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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
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DAL CUORE DI CRISTO AL NOSTRO CUORE
Posted by Lúcia Correia
La solennità del Sacro Cuore che la Chiesa ci propone, ogni anno, nel mese di giugno, ci offre l’opportunità di fermarci davanti all’icona del Cuore Trafitto e di tentare di penetrarla con lo sguardo della fede e della saggezza scaturita da un’abituale e costante contemplazione. Infatti la nostra spiritualità, come dice lo Statuto della Compagnia Missionaria, «scaturisce dalla contemplazione di Cristo nel mistero del suo Cuore Trafitto…» (nº5). Ma cos’è una spiritualità? Tra tante altre cose possiamo dire che la spiritualità è la realizzazione della fede; che è costituita dalle linee di forza che ci fanno camminare; la possiamo paragonare anche al flusso delle onde che danno una certa forma, che plasmano e levigano chi vi s’immerge. La spiritualità ci porta a vivere la nostra fede, a realizzarla nel quotidiano, non in modo generico, ma dandoci uno sguardo proprio, specifico, una sensibilità e una tonalità propria che impregna tutto il nostro essere e il nostro operare; tale e quale come lo stile che impregna tutta l’opera di un artista.
«La contemplazione del Cuore Trafitto ci fa scoprire la rilevanza che la nostra spiritualità ha per il mondo in quanto risponde alle attese più profonde dell’uomo e della donna di oggi», leggiamo ancora in un altro dei nostri documenti (RdV nº5). Mentre contempliamo ogni giorno il Cuore di Cristo che ci indica non solo e innanzitutto come dobbiamo amare, ma come siamo stati e siamo amati; che ci parla della possibilità di un mondo trasfigurato dall’accoglienza dell’Amore donato e dallo Spirito che tutto può vivificare, diventiamo consapevoli che questa spiritualità, centrata nel Cuore del Figlio di Dio, è veramente rilevante per il nostro mondo. Un mondo che in questi ultimi due secoli, in una corsa progressivamente folle, ha scisso l’intelligenza dall’amore, la ragione dalla passione, la mente dal cuore.


Tornare al cuore
Parlare del cuore non è facile. Molte volte si può correre il rischio di essere fraintesi, di far scadere il discorso in una sbiadita letteratura sentimentalista o meramente psicologica. Ma c’è nella tradizione cristiana – sia occidentale e ancora più in quella orientale – un solco molto fecondo che, utilizzando questa metafora del cuore, ha dato vita ad una “theologia et philosophia cordis”, che ha le sue radici nel ricco humus biblico e patristico e che ci può venire in aiuto di fronte all’urgenza ineludibile di riaffermare il primato della persona su ogni forma di astrazione e di una persona unificata.
L’antropologia cristiana – soprattutto quella orientale – è un costante invito a ripensare all’unità di fondo della natura umana, la relazione sostanziale tra corpo, anima e spirito; un’antropologia tesa alla piena realizzazione della persona e della sua umanità, fino alla “divinizzazione”, alla trasfigurazione di questa umanità in tempio di gloria.
La filosofia, la teologia, ma direi anche il comune lavorio del pensare dovrebbero aiutarci ad avere una visione dell’interezza di tutto il nostro “essere persone in relazione”, permettendoci di captare il legame tra il pensiero e l’enigma dell’esistenza, la conoscenza logica e quella simbolica, ossia non perdere il contatto con la radice vivente e vissuta della conoscenza.
Guardando intorno a noi ci rendiamo conto che alla perdita progressiva di una visione d’insieme del senso, di una conoscenza sapienziale e relazionale, è corrisposta una naturale “perdita del centro”, una caduta del significato dell’interiorità, dell’”intelligenza del cuore”. E con questo, la persona umana – uomo e donna – è diventata sempre più povera e profondamente smarrita, nonostante l’insistente e quasi ossessiva esibizione della sua forza, del suo potere, della sua presunzione egocentrica, del suo dominio tecnologico. Una persona sempre più fragile, che vive sospesa tra l’incapacità di affrontare il presente e l’ansia del futuro.
Per raggiungere una rinnovata istanza antropologica che abbia al centro la persona, nell’interezza di tutto il suo essere personale in relazione, ci pare che la metafora che meglio risponde è quella del “cuore”. «Metafora e reale corporeità vivente, identità pulsante, il cuore è la voce silenziosa, il centro misterioso della persona, il suono e il ritmo che raggiungono l’anima. La sua profondità è un “appello amoroso” che cela e insieme disvela l’enigma e la bellezza insondabile dell’animo umano» .


Essere di casa nel Cuore di Cristo
Chi contempla, giorno dopo giorno, il Costato Trafitto, che “suggella l’ineffabile mistero dell’amore divino”, non può non sentire e non accettare l’invito di Cristo ad entrare nel suo Cuore o a lasciare che sia Lui a venire ad abitare nel nostro cuore. Infatti, Lui stesso ci dice: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Ed entrare nel suo Cuore o lasciare che sia Lui a venire in noi non è irrilevante sia per la nostra vita sia per il mondo a cui siamo, per missione, inviati.
Questo duplice movimento ci fa avere accesso alla sua intimità, ci fa esperire una relazione e una relazione che ci propone una dimensione inaudita e impensabile – quella della reciprocità. Esperienza che lavora il nostro proprio cuore e lo fa diventare davvero il centro della nostra persona, lo matura e lo rende capace di aprirsi a quanti ne hanno bisogno. E la dimensione della relazionalità è oggi un segno dei tempi e una emergenza che dobbiamo sapere cogliere e a cui dobbiamo rispondere con arte e competenza. È importante sapere “avvicinarsi” a chi cammina per le nostre strade, a volte delusi e stanchi, come i discepoli di Emmaus (cfr. Lc.24,13-35), camminare e discorrere con loro, cioè entrare in relazione. C’è anche la promessa del “cenare insieme” che ci fa pregustare il banchetto del Regno e ci attrezza per vivere una dimensione di convivialità di cui il mondo mi sembra veramente assetato: una convivialità gustata che ci dà la forza di giocarci in favore di una società meno istituzionalizzata e in cui si vivono rapporti responsabili e responsabilizzanti.
Entrare nel Cuore di Cristo vuol dire lasciarsi purificare dall’Acqua e dal Sangue che da esso scaturiscono, quale fonte inesauribile e vitale. Ora, il cuore, nucleo più intimo e segreto della persona, questo punto di congiunzione dell’umano con il divino dove “è nascosta la bellezza incorruttibile dello spirito, la bellezza autentica” è anche, secondo la grande tradizione biblica e spirituale cristiana, la sede del bene ma anche del male, dell’amore ma anche dell’odio e di tante perversioni. In tale senso il cuore è anche il centro della libertà, nel quale si gioca continuamente la possibilità della propria salvezza o della propria caduta, del fallimento della vita. Il cuore, quale profondità abissale della persona, ha bisogno sempre di intraprendere una profonda opera di purificazione e di trasfigurazione fino ad arrivare alla perfetta bellezza del cuore purificato. Tutti i grandi maestri spirituali hanno parlato dell’arte di purificare il cuore , proponendo un cammino ascetico che ci porti alla “libertà nella creatività” e ci apra all’accoglienza dell’amore come grazia donante. Ma, davanti all’icona giovannea del Cuore Trafitto dove “uscì sangue e acqua”(Gv.19,34) – ci sembra di scorgere come una scorciatoia che l’amore di Dio, svelato e testimoniato dal suo Unigenito, ci apre. Per purificare il nostro cuore, per renderlo integro e capace di comprendere che “l’amore è la più profonda espressione della personalità” basta lasciarsi immergere in questa acqua e in questo sangue che scaturiscono dal suo fianco squarciato. Non è una scorciatoia di facilità ma di radicale consegna che ci può portare alla paradossale esperienza che hanno fatto “quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap. 7,14).


Sorgente generatrice di sapienza
Abbiamo detto sopra che una delle malattie della nostra cultura è causata dalla scissione tra l’intelligenza e l’amore, tra la ragione e la passione, tra la mente e il cuore. Ci pare che imparare a frequentare il nostro cuore e il Cuore del Maestro possa tracciare una via alla ricomposizione di questi aspetti che fanno sì che la vita sia più ricca e più piena. Infatti, frequentare di più il nostro cuore può avere conseguenze importanti sul piano filosofico, teologico e esistenziale, in quanto il cuore può tornare ad essere sorgente generatrice di sapienza che scaturisce dall’incontro con il tessuto della vita, con la radice vivente e vissuta della conoscenza, dalla quale è stata separata.
Nel cuore, luogo dell’interiorità della persona, organo e simbolo della sua unità viva e creatrice, che conserva l’energia di tutte le forze dell’anima e del corpo, convergono, nella loro tensione antinomica, l’ardimento dell’intelletto e la più intensa tensione ascetica, ragione e passione, comprensione e stupore, fondazione di significato e luce di una “conoscenza che diviene amore”. Non una conoscenza astratta, ma una sapienza che nasce dall’amore, dal cuore purificato, dalla grazia che arde come fiamma dentro di noi, come roveto ardente che brucia senza consumarsi. Se già il nostro cuore purificato può essere come un roveto ardente, tanto più lo è il Cuore di Cristo. “Fornace ardenti di carità” – recitano le litanie del Sacro Cuore. E allora, accostarsi a questo Cuore, entrare in esso, vuol dire lasciarsi toccare dal Fuoco che riscalda, che illumina, che permette la trasfigurazione luminosa della persona. Vuol dire fare esperienza in noi della “divinoumanità” di cui parla la teologia ortodossa; vuol dire lasciarci riempire interamente da questa luce, da questo fuoco che offre a noi e al mondo vie di risurrezione; vuol dire accogliere e far crescere il germe della trasfigurazione divina del mondo che l’Incarnazione del Verbo ha seminato nei solchi della nostra terra.
Per superare la modernità dal di dentro, occorre una spiritualità di trasfigurazione, una spiritualità pasquale, una spiritualità di risur-rezione. Occorrono persone trasfigurate, luminose, gioiose, appassionate.
Persone chiamate a testimoniare, senza troppa ansia e troppo assillo questo che, a mio parere, può essere una via regia di evangelizzazione.




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