino alla fine (cf Gv 13,1) intrapresa dal Maestro e Fratello, tradito dall’amico. "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!". E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé [...] Venuti (i soldati) da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con la lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. (Gv 19,25-27.33-37)) Mentre sta per dare la vita, consegnando il suo stesso spirito, per rendere i discepoli figli dello stesso suo Padre, Gesù consegna al discepolo amato la stessa sua madre, Donna e Sposa nuova, chiamata ad essere madre di figli redenti, fratelli del Figlio. Con la madre, l’amato può contemplare la gloria dell’Unigenito trafitto che, dal Costato aperto, offre il sangue e lo Spirito per generare una moltitudine di fratelli. “Volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto” è dunque condizione, origine e culmine della fede che rigenera a vita eterna i figli del peccato e della morte. La missione del Figlio si compie ed è resa feconda nella risurrezione, che consacra come testimonianza inequivocabile dell’amore e fonte eterna di salvezza i segni dei chiodi e il Costato aperto. Per questo il Crocifisso Risorto li offre alla contemplazione dei discepoli tutti, perché ciò che è stato dato come primizia all’amato sia consegnato a tutti, finché ci saranno figli dell’uomo sulla terra. Comprendiamo dunque il desiderio ardente di Tommaso, generosamente esaudito da Gesù, e l’invito insistentemente ripetuto dal discepolo amato ad accogliere la testimonianza di chi – egli stesso, il gemello e gli altri – ha udito, visto e toccato la manifestazione dell’amore divino nel Figlio, perché ognuno raggiunga la pienezza della gioia promessa (cf 1Gv 1, 1-4) . A chi accoglie questa testimonianza nella fede è dato di “vedere e toccare” l’amore ed esserne ogni giorno di nuovo rigenerato. Ognuno può sperimentare, pur nelle contraddizioni e nelle debolezze e nel peccato, di essere l’amato, come il Figlio del Padre e come il discepolo. Ed è inviato come testimone della sorprendente misericordia ricevuta che chiede di essere condivisa.
l'agnello mistico
 
Fabrice Hadjadj, trentotto anni, francese, nato da genitori ebrei di origini tunisine e convinzioni maoiste, ama presentarsi come un «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Al cattolicesimo è approdato dopo una giovinezza trascorsa tra l’ammirazione degli ideali rivoluzionari della Comune di Parigi e l’immersione nella lettura dei grandi nichilisti del Novecento. Ha scelto di battezzarsi e diventare cattolico alla soglia dei trent’anni e se gli domandi perché l’ha fatto replica divertito: «Sono io che mi chiedo: perché non l’ho fatto prima?». Fabrice Hadjadj insegna in un liceo e nel seminario diocesano di Tolone, ma è soprattutto un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico, autore di una decina di libri in forma di saggi e drammi teatrali. È sposato e ha tre figlie. Il suo percorso ci parla del modo meraviglioso come Dio ci conduce e testimonia di una Europa che, nonostante le sue stravaganze, ha ancora linfa sufficiente per fare scaturire personalità cristiane significative. [img2bcx] Cristo immolato Nella tradizione, il Cristo è simbolizzato da differenti specie di animali: pesce, leone, montone, capro, aquila, pellicano, gallina, ed anche dal serpente (quello di bronzo che Mosè alza nel deserto), o ancora dal verme di terra…Il Verbo fatto uomo ricapitola in lui sia la fauna sia tutto il cosmo. (Uomini e bestie tu salvi, Signore, dice un versetto del salmo 36, principio ancora inconcepibile di un’ecologia soprannaturale). Ma, tra tutte le specie di questo zoo mistico, l’agnello è sempre l’animale prediletto. Per il suo candore, per la sua grazia, per la sua età e la sua docilità, lui rappresenta meglio degli altri la vittima innocente. La sua immagine si trova già nelle catacombe. Possiamo dire che ha la stessa età della Croce. Sul legno del supplizio, i primi crocifissi sospendono un agnello, non un uomo…E, la porta dei tabernacoli, ancora oggi, è abitualmente ornata da un agnello attraversato da una croce simile ad una lancia. Questa preminenza simbolica dell’agnello viene dalle Scritture sante e si vede confermata dalla liturgia della Chiesa. Nella Genesi, è senza dubbio la prima offerta gradita a Dio: Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso (Gen. 4, 4). Nell’Esodo, è l’animale della Pasqua che gli Ebrei devono mangiare: il suo sangue sugli stipiti e sull’architrave delle case li proteggerà dal passaggio dell’angelo sterminatore. In Isaia e in Geremia, è la metafora del Messia sofferente: Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello (Is. 53, 6-7) – E io, come agnello mansueto che viene portato al macello…(Ger. 11, 19). Anche il Battista designa Gesù come l’Agnello di Dio… (Gv. 1,29 e 36). Questo stesso vangelo dice ancora, al momento del colpo di lancia: Non gli sarà spezzato alcun osso (Gv. 19, 36), prescrizione dell’Esodo riguardo all’agnello pasquale (12,46). È una citazione cruciale, giacché fa della Passione il compimento della Pasqua giudaica, e del Crocifisso il vero Agnello. San Paolo può dire ai Corinzi: Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! (1Cor. 5,7). Infine, nel Apocalisse, la vittima sofferente diviene vittima trionfante: L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione (Ap. 5,12). Il legame diretto con l’agnello mangiato durante la cena pasquale fa di lui il simbolo per eccellenza dell’Eucaristia: parla allo stesso tempo del sacrificio e della comunione, ma parla anche della triplice dimensione di memoriale, di viatico e di anticipazione della gloria futura. Proprio prima di consumarla, il prete presenta l’ostia usando le parole di Giovanni Battista: Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! E la riforma liturgica aggiunge queste parole sublimi: Beati qui ad coenam Agni vocati sunt, “Beati quelli che sono chiamati alla cena dell’Agnello”. Vediamo dunque l’Agnello Mistico in piedi sulla tovaglia bianca dell’altare l’arteria forata e il suo sangue che scaturisce e cade nel calice d’oro. Il rosso del sangue è rafforzato dal rosso dell’altare. Intorno, gli angeli agitano il turibolo, otto sono in ginocchio a mani giunte, quattro tengono le Arma Christi. Da destra a sinistra, il primo tiene gli steli di canna e la colonna della flagellazione; il secondo il flagello e, sopra un’asta, la spugna imbevuta di aceto; il terzo la lancia e i chiodi; il quarto la corona di spine e la Croce sormontata dall’iscrizione in ebraico, greco e latino: Gesù Nazareno, re dei Giudei. Nessuna arma, nessun attrezzo, nessuna macchina è più efficace di questi stessi strumenti. Loro sono i gioielli insuperabili della tecnica. Sono gli strumenti della Salvezza. [img3bcx] La fontana della vita Centriamo adesso la nostra attenzione sulla striscia scura che spezza a metà la parte bassa del Retablo aperto. Essa ci conduce alla fine dell’Apocalisse. Il suo ultimo capitolo comincia con queste parole: L’angelo mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap. 22, 1). Qui il fiume è una fontana. Questa fontana irriga tutta la Gerusalemme celeste. È il principio ecologico della sua flora trasfigurata. Questo stesso messaggio è scritto sul bordo di marmo della fontana: Ecco la sorgente dell’acqua viva che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello. Quest’ultimo nome è rivelatore: questa fontana esce da una piaga. La sorgente profonda è nel cuore di Cristo, Agnello immolato, aperto dal colpo di lancia del soldato. Anche questo, Giovanni l’ha visto. Prima ancora che nella Città celeste, l’angelo gli fa vedere il fiume di vita sul Golgota; lì Giovanni ha visto scorrere il sangue e l’acqua (Gv. 19, 33-35). La Chiesa esce così dal fianco di Cristo come Eva è uscita dal fianco di Adamo. Il sangue e l’acqua corrispondono ai due principali sacramenti che la generano. «Dal fianco di Cristo scaturisce l’acqua che lava e il sangue che riscatta. Per questo il sangue si rapporta al sacramento dell’Eucaristia, e l’acqua a quello del Battesimo» (Santo Tommaso d’Aquino). Il catino della fontana è ottagonale. Sono numerosi i Battisteri che hanno questa forma. Il numero otto rimanda alle beatitudini (Mt. 5, 3-10): Beati i poveri…Beati i perseguitati…Ci ricorda che il peso della gloria si dirige di preferenza verso la Croce. Ma ci ricorda anche che il peso della Croce sbocca nella gloria: è questa la cifra della Risurrezione. La Risurrezione di Cristo è avvenuta in una domenica, primo giorno della settimana. Ma questa domenica si può comprendere come il giorno dopo il settimo giorno: questo ottavo giorno dove la settimana esce dai binari, dove tutta la Creazione varcherà il muro del tempo per entrare nello splendore dell’Eterno. Possiamo dire che la prospettiva di questo catino ottagonale comanda tutta la composizione del pannello. Se la fontana irriga il Paradiso, non è certo per dei canali tracciati a righello, ma in una forma veramente pittorica. Questa si allarga alla forma ottagonale degli angeli intorno all’altare e poi ancora ai quattro gruppi dei beati. La sua freschezza si irradia per omotetìa, come un fiore che si apre. Come la colomba irradia con grande splendore nella parte superiore, la fontana irradia discretamente nella parte inferiore. Questa si situa nell’asse verticale della divinità [guardare tutto il polittico]. Quest’asse parte dal cielo per arrivare alla terra, dalla presenza di Dio in lui stesso alla presenza di Dio nei sacramenti. Comincia con il Signore in maestà, continua con la colomba dello Spirito, incontra il candore eucaristico dell’Agnello, finisce su questo catino battesimale allo stesso tempo limpido e oscuro. Se a partire da esso tutto sembra aprirsi, tutto in esso sembra anche riassorbirsi. Esso conduce agli elementi i più materiali. All’acqua e alla creta dell’origine. Origine della Genesi e origine dell’opera stessa. La terra e l’acqua forniscono i materiali alla pittura. Ma essi costituiscono anche i suoi due limiti formali: l’informe e la trasparenza. Siamo allora alla sorgente simbolica e reale, allo stesso tempo, dell’arte e della vita. E il pittore ci invita a bere a questa sorgente. Non vedete proprio in basso questo rivolo oscuro che ci chiama? L’asse della divinità finisce in una canalizzazione. Essa vuole riversarsi sopra l’altare, al di fuori del quadro. Vuole anche discendere fino allo spettatore. A tal punto da fare di questo spettatore un attore e che questo ascolti, per finire, alcune delle ultime parole dell’Apocalisse: Lo Spirito e la Sposa dicono:”Vieni!”. E chi ascolta, ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita (Ap. 22, 17).
dal cuore di cristo al nostro cuore
 
La solennità del Sacro Cuore che la Chiesa ci propone, ogni anno, nel mese di giugno, ci offre l’opportunità di fermarci davanti all’icona del Cuore Trafitto e di tentare di penetrarla con lo sguardo della fede e della saggezza scaturita da un’abituale e costante contemplazione. Infatti la nostra spiritualità, come dice lo Statuto della Compagnia Missionaria, «scaturisce dalla contemplazione di Cristo nel mistero del suo Cuore Trafitto…» (nº5). Ma cos’è una spiritualità? Tra tante altre cose possiamo dire che la spiritualità è la realizzazione della fede; che è costituita dalle linee di forza che ci fanno camminare; la possiamo paragonare anche al flusso delle onde che danno una certa forma, che plasmano e levigano chi vi s’immerge. La spiritualità ci porta a vivere la nostra fede, a realizzarla nel quotidiano, non in modo generico, ma dandoci uno sguardo proprio, specifico, una sensibilità e una tonalità propria che impregna tutto il nostro essere e il nostro operare; tale e quale come lo stile che impregna tutta l’opera di un artista. «La contemplazione del Cuore Trafitto ci fa scoprire la rilevanza che la nostra spiritualità ha per il mondo in quanto risponde alle attese più profonde dell’uomo e della donna di oggi», leggiamo ancora in un altro dei nostri documenti (RdV nº5). Mentre contempliamo ogni giorno il Cuore di Cristo che ci indica non solo e innanzitutto come dobbiamo amare, ma come siamo stati e siamo amati; che ci parla della possibilità di un mondo trasfigurato dall’accoglienza dell’Amore donato e dallo Spirito che tutto può vivificare, diventiamo consapevoli che questa spiritualità, centrata nel Cuore del Figlio di Dio, è veramente rilevante per il nostro mondo. Un mondo che in questi ultimi due secoli, in una corsa progressivamente folle, ha scisso l’intelligenza dall’amore, la ragione dalla passione, la mente dal cuore. Tornare al cuore Parlare del cuore non è facile. Molte volte si può correre il rischio di essere fraintesi, di far scadere il discorso in una sbiadita letteratura sentimentalista o meramente psicologica. Ma c’è nella tradizione cristiana – sia occidentale e ancora più in quella orientale – un solco molto fecondo che, utilizzando questa metafora del cuore, ha dato vita ad una “theologia et philosophia cordis”, che ha le sue radici nel ricco humus biblico e patristico e che ci può venire in aiuto di fronte all’urgenza ineludibile di riaffermare il primato della persona su ogni forma di astrazione e di una persona unificata. L’antropologia cristiana – soprattutto quella orientale – è un costante invito a ripensare all’unità di fondo della natura umana, la relazione sostanziale tra corpo, anima e spirito; un’antropologia tesa alla piena realizzazione della persona e della sua umanità, fino alla “divinizzazione”, alla trasfigurazione di questa umanità in tempio di gloria. La filosofia, la teologia, ma direi anche il comune lavorio del pensare dovrebbero aiutarci ad avere una visione dell’interezza di tutto il nostro “essere persone in relazione”, permettendoci di captare il legame tra il pensiero e l’enigma dell’esistenza, la conoscenza logica e quella simbolica, ossia non perdere il contatto con la radice vivente e vissuta della conoscenza. Guardando intorno a noi ci rendiamo conto che alla perdita progressiva di una visione d’insieme del senso, di una conoscenza sapienziale e relazionale, è corrisposta una naturale “perdita del centro”, una caduta del significato dell’interiorità, dell’”intelligenza del cuore”. E con questo, la persona umana – uomo e donna – è diventata sempre più povera e profondamente smarrita, nonostante l’insistente e quasi ossessiva esibizione della sua forza, del suo potere, della sua presunzione egocentrica, del suo dominio tecnologico. Una persona sempre più fragile, che vive sospesa tra l’incapacità di affrontare il presente e l’ansia del futuro. Per raggiungere una rinnovata istanza antropologica che abbia al centro la persona, nell’interezza di tutto il suo essere personale in relazione, ci pare che la metafora che meglio risponde è quella del “cuore”. «Metafora e reale corporeità vivente, identità pulsante, il cuore è la voce silenziosa, il centro misterioso della persona, il suono e il ritmo che raggiungono l’anima. La sua profondità è un “appello amoroso” che cela e insieme disvela l’enigma e la bellezza insondabile dell’animo umano» . Essere di casa nel Cuore di Cristo Chi contempla, giorno dopo giorno, il Costato Trafitto, che “suggella l’ineffabile mistero dell’amore divino”, non può non sentire e non accettare l’invito di Cristo ad entrare nel suo Cuore o a lasciare che sia Lui a venire ad abitare nel nostro cuore. Infatti, Lui stesso ci dice: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Ed entrare nel suo Cuore o lasciare che sia Lui a venire in noi non è irrilevante sia per la nostra vita sia per il mondo a cui siamo, per missione, inviati. Questo duplice movimento ci fa avere accesso alla sua intimità, ci fa esperire una relazione e una relazione che ci propone una dimensione inaudita e impensabile – quella della reciprocità. Esperienza che lavora il nostro proprio cuore e lo fa diventare davvero il centro della nostra persona, lo matura e lo rende capace di aprirsi a quanti ne hanno bisogno. E la dimensione della relazionalità è oggi un segno dei tempi e una emergenza che dobbiamo sapere cogliere e a cui dobbiamo rispondere con arte e competenza. È importante sapere “avvicinarsi” a chi cammina per le nostre strade, a volte delusi e stanchi, come i discepoli di Emmaus (cfr. Lc.24,13-35), camminare e discorrere con loro, cioè entrare in relazione. C’è anche la promessa del “cenare insieme” che ci fa pregustare il banchetto del Regno e ci attrezza per vivere una dimensione di convivialità di cui il mondo mi sembra veramente assetato: una convivialità gustata che ci dà la forza di giocarci in favore di una società meno istituzionalizzata e in cui si vivono rapporti responsabili e responsabilizzanti. Entrare nel Cuore di Cristo vuol dire lasciarsi purificare dall’Acqua e dal Sangue che da esso scaturiscono, quale fonte inesauribile e vitale. Ora, il cuore, nucleo più intimo e segreto della persona, questo punto di congiunzione dell’umano con il divino dove “è nascosta la bellezza incorruttibile dello spirito, la bellezza autentica” è anche, secondo la grande tradizione biblica e spirituale cristiana, la sede del bene ma anche del male, dell’amore ma anche dell’odio e di tante perversioni. In tale senso il cuore è anche il centro della libertà, nel quale si gioca continuamente la possibilità della propria salvezza o della propria caduta, del fallimento della vita. Il cuore, quale profondità abissale della persona, ha bisogno sempre di intraprendere una profonda opera di purificazione e di trasfigurazione fino ad arrivare alla perfetta bellezza del cuore purificato. Tutti i grandi maestri spirituali hanno parlato dell’arte di purificare il cuore , proponendo un cammino ascetico che ci porti alla “libertà nella creatività” e ci apra all’accoglienza dell’amore come grazia donante. Ma, davanti all’icona giovannea del Cuore Trafitto dove “uscì sangue e acqua”(Gv.19,34) – ci sembra di scorgere come una scorciatoia che l’amore di Dio, svelato e testimoniato dal suo Unigenito, ci apre. Per purificare il nostro cuore, per renderlo integro e capace di comprendere che “l’amore è la più profonda espressione della personalità” basta lasciarsi immergere in questa acqua e in questo sangue che scaturiscono dal suo fianco squarciato. Non è una scorciatoia di facilità ma di radicale consegna che ci può portare alla paradossale esperienza che hanno fatto “quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap. 7,14). Sorgente generatrice di sapienza Abbiamo detto sopra che una delle malattie della nostra cultura è causata dalla scissione tra l’intelligenza e l’amore, tra la ragione e la passione, tra la mente e il cuore. Ci pare che imparare a frequentare il nostro cuore e il Cuore del Maestro possa tracciare una via alla ricomposizione di questi aspetti che fanno sì che la vita sia più ricca e più piena. Infatti, frequentare di più il nostro cuore può avere conseguenze importanti sul piano filosofico, teologico e esistenziale, in quanto il cuore può tornare ad essere sorgente generatrice di sapienza che scaturisce dall’incontro con il tessuto della vita, con la radice vivente e vissuta della conoscenza, dalla quale è stata separata. Nel cuore, luogo dell’interiorità della persona, organo e simbolo della sua unità viva e creatrice, che conserva l’energia di tutte le forze dell’anima e del corpo, convergono, nella loro tensione antinomica, l’ardimento dell’intelletto e la più intensa tensione ascetica, ragione e passione, comprensione e stupore, fondazione di significato e luce di una “conoscenza che diviene amore”. Non una conoscenza astratta, ma una sapienza che nasce dall’amore, dal cuore purificato, dalla grazia che arde come fiamma dentro di noi, come roveto ardente che brucia senza consumarsi. Se già il nostro cuore purificato può essere come un roveto ardente, tanto più lo è il Cuore di Cristo. “Fornace ardenti di carità” – recitano le litanie del Sacro Cuore. E allora, accostarsi a questo Cuore, entrare in esso, vuol dire lasciarsi toccare dal Fuoco che riscalda, che illumina, che permette la trasfigurazione luminosa della persona. Vuol dire fare esperienza in noi della “divinoumanità” di cui parla la teologia ortodossa; vuol dire lasciarci riempire interamente da questa luce, da questo fuoco che offre a noi e al mondo vie di risurrezione; vuol dire accogliere e far crescere il germe della trasfigurazione divina del mondo che l’Incarnazione del Verbo ha seminato nei solchi della nostra terra. Per superare la modernità dal di dentro, occorre una spiritualità di trasfigurazione, una spiritualità pasquale, una spiritualità di risur-rezione. Occorrono persone trasfigurate, luminose, gioiose, appassionate. Persone chiamate a testimoniare, senza troppa ansia e troppo assillo questo che, a mio parere, può essere una via regia di evangelizzazione.
incontro tra istituti secolari che fanno riferimento al sacro cuore di gesù
 
Domenica 16 novembre 2008 ha avuto luogo a Milano un incontro tra Istituti Secolari che fanno riferimento al Cuore di Gesù. E’ stato un confronto aperto, in una atmosfera veramente fraterna che ha permesso di mettere in comune esperienze, ma anche problemi e difficoltà. Abbiamo iniziato scambiandoci informazioni su come ogni Istituto vive la spiritualità del S. Cuore e abbiamo notato con piacevole sorpresa che l‘aspetto della riparazione è vivo e presente nella spiritualità di ogni Istituto anche se con termini diversi: volgere lo sguardo al Cuore trafitto e contemplarlo rimanda alla realtà secolare che viviamo e che dobbiamo vivificare e trasformare anche con la riparazione. La giornata, che ha avuto luogo presso la sede della Compagnia Missionaria, aveva come tema “La spiritualità del S.Cuore, quale sfida per l’oggi?” I lavori sono stati avviati dalla riflessione di P. Francesco Duci scj, qui riassunta: La devozione al Sacro Cuore, quale sfida per il mondo di oggi? Il titolo parla di sfida al mondo e penso che ad essere sfidata o diffidata non è proprio la devozione al S. Cuore, ma l’intera fede cristiana. Sfida sproporzionata in fatto di armi: è come tra il piccolo Davide e il gigante Golia. Il guanto della sfida è già stato raccolto dalla Chiesa cattolica: è la sfida di tutto il cristianesimo di fronte al mondo e la risposta è il dialogo aperto. La prima consegna del Concilio Vaticano II è stata quella di polarizzare ogni evangelizzazione sul Vangelo. Forse l’errore è stato di abbandonare le devozioni a se stesse, di lasciarle camminare ai bordi della strada cristiana, quando non anche contromano. E’ la cosiddetta “religione” che pensa di dover mettere sempre in atto qualcosa da fare per onorare Dio. Ora bisogna rigirarsi di 360 gradi, rimettersi nella giusta prospettiva di chi va a ricevere ciò che Dio ha deciso di donarci e ad ascoltare ciò che Dio ha deciso di dirci. “Piacque a Dio…rivelare Se stesso e manifestare il mistero della sua volontà..” (Dei Verbum n. 2) Dio si è mosso verso di noi con l’intento di rivelare e donare se stesso. Ecco il mistero formidabile da far conoscere e desiderare, questa è la missione della Chiesa; la nostra predicazione deve portare il Vangelo, deve parlare di Dio e la devozione al S. Cuore più che laboratorio di sentimenti e di affetti o officina di pratiche, deve essere luogo di evangelizzazione. Ciò che fa difficoltà all’uomo di oggi, non è il vangelo, ma è Dio. L’uomo sta abituandosi a vivere anche senza Dio. Sono molteplici le cause che stanno all’origine di questo impressionante fenomeno e la parte di umanità che ancora crede in Dio, non può disinteressarsene. La sfida è questa e riguarda Dio! Si pensa che basti pronunciare la parola “Dio” per sapere Chi egli sia. Invece sul suo conto ci si fa una infinità di immagini: un Dio buono, ma enigmatico, un Dio dominatore, onnipotente che tutto dispone a suo beneplacito, un Dio preoccupato della sua legge, severamente applicata. Ma Dio è proprio così? Questa è la sfida, che il mondo di oggi lancia alla Chiesa, alla sua predicazione, alla sua fede e alla sua devozione. Forse è proprio il momento più opportuno perché il cristianesimo presenti di nuovo e più consapevolmente l’immagine del Dio vero. Un Dio ha voluto farsi uomo, per sempre, per tutti, per ognuno! L'Incarnazione e la Risurrezione L’attenzione di questo millennio trascorso si è polarizzata sulla croce e sul peccato umano che l’ha provocata e questo a parziale scapito delle due estremità del mistero di Cristo: l’incarnazione (e non il natale!) e la risurrezione, l’una vista come avvio alla croce, l’altra come un miracolo postumo. La teologia odierna sta riscoprendo la centralità della risurrezione e auspichiamo che avvenga anche una riscoperta di valore per l’incarnazione. Un Dio che avanza verso l’umanità, confondendosi con essa, che assume la condizione di vita dell’uomo, il peso del nostro stesso destino di morte; un Dio che accetta la storia, la accoglie sinceramente per amore; un Dio con noi e come noi; un Dio che non ci costringe con la sua evidenza. Forse un Dio così non lo abbiamo sempre annunciato con la nostra parola, ma speriamo un pò di più con la vita. Questa è la sfida! La devozione al S. Cuore dovrebbe farsi carico di divulgare questo lieto annuncio attraverso la suggestiva immagine del S. Cuore e le belle pratiche di pietà che la caratterizzano. Essa è in grado di parlarci di Dio fatto uomo, e non soltanto di un Dio uomo? Di presentare quel cuore d’uomo per quello che veramente è: Cuore di Dio fatto uomo, Cuore trafitto da indicibile passione, quella passione che condivide con tutti gli uomini. Infatti l’immagine del S. Cuore fa memoria non soltanto della passione, ma anche dell’incarnazione e della risurrezione. Ciò che il Cuore di Gesù ha da dirci oggi di più urgente non riguarda lui, ma il Padre suo, proprio come nella sua vita pubblica: “Chi ha visto me ha visto il Padre mio” (Gv 14,9); “Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione” (Col 1,15); Gesù Cristo ha rivelato Dio soprattutto con la sua morte e la sua risurrezione” (cfr Dei Verbum, 4). [img2bdx] La Carne e il Cuore Carne – è’ la parola usata dal prologo di Giovanni per indicare l’evento dell’umanizzarsi del Verbo di Dio: “si fece… divenne carne” Attenzione a non stemperare il verbo con un generico assunse, rivestì. Carne indica l’intera realtà umana (corpo, spirito, mente, coscienza, volontà, cuore, affettività, esperienza, storia, relazione. Dio ha vissuto autenticamente da uomo, senza sconti né facilitazioni. Mistero bellissimo, che non è rivelato soltanto dalla parola “carne”, ma anche dalla parola: Cuore che costituisce il cardine della nostra devozione. Occorre recuperare la densità antropologica di questa parola biblica. Il cuore è la profondità interiore, è la conoscenza e l’ esperienza di sé, è il luogo in cui l’essere umano esercita la sua libertà nei confronti di Dio e degli altri. Cuore dice l’essere umano nella sua specifica interiorità. Fa parte della sfida non limitarsi a ricordare i sentimenti di Gesù (mitezza, tenerezza, ecc..). A scongiurare questo basta guardare all’immagine del S. Cuore: si tratta del cuore trafitto di un crocifisso. Tutto ci ricorda la sua storia, la sua vita, la passione che ha accettato di subire da parte degli uomini come dimostrazione del suo amore. Forse la devozione si è un po’ troppo attestata sul fronte degli affetti (affetti di Gesù verso di noi, affetti nostri verso Gesù). C’è uno scarto troppo largo tra devozione e Vangelo, troppa distanza. La devozione viene ad aggiungere di suo un numero di pratiche di pietà caratteristiche, oltre naturalmente a un linguaggio affettivo, che riesce ad aggregare un certo numero di persone che in questo linguaggio si sentono a casa loro. La devozione deve essere un collante che alla professione di fede sa integrare gli affetti, l’elemento emozionale. Consigli Non sfrondare la devozione, ma arricchirla di profondità contemplativa. Il mondo della devozione al S.Cuore. è l’amore. L’amore non si accontenta: questa sfida è con noi stessi. Se Dio ha scelto di farsi uomo, anche noi dobbiamo intraprendere questa strada di abbandono progressivo di noi stessi, per darci anima e corpo al servizio dei fratelli. Anche questa è una sfida con noi stessi. Nel mondo di oggi è spesso difficile parlare dell’amore di Dio, ma cerchiamo di farlo: il silenzio è un grande servizio negato. L’amore di Dio non consiste in un sentimento, ma in un dono: Dio dona suo Figlio (cfr.Gv 3,16). L’amore di Dio non è tanto un sentire, ma un impegno attivo. E’ seguito un vivace dibattito di cui riportiamo soltanto gli interventi più ricorrenti che sottolineano l’importanza di: parlare di spiritualità del S. Cuore più che di devozione, una spiritualità forte, incarnata, secolare. Occorre mutare atteggiamenti, avere il coraggio di svestirsi di tutto ciò che è scontato, cambiare respiro. sottolineare la risurrezione perché siamo stati salvati dalla morte e giustificati dalla risurrezione: questa la speranza, questa è la spiritualità del S. Cuore. Si risorge ogni giorno nel nostro quotidiano, nella ferialità del primo giorno dopo il sabato. cogliere alcuni passaggi fondamentali: quale immagine di Dio proponiamo, che volto mostriamo ai nostri fratelli, gli atteggiamenti e i linguaggi che usiamo dicono accoglienza dell’altro? recuperare il senso di tutto quanto detto che dobbiamo continuare a declinare nella nostra vita. Non è tanto questione di linguaggio, ma di vita. essere donne di speranza, in questo mondo e in questa Chiesa. La fedeltà è importante, ma occorre anche un respiro nuovo. Al termine della giornata tutti i presenti hanno sottolineato la gioia e l’importanza di questo ritrovarsi insieme. Siamo Istituti Secolari con un carisma in parte comune, incentrato sulla spiritualità del S. Cuore che si diversifica poi nei diversi Istituti e assume modalità carismatiche diverse, quasi comune ricchezza che, partita dal Cuore di Gesù, ha poi diversificato le strade. L’esperienza è stata certamente positiva e ci ha spronato ad approfondire lo studio della nostra spiritualità e a rivedere i nostri cammini formativi in questa luce.
volgeranno lo sguardo...
 
L'anelito di Gesù: "Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini eppure dalla maggior parte di essi e spesso anche dai suoi prediletti non riceve che freddezze, indifferenza e ingratitudine..." ... ci interpella costantemente.... - E' necessario guardare di continuo il Crocifisso ed avere un confronto costante con la Scrittura per scoprire il grande AMORE manifestato da Dio Padre in Gesù e per imparare, a nostra volta, a corrispondere, senza "ma" e senza "se", incondizionatamente a Cristo che ha dato tutto se stesso. Qualche passo della Scrittura che ci pone in atteggiamento di riflessione: * 1. "Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto..." (Gv 19, 37); * 2. "Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me" (Gv 12, 32); * 3. "Io sono il Buon Pastore. Il Buon Pastore offre la vita per le pecore..." (Gv 10, 11).
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