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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 15 / 03 / 2019
    FESTA DELL\'ECCOMI
    A S. Antonio Abate (Italia) il 24 marzo; a Funchal (Madeira) il 27 marzo; in Guinea Bissau il 30 mar... Continua
  • 15 / 03 / 2019
    FESTAS DO EIS-ME AQUI
    Em Santo António Abate (Itália) , 24 de março; en Funchal (Madeira), 27 de março; na Guiné, 3... Continua
  • 15 / 03 / 2019
    FIESTAS AQUI ESTOY
    En San Antonio Abad (Italia) el 24 de marzo; en Funchal (Madeira) el 27 de marzo; en Guinea Bissau e... Continua
  • 11 / 03 / 2019
    CONSEJO CENTRAL
    8 - 10 de mayo 2019, en Bolonia... Continua
  • 11 / 03 / 2019
    CONSELHO CENTRAL
    8 - 10 de maio de 2019, em Bolonha... Continua
  • 11 / 03 / 2019
    CONSIGLIO CENTRALE
    8 - 10 maggio 2019, a Bologna... Continua
servire in umiltà
 
Studiamo il contenuto del secondo termine della nostra denominazione: Compagnia Missionaria. Etimologicamente la parola è derivata  dal verbo latino: “mittere”= “mandare” e precisamente dal participio passato: “missus” = “mandato”. Nella Scrittura questo verbo è usato spessissimo in tutta la sua coniugazione per significare una finalità ben precisa: l’investitura da parte di Dio di una missione di salvezza. Così, ad esempio, in Genesi (45,5) Giuseppe dice ai fratelli: “Iddio mi mandò avanti a voi in Egitto per il vostro bene”. Mosè, in nome di Dio, si presenta al Faraone per dichiarargli: “Jahve Dio degli Ebrei, mi ha mandato da te per dirti: lascia partire il mio popolo affinché mi renda un culto nel deserto” (Es 7,16)… Anche Gesù si dice mandato dal Padre  come  dono  d’amore  “affinché  ognuno  che  crede  non  perisca, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). La presenza della volontà salvifica di Dio deve durare senza sosta sul cammino degli uomini. Per questo Gesù risorto trasmette la consegna della sua missione agli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”(Gv 20,21). “Andate e istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”(Mt 28,19). L’investitura da parte di Dio importa l’accompagnarsi della sua onnipotenza contro tutte le resistenze e tutte le difficoltà. “Prima che ti formarsi nell’utero ti ho conosciuto, prima che tu uscissi dal seno ti ho santificato: ti ho stabilito profeta per le nazioni” (Ger 1,5). “Tu poi, cingiti i fianchi, levati e di loro quanto ti ordinerò: altrimenti ti farò temere la loro faccia. Ecco io ti pongo, oggi, come città fortificata, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo della terra. Ti faranno guerra, ma non ti sopraffaranno perché io sono con te per salvarti” (Ger 1,17-19) Le pagine della Scrittura sono indistintamente segnate da questa certezza e testimoniano la “strana” azione di Dio. Nella prima lettera ai Corinti, l’apostolo Paolo ha tentato di descriverla così: “Ciò che è stolto per il mondo, Dio lo sceglie per confondere quello che è forte….affinché nessuna creatura possa vantarsi davanti a lui” (1Cor 1,27-29)… Noi e il dono di Dio 1. La chiamata di Dio alla fede è certamente per tutti gli uomini, ma alla perfezione della fede in una integrale imitazione di Cristo e ad una esplicita missione di apostolato, è solo per alcuni. Noi dobbiamo raggiungere la morale certezza di essere fra questi. Come? Forse un indice particolarmente rivelatore è il senso di Dio che lentamente ci invade. E’ la forza del cuore che trascina di prepotenza tutte le facoltà verso colui che sta diventando il grande amore e il grande interesse della nostra vita: “Proseguo la mia corsa, scriveva San Paolo ai Filippesi, per vedere di afferrare Cristo Gesù perché anch’io sono stato afferrato da Lui”. Uno scambio di attenzione. Se la nostra non riesce a diventare preponderante per Dio, arrischieremo di fare un passo che forse non era nei suoi disegni o che, comunque, svuota la sua scelta di quella stabile serenità che egli voleva donarci per farci testimoni della sua vita e della sua gioia in mezzo ai fratelli. La volontà dunque di conquistarci brano per brano a Dio, in un lavoro paziente, sofferto, ma tenace e soprattutto soddisfatto perché è prova d’amore, è ricambio d’interesse, perché è dono di noi stessi a lui, immedesimazione della nostra vita con la sua vita….è un buon criterio per affermare che egli ci ha scelti e portati tra le file della Compagnia Missionaria. 2. La vocazione di Dio è sempre per un dono di salvezza che egli vuol porgere agli uomini per mezzo nostro. “Come posso essere nel mio ambiente una luce che elevi dalle bassezze della quotidiana oscurità, luce che riscalda, illumina e vivifica? Solo se io spesso sto nel cerchio luminoso di Dio. “Il Cristo mi deve illuminare: allora potrò irradiare diffusamente ed efficacemente la sua luce” (B.Naegele). Il filtrare quotidianamente tutto noi stessi: pensieri, sentimenti, parole, atteggiamenti, attività attraverso il Vangelo, perché tutto sappia di Cristo, perché tutto ripeta, quanto meglio è possibile, l’esempio di Cristo, non è solo un lavoro necessario per rendere certa la nostra vocazione “radicandola nell’amore” ma è anche una questione di….onestà professionale. “Investiti di questo ministero,... ripudiamo i sotterfugi dettati dalla vergogna e, invece di comportarci con astuzia e di falsare la parola di Dio, ci affidiamo al giudizio coscienzioso di ogni uomo con la chiara manifestazione della verità al cospetto di Dio….Poiché noi non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo” (2Cor 4,1-5). Sembra legittimo concludere che, per essere degni del mandato di Dio, noi dobbiamo tendere ad essere sacramento di Cristo, come Cristo fu sacramento del Padre. Con il termine “sacramento” intendiamo una realtà umana che ci accosta ed immerge in una realtà soprannaturale. Questo fu certamente il compito dell’umanità di Cristo rispetto alla divinità e all’amore del Padre. “Il Padre ed io siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Ecco perché “chi vede me, vede anche il Padre mio”(Gv 14,9). Possiamo ambire lo stesso traguardo nei confronti della santità e dell’amore di Cristo? Credo sia più esatto dire che “dobbiamo”perché “noi siamo gli operai di Cristo e gli amministratori dei misteri di Dio. Ebbene dagli amministratori non si esige altro se non che siano fedeli”(1Cor 4,1-2). 3. Una parola anche sul contesto in cui Dio ha “calato” la nostra vocazione. Senza dubbio diversi erano i compiti di una vocazione di Dio e re, a profeta, a liberatore del suo popolo. Altrettanto, ai giorni nostri, di una vocazione di Dio all’una o all’altra famiglia di consacrati. La nostra si attua nella Compagnia Missionaria del Sacro Cuore. Peccare di astrattismo è una tentazione facile, ma se seguita ci condurrebbe alla insoddisfazione e alla sterilità. Le linee, dunque, su cui noi dobbiamo erigerci a “segno” di Dio in mezzo ai fratelli ed espletare il dono di grazia che egli ci ha affidato, sono quelle che nello studio, nella pazienza, nell’obbedienza all’indirizzo di Dio e della Chiesa sono maturate per la Compagnia Missionaria. Porci decisamente nelle modalità di servizio che sono proprie della nostra famiglia, amarne la fisionomia, rispettarne le tradizioni, donarci con intelligenza e iniziativa alle sue attività, riscaldare gli ideali e le energie al fuoco del suo spirito, significa vivere nella piena aderenza al piano di Dio e nella soddisfazione di sentirci “realizzati”come lui ha pensato e scelto per noi. “Chi di voi, ha detto Gesù, se ha un servo ad arare o al pascolo, al suo ritorno dalla campagna, gli dice: “Svelto, vieni a metterti a tavola! Non gli dirà invece:”Preparami da mangiare, cingiti per servirmi…poi mangerai e berrai anche tu? Forse il padrone ha degli obblighi con il servo perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi: quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato comandato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto semplicemente quello che dovevamo fare” (Lc 17,7-10). Servire con umiltà, dove e come desidera Dio, è tutto il senso della sua chiamata. Infatti “non siete stati voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho posto sul cammino perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il pensiero conclusivo Questa mattina, celebrando la Santa Messa, sono stato particolarmente colpito dalle parole della consacrazione: “Prendete e mangiate tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Ho pensato che l’essere scelto da Dio era anche una domanda che egli ci faceva di seguire il suo Figlio in tutti i passi del suo cammino, eventualmente anche fino al calvario. Dal giorno infatti in cui Cristo ha compiuto il suo sacrificio, sembra diventata ineluttabile la legge della sofferenza per il traguardo della redenzione. Ho detto al Signore di “si” per me e per voi. Sono stato indiscreto? Spero di no, perché per noi “chiamati”,  il vivere “è una moneta da spendere” per comperare la salvezza nostra e dei fratelli. (Dagli scritti di P. Albino, Bologna, 2-2-1971)
fare comunione
 
Il nostro Statuto al n. 73 dice: “Costruiremo la comunione solo se unite a Cristo e alla fonte inesauribile del suo cuore. Da qui scaturiscono le espressioni concrete della vita di comunione che sono: ascolto, accoglienza, comprensione, perdono, dialogo, corresponsabilità nei confronti di tutti gli uomini, ma in particolare di coloro con cui si svolge il nostro rapporto quotidiano”. E il RdV al n. 72 dice: “perdere tutto piuttosto che perdere la carità”, secondo la consegna del nostro Fondatore. Proponiamo una riflessione di p. Albino sul tema della “comunione” quale filo rosso della nostra storia e del nostro impegno quotidiano. Uno dei modi per incarnarlo oggi ci è suggerito da questa riflessione: “Credo che se confidiamo nella misericordia del Signore ed agiamo secondo il Suo Spirito troveremo la capacità di “fare il primo passo” per un incontro autentico con Dio, tra di noi e con gli altri”… (Vinculum n°1/2018, p. 3 – Lettera di Martina Cecini, Presidente della CM). La denominazione che ci distingue nella Chiesa: “Compagnia Missionaria del Sacro Cuore” ( Statuto, n. 1) ci conduce a fare della nostra Famiglia una nuova Betania, un’oasi di affetto per Gesù, un corpo che vive di magnanima donazione a Lui e ai suoi ideali di salvezza. Approfondiamo il senso dei termini, cominciando dal primo: Compagnia. La parola rende, con immediatezza, l’idea di una realtà compatta, che marcia allo stesso passo, che svolge un’attività unitaria, che si immerge in un unico sacrificio, che tende ad una medesima meta. E’ difficile pensare diversamente mantenendo questa denominazione. Mi pare allora che nessuno più di noi si trovi nella felice necessità di dare concretezza alla volontà di Gesù: “Prego anche per coloro che crederanno in me…affinché tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me ed io in te; così anch’essi siano una cosa sola in noi. Io ho partecipato a loro la gloria che tu mi hai dato ( la divinità attraverso la filiazione divina) affinché essi siano una cosa sola come noi siamo uno, io in loro e tu in me affinché siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che tu mi hai mandato ed hai amato loro come hai amato me” ( Giov. 17, 20- 23). “Fare comunione” con Dio, tra di noi e con tutti gli uomini, nostri fratelli (non solo ontologicamente per la presenza della grazia, ma anche psicologicamente per il nostro volontario apporto intellettivo ed affettivo) è il termine necessario della nostra vocazione. Ma ogni processo di fusione postula che l’individualità e i pregi dei singoli elementi cadano per sublimarsi nelle nuove proprietà del tutto. Credo sia difficile ritenere nell’autentico spirito cristiano chi non è disposto al sacrificio di qualcosa, anzi di tutto quello che è. Cristo non ha alcuna ambiguità al riguardo ( cfr. Lc. 14, 26 e 33). Anche l’apostolo Paolo alza le sue catene come accorato richiamo “all’unità dello spirito nel vincolo della pace” (Efes. 4,3), “... usando umiltà, mansuetudine, magnanimità, sopportazione reciproca (Efes. 4,2)”... perché una è la fede, uno il battesimo, uno il corpo, uno lo spirito, una la speranza, uno il Dio e Padre di tutti che è sopra tutti; opera in tutti ed è in tutti (Efes. 4,5-6). Quando cesseremo di dire: “Questo è mio” in tutte le direzioni dei nostri reali o presunti diritti, quel giorno varcheremo la soglia della felicità; saremo nella disposizione seria di “fare comunione”, mentre la grazia del battesimo diverrà operante in ciò che è fondamentale nel piano di Dio: il nostro assorbimento, inteso e voluto, in Dio e nei fratelli. I mezzi per fare comunione 1) La preghiera, molta preghiera, umile, insistente, strettamente personale. Solo l’onnipotenza di Dio, infatti, può disporci al sacrificio continuato del nostro egoismo per volere e cercare ciò che unifica. Poi la preghiera, come sopra descritta, getta sempre il ponte di una filiale “comunione” con i fratelli. 2) La grazia, la nostra “comunione” per piacere a Dio deve essere soprannaturale. La sostanza ne è la grazia che attraverso Cristo, ci unisce in una sola vita con il Padre e tra di noi così “chi sta a Roma sa che gli Indi sono sue membra” (cfr. LG n. 13). Crescere nella grazia, cogliendo premurosamente le mille possibilità di ogni giorno, significa crescere nella intensità, nella efficacia e nella cattolicità della nostra “comunione”. 3) Lo Spirito Santo, se il nostro essere cristiano si impernia nello Spirito, allora “ conformiamoci allo Spirito” (Gal. 5,25 ). Lo Spirito è essenzialmente forza protesa a creare la “comunione” perché i suoi frutti sono “ la carità, la gioia, la pace, la benignità, la mitezza… “(Gal. 5,22-23). Le opere contrarie: “le risse, le gelosie, gli impeti d’ira, le rivalità, le fazioni, le invidie…” e le altre cose simili che rompono o incrinano la “comunione” con i fratelli, san Paolo le qualifica “opere della carne”, opere cioè di chi ancora non è maturato, di chi non è divenuto una piena realtà nuova in Cristo ( cfr Gal. 5,19). 4) Una grande considerazione per la Famiglia in cui ci ha raccolto la bontà del Signore. Qui non possiamo assolutamente essere delle unità giustapposte ove ciascuna pensa come vuole, si comporta come vuole, va dove vuole. La realtà cristiana dell’unità in Cristo per cui siamo un solo corpo, viviamo di una sola vita, ci prodighiamo per una sola salvezza, siamo in cammino verso una sola patria, il bel paradiso di Dio che ci attende…deve trovare qui la sua prima espressione. “Se siamo chiamati a cantare insieme nel cielo, perché non cominciamo già a cantare insieme sulla terra?” (Claudel). Così anche se abbiamo personalità, mansioni, attitudini e vedute umanamente diverse, nella carità di Dio “facciamo comunione”, vogliamo la “comunione”, ma non accademicamente. Sarebbe il più stupido dei formalismi. Bensì con lo stesso desiderio bruciante ed operativo di Gesù. Del resto questo fu l’ultimo dei suoi desideri, il testamento sacro della sua vita e del suo amore….(continua nel prossimo numero) P. Albino Elegante s.c.j. Bari, 26.9.1970
l'acqua viva
 
La seguente riflessione   ci riporta alla fonte iniziale della vita cristiana, ci fa accostare all’acqua viva e vera che disseta…e fa crescere. Ci aiuta a rivedere, a leggere in modo sapienziale la nostra piccola storia personale inserita nella storia della Chiesa. Un semplice e profondo messaggio che ci aiuta a vivere con fedeltà e creatività la nostra vocazione e ci farà bene. Carissimi, Bologna, 23 novembre 1991 qualunque parola mia, forse, guasterebbe la semplicità, colma di solennità e di grandezza con cui il “chicco d’acqua” introduce le nostre riflessioni. Diamogli allora spazio immediato e…ritroviamoci tra qualche momento per ammirare insieme e lodare il Signore, perché “ cose grandi egli ha fatto per noi” (Sal.126,2). Il “Chicco d’acqua” Le riflessioni sui sacramenti condussero lentamente i Padri a discorrere della Chiesa che li amministra. I sacramenti sono l’effusione concreta dello Spirito. Il medesimo Spirito che, secondo S. Giovanni, è raffigurato nell’acqua viva (cfr. Gv 7,38) e che è la linfa della Chiesa. Anche negli scritti di S. Ireneo s’incontra questa idea. Possiamo rivederla in un documento ufficiale del Concilio Ecumenico di Vienna (1312):” Il suo fianco fu aperto dalla lancia, perché dai fiotti di acqua e di sangue che ne uscirono fosse formata l’unica, immacolata, santa, vergine Madre Chiesa, sposa di Cristo. Allo stesso modo che dal fianco del primo uomo, immerso nel sonno, fu formata Eva, per diventare sua sposa”. A questa idea si ispirano alcuni disegni di quel tempo che raffigurano la Chiesa come una regina che sta in piedi, accanto alla croce. Ha nelle mani un calice dove raccogliere il sangue e l’acqua che scendono dal Cuore ferito di Cristo. Il nostro primo atteggiamento vuol essere atteggiamento di lode alla provvidenza di Dio. Al cammino dei secoli, colmo di opere grandi e belle, ma anche di debolezze, di ingiustizie, di peccati…ha assicurato la presenza costante del suo amore con il dono della Chiesa. La Chiesa è il tabernacolo di Dio che custodisce i tesori della sua grazia e della sua misericordia. Con essi guarisce le malattie degli uomini, arricchisce la loro povertà e santifica le loro situazioni di vita perché tutto sia segnato dal sigillo vivificatore di Dio. La Chiesa è l’ovile dove le pecore disperse vengono raccolte per godere della tenerezza di Cristo e ritrovare, in lui, l’unità che le fa riflesso sulla terra dello stile di vita del cielo. La Chiesa è la custode della parola che illumina i passi degli uomini con la luce di Dio. Così il loro cammino li conduce con sicurezza alla gioia di sentirsi realizzati nella verità e nella libertà. La Chiesa è la società dei credenti in Cristo. Ad essi , indistintamente, la fiducia di Dio ha affidato il compito di allargare a tutte le genti la grazia della salvezza. Per questo Gesù ha pregato:” Padre che tutti siano “uno”, come noi siamo uno. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato” (Gv.17,21). Il carisma che lo Spirito Santo ha affidato alla CM – il carisma della vita di amore, personificato al punto di farci “comunione” con Dio e con i fratelli – ci inserisce pienamente nella missione della Chiesa. Ogni atto che noi compiamo per costruire la “comunione”nel piccolo ambiente della nostra vita quotidiana è “servizio” alla grazia della nostra Famiglia. Ma è anche apporto che concretizza la missione propria della Chiesa, voluta esplicitamente dal suo Signore per essere “segno” e “strumento” in Dio, della “comunione” di tutti gli uomini. Così ogni espressione di fedeltà allo specifico della nostra vocazione, fa anche più bella e più grande la Chiesa di Dio. Contribuisce operosamente al suo sforzo di riunire “insieme” gli uomini dispersi dal peccato, perché l’acqua e il sangue del Cuore di Cristo siano per tutti dono di purificazione e di salvezza. Il “chicco d’acqua” ci offre ogni giorno uno stimolo eccezionale a ritrovare l’entusiasmo e la generosità nel vivere il dono divino della nostra appartenenza alla CM e alla Chiesa. Lo desidero veramente per me e per tutti voi. Maria ci aiuti a renderci degni di collaborare efficacemente all’azione di grazia della Chiesa del suo Gesù. Con affetto P. Albino Elegante
gettare tutto nelle fondamenta
 
Frase che  p. Albino ripeteva spesso alle prime giovani che sognavano di costruire insieme la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore. Ricordando i 60 anni di fondazione della Compagnia Missionaria  proponiamo come riflessione  stralci di una lettera, che risale al 1958 quando p. Albino all’inizio dell’Istituto cominciava a vivere il suo ruolo di formatore del primo gruppo di aspiranti missionarie. Dovendo assentarsi da Bologna per partecipare a un corso di esercizi spirituali…prima di iniziare gli esercizi lui scrive a tutte per ricordare che non possono dimenticare lo scopo ultimo della vita che hanno scelto: arrivare alla santità!  Una meta che riguarda tutti!                                                                                                                                E lo fa mettendo davanti a loro ideali grandi, orizzonti aperti, non si stanca di esortare, ma è capace anche della tenerezza del padre e della madre, creando un clima di umanità che segnerà per sempre lo stile formativo della Compagnia Missionaria. La lettera  propone impegni concreti che se accolti  renderanno forti le “fondamenta” per trasformare il sogno in realtà. “Quando sono tenaci, le radici, costituiscono una promessa di futuro.( Papa Francesco in uno dei suoi discorsi nel suo viaggio a  Myanmar). 12 gennaio 1958 Mie buone figliole, Sono appena arrivato, e prima di iniziare i Santi Esercizi mi è caro inviarvi il mio ricordo e la mia benedizione. Ho tanto bisogno che preghiate per me in questi giorni di grazia perché possa ricevere   sovrabbondante il dono di Dio che purifica, rinnova e santifica. Fatemi in maniera larga questa carità così che il beneficio mio possa essere poi beneficio vostro attraverso il contatto quotidiano della direzione spirituale e la premura espressa nelle parole e nell’esempio per condurvi alla santità a cui assolutamente vi chiama il Cuore di Gesù.             Pregherò anch’io molto per voi e offrirò volentieri tutti i sacrifici piccoli e grandi che la Provvidenza mette sul cammino di ogni giornata. Bisogna che vi porti alla santità e bisogna che voi vogliate ad ogni costo giungere alla santità. Diversamente noi abbiamo fallito nello scopo della nostra vita di Missionari e deludiamo le aspettative della S. Chiesa e delle anime.  Per la meta della santità 1) siate fedeli, estremamente e serenamente fedeli  al regolamento di vita quotidiano, vale a dire all’orario con le pratiche di pietà prescritte, con i doveri di lavoro, con l’esercizio del silenzio e del raccoglimento… 2) Ciascuna vinca decisamente quella particolare debolezza spirituale che ancora non le permette di essere tutta e solo di Gesù. … Una delle prove più pratiche e più sincere dell’amore è proprio questa: donare senza indugi e senza compromessi quanto è vivamente desiderato e richiesto dalla persona cara. 3) Vivete nell’amabilità più cordiale con Gesù e con tutti i fratelli e le sorelle di Gesù. Santa Bernardetta, parlando della Madonna che le era apparsa a Lourdes, ha detto che “era molto bella e sembrava così buona” perché aveva sempre un sorriso celeste soffuso nelle sue labbra, anche quando lo sguardo era triste e bagnato di lacrime per la visione dei peccati del mondo… Quale onore più bello potete fare a Maria che imitando sempre, sempre, sempre il suo sorriso anche quando qualche dolore vi cruccia, anche quando qualche amarezza vi rende triste lo sguardo?... 4) Curate la compitezza del vostro portamento esteriore.... Voi dovete essere cristalli purissimi sotto tutti gli aspetti che riflettono a perfezione la grandezza e la nobiltà di Dio e di Maria sua e nostra Madre…. Intanto per chi vuole c’è già sufficiente, anzi abbondante materia di esame, di riforma e di generosi propositi…. Vi ripeto: fatevi sante, fatevi sante, donando oggi a Gesù quanto gli dovete donare, senza rimandare a domani sia pure la più piccola generosità. Così Lui si rispecchierà nella vostra vita, in tutte le espressioni, in tutti gli atteggiamenti…  Lo voglia proprio Gesù per l’intercessione di Maria “Madre, Guida e Custode della Compagnia Missionaria del S. Cuore”. A Lei ancora una volta vi affido perché vi formi il cuore docile che Gesù si aspetta, un cuore  cui torna a piacere l’ascoltare, il ritenere, il lasciarsi guidare, perché l’essenza della nostra vocazione sta proprio qui: lasciarsi guidare, un assoluto lasciarsi guidare a testimonianza concreta d’amore a Lui, Gesù, che vi ha scelte.             Vi benedico di tutto cuore in Gesù e Maria.  P. Giuseppe (Albino) Elegante 
il nostro grazie
 
Quest’anno celebriamo il 60° di vita della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore! Una tappa importante che vogliamo vivere  nel segno della festa e del ringraziamento. Questa riflessione di p. Albino, presentata in altra ricorrenza, la troviamo appropriata a questo evento perché ancora attuale e perché fa emergere stimolanti indicazioni per rinnovare al Signore il nostro GRAZIE. “Allora io ti renderò grazie al suono dell’arpa, per la tua fedeltà o Dio. A te canterò sulla cetra, o Santo d’Israele” (salmo 71). Come ringraziare per questi anni di vita della Compagnia Missionaria ? Lo possiamo imparare da san Paolo. Ecco due esempi, fra i tanti che incontriamo all’inizio delle sue lettere. 1 Tes. 1,2-4 : “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui”. Notiamo anzitutto che il ringraziamento è rivolto a Dio Padre. E questa è una costante dell’epistolario paolino: l’espressione della gratitudine va a colui che sta all’origine della storia e della nostra salvezza. E’ da qui che nasce il grazie. Infatti, ringraziare significa riconoscere l’iniziativa salvifica del Padre e la sua azione efficace, sempre nascosta nelle pieghe più profonde delle vicende umane. L’avverbio “sempre” significa di continuo e che non si tratta solo di momenti liturgici, ma di un atteggiamento del cuore. Notiamo inoltre che il grazie nasce e si alimenta dal “fare memoria”, cioè dal ricordare: quanto più si ricordano i doni di grazia ricevuti, tanto più cresce la gratitudine. E San Paolo ci insegna a nominare i doni ricevuti come la fede, l’amore, la speranza... Un’ altra motivazione che nutre il ringraziamento di Paolo è individuata nell’amore e nell’elezione divina. L’essere “amati da Dio”è una qualifica che specifica il vero nome di coloro che il Padre sceglie. Per ringraziare di essere stati scelti e amati, occorre l’acutezza di occhi nuovi che penetrino l’insondabile profondità di Dio. La scelta dei credenti è stata anticipata dal suo progetto: Lui ci ha scelti gratuitamente, secondo un disegno misterioso di volontà elettiva. Ognuno di noi può parafrasare e applicare alla Compagnia Missionaria e ad ogni suo membro quello che San Paolo scrive alla chiesa di Tessalonica. La nostra gratitudine va a colui che è all’origine della nostra Famiglia spirituale: Dio e la sua azione efficace dentro le pieghe di questi anni trascorsi. Gratitudine che sgorga dalla nostra disponibilità a “ricordare” ed “enumerare” i tanti doni di grazia che danno volto alla CM: il dono del Cuore trafitto di Cristo da cui nasce la nostra spiritualità e missione, comunione, oblazione, consacrazione, secolarità, missionarietà ; uno stile di amore tipico e qualificante. Questi altri doni costituiscono l’identità del nostro Istituto che ha già attenuto l’approvazione pontificia. Fil. 1,3-5: “Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente”. Il ringraziamento in questo caso, è da san Paolo abbinato a motivi “eucaristici”, a quello della preghiera di intercessione e all’espressione di sentimenti di gioia, di fiducia e persino di affetto. Un rendere grazie che rivela il cuore dell’apostolo che nel tu- a Tu con il suo Dio non si isola, ma resta unito all’amata comunità, fatta motivo del suo rendimento di grazie, oggetto del suo ricordo affettuoso e destinataria della sua supplica. Si noti anche qui l’uso abbondante delle espressioni “ogni volta”, “sempre”,” in ogni mia preghiera”.Più in dettaglio, San Paolo ringrazia Dio perché dal primo giorno della loro chiamata fino ad oggi, i filippesi hanno preso parte alla diffusione del Vangelo. Anche da questo scritto paolino non sarà difficile, per ognuno di noi trarre lezione e nutrimento per come e perché vivere il rendimento di grazie, intercedendo gli uni per gli altri e alimentando sentimenti di gioia, di fiducia reciproca e di affetto. Un ringraziamento che porta ad aumentare il senso di appartenenza all’Istituto e a crescere nella comunione tra noi e con gli altri. E vedendo se riusciamo a farlo “ogni volta”,”sempre”,”in ogni preghiera” affinché anche di noi si possa dire, secondo le modalità specifiche della Compagnia Missionaria, che dal primo giorno della nostra vocazione “fino ad oggi”abbiamo “preso parte alla diffusione del vangelo”. E si può enumerare tutta la partecipazione della Compagnia Missionaria alla diffusione del Vangelo, non solo Italia, ma anche in altre parti del mondo. Si può quindi concludere con il salmista:”Quanti prodigi in nostro favore, sono troppi per essere contati”. Ci auguriamo che questi ed altri esempi biblici possano spronarci ad abbondare in rendimento di grazie. In forma semplice e mnemonica possiamo ripetere il seguente ritornello: “Allora ti renderò grazie, al suono dell’arpa, per la tua fedeltà o Dio. A te canterò sulla cetra o Santo d’Israele” (salmo 71). (dagli scritti di p. Albino Elegante)
gesù mite e umile di cuore
 
La contemplazione del Cuore di Gesù, lo sguardo di fede, fugace ma intenso di desiderio, che rivolgiamo di frequente alla sua immagine, lentamente ci conducono a farci copia dei suoi sentimenti e della sua disponibilità. Nella fedeltà quotidiana all’impegno di preghiera, questa disponibilità si allarga e si consolida. Al punto da renderci “adulti” in Cristo, testimoni limpidi ed entusiasti delle disposizioni del suo cuore, particolarmente di quelle che sono più efficaci di ammirazione e di grazia: l’amore misericordioso, la giustizia, lo zelo, la volontà di pace…. E’ la nostra missione: fare del Cuore di Cristo, il cuore nostro e il cuore del mondo. Qualunque sia il posto dove viviamo, qualunque attività che rientra nei doveri della nostra quotidianità, in famiglia, nel lavoro, nell’ambiente ecclesiale o sociale… noi dobbiamo presentarci impregnati dello spirito del Cuore di Gesù e tutti, indistintamente tutti, devono coglierne il fascino nella costanza della nostra visione di fede, nell’apertura all’ottimismo e alla speranza, nella disponibilità all’accoglienza, nella “caparbietà” serena a risolvere tutto nella giustizia e nella carità. La liturgia della Chiesa ha scelto questa pagina come brano evangelico proprio della solennità del Sacro Cuore dell’anno A. Rileggiamola insieme: “In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”. (Mat. 11, 25-30). Indubbiamente il Vangelo di Matteo ci pone di fronte a un brano molto originale, in cui meritano attenzione per “le cose che sono state dette” e “come” sono dette. Ne rileviamo in particolare, due: - l’esclamazione di giubilo e di benedizione al Padre per lo stile con cui Egli conduce il cammino della redenzione del mondo; - l’invito a seguire il suo esempio di mitezza e di umiltà. E questo, nonostante che Egli abbia appena affermato di essere maestro “assoluto” e “necessario” per l’addentramento dell’uomo nella conoscenza del mistero di Dio. Potremo concludere che, prima dell’intelligenza, preme a Gesù il nostro cuore. E’ lì che Egli vuole, soprattutto, collocare l’amore e la pace di Dio. L’esclamazione di giubilo di Gesù Ci colpisce la confidenza con cui Gesù si rivolge al Padre. Capovolge la mentalità e l’uso, fino allora seguiti dal popolo Ebreo, che aveva relegato la grandezza e l’onnipotenza di Dio in un mondo tutto suo, inaccessibile ai limiti umani. Al punto che il pio israelita non si permetteva nemmeno di pronunciare il nome di Dio. Gesù, con il suo esempio, abbatte le barriere della inaccessibilità dell’uomo a Dio e ci insegna che Dio è il Padre buono e misericordioso, sempre aperto all’accoglienza. Il Padre che soprattutto ama e vuole essere amato. Il Padre a cui piace immensamente il nostro linguaggio e il nostro atteggiamento filiale. Del resto è Lui stesso che ci instrada su questo rapporto di semplicità. Gesù lo benedice perché rivela le cose della sapienza di Dio. I misteri del suo amore non sono appannaggio riservato ai dotti, ai grandi della terra, ma dono di amore e di infinita benevolenza per i piccoli. Così i piccoli, nel criterio di Dio, diventano il prototipo di coloro che Egli ama. E Gesù dice ai “grandi” che devono convertirsi e farsi nello spirito come loro. Diversamente non troveranno posto nel regno dei cieli… Imparate da me! “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. Con queste parole Gesù si proclama “maestro di vita”. Maestro di tutti, perché tutti hanno incontrato e incontrano sulla strada della vita il volto sfigurato della fatica e della tribolazione, perché tutti fanno esperienza quotidiana della ingenita debolezza che li spinge sotto la schiavitù del peccato e della morte (cfr. Rom. 5,12). Gesù, come il Padre, vuole far giungere a tutti i tribolati il suo amore che solleva e che salva. Ma è strana, per la mentalità umana, la strada che Egli sceglie per farsi nostro sollievo: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Con due aggettivi Gesù caratterizza il suo comportamento e ci assicura che, se lo imiteremo, troveremo un profondo beneficio di spirito. La mitezza: è il comportamento che dona un fascino straordinario alla persona di Gesù. La sua bontà, la sua accoglienza, la sua disponibilità a tutti, la capacità illimitata di comprendere, di perdonare, di aiutare, di soccorrere ogni sorta di calamità…. Fa accorrere a lui le moltitudini persuase che in lui “è Dio stesso che ha visitato il suo popolo” (Lc.7,16). La via della mitezza è un obbligo irrinunciabile per chi segue i passi di Gesù. Egli è stato molto esplicito nel suo insegnamento: il nostro volto presenterà al mondo l’autenticità del suo volto, solo se ci manterremo sulla linea della sua bontà… La mitezza, per espandersi in tutte le sue esigenze ha bisogno assoluto di sbocciare e mantenersi nel terreno dell’umiltà . Per questo Gesù, pur dichiarandosi guida necessaria a Dio, non trasborda mai nell’insofferenza dei limiti e delle debolezze umane. Ne condivide volentieri il peso e dove è necessario si mostra medico paziente e generoso che sa rimetterci fino… al sacrificio stesso della vita, senza mai darsi l’aria di chi vive su un gradino superiore. Anzi! La sera dell’ultima Cena, racconta l’Evangelista Giovanni, nel mezzo del pasto “Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse di un asciugatoio e, versata dell’acqua in un catino, cominciò a lavare i piedi dei discepoli”. Il gesto di Gesù, sul piano sociale era un gesto rivoluzionario che rovesciava i comportamenti abituali, i normali rapporti tra maestro e discepoli, tra padrone e servi. Sul piano della fede era addirittura un gesto sconvolgente, assolutamente impensabile: Dio che si inginocchiava davanti all’uomo. Certo l’atto compiuto da Gesù suscitò meraviglia e gli apostoli sorpresi, si saranno domandati che cosa intendeva significare la novità di quell’atteggiamento. Gesù stava per consegnare alla sua Chiesa il testamento di umiltà e di servizio che aveva contraddistinto tutti i momenti della sua vita e che, se accolto e seguito, avrebbe inserito i suoi seguaci nello stile specifico di Dio e, come Dio, li avrebbe fatti beati. Il mio augurio per la solennità del Sacro Cuore Oso auspicare che l’imitazione di Gesù “mite e umile di cuore” divenga la nostra beatitudine e il modo semplice, trasparente con cui soprattutto vogliamo esprimere la nostra donazione e il nostro servizio al carisma che lo Spirito santo ha posto nelle mani della nostra Famiglia. Ci conduca a questa grazia l'imminente Solennità della festa del Sacro Cuore di Gesù. ( dagli scritti di p. Albino Elegante - Solennità del Sacro Cuore 1996)
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