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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
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Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENNITA\' DEL SACRO CUORE DI GESU\'
    Venerdì 11 giugno 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENIDADE DO SAGRADO CORAÇÃO DE JESUS
    Sexta-feira 11 de junho de 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLEMNIDAD DEL SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS
    Viernes 11 de junio de 2021... Continua
le “parole chiave” della nostra spiritualità: semplicità
 
L’insegnamento e l’esempio di Gesù ci insegnano chiaramente la via per lo splendore della nostra vita di semplicità. Però accanto ci vogliamo mettere anche il nostro impegno umano per completare l’indirizzo della fede. Un primo suggerimento ci viene dalle parole dell’apostolo Paolo: “quando sono debole è allora che sono forte” (2a Cor. 12,10). Sembrano un paradosso. Eppure, esprimono una grande realtà. Un brano di una lettera del grande psicologo Carl Jung ci aiuterà ad afferrarla. “Vi ammiro, voi cristiani, perché identificate Cristo con il povero e il povero con Cristo, e quando date del pane a un povero, sapete di darlo a Cristo. Ciò che mi è difficile comprendere è la difficoltà che avete a riconoscere Gesù nel povero che è in voi. Quando avete fame di guarigione o di affetto, perché non lo volete riconoscere? Quando vi scoprite nudi, quando vi scoprite stranieri a voi stessi, quando vi trovate in prigione e malati, perché non sapete vedere questa fragilità come la presenza di Gesù in voi?” Un secondo suggerimento possiamo vederlo concretizzato in questo motto: “amati con le tue ferite” Jean Vanier, parlando ai formatori e formatrici (2004) ha detto che è molto importante per la serenità e la gioia della vita propria e altrui essere coscienti delle nostre ferite forse profonde. “Il figliol prodigo si è identificato lui stesso con i porci. Ormai non giudica più nessuno. Tutto per lui è misericordia, tutto è grazia. Il figlio maggiore, al contrario, giudica perché non ha ancora riconosciuto la propria povertà. Ha creato attorno a sé un fitto sbarramento e rifugge dal guardarsi in profondità. Ma non si può cogliere la misericordia di Dio, se non quando si è toccato profondamente la propria miseria. E quando si è toccato la propria miseria non si ha più il coraggio di mutilare la nostra fiducia per tutti gli altri”. E una grande fiducia per tutti gli altri è un coefficiente di spirito che alimenta la vita di semplicità. Il terzo suggerimento lo incontriamo nella preghiera degli A.A. (Alcolisti anonimi) È originalissima ed è detta “preghiera per la serenità”. Serenità e semplicità si integrano a vicenda. “Concedimi, Signore, la serenità necessaria per accettare le cose che non posso cambiare; avere il coraggio di cambiare quelle che rientrano nelle mie possibilità: saper distinguere intelligentemente le une dalle altre. Una breve riflessione su queste indicazioni. 1) Accettare le cose che non posso cambiare Sono molte le cose che non posso cambiare: il passato, il futuro e neppure le altre persone. È necessario che io mi impegni ad essere attento e buono con i miei familiari per tutto il tempo che il buon Dio li lascerà al mio fianco. Se una mano amica dovesse con il tempo lentamente raffreddarsi nella mia mano, accetterò la cosa come se circostanze e spazio l’avessero allontanata le miglia da me. Io non posso cambiare le persone. Esse continueranno a fare le cose alla loro maniera, anche se tenterò ripetutamente di proporre a loro il mio modo di vedere. Che cosa allora posso cambiare: ME STESSO! 2) Avere il coraggio di cambiare quelle che rientrano nelle mie possibilità Ciò significa: cambiare il MIO modo di essere. Aiutami, Signore, a modificare l’abitudine con cui penso e giudico gli altri. Invece che criticarli, devo accettarli come sono. Invece che ignorare i loro problemi, devo mostrarmi interessato ad essi e dare generosamente un aiuto a risolverli. Invece di presentarmi freddo e insensibile, devo mostrarmi con un atteggiamento affettuoso e cordiale. Aiutami, Signore, a modificare le mie emozioni aprendomi alla speranza, all’amore, al coraggio, alla pace, alla gioia…anziché chiudermi nelle amarezze, nei timori, nel disgusto, nel risentimento, nell’odio…. Tutte queste cose io posso lentamente modificare. Basta che sia sufficientemente onesto ed umile da ammettere la necessità di farlo. 3) Saper distinguere intelligentemente le une dalle altre. Se vedo cose che non mi piacciono, è il momento di esaminare me stesso: i miei sentimenti e le mie reazioni. Devo esaminarmi una volta, due, tre… prima di permettermi di criticare gli altri. Comprendo che la mia esistenza è strettamente legata alla esistenza altrui. Ma devo avere tanto buon senso da non pretendere che cambino gli altri. Sono io che devo cambiare: la mia maniera di pensare, di comportarmi, di reagire. Dunque, la mia risposta alla preghiera per la serenità è questa: POSSO E DEVO CAMBIARE SOLAMENTE ME STESSO.
le “parole chiave” della nostra spiritualità: semplicità
 
La comunione, l’amore, l’oblazione e “la semplicità” costituiscono il “proprium” della spiritualità del Sacro Cuore per la Compagnia Missionaria. Lo Statuto delle Missionarie al n. 9 delinea la modalità, il dovere di impostare il nostro comportamento in maniera tale che balzi all’evidenza di tutti che “in tutto e sempre” pensiamo, operiamo, siamo mossi dall’amore. È la carità di Cristo che ci guida in ogni circostanza (cfr.2 Cor. 5,14) e dimostra agli occhi di tutti che c’è una caratteristica tutta “nostra” di vivere e testimoniare l’amore: la semplicità e il sorriso. Ancora una volta ci poniamo alla scuola di Gesù, ricordando che ciò che dà senso di amore a tutto, e forma l’asse di equilibrio del nostro comportamento di amore in tutto, è Lui: la sua parola e il suo esempio. 1) La sua parola: ce la offre una pagina di Matteo 18, 1-5. Alcune riflessioni per l’inquadratura e la comprensione del brano: · Perché gli apostoli pongono a Gesù la domanda: “Chi è il più grande”? Forse per rivalità, per reciproca gelosia… Non erano mai mancati questi sentimenti passionali nel gruppo al seguito di Gesù. · “Grande” vuol dire, qui, preminente, superiore agli altri in forza di questa o quella qualità, di questo o quel potere. · Gesù non risponde direttamente alla domanda. Pone un “gesto simbolico”, alla maniera dei profeti. E questo “gesto simbolico” sconvolge i sogni di grandezza coltivati dai discepoli. · Gesù parla di necessità di “conversione”, cioè di mutamento radicale di pensiero e di sentimenti perché il Regno di Dio, quello predicato da Gesù, ha una dinamica di esigenze completamente opposte alla fame della superbia umana. “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. · Notiamo l’introduzione che Gesù premette al suo insegnamento. Usa l’espressioni delle circostanze solenni, le circostanze cioè importanti, fondamentali della trasmissione della verità di Dio. Quelle che costituiranno le colonne portanti dell’edificio della fede: “In verità vi dico…” · “Diventare come i bambini”: l’espressione non significa certo che Gesù voglia imporre ai suoi seguaci di immergersi in un ideale di eterna bambinaggine. Né intende esaltare il bambino per i suoi caratteri innegabili di bellezza e di innocenza. Nella società ebraica il bambino era il simbolo della piccolezza, della pochezza, del quasi “non valore”. Gesù lo propone per questa sua posizione di chi sta all’ultimo gradino della scala sociale. E dice che per “entrare nel regno di Dio”, cioè nella pienezza di verità e di grazia che egli ha portato dal cielo, bisogna farsi piccoli, modesti, senza pretese, stimarsi sempre super-considerati dalla benevolenza altrui, lasciar cadere pensieri e atteggiamenti di orgoglio, sogni di autoesaltazione… In una parola vivere in quell’atteggiamento di fede che esprime e compendia una caratteristica originale del nostro carisma C.M.: la semplicità. 2) L’esempio di Gesù Il Vangelo di Luca ci racconta un momento della passione di Cristo che è altamente espressivo dello spirito di pazienza e di semplicità con cui dobbiamo affrontare le situazioni. “Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano, lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: “Indovina chi ti ha percosso”. E molti altri insulti dicevano contro di Lui” (Lc.22,63-65). Riflettiamo sul significato di questa scena e sull’atteggiamento di Gesù. MATTHIAS GRUNEWALD,  Cristo deriso, 1504-5, Alte Pinakothek, Monaco. · Innanzitutto localizziamo il luogo della scena: sono i locali del corpo di guardia del sinedrio. Forse il più lurido: la prigione. · Chi sono coloro che offendono così Gesù? Sono delle guardie, dei servi, cioè persone a loro volta umiliate e offese, quindi abituate anch’esse a ricevere umiliazioni, offese, forse percosse da parte dei superiori, abituate a dover riconoscere che il diritto è del più forte, di chi ha saputo e potuto usurparselo. Ma questa volta si trovano davanti qualcuno più debole di loro, più fragile. E così sfogano su di Lui tutta l’amarezza della loro vita. Forse non c’è malvagità, cattiveria pura nel loro comportamento. Però è doloroso dover constatare che l’uomo costretto a vivere una vita quasi impossibile, appena ne abbia la possibilità sappia scatenarsi con tanta brutalità su chi è più debole di lui. · Cosa fanno contro Gesù? Lo provocano e lo colpiscono in ciò che è più caratteristico in Lui: la sua qualità di profeta: “Indovina chi ti ha colpito”? Ma Gesù tace. Forse con stupore si chiedono: ma perché quest’uomo non reagisce? E si beffano di lui, come di un illuso, di un falso profeta. · Come reagisce Gesù? Soprattutto con il silenzio che accetta con suprema mansuetudine la villania che lo circonda. Ma Giovanni ci dice che, al momento opportuno, anche Gesù parlò. Senza fremiti di rabbia, senza reazioni scomposte, ma con molta limpidezza domandando al servo del Sommo Sacerdote che l’aveva schiaffeggiato: “Se ho risposto male (alla domanda fatta dal sommo sacerdote) dimostramelo; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (cfr. Gv. 18,23). Essere buoni, essere semplici non significa accettare nel silenzio tutti i soprusi. L’esempio di Gesù ci insegna anche a parlare, a domandare, a far riflettere, a portare chi ci sta dinanzi a domandarsi la ragione del compimento di certi atti di superbia, di prepotenza, di cattiveria. E tutto questo, per aiutarlo ad essere e a comportarsi in ogni momento con dignità umana che rispetta e venera la libertà altrui. (continua) (dagli scritti di P. Albino)
frammenti di lettere
 
Tra le prime (missionarie) che con p. Albino, daranno inizio al nuovo Istituto ci sono Rina Zanarotti, Cesarina Assi, Bruna Ballabio. Il padre da anni è il loro direttore spirituale e quindi intrattiene con loro una corrispondenza epistolare. Nelle lettere o biglietti che esse ricevono da lui prima della fondazione della Compagnia Missionaria, troviamo la semplicità e la profondità di una spiritualità esigente vissuta nel quotidiano… Queste lettere sono state pubblicate nel volume “Gettare tutto nelle fondamenta” (Lettere dal 1948 al 1957). Rileggiamo insieme alcuni stralci ancora attuali e vitali per alimentare il nostro vissuto. …Per la sua impazienza, per la sua aridità, per la sua incostanza niente avvilimenti si tenga abitualmente con lo spirito nelle disposizioni del povero pubblicano di cui leggiamo nel Vangelo che entrato nel Tempio del Signore si prostra a terra, non osa neppure alzare gli occhi verso l’alto e ripete senza stancarsi: Signore abbi pietà di me perché sono un povero peccatore. Così noi immaginiamoci ai piedi di Gesù e confusi della nostra miseria, desiderosi anche di un po’ di conforto e di luce, ripetiamoGli con tutto il cuore: Signore abbi pietà di me. Signore se tu vuoi mi puoi guarire. Signore che io veda! Sacro Cuore di Gesù, confido in te! Gesù mi fido di te! Preghiamolo così Gesù con il cuore in chiesa, in casa, lungo la via dappertutto, preghiamolo con abbandono, con confidenza, con il desiderio ardente, che Gesù compatisca la nostra miseria ma anche che ci aiuti a migliorare, a vincerci. Non dubiti che Gesù ascolterà i suoi gemiti. Ama tanto Gesù le anime umili! E le santifica! Credo le gioverà molto questa forma di preghiera e, se sarà veramente cordiale, le riempirà l’anima di inesprimibile dolcezza. Un po’ alla volta per la grazia di Gesù, le pioverà allora a torrenti nella sua anima, tante piccole miserie scompariranno, e quelle che sussisteranno, quelle che ci accompagneranno sempre fino all’ultimo giorno della vita, bagaglio inseparabile della nostra debolezza lei imparerà ad amarle, non certo in quanto sono offesa di Gesù, ma in quanto stimoli all’umiltà e all’abbandono, alla fiducia, alla confidenza in Gesù… Non si scoraggi mai, anche se i passi che fa sono molto lenti e i progressi leggeri. Adagio adagio si prende l’abitudine anche nel bene. Gesù, del resto, sa tanto comprendere e compatire la nostra debolezza! Certo, se è possibile svincolarsi un po’ di più dalle nostre miserie, se è possibile mortificare di più la nostra accidia facciamolo. Doniamoci all’Amore con fervore, con slancio. Io prego perché Gesù le faccia anzitutto comprendere che Lui deve essere l’aspirazione e l’ideale supremo della nostra vita; Gesù è la grande realtà che resta mentre tutto passa e tramonta, Gesù è l’unico che possa colmare il desiderio insaziabile di felicità del nostro cuore. Ce lo testimonia S. Agostino, che pur nella sua vita di peccato aveva bevuto alla coppa di tutti i piaceri e aveva rincorso tutte le apparenti felicità della vita: Signore il nostro cuore è fatto per te ed è inquieto, insaziato finché non riposa in te! E non l’abbiamo sperimentata anche noi questa dolcissima realtà nei momenti più fortunati della nostra vita quando noi eravamo tutti di Gesù e Gesù tutto nostro?... Ma che paradiso anticipato sarebbe la nostra vita se fosse tutto un dono continuato, senza riserve a Gesù! Che paradiso! S. Francesco Saverio in mezzo alle fatiche indicibili del suo apostolato sentiva il cuore scoppiargli della felicità del possesso di Gesù, tanto che era costretto a supplicare: Signore basta, altrimenti io muoio. Quali sono ordinariamente le persone sulle cui labbra noi troviamo sempre il conforto di una parola dolce e di un sorriso anche quando soffrono indicibilmente: le persone la cui anima è tutta di Gesù. Pregherò ancora perché dopo aver compreso, agisca energicamente, senza troppi riguardi a se stessa. Per divenire santi bisogna un po’ sempre farsi sapientemente folli. Parrebbe un controsenso, eppure se vogliamo risparmiarci troppo nel corpo, nel cuore, nella volontà, nelle vedute, nei sentimenti, nelle soddisfazioni d’onore ecc. come si verificherà il completo annientamento di noi stessi, condizione necessaria perché viva in noi Gesù? Permetta che le raccomandi sopratutto la santa gioia, il buon umore in ogni circostanza, da sola e nelle relazioni con gli altri, pronta a sacrificare a Gesù ogni ombra, ogni malinconia, ogni sofferenza. Le riuscirà di essere allora più paziente e più cordiale. Le raccomando ancora l’unione a Gesù durante la giornata, offrendo a Lui ogni sua azione in spirito di amore e di riparazione. Divinizzi il suo lavoro facendo sue le intenzioni con cui Gesù lavorava nella casetta di Nazareth. Moltiplichi le piccole Giaculatorie, gli atti di amore. Possa presentarsi ogni mattina a Gesù nella S. Comunione con le mani cariche di doni, di santi affetti, di ardenti desideri! Usi la carità di ricordarmi qualche volta lei pure al Signore. Ogni giorno noi dobbiamo riconfermarci nella buona volontà e nei propositi; ogni giorno dobbiamo riprenderci con forza e con decisione come se per la prima volta ci mettessimo ad amare e a servire il Signore. È questo il segreto della santità! È tanto buono il Signore e Gli dà tanta consolazione la nostra preoccupazione di riprenderci nel Suo amore. Egli sa di che fango siamo impastati, conosce quanta debolezza si accumuli nel nostro spirito ed è pronto ad essere infinitamente misericordioso se pentiti noi ritorniamo a Lui e confidiamo nella Sua grazia. Come altre volte l’ho esortata, si sforzi di vivere in grande spirito di umiltà, ma umiltà serena, molto serena ricordando che Gesù ha delle predilezioni tutte speciali per chi riconosce la propria debolezza e se ne sta piccolo piccolo al Suo cospetto. Ma accanto all’umiltà ci sia la confidenza, una confidenza illimitata. Gesù, Le ripeto, è buono, immensamente buono. Gesù apprezza i nostri piccoli sforzi soprattutto quando l’anima è nella desolazione e nella aridità, ed è pronto a venirci incontro quando vede che noi tendiamo a Lui, Lo cerchiamo con sincerità di cuore… Rimettiamoci con più abbandono alla santa Volontà di Dio e poi in tutto e sempre serenità, serenità, serenità! Che la nostra vita sia tutta un sorriso per Gesù. Studiamoci di sorridere a tutto. Allontaniamo in silenzio le noie, la stanchezza, i dolori fisici e morali e non occupiamoci d’altro che di piacere a Gesù sorridendo. P. Albino Elegante
in pieno clima di salvezza
 
Riflessioni tolte da un ritiro di padre Albino Elegantealle missionarie di Bolognaper la festa di Pentecoste e del Sacro Cuore.(7 giugno 1987) Lo scambio delle consegne La Pentecoste è il giorno dello scambio delle consegne tra Cristo e lo Spirito Santo per la continuazione della redenzione e della santificazione degli uomini da parte dell’amore di Dio. Scambio delle consegne, per cui in questo momento noi viviamo in pieno clima di salvezza. Ecco il cammino della salvezza. Questo mi pare una cosa molto importante, perché siamo troppo portati a pensare che la salvezza sia opera del solo passato. Allora va particolarmente bene l’esortazione del salmo 94: “Ascoltate anche la sua voce; non indurite il vostro cuore come fecero i vostri Padri a Meriba, a Massa nel deserto, dove mi tentarono, mi misero alla prova. Ascoltate anche la sua voce”. La voce dello Spirito Santo che appunto continua quest’opera dell’amore di Dio, proteso alla salvezza, alla santificazione. Guardiamo agli atteggiamenti che noi possiamo avere in questo momento di pieno clima di salvezza. Lo facciamo con una osservazione del Marmion (un autore che qualche tempo fa era abbastanza in voga, adesso è un po’ passato), comunque ha della dottrina molto buona. Il Marmion osserva che, nei giorni della vita terrena di Cristo, molti andavano da lui, accoglievano l’invito alla conversione e di fatto cercavano nella misura delle proprie possibilità di impostare la loro vita quotidiana secondo l’indirizzo delle parole di Cristo e lo facevano, secondo la testimonianza in particolare di S. Luca, sotto l’azione dello Spirito Santo. Bello il pensiero di S. Ireneo: “Lo Spirito Santo, nel momento in cui Cristo si fece uomo, invase anche l’umanità di Cristo e di tutti coloro che andavano ad ascoltarlo”. Chi andava da Cristo obbediva alla voce dello Spirito Santo, chi invece aveva una fiducia accanita nelle proprie intuizioni e si manteneva refrattario ad ogni suggerimento di conversione che poteva venire dall’esterno, nel caso specifico dalla Parola di Cristo, costui lo faceva resistendo allo Spirito Santo. Questo si ripete anche oggi. Ecco perché ci tengo a sottolineare ancora una volta: siamo in pieno clima di salvezza. Chi ha la capacità di rinunciare al proprio modo di vedere per accettare quello tracciato da Cristo, lo fa sotto l’azione dello Spirito Santo. Chi invece è abbarbicato al suo modo di vedere e non c’è possibilità che la parola penetri nel suo cuore, costui resiste allo Spirito Santo. Ed è il famoso rimprovero che Santo Stefano rivolgeva ai Sinedriti, i quali molto probabilmente erano irreprensibili dal punto di vista delle prescrizioni legali, però non andavano oltre: “Voi resistete sempre allo Spirito Santo”. Che cosa può fare lo Spirito santo in noi “Il primo uomo divenne, secondo l’espressione cara a S. Ireneo, “la gloria di Dio”. L’argilla con cui era stato impastato ricevette il soffio di vita e allora l’argilla, vivificata da questo soffio, divenne la gloria di Dio, la creatura più bella, più espressiva della grandezza di Dio. Noi ci poniamo in questa sfera di grandezza, nello splendore della testimonianza che è nell’aspettativa di Dio e dei fratelli se, circostanza per circostanza, la nostra iniziativa personale avrà il coraggio di cedere il passo all’azione dello Spirito Santo, che è il soffio di vita capace di trasformare la povera argilla del nostro essere in un’immagine luminosa e continuata nel tempo di Cristo Risorto. Allora è chiaro che la nostra vita diventa l’esempio e la strada che conduce a Cristo. Ricordiamo l’espressione di San Paolo: “In qualunque posto andiamo, lasciamo il profumo di Cristo”. E questo capiterà anche di noi se, circostanza per circostanza, la nostra azione sarà capace di cedere il passo all’azione dello Spirito Santo … Stare sempre dalla parte della carità Per noi c’è il nostro essere Compagnia Missionaria. Lo Statuto al N° 9 dichiara “invisibile” pienezza della nostra vocazione al carisma dell’amore, senza l’aiuto efficace dello Spirito Santo. Impegniamoci durante la giornata: se i nostri sensi ci immergono nelle realtà materiali, in queste cerchiamo la via della nostra ascesa allo Spirito. In che modo? Stando sempre dalla parte della carità. “Tutto tra voi si compia nella carità”, dice l’Apostolo Paolo nella 1a lettera ai Corinzi (6,14). La preziosità degli atti di carità, che forse qualche volta sottovalutiamo perché siamo refrattari all’azione dello Spirito Santo, viene diminuita perché ci comportiamo secondo il nostro modo di vedere, mentre la preziosità degli innumerevoli atti di carità che possiamo compiere durante la giornata, sono indicati nella lettera ai Galati (5,22). Sicuramente questi atti di carità ci mettono dalla parte dei desideri dello Spirito Santo e ci fanno camminare da uomini del nostro tempo, circondati da questa realtà complessa, ma secondo la volontà dello Spirito: questo è importante. Non è la modalità che dobbiamo tener presente, è la sostanza! Se dunque vivo immerso in questa realtà che mi distrae in tutte le maniere, che moltiplica le iniziative, la creatività per suscitare i miei interessi e la mia distrazione, mi abbarbico a questi atti di carità che sicuramente piacciono allo Spirito santo che è Spirito D’Amore. Inoltre diventano una manifestazione della dolcezza, della pazienza, della grazia dello Spirito Santo è questo è tutto, sia come cristiani sia come membri della Compagnia Missionaria. L’ape fa scuola d’amore La festa del Sacro Cuore ci richiama a quello che Marta (missionaria) ha definito il “gesto semplice e profetico” della consegna di quell’immagine del Crocifisso dal Cuore squarciato. Nella consegna di questa immagine è stato detto che essa “diventa l’appello a farne il punto di riferimento vitale come membri C.M.” Non un riferimento qualunque, devozionale, ma vitale. Abbiamo appena detto che in tutte le manifestazioni della nostra vita dobbiamo renderci disponibili alla grazia dello Spirito santo, assurgendo dalle realtà materiali allo Spirito mediante la carità, per cui diventiamo manifestazione della grazia dello Spirito. Lo Statuto della Compagnia Missionaria al N° 9 ci dice che dobbiamo diventare segno visibile della presenza di Dio proprio attraverso la carità. Essa costituisce la “nota dominante” della nostra volontà di amore, altrimenti sono chiacchiere. L’atto di carità che io compio diventa nota dominante del mio servizio al carisma dell’amore. Inoltre il N° 9 specifica anche il sorriso, la comprensione, l’accettazione, la capacità di perdono e di ripresa integrale, senza lasciare strascichi. Quando Pietro chiese a Gesù se doveva perdonare 7 volte, Gesù rispose: “Non 7 volte, ma 70 volte 7”, cioè sempre. Qualsiasi atto di carità è sempre un superamento di se stessi. C’è una bella poesiola di R. Pezzani intitolata: L’ape che fa’ scuola d’amore. Il fiore disse all’ape affaccendata:“Sei davvero sfacciata;il nettare mi rubi e te ne vai,e un dono in cambio non mi lasci mai. Disse l’ape sincera: “Sono un’operaia della primavera, e tutto il giorno faccio miele e cera. Agli uomini piace tanto il miele mio e la cera che arde piace a Dio. Se quello che abbiamo non lo diamo di cuoreChe diremo allora al Signore?”“Prendi quello che vuoi, rispose il fiore, mi hai insegnato che cos’è l’amore”. Semplicissima, ma molto bella. La nostra ape è il Cuore ferito di Cristo. Ecco perché torno ad insistere: cerchiamo di fissare piccole zone della nostra giornata e facciamo in modo che sia una contemplazione piena di intensità, di tenerezza, di riconoscenza. Allora il Cuore di Gesù ci insegna che cos’è l’amore, anzi ci provoca all’amore. Voi dovete arrivare fino a qui. Quel giorno che stavo facendo un lavoro materialissimo, mi sono innervosito pensando a tanta gente che tendeva la mano, poi ho visto l’immagine del Cuore trafitto e ho pensato: “Che cosa importa allora il posto dove sono? L’importante è che io diventi come Cristo”. Ecco l’immagine che mi ha provocato e mi sono detto: “Anche se dovessi rimanere così per tutta la vita ...”. Cristo non si è staccato da solo dalla croce, l’hanno staccato gli altri. Lui sarebbe rimasto lì per l’eternità. E’questa la lezione che mi dà il Cuore ferito di Gesù. Naturalmente anche qui ci vuole un motivo, perché essere sempre nell’atteggiamento dell’ape che attinge e dà, non è facile. Noi siamo troppo abbarbicati a noi stessi, siamo troppo stretti nelle morse dell’egoismo. Ho cercato nella Sacra Scrittura e ho trovato un brano del discorso che San Paolo ha fatto agli anziani di Efeso: “E ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci della Parola del Signore: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. (Atti 20, 32 – 35) Noi dobbiamo tenere abitualmente presente questa parola del Signore, custodirla nel nostro cuore. Purtroppo noi ci stanchiamo di dare, di dare in continuità; eppure Gesù ha detto e forse ne abbiamo fatto anche l’esperienza, che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
tutto alla luce di dio
 
La meditazione che presentiamo è  continuazione dei pensieri spirituali, relativi alle Assemblee CM, pubblicati in “Vinculum” 3/2019 Prendiamo come programma di comportamento la figura di Mosè: sempre nel disbrigo della nostra missione come consacrate CM, ma in particolare nel lavoro dell’Assemblea … Il Cardinal Martini commentando un altro passo del cammino del popolo di Israele verso la terra promessa, osserva che “la responsabilità di Mosè è grande, al punto che non riesce a rispondere a tutto quanto gli viene richiesto. Il popolo che gli è stato affidato è difficile, esigente, facilmente pronto a mormorare. Come esce il grande Mosè da questa situazione di schiacciante responsabilità? Attraverso la riscoperta della funzione fondamentale della sua missione: l’intercessione. Egli si pone davanti a Dio con la preghiera. Una preghiera ardita che, a volte, arriva a porre al Signore domande quasi accusatrici. Ad es. “Perché hai trattato così male il tuo servo?” (Num 11,11). A volte sembra volergli suggerire ciò che, a suo parere, è meglio: “O mi ascolti e perdoni al tuo popolo. Altrimenti cancellami dal tuo libro” (Es 32,32). Attraverso la preghiera Mosè si fa accompagnare nel suo cammino da Dio. E Dio si fa collaboratore della sua fatica e della sua missione travagliata. La figura di Mosè, intercessore e mediatore tra Dio e Israele rappresenta per noi un programma di comportamento, soprattutto per il lavoro dell’Assemblea. Domandiamoci: Con quale spirito siamo venuti a questo appuntamento di studio e di lavoro. Per farne un trampolino di lancio delle nostre vedute umane o per riflettere e risolvere tutto nella luce di Dio? Quale spazio vogliamo lasciare a Dio perché in ogni circostanza, egli sia efficace nella sua collaborazione? Ricordiamo la prassi del 1° Concilio di Gerusalemme: ”Abbiamo deciso lo Spirito santo e noi” (Atti 15, 28). Proponiamoci allora di vivere con intensità di presenza e di attenzione i momenti di preghiera. Sono momenti di lode di Dio, della consultazione della sua volontà, del suo sacrificio di ogni idea troppo nostra … perché tutto sia portato avanti e risolto con Dio, nel dono inestimabile della pace. Maria, nostra Maestra di vita La benedizione di Dio è scesa sulla Compagnia Missionaria, fin dal suo primo vagito, attraverso Maria. Si legge infatti nella cronaca degli inizi della nostra Famiglia che il 24 dicembre 1957, durante il ritiro che ha preparato l’apparire del primo Gruppo CM sulla ribalta della Chiesa, la nostra Famiglia è stata consacrata a Maria eletta responsabile Centrale e perpetua … Una domanda necessaria per verificare l’autenticità della nostra fede e del particolare dovere di riconoscenza che come membri CM, dobbiamo a Maria: ”Fino a che punto Maria ci vede associati/e alla sua missione specifica: l’accoglienza di Gesù e la sua manifestazione al mondo nelle espressioni del nostra vivere quotidiano?”. Maria è colei che medita sugli avvenimenti che hanno impresso una svolta alla sua vita. Nella meditazione di Maria c’è il segno e il segreto della sua grandezza, della sua capacità di collaborare al progetto salvifico di Dio. Il silenzio e la meditazione sono la strada maestra per giungere alla pace. Il rumore e la frenesia sono spesso occasione e causa di conflitti. Solo in un clima di silenzio e di riflessione si possono dire le cose che si hanno nel cuore e ascoltare l’altro fino a capire le sue ragioni, accogliere la sua verità, segnalare le differenze che ci distinguono da lui, senza per questo spezzare l’amicizia … Ma il silenzio e la meditazione sono soprattutto la condizione per ascoltare la parola di Dio e farla scendere nella nostra vita. Se poi crediamo che Dio, in Cristo, ci ha reso suoi figli adottivi, allora dobbiamo ascoltare la sua parola con l’attenzione con cui ascolteremmo un messaggio prezioso, esclusivo per noi, decisivo per la nostra vita e la nostra santità. La bontà della Vergine santissima ci ottenga da Dio la fedeltà di camminare quotidianamente sulle sue orme. (Assemblea 2001) “O Padre, che esaudisci sempre la voce dei tuoi figli, ricevi il nostro umile ringraziamento, e fa’ che in una vita serena e libera dalle insidie del male, lavoriamo con rinnovata fiducia all’edificazione del tuo regno. Per Cristo nostro Signore”. Con questa liturgia eucaristica che stiamo per concludere si conclude anche la celebrazione del 50° anno di vita della Compagnia Missionaria. Ha inizio un nuovo periodo che vorremmo emulo del primo in fervore di vita e di donazione alla spiritualità e alla attività apostolica che la provvidenza di Dio ha assegnato alla Compagnia Missionaria. Mi pare che per questa finalità la Sacra Scrittura ci offra un quadro di vita e di azione sul cui esempio sia da modellare quanto è oggi negli aneliti di tutti i membri dell’Istituto. Il quadro Scritturale lo troviamo nel “Primo Libro di Samuele” che inizia con la presentazione di una donna, la futura madre del profeta Samuele, profondamente travagliata dalla sua condizione di donna sterile. Al tempio di Silo prega con forte insistenza e lacrime che Dio la tolga da questa situazione, che in quel tempo era considerata una situazione di vergogna. “Se mi darai un figlio maschio, io l’offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita” (1 Sam 1,11). Il sacerdote Eli, appreso che era il dolore e l’amarezza della situazione a suggerire a quella donna quanto esponeva al Signore, “Va in pace -- le disse - e il Dio di Israele ascolti la domanda che gli hai fatto” (1 Sam 1,17). E avvenne proprio cosi. Al finir dell’anno Anna partorì un figlio che chiamò Samuele. L’esempio che abbiamo colto dalla Sacra Scrittura segna la via del nostro ricambio riconoscente per il periodo di servizio e di bene che il Signore apre davanti alla nostra generosità. Non temiamo la nostra debolezza e la facilità, a cui purtroppo siamo soggetti, di dimenticare le nostre promesse. Abbiamo detto nel Salmo di ringraziamento, recitato prima della S. Messa, che: “Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Salmo 145,18). E cosi sia, sempre, in piena verità e in sovrabbondanza di aiuto … E con la celebrazione dell’Assemblea Generale iniziamo un secondo, nuovo periodo di vita della Compagnia Missionaria, che, come ho detto, desidererei vissuto da me e da tutta la CM nella piena coerenza e nella piena fedeltà. L’obbiettivo base che ci proponiamo, a cominciare dall’Assemblea Generale, è tutto nel responsorio che la santa Chiesa ci ha fatto recitare molto frequentemente nel tempo di Avvento: “Gerusalemme, città di Dio, su di te sorgerà il Signore. In te apparirà la sua Gloria”. Gerusalemme è figura di ciascuno di noi, e noi dobbiamo essere rivelazione della santità e della grandezza di Dio. Il mondo laico è questo che si aspetta. E potrebbe non aver bisogno d’altro, da noi, per vivere con lealtà e fervore la sua fede cristiana. Diceva il Mauriac (scrittore francese e buon cattolico): “Per me la predicazione più efficace del sacerdote è sempre stata la sua vita: io lo guardo e ciò mi basta”. E' questa la viva preoccupazione della liturgia della Chiesa che, ad esempio, nella Colletta del 4 gennaio mette sulle labbra del sacerdote l'invocazione. "Dio onnipotente, il Salvatore che tu hai mandato, luce nuova all'orizzonte del mondo, sorga ancora e risplenda su tutta la nostra vita …". Se sapessimo mettere tanta fedeltà e tanto amore nella missione che il Signore ha messo nelle nostre mani! Ad esempio: noi siamo stati eletti per l’Assemblea Generale dove si trattano e discutono tante cose che domandano un nuovo respiro di donazione, di accettazione, di vitalità per una CM splendida ... So darne l'esempio con la mia impostazione di vita, o ne svilisco il valore, l'urgenza nel racconto di piccole cose, in rilievi senza significato o forse anche in qualche mormorazione? ... Vorrei che la mia parola di questa mattina fosse un po' come il riepilogo di quanto abbiamo meditato in questi giorni. Mi introduco con un pensiero di S. Agostino. "E' venuto - egli dice - il Signore, maestro di carità, e ci ha insegnato che tutta la Sacra Scrittura (la Legge e i Profeti) si fonda sui due precetti dell'amore … Essi non si devono mai cancellare dal nostro cuore. Sempre, cioè in ogni circostanza dobbiamo aver presente che bisogna amare Dio e il prossimo. Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi …" "Infatti - specifica S. Paolo - vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo … a immagine del Creatore. Nel suo giudizio e nella sua valutazione non c' è più greco o giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro o Sciita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti. Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, di sentimenti che siano copia sentimenti, cioè di misericordia e di bontà" (Col. 3,10-12). Quando prenderemo tutto questo come programma di vita? Oggi stesso! Il Signore ci ha fatto il dono della grazia di partecipare all'Assemblea. Dobbiamo tornare ai nostri Gruppi portando la nostra fisionomia tutta luminosa di serenità e di amore. (Assemblea 2007) Dagli scritti di p. Albino °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° Assemblea 2013. Dalla Relazione finale della Presidente Anna maria Berta: “Per la prima volta è assente p. Albino Elegante perché ormai impedito dalla malattia. Ecco l’ultimo suo messaggio in risposta ai miei auguri di buon natale: “Carissima Anna Maria… ti scrivo anche per un motivo strettamente personale che riguarda la tua appartenenza alla CM. Nella prossima estate la Compagnia Missionaria celebrerà l’Assemblea. E’ una circostanza di un forte impegno per la nostra famiglia. Ci impegneremo a prepararci spiritualmente con la recita della bella preghiera al “Cuore Trafitto” dove si supplica incessantemente il Cuore di Gesù per la Compagnia Missionaria. Auguri a te e a tutti. Con affetto P. Albino (Bologna 7 dicembre 2012)
la grazia delle origini
 
“La nostra spiritualità scaturisce dalla contemplazione di Cristo nel mistero del suo Cuore trafitto (cfr. Gv. 19,37), segno di amore totale per il Padre e per gli uomini, sorgente di vita ecclesiale, strumento di universale redenzione” (Statuto CM n. 5). “…Fa o Signore, che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza… ci guidi alla comunione con il Cristo”. Per ciascuno di noi la vita di adesione alla CM, scrive le pagine di una storia: pagine che partono dalla grazia delle origini e si arricchiscono di tutto quanto la Chiesa, illuminata dallo Spirito, scopre continuamente nel tesoro della sua fede. Ora, anche per la Compagnia Missionaria. l’impegno è quello della strada: camminare, secondo le indicazioni che ci vengono dai “segni dei tempi”, senza però mai dimenticare la grazia delle origini, perché questa rappresenta il servizio specifico che noi siamo chiamati a rendere alla Chiesa. Questo è per ciascuno di noi l’ ”unico necessario”. Dunque, camminare, avanzare, mantenendo fede, anzi sviluppandola maggiormente, immergendoci sempre più profondamente nel carisma specifico che Dio ci ha affidato, nello scopo originario, caratteristico della CM, perché in questo è riassunto il servizio che siamo chiamati a rendere alla Chiesa. Guardiano quindi anche con profonda simpatia alla nuova stesura dello Statuto. E’ espressione del cammino della CM in continuità con la grazia delle origini. Abbiamo bisogno però dell’aiuto dello Spirito Santo perché: “Nessuno può dire il Signore è Gesù, se non sotto l’azione dello Spirito” (1Cor 12,3). E’ lo Spirito che accende nei nostri cuori il sigillo indelebile dell’amore di Dio e dei fratelli. E’ lui che ci aiuta a penetrare nella grazia della fede e ne abbiamo molto bisogno per illuminare il nostro modo di pensare e di agire affinché sia secondo Dio. Questa fede deve comandare tutta la nostra vita (1Cor 2,13-16), perché tutto quello che sentiamo, pensiamo, viviamo sia secondo il criterio di Dio e del suo Vangelo. Ma in concreto: - Dinanzi alla prove della vita, ad esempio, di qualunque genere, come ci comportiamo? Leggevo su un cartoncino questo messaggio: “Fasciamo i nostri ostacoli di silenzio e di preghiera”. Di qualunque ostacolo si tratti. Ma per questo occorre molta fede, perché significa ripetere l’atteggiamento di Cristo che, dinanzi allo stesso Pilato, ricoperto di accuse, taceva, parla solo quando nota che il suo silenzio avrebbe compromesso la verità: “Tu non avresti nessun potere se non ti fosse dato dall’alto…” Ma per quanto riguarda se stesso non dice una parola. - Nella vita di carità che è l’essenza della nostra fede, perché dinanzi a Dio poco importa che io partecipi alla Messa o canti il vespro, se tutto questo non lo so calare in una profonda vita di carità. L’apostolo Paolo, a questo proposito, ci dice: “ Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione” (Ef 29,30). Contristo lo Spirito quando non vivo nella carità. L’apostolo passa ad indicarci le espressioni concrete di vita che sono secondo lo stile di Dio. “Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi ” (Ef 4,31-32). Ognuno di noi deve compiere il cammino senza distaccarsi mai dalla grazia delle origini. E questa grazia è illuminata proprio da quanto ci dice l’apostolo Paolo: “La vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato, e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). L’espressione più evocatrice dell’amore di Cristo per il Padre e per noi è: il suo costato aperto e il cuore ferito. “…avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). La manifestazione più alta di questo amore di Cristo è proprio il cuore trafitto, cioè Cristo non ha risparmiato veramente nulla, ha dato tutto. La grazia delle origini, per noi, sta proprio nella capacità di guardare a questo cuore ferito, espressione suprema dell’amore. La grazia delle origini è tutta qui, e ogni membro CM vive veramente in conformità a quanto Dio vuole nella misura in cui è capace di contemplare questo cuore trafitto. Le conseguenze Dalla contemplazione del cuore di Cristo nasce la riconoscenza, la lode, Dio non ci ha amato per scherzo, ha dato veramente tutto. “Ci ha amati fino alla fine”. Io che ho la vocazione all’amore, devo alimentare la fiamma dell’amore proprio nella contemplazione del cuore ferito di Cristo. Sarà proprio questa contemplazione a provocare in noi: *Il dono di noi stessi. Guardando in faccia questo cuore ferito io mi arrendo in ogni aspetto del mio essere. Mi restituisco a lui in tutto ciò che sono, perché lui mi renda strumento di pace. Tento di ritirare il mio senso di possesso e supplico che sia lui a possedermi e a vivere in me e attraverso me. *Abbandono le preoccupazioni ed affanni: cresco nella certezza che se la mia fede e la mia speranza in lui sono vere, non vi è motivo di ansietà e tensioni. *Abbandono tutte le difese del mio cuore, dei miei sentimenti. IL mio cuore non ama più con il suo proprio amore. E’ lui che ama in me”. *L’impegno a fare qualcosa per corrispondere a questo amore. Questo fare qualcosa una volta era inteso come “riparazione”. Oggi ci si esprime in termini diversi, ma il contenuto è lo stesso. Non perdiamoci in distinzioni inutili. Anzi questo fare qualcosa deve portarci a: a) Un impegno personale che consiste: - nell’apertura allo Spirito che ci guida sul cammino di Dio, proprio per vivere lo spirito di fede. E questo spirito di fede consiste nel pensare ed amare con gli stessi sentimenti di Cristo. Questo avverrà in noi se ci lasceremo guidare dallo Spirito. E ciò che possiamo fare oggi non lo rimandiamo a domani. Facciamo il bene ogni volta che ci si presenta l’occasione, non perdiamo il passaggio di Dio. - Nella vita di unione. La preghiera di offerta “Mio Dio ti offro la mia giornata, questo mio gesto… in unione a Gesù per mezzo di Maria in spirito di amore”. Valorizziamo il più possibile questo piccolo mezzo che ci può aiutare moltissimo nel nostro cammino di amore. - Nella vita di offerta: “Nell’Ecce venio di Cristo e nell’Ecce ancilla di Maria è compendiata tutta la nostra vocazione e il nostro fine, il nostro dovere, le nostre promesse” (P. Dehon). Ora questo vale anche per tutti i membri CM. Il cuore ferito di Cristo provoca la mia offerta quale risposta d’amore. E quale offerta? Tutta la mia giornata come il Signore me la offre, soprattutto i momenti difficili che ci capitano: in famiglia, in gruppo, sul lavoro… Sono diamanti che non dovremmo sciupare mai. Cerchiamo di essere attenti a scoprire tra le foglie morte del nostro cammino la perla preziosa dell’offerta e dell’accettazione serena della volontà di Dio. b) Impegno apostolico: la contemplazione del cuore ferito dovrebbe farci diventare anche più uomini e più donne, cioè capaci di vedere e contemplare quei tanti nostri fratelli, spesso vicini, dal cuore ferito: ferito per le calamità naturali (terremoti), ferito dalla disoccupazione, senza casa e con la disperazione nel cuore; fratelli feriti dalla droga, dall’emarginazione, dalla malattia, dalla solitudine… Io credo che se ci abituassimo a contemplare il Cristo Uomo, ferito dalla nostra cattiveria, ci sentiremmo più invogliati ad essere uomini e donne in senso pieno in mezzo ai fratelli che soffrono. Dunque la contemplazione del Cuore di Cristo deve portarci ad avere espressioni di profonda umanità, di comprensione, di solidarietà, di amore, di misericordia… Noi vogliamo essere degli apostoli verso questi fratelli e far capire loro che l’amore di Cristo merita qualche piccolo sforzo anche da parte nostra. E nell’esercizio della nostra attività, apostolato, impegno, lavoro… la preferenza nostra vada per i poveri e gli umili proprio come ha fatto Cristo, che ha privilegiato chi era povero, ferito a causa della malattia, del disordine, dell’ingiustizia… E noi, per essere sulle orme di Cristo, siamo chiamati a fare altrettanto. (Riflessione tolta dagli scritti di p. Albino)
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