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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffusa in varie regioni d'Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All'istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà castità, obbedienza, ma loro abbandonate la loro condizione di membri la povertà di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole.
News
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENNITA\' DEL SACRO CUORE DI GESU\'
    Venerdì 11 giugno 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENIDADE DO SAGRADO CORAÇÃO DE JESUS
    Sexta-feira 11 de junho de 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLEMNIDAD DEL SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS
    Viernes 11 de junio de 2021... Continua
la preghiera
 
“Questo è precisamente il nostro dovere, come membri di un Istituto secolare: essere “sale” di Dio, cammino che conduce irreversibilmente a Cristo e alla salvezza. Però, per consolidare in noi l’attitudine specifica della fede cristiana, che caratterizzarono in ogni circostanza la vita di Gesù (attitudini e espressioni di verità, di giustizia, di carità, di perdono, di pazienza, di misericordia, di gioia…) è indispensabile la meditazione della parola di Dio, ed è indispensabile che si faccia quotidianamente con un desiderio ardente di Dio e  di crescita in Cristo”. “Siamo chiamati a vivere e a dare testimonianza della nostra consacrazione in mezzo al dramma della vita. Voglia il Signore che la nostra testimonianza sia sempre un segno nel nostro cammino di accettazione paziente e generosa della volontà di Dio. Così, per questo aiuto che diamo alla Provvidenza di Dio, la grazia della redenzione si stabilirà pienamente in noi, e, a partire da noi, arriverà anche ai nostri fratelli. Noi saremo la continuazione nel mondo dell’oblazione salvatrice di Gesù”. “Imploriamo tutti i giorni con insistenza e perseveranza, il dono del miglioramento cristiano nella spiritualità specifica della nostra famiglia. Non illudiamoci di risolvere questo con l’idea che poterlo fare solamente con il nostro sforzo. Siamo troppo deboli e instabili. La nostra autenticità sarà soprattutto frutto della misericordia e onnipotenza di Dio”. “Personalmente ho l’abitudine di recitare i salmi della prima settimana del salterio per dare consistenza al mio ringraziamento al Signore con la voce di tutte le creature. I frutti di questo ringraziamento al Signore sono i seguenti: - La serenità della vita - La disponibilità a nuove grazie - L’abitudine di ringraziare i fratelli, per ogni dono che ricevo, anche il più semplice”. “ La riconoscenza è un sentimento che vuole dominare il nostro spirito perché riconosciamo che la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore è stato un dono che la misericordia di Dio ha fatto a noi e attraverso noi alla sua Chiesa. Guardare al nostro passato con gli occhi della fede ci permette di leggere tutti gli eventi, piccoli e grandi della nostra famiglia; la presenza della bontà di Dio, venuta a noi e che ci accompagna con la potenza illimitata del suo amore”. “Come rendere visibile questa esperienza in mezzo al mondo? Come sono seminatrice di questa felicità? Guardando al Cuore di Gesù che ci ha amato fino a lasciarsi trafiggere il Cuore. Noi siamo invitate a far parte di questo stesso amore che pur trafitto continua ad amare”. “Mantenerci nella sicurezza della fede, mentre i nostri occhi frequentemente sono aggrediti da parole e comportamenti antievangelici … non è facile. È molto problematico senza uno speciale aiuto di Dio. “Signore aumenta la nostra fede”. Soli non possiamo. Abbiamo bisogno di uno speciale intervento del tuo aiuto e della nostra preghiera”. “La necessità di unirci a Dio per mantenerci abitualmente nel cammino di una buona testimonianza ci porta a leggere alcuni numeri dello Statuto il n. 64 (Statuto delle missionarie) dove si sottolinea la necessità assoluta della preghiera per mantenerci nella lealtà e fervoroso ambito della nostra vocazione. “… Nell’assiduità alla preghiera … si alimenta la fedeltà alla vita di consacrazione e la fecondità della nostra missione”. Diversamente ci intristiamo, si vive nello scontento e perdiamo l’efficacia per le opere buone. “L’esempio dell’apostolo Paolo. Certamente la preghiera era un forte impegno nella sua vita spirituale. Non avrebbe potuto assolutamente con le sue sole forze, con la sua generosità (anche se era straordinaria) affrontare e superare le difficoltà di un cammino estremamente arduo. La raccomandazione della preghiera era molto frequente e insistente nelle comunità che visitava personalmente o ad altre alle quali indirizzava le sue lettere. “perché era necessario passare per molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio”(Atti 14,22). Per la preghiera: “che ci sia soprattutto la meditazione, l’incontro quotidiano con Dio, ascolto dell’orientamento di vita della sua Parola. E la sua parola sviluppi nel vostro comportamento una fiamma di amore, il dono di una carità illuminata, paziente, una carità simile a quella di Dio per noi, che non conosce riposo, che non si spegne mai. Nonostante tutto! Ricordiamo che, l’amore è il cuore della nostra spiritualità e che nell’amore, soprattutto noi, saremo rivelazione della gloria di Dio, continuazione dell’incarnazione di suo Figlio”. “Quando Gesù affidò agli apostoli la missione di dare testimonianza della sua persona e del suo messaggio, conosceva le sue debolezze. Allora ha cercato un aiuto supplementare: ”Riceverete forza dallo Spirito Santo” (cfr. Atti 1,8). Non potremmo noi stessi garantirci ogni giorno questo “aiuto supplementare”? Così potremmo continuare a diffondere attorno a noi tutta la luce e tutta la gioia della nostra spiritualità, della grazia disposta dal Signore fin dall’inizio della CM.”. “È necessario che ci manteniamo in frequente contatto con Cristo in maniera che possiamo fare nostri i suoi pensieri così da poterli vivere per manifestarle con decisione, con la certezza che Cristo ci vuole parola dei suoi sentimenti e delle sue opere per la salvezza del mondo”. “Trasformatevi in intercessori davanti a Dio dei problemi del mondo, della Chiesa. Della tua famiglia … Qualunque sia il nostro posto nel mondo teniamo presente che siamo gli architetti del Piano di Dio”. (dagli scritti di P. Albino Elegante)
grazie, san giuseppe
 
Con la lettera apostolica “Patris Corde”  Papa Francesco ha annunciato uno speciale anno dedicato a S. Giuseppe ( 8 dicembre 2020 – 8 dicembre 2021). Al termine di questo cammino proponiamo una riflessione di p. Albino sulla figura di questo Santo che la Compagnia Missionaria invoca e venera come Protettore dell’Istituto. Ritengo espressione di una magnifica intuizione quanto proposto da Anna Maria, la nostra Presidente nella “Lettera Programmatica” : prepararci alla celebrazione del Giubileo della Compagnia Missionaria(2007), condotti per mano dai santi Protettori dell’Istituto, perché le riflessioni dettateci dal loro esempio ci aiutino a rinnovarci nella “grazia delle origini”, aprire l’animo al ringraziamento e guardare con sicura speranza ai giorni futuri. Quest’anno lo vogliamo dedicare allo studio di S. Giuseppe. Le linee che inquadrano la sua grandezza e la sua azione: Giuseppe è il servitore esemplare di Cristo e della sua santissima Madre “i tesori più preziosi di Dio Padre”. S. Giuseppe continua questa missione di sostegno e di aiuto per tutta la Chiesa e per la particolare porzione della Chiesa che è la nostra Famiglia: la Compagnia Missionaria del S. Cuore. L’ “annunciazione” di S. Giuseppe Quale fu la strada che condusse S. Giuseppe alla porta dell’evento redentore? Una notte egli dormiva. Forse il suo animo stava incontrando una pausa di sollievo nell’angustia che da qualche tempo lo tormentava. Maria, la “sua” promessa sposa, era incinta. Come mai non aveva retto la sua fedeltà e si era lasciata sedurre? Così Giuseppe aveva deciso di licenziarla in segreto perché il suo animo profondamente buono non voleva esporre al pubblico disprezzo colei che egli amava intensamente e che riteneva intaccabile anche dalla più forte emozione. Giuseppe, dunque, dormiva e gli si accostò un angelo del Signore che gli disse:”Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”(Matteo 1, 20 - 21). Che mistero di luce e di grazia si apriva allo sguardo di Giuseppe! Il Vangelo non dice che egli sia rimasto abbagliato o sconvolto. Dice semplicemente che “destatosi dal sonno, Giuseppe “fece” come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”. Questa fu l’ “annunciazione” di Giuseppe. Si accostava a quella avuta da Maria, per l’immediata e totale accoglienza della volontà del Signore, nella fede e nella fiducia più aperta e luminosa. Ma mentre Maria aveva espresso con la parola la disponibilità piena nell’animo, dichiarandosi la “serva” che volentieri accettava quanto le era proposto, Giuseppe tacque e “fece”. Meraviglioso silenzio di chi sa solo adorare il dono splendido, unico, irraggiungibile che Dio stava facendo all’umanità. Una via difficile… La vita che gli si apriva davanti sarebbe stata per Giuseppe difficile e grande. Egli, infatti, ha fatto della sua vita un servizio e un sacrificio continuato al mistero dell’Incarnazione e alla missione redentrice congiunta. Ha usato della autorità legale che gli spettava, non come di una superiorità che gli permetteva di imporsi, ma come di una prerogativa che gli chiedeva il dono totale di sé, della sua vita, del suo lavoro. Egli ha saputo convertire la sua umana vocazione all’amore domestico, nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore, di ogni capacità nell’amore posto al servizio di Gesù e di Maria. S. Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini. S. Giuseppe è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono grandi cose, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere e autentiche. … e grande Però nel silenzio e nella umiltà più profonda, Giuseppe è stato chiamato da Dio al compimento di una grande missione. Ne rileviamo tre aspetti. Il primo è tutto personale, ma forse il più espressivo della sua generosità. Egli venne informato dall’angelo che quanto si è compiuto in Maria è “opera dello Spirito Santo” e che quindi non deve temere di prenderla come sua sposa. Non bisogna forse pensare che anche l’amore d’uomo di Giuseppe sia stato rigenerato dallo Spirito Santo? E che, in forza di tale rigenerazione, egli per tutta la vita, sia stato capace di rispettare l’esclusiva appartenenza a Dio di Maria . Un secondo aspetto è ancora legato alla persona di Giuseppe, alla sua carne e al suo sangue. Egli, secondo la rappresentazione evangelica è un discendente della dinastia davidica. “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato il Cristo” (Mt. 1,16). Dunque, Giuseppe, attraverso la sua realtà “biologica” di discendente davidico, prepara il terreno storico entro cui si inserirà Gesù, presenza perfetta di Dio in mezzo a noi…. Un grazie anche a Giuseppe di questo dono della presenza di Dio tra noi… Il terzo aspetto ritorna all’apparizione dell’angelo a Giuseppe. Questo tocca il vertice della grandezza nella consegna della missione che l’angelo fa a Giuseppe.”Tu lo chiamerai Gesù” (nel linguaggio israelitico Yehossuà = Dio salva). Il nome per il semita non era, come per noi, una pura espressione verbale. Sono parecchie le testimonianze della Bibbia che ci dicono come il nome stesse invece ad indicare la missione di una persona nella storia. Giuseppe è perciò il primo precursore, il profeta, l’annunciatore al mondo della realtà profonda del figlio della sua sposa. “Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt. 1,21). Vogliamo dire la nostra riconoscenza a Gesù per averci restituito all’amicizia di Dio a prezzo del suo sangue. Ma vogliamo dirla anche a Giuseppe, la cui adesione fiduciosa alla parola di Dio l’ha fatto apostolo della “lieta notizia” che, ancora una volta, la bontà di Dio stava chinandosi sulla nostra povertà. S. Giuseppe e noi Ma in tema di povertà, sollevata dalla provvidenza di Dio per la mediazione di S. Giuseppe, ne ha fatto esperienza, per suo verso, anche la Compagnia Missionaria. Era appena nata la CM . E si sa che tutti gli inizi delle opere di Dio navigano nei desideri di grandi ideali, ma nella ristrettezza pronunciata delle risorse economiche. A lui parlavamo e affidavamo la soluzione di alcuni casi difficili…Diverse vicende lo potrebbero testimoniare. Che alcuni di questi casi siano stati un vero e proprio miracolo della provvidenza, personalmente mi sentirei di affermarlo. Comunque, oggi rinnovo il mio “grazie” e il “grazie” di tutta la Compagnia Missionaria all’assistenza vigile di S. Giuseppe e concludo con la supplica che Anna Maria ci ha consegnato per la recita quotidiana di quest’anno: S. Giuseppe, sempre ci hai aiutato nelle nostre urgenze di vita. Dacci un cuore fiducioso, libero, aperto per servire innanzitutto il Regno di Dio. Amen! (dagli scritti di P. Albino Elegante)
frammenti di lettere
 
Tra le prime (missionarie) che con p. Albino, daranno inizio al nuovo Istituto ci sono Rina Zanarotti, Cesarina Assi, Bruna Ballabio. Il padre da anni è il loro direttore spirituale e quindi intrattiene con loro una corrispondenza epistolare. Nelle lettere o biglietti che esse ricevono da lui prima della fondazione della Compagnia Missionaria, troviamo la semplicità e la profondità di una spiritualità esigente vissuta nel quotidiano… Queste lettere sono state pubblicate nel volume “Gettare tutto nelle fondamenta” (Lettere dal 1948 al 1957). Rileggiamo insieme alcuni stralci ancora attuali e vitali per alimentare il nostro vissuto. …Per la sua impazienza, per la sua aridità, per la sua incostanza niente avvilimenti si tenga abitualmente con lo spirito nelle disposizioni del povero pubblicano di cui leggiamo nel Vangelo che entrato nel Tempio del Signore si prostra a terra, non osa neppure alzare gli occhi verso l’alto e ripete senza stancarsi: Signore abbi pietà di me perché sono un povero peccatore. Così noi immaginiamoci ai piedi di Gesù e confusi della nostra miseria, desiderosi anche di un po’ di conforto e di luce, ripetiamoGli con tutto il cuore: Signore abbi pietà di me. Signore se tu vuoi mi puoi guarire. Signore che io veda! Sacro Cuore di Gesù, confido in te! Gesù mi fido di te! Preghiamolo così Gesù con il cuore in chiesa, in casa, lungo la via dappertutto, preghiamolo con abbandono, con confidenza, con il desiderio ardente, che Gesù compatisca la nostra miseria ma anche che ci aiuti a migliorare, a vincerci. Non dubiti che Gesù ascolterà i suoi gemiti. Ama tanto Gesù le anime umili! E le santifica! Credo le gioverà molto questa forma di preghiera e, se sarà veramente cordiale, le riempirà l’anima di inesprimibile dolcezza. Un po’ alla volta per la grazia di Gesù, le pioverà allora a torrenti nella sua anima, tante piccole miserie scompariranno, e quelle che sussisteranno, quelle che ci accompagneranno sempre fino all’ultimo giorno della vita, bagaglio inseparabile della nostra debolezza lei imparerà ad amarle, non certo in quanto sono offesa di Gesù, ma in quanto stimoli all’umiltà e all’abbandono, alla fiducia, alla confidenza in Gesù… Non si scoraggi mai, anche se i passi che fa sono molto lenti e i progressi leggeri. Adagio adagio si prende l’abitudine anche nel bene. Gesù, del resto, sa tanto comprendere e compatire la nostra debolezza! Certo, se è possibile svincolarsi un po’ di più dalle nostre miserie, se è possibile mortificare di più la nostra accidia facciamolo. Doniamoci all’Amore con fervore, con slancio. Io prego perché Gesù le faccia anzitutto comprendere che Lui deve essere l’aspirazione e l’ideale supremo della nostra vita; Gesù è la grande realtà che resta mentre tutto passa e tramonta, Gesù è l’unico che possa colmare il desiderio insaziabile di felicità del nostro cuore. Ce lo testimonia S. Agostino, che pur nella sua vita di peccato aveva bevuto alla coppa di tutti i piaceri e aveva rincorso tutte le apparenti felicità della vita: Signore il nostro cuore è fatto per te ed è inquieto, insaziato finché non riposa in te! E non l’abbiamo sperimentata anche noi questa dolcissima realtà nei momenti più fortunati della nostra vita quando noi eravamo tutti di Gesù e Gesù tutto nostro?... Ma che paradiso anticipato sarebbe la nostra vita se fosse tutto un dono continuato, senza riserve a Gesù! Che paradiso! S. Francesco Saverio in mezzo alle fatiche indicibili del suo apostolato sentiva il cuore scoppiargli della felicità del possesso di Gesù, tanto che era costretto a supplicare: Signore basta, altrimenti io muoio. Quali sono ordinariamente le persone sulle cui labbra noi troviamo sempre il conforto di una parola dolce e di un sorriso anche quando soffrono indicibilmente: le persone la cui anima è tutta di Gesù. Pregherò ancora perché dopo aver compreso, agisca energicamente, senza troppi riguardi a se stessa. Per divenire santi bisogna un po’ sempre farsi sapientemente folli. Parrebbe un controsenso, eppure se vogliamo risparmiarci troppo nel corpo, nel cuore, nella volontà, nelle vedute, nei sentimenti, nelle soddisfazioni d’onore ecc. come si verificherà il completo annientamento di noi stessi, condizione necessaria perché viva in noi Gesù? Permetta che le raccomandi sopratutto la santa gioia, il buon umore in ogni circostanza, da sola e nelle relazioni con gli altri, pronta a sacrificare a Gesù ogni ombra, ogni malinconia, ogni sofferenza. Le riuscirà di essere allora più paziente e più cordiale. Le raccomando ancora l’unione a Gesù durante la giornata, offrendo a Lui ogni sua azione in spirito di amore e di riparazione. Divinizzi il suo lavoro facendo sue le intenzioni con cui Gesù lavorava nella casetta di Nazareth. Moltiplichi le piccole Giaculatorie, gli atti di amore. Possa presentarsi ogni mattina a Gesù nella S. Comunione con le mani cariche di doni, di santi affetti, di ardenti desideri! Usi la carità di ricordarmi qualche volta lei pure al Signore. Ogni giorno noi dobbiamo riconfermarci nella buona volontà e nei propositi; ogni giorno dobbiamo riprenderci con forza e con decisione come se per la prima volta ci mettessimo ad amare e a servire il Signore. È questo il segreto della santità! È tanto buono il Signore e Gli dà tanta consolazione la nostra preoccupazione di riprenderci nel Suo amore. Egli sa di che fango siamo impastati, conosce quanta debolezza si accumuli nel nostro spirito ed è pronto ad essere infinitamente misericordioso se pentiti noi ritorniamo a Lui e confidiamo nella Sua grazia. Come altre volte l’ho esortata, si sforzi di vivere in grande spirito di umiltà, ma umiltà serena, molto serena ricordando che Gesù ha delle predilezioni tutte speciali per chi riconosce la propria debolezza e se ne sta piccolo piccolo al Suo cospetto. Ma accanto all’umiltà ci sia la confidenza, una confidenza illimitata. Gesù, Le ripeto, è buono, immensamente buono. Gesù apprezza i nostri piccoli sforzi soprattutto quando l’anima è nella desolazione e nella aridità, ed è pronto a venirci incontro quando vede che noi tendiamo a Lui, Lo cerchiamo con sincerità di cuore… Rimettiamoci con più abbandono alla santa Volontà di Dio e poi in tutto e sempre serenità, serenità, serenità! Che la nostra vita sia tutta un sorriso per Gesù. Studiamoci di sorridere a tutto. Allontaniamo in silenzio le noie, la stanchezza, i dolori fisici e morali e non occupiamoci d’altro che di piacere a Gesù sorridendo. P. Albino Elegante
le “parole chiave” della nostra spiritualità: semplicità
 
L’insegnamento e l’esempio di Gesù ci insegnano chiaramente la via per lo splendore della nostra vita di semplicità. Però accanto ci vogliamo mettere anche il nostro impegno umano per completare l’indirizzo della fede. Un primo suggerimento ci viene dalle parole dell’apostolo Paolo: “quando sono debole è allora che sono forte” (2a Cor. 12,10). Sembrano un paradosso. Eppure, esprimono una grande realtà. Un brano di una lettera del grande psicologo Carl Jung ci aiuterà ad afferrarla. “Vi ammiro, voi cristiani, perché identificate Cristo con il povero e il povero con Cristo, e quando date del pane a un povero, sapete di darlo a Cristo. Ciò che mi è difficile comprendere è la difficoltà che avete a riconoscere Gesù nel povero che è in voi. Quando avete fame di guarigione o di affetto, perché non lo volete riconoscere? Quando vi scoprite nudi, quando vi scoprite stranieri a voi stessi, quando vi trovate in prigione e malati, perché non sapete vedere questa fragilità come la presenza di Gesù in voi?” Un secondo suggerimento possiamo vederlo concretizzato in questo motto: “amati con le tue ferite” Jean Vanier, parlando ai formatori e formatrici (2004) ha detto che è molto importante per la serenità e la gioia della vita propria e altrui essere coscienti delle nostre ferite forse profonde. “Il figliol prodigo si è identificato lui stesso con i porci. Ormai non giudica più nessuno. Tutto per lui è misericordia, tutto è grazia. Il figlio maggiore, al contrario, giudica perché non ha ancora riconosciuto la propria povertà. Ha creato attorno a sé un fitto sbarramento e rifugge dal guardarsi in profondità. Ma non si può cogliere la misericordia di Dio, se non quando si è toccato profondamente la propria miseria. E quando si è toccato la propria miseria non si ha più il coraggio di mutilare la nostra fiducia per tutti gli altri”. E una grande fiducia per tutti gli altri è un coefficiente di spirito che alimenta la vita di semplicità. Il terzo suggerimento lo incontriamo nella preghiera degli A.A. (Alcolisti anonimi) È originalissima ed è detta “preghiera per la serenità”. Serenità e semplicità si integrano a vicenda. “Concedimi, Signore, la serenità necessaria per accettare le cose che non posso cambiare; avere il coraggio di cambiare quelle che rientrano nelle mie possibilità: saper distinguere intelligentemente le une dalle altre. Una breve riflessione su queste indicazioni. 1) Accettare le cose che non posso cambiare Sono molte le cose che non posso cambiare: il passato, il futuro e neppure le altre persone. È necessario che io mi impegni ad essere attento e buono con i miei familiari per tutto il tempo che il buon Dio li lascerà al mio fianco. Se una mano amica dovesse con il tempo lentamente raffreddarsi nella mia mano, accetterò la cosa come se circostanze e spazio l’avessero allontanata le miglia da me. Io non posso cambiare le persone. Esse continueranno a fare le cose alla loro maniera, anche se tenterò ripetutamente di proporre a loro il mio modo di vedere. Che cosa allora posso cambiare: ME STESSO! 2) Avere il coraggio di cambiare quelle che rientrano nelle mie possibilità Ciò significa: cambiare il MIO modo di essere. Aiutami, Signore, a modificare l’abitudine con cui penso e giudico gli altri. Invece che criticarli, devo accettarli come sono. Invece che ignorare i loro problemi, devo mostrarmi interessato ad essi e dare generosamente un aiuto a risolverli. Invece di presentarmi freddo e insensibile, devo mostrarmi con un atteggiamento affettuoso e cordiale. Aiutami, Signore, a modificare le mie emozioni aprendomi alla speranza, all’amore, al coraggio, alla pace, alla gioia…anziché chiudermi nelle amarezze, nei timori, nel disgusto, nel risentimento, nell’odio…. Tutte queste cose io posso lentamente modificare. Basta che sia sufficientemente onesto ed umile da ammettere la necessità di farlo. 3) Saper distinguere intelligentemente le une dalle altre. Se vedo cose che non mi piacciono, è il momento di esaminare me stesso: i miei sentimenti e le mie reazioni. Devo esaminarmi una volta, due, tre… prima di permettermi di criticare gli altri. Comprendo che la mia esistenza è strettamente legata alla esistenza altrui. Ma devo avere tanto buon senso da non pretendere che cambino gli altri. Sono io che devo cambiare: la mia maniera di pensare, di comportarmi, di reagire. Dunque, la mia risposta alla preghiera per la serenità è questa: POSSO E DEVO CAMBIARE SOLAMENTE ME STESSO.
le “parole chiave” della nostra spiritualità: semplicità
 
La comunione, l’amore, l’oblazione e “la semplicità” costituiscono il “proprium” della spiritualità del Sacro Cuore per la Compagnia Missionaria. Lo Statuto delle Missionarie al n. 9 delinea la modalità, il dovere di impostare il nostro comportamento in maniera tale che balzi all’evidenza di tutti che “in tutto e sempre” pensiamo, operiamo, siamo mossi dall’amore. È la carità di Cristo che ci guida in ogni circostanza (cfr.2 Cor. 5,14) e dimostra agli occhi di tutti che c’è una caratteristica tutta “nostra” di vivere e testimoniare l’amore: la semplicità e il sorriso. Ancora una volta ci poniamo alla scuola di Gesù, ricordando che ciò che dà senso di amore a tutto, e forma l’asse di equilibrio del nostro comportamento di amore in tutto, è Lui: la sua parola e il suo esempio. 1) La sua parola: ce la offre una pagina di Matteo 18, 1-5. Alcune riflessioni per l’inquadratura e la comprensione del brano: · Perché gli apostoli pongono a Gesù la domanda: “Chi è il più grande”? Forse per rivalità, per reciproca gelosia… Non erano mai mancati questi sentimenti passionali nel gruppo al seguito di Gesù. · “Grande” vuol dire, qui, preminente, superiore agli altri in forza di questa o quella qualità, di questo o quel potere. · Gesù non risponde direttamente alla domanda. Pone un “gesto simbolico”, alla maniera dei profeti. E questo “gesto simbolico” sconvolge i sogni di grandezza coltivati dai discepoli. · Gesù parla di necessità di “conversione”, cioè di mutamento radicale di pensiero e di sentimenti perché il Regno di Dio, quello predicato da Gesù, ha una dinamica di esigenze completamente opposte alla fame della superbia umana. “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. · Notiamo l’introduzione che Gesù premette al suo insegnamento. Usa l’espressioni delle circostanze solenni, le circostanze cioè importanti, fondamentali della trasmissione della verità di Dio. Quelle che costituiranno le colonne portanti dell’edificio della fede: “In verità vi dico…” · “Diventare come i bambini”: l’espressione non significa certo che Gesù voglia imporre ai suoi seguaci di immergersi in un ideale di eterna bambinaggine. Né intende esaltare il bambino per i suoi caratteri innegabili di bellezza e di innocenza. Nella società ebraica il bambino era il simbolo della piccolezza, della pochezza, del quasi “non valore”. Gesù lo propone per questa sua posizione di chi sta all’ultimo gradino della scala sociale. E dice che per “entrare nel regno di Dio”, cioè nella pienezza di verità e di grazia che egli ha portato dal cielo, bisogna farsi piccoli, modesti, senza pretese, stimarsi sempre super-considerati dalla benevolenza altrui, lasciar cadere pensieri e atteggiamenti di orgoglio, sogni di autoesaltazione… In una parola vivere in quell’atteggiamento di fede che esprime e compendia una caratteristica originale del nostro carisma C.M.: la semplicità. 2) L’esempio di Gesù Il Vangelo di Luca ci racconta un momento della passione di Cristo che è altamente espressivo dello spirito di pazienza e di semplicità con cui dobbiamo affrontare le situazioni. “Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano, lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: “Indovina chi ti ha percosso”. E molti altri insulti dicevano contro di Lui” (Lc.22,63-65). Riflettiamo sul significato di questa scena e sull’atteggiamento di Gesù. MATTHIAS GRUNEWALD,  Cristo deriso, 1504-5, Alte Pinakothek, Monaco. · Innanzitutto localizziamo il luogo della scena: sono i locali del corpo di guardia del sinedrio. Forse il più lurido: la prigione. · Chi sono coloro che offendono così Gesù? Sono delle guardie, dei servi, cioè persone a loro volta umiliate e offese, quindi abituate anch’esse a ricevere umiliazioni, offese, forse percosse da parte dei superiori, abituate a dover riconoscere che il diritto è del più forte, di chi ha saputo e potuto usurparselo. Ma questa volta si trovano davanti qualcuno più debole di loro, più fragile. E così sfogano su di Lui tutta l’amarezza della loro vita. Forse non c’è malvagità, cattiveria pura nel loro comportamento. Però è doloroso dover constatare che l’uomo costretto a vivere una vita quasi impossibile, appena ne abbia la possibilità sappia scatenarsi con tanta brutalità su chi è più debole di lui. · Cosa fanno contro Gesù? Lo provocano e lo colpiscono in ciò che è più caratteristico in Lui: la sua qualità di profeta: “Indovina chi ti ha colpito”? Ma Gesù tace. Forse con stupore si chiedono: ma perché quest’uomo non reagisce? E si beffano di lui, come di un illuso, di un falso profeta. · Come reagisce Gesù? Soprattutto con il silenzio che accetta con suprema mansuetudine la villania che lo circonda. Ma Giovanni ci dice che, al momento opportuno, anche Gesù parlò. Senza fremiti di rabbia, senza reazioni scomposte, ma con molta limpidezza domandando al servo del Sommo Sacerdote che l’aveva schiaffeggiato: “Se ho risposto male (alla domanda fatta dal sommo sacerdote) dimostramelo; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (cfr. Gv. 18,23). Essere buoni, essere semplici non significa accettare nel silenzio tutti i soprusi. L’esempio di Gesù ci insegna anche a parlare, a domandare, a far riflettere, a portare chi ci sta dinanzi a domandarsi la ragione del compimento di certi atti di superbia, di prepotenza, di cattiveria. E tutto questo, per aiutarlo ad essere e a comportarsi in ogni momento con dignità umana che rispetta e venera la libertà altrui. (continua) (dagli scritti di P. Albino)
in pieno clima di salvezza
 
Riflessioni tolte da un ritiro di padre Albino Elegantealle missionarie di Bolognaper la festa di Pentecoste e del Sacro Cuore.(7 giugno 1987) Lo scambio delle consegne La Pentecoste è il giorno dello scambio delle consegne tra Cristo e lo Spirito Santo per la continuazione della redenzione e della santificazione degli uomini da parte dell’amore di Dio. Scambio delle consegne, per cui in questo momento noi viviamo in pieno clima di salvezza. Ecco il cammino della salvezza. Questo mi pare una cosa molto importante, perché siamo troppo portati a pensare che la salvezza sia opera del solo passato. Allora va particolarmente bene l’esortazione del salmo 94: “Ascoltate anche la sua voce; non indurite il vostro cuore come fecero i vostri Padri a Meriba, a Massa nel deserto, dove mi tentarono, mi misero alla prova. Ascoltate anche la sua voce”. La voce dello Spirito Santo che appunto continua quest’opera dell’amore di Dio, proteso alla salvezza, alla santificazione. Guardiamo agli atteggiamenti che noi possiamo avere in questo momento di pieno clima di salvezza. Lo facciamo con una osservazione del Marmion (un autore che qualche tempo fa era abbastanza in voga, adesso è un po’ passato), comunque ha della dottrina molto buona. Il Marmion osserva che, nei giorni della vita terrena di Cristo, molti andavano da lui, accoglievano l’invito alla conversione e di fatto cercavano nella misura delle proprie possibilità di impostare la loro vita quotidiana secondo l’indirizzo delle parole di Cristo e lo facevano, secondo la testimonianza in particolare di S. Luca, sotto l’azione dello Spirito Santo. Bello il pensiero di S. Ireneo: “Lo Spirito Santo, nel momento in cui Cristo si fece uomo, invase anche l’umanità di Cristo e di tutti coloro che andavano ad ascoltarlo”. Chi andava da Cristo obbediva alla voce dello Spirito Santo, chi invece aveva una fiducia accanita nelle proprie intuizioni e si manteneva refrattario ad ogni suggerimento di conversione che poteva venire dall’esterno, nel caso specifico dalla Parola di Cristo, costui lo faceva resistendo allo Spirito Santo. Questo si ripete anche oggi. Ecco perché ci tengo a sottolineare ancora una volta: siamo in pieno clima di salvezza. Chi ha la capacità di rinunciare al proprio modo di vedere per accettare quello tracciato da Cristo, lo fa sotto l’azione dello Spirito Santo. Chi invece è abbarbicato al suo modo di vedere e non c’è possibilità che la parola penetri nel suo cuore, costui resiste allo Spirito Santo. Ed è il famoso rimprovero che Santo Stefano rivolgeva ai Sinedriti, i quali molto probabilmente erano irreprensibili dal punto di vista delle prescrizioni legali, però non andavano oltre: “Voi resistete sempre allo Spirito Santo”. Che cosa può fare lo Spirito santo in noi “Il primo uomo divenne, secondo l’espressione cara a S. Ireneo, “la gloria di Dio”. L’argilla con cui era stato impastato ricevette il soffio di vita e allora l’argilla, vivificata da questo soffio, divenne la gloria di Dio, la creatura più bella, più espressiva della grandezza di Dio. Noi ci poniamo in questa sfera di grandezza, nello splendore della testimonianza che è nell’aspettativa di Dio e dei fratelli se, circostanza per circostanza, la nostra iniziativa personale avrà il coraggio di cedere il passo all’azione dello Spirito Santo, che è il soffio di vita capace di trasformare la povera argilla del nostro essere in un’immagine luminosa e continuata nel tempo di Cristo Risorto. Allora è chiaro che la nostra vita diventa l’esempio e la strada che conduce a Cristo. Ricordiamo l’espressione di San Paolo: “In qualunque posto andiamo, lasciamo il profumo di Cristo”. E questo capiterà anche di noi se, circostanza per circostanza, la nostra azione sarà capace di cedere il passo all’azione dello Spirito Santo … Stare sempre dalla parte della carità Per noi c’è il nostro essere Compagnia Missionaria. Lo Statuto al N° 9 dichiara “invisibile” pienezza della nostra vocazione al carisma dell’amore, senza l’aiuto efficace dello Spirito Santo. Impegniamoci durante la giornata: se i nostri sensi ci immergono nelle realtà materiali, in queste cerchiamo la via della nostra ascesa allo Spirito. In che modo? Stando sempre dalla parte della carità. “Tutto tra voi si compia nella carità”, dice l’Apostolo Paolo nella 1a lettera ai Corinzi (6,14). La preziosità degli atti di carità, che forse qualche volta sottovalutiamo perché siamo refrattari all’azione dello Spirito Santo, viene diminuita perché ci comportiamo secondo il nostro modo di vedere, mentre la preziosità degli innumerevoli atti di carità che possiamo compiere durante la giornata, sono indicati nella lettera ai Galati (5,22). Sicuramente questi atti di carità ci mettono dalla parte dei desideri dello Spirito Santo e ci fanno camminare da uomini del nostro tempo, circondati da questa realtà complessa, ma secondo la volontà dello Spirito: questo è importante. Non è la modalità che dobbiamo tener presente, è la sostanza! Se dunque vivo immerso in questa realtà che mi distrae in tutte le maniere, che moltiplica le iniziative, la creatività per suscitare i miei interessi e la mia distrazione, mi abbarbico a questi atti di carità che sicuramente piacciono allo Spirito santo che è Spirito D’Amore. Inoltre diventano una manifestazione della dolcezza, della pazienza, della grazia dello Spirito Santo è questo è tutto, sia come cristiani sia come membri della Compagnia Missionaria. L’ape fa scuola d’amore La festa del Sacro Cuore ci richiama a quello che Marta (missionaria) ha definito il “gesto semplice e profetico” della consegna di quell’immagine del Crocifisso dal Cuore squarciato. Nella consegna di questa immagine è stato detto che essa “diventa l’appello a farne il punto di riferimento vitale come membri C.M.” Non un riferimento qualunque, devozionale, ma vitale. Abbiamo appena detto che in tutte le manifestazioni della nostra vita dobbiamo renderci disponibili alla grazia dello Spirito santo, assurgendo dalle realtà materiali allo Spirito mediante la carità, per cui diventiamo manifestazione della grazia dello Spirito. Lo Statuto della Compagnia Missionaria al N° 9 ci dice che dobbiamo diventare segno visibile della presenza di Dio proprio attraverso la carità. Essa costituisce la “nota dominante” della nostra volontà di amore, altrimenti sono chiacchiere. L’atto di carità che io compio diventa nota dominante del mio servizio al carisma dell’amore. Inoltre il N° 9 specifica anche il sorriso, la comprensione, l’accettazione, la capacità di perdono e di ripresa integrale, senza lasciare strascichi. Quando Pietro chiese a Gesù se doveva perdonare 7 volte, Gesù rispose: “Non 7 volte, ma 70 volte 7”, cioè sempre. Qualsiasi atto di carità è sempre un superamento di se stessi. C’è una bella poesiola di R. Pezzani intitolata: L’ape che fa’ scuola d’amore. Il fiore disse all’ape affaccendata:“Sei davvero sfacciata;il nettare mi rubi e te ne vai,e un dono in cambio non mi lasci mai. Disse l’ape sincera: “Sono un’operaia della primavera, e tutto il giorno faccio miele e cera. Agli uomini piace tanto il miele mio e la cera che arde piace a Dio. Se quello che abbiamo non lo diamo di cuoreChe diremo allora al Signore?”“Prendi quello che vuoi, rispose il fiore, mi hai insegnato che cos’è l’amore”. Semplicissima, ma molto bella. La nostra ape è il Cuore ferito di Cristo. Ecco perché torno ad insistere: cerchiamo di fissare piccole zone della nostra giornata e facciamo in modo che sia una contemplazione piena di intensità, di tenerezza, di riconoscenza. Allora il Cuore di Gesù ci insegna che cos’è l’amore, anzi ci provoca all’amore. Voi dovete arrivare fino a qui. Quel giorno che stavo facendo un lavoro materialissimo, mi sono innervosito pensando a tanta gente che tendeva la mano, poi ho visto l’immagine del Cuore trafitto e ho pensato: “Che cosa importa allora il posto dove sono? L’importante è che io diventi come Cristo”. Ecco l’immagine che mi ha provocato e mi sono detto: “Anche se dovessi rimanere così per tutta la vita ...”. Cristo non si è staccato da solo dalla croce, l’hanno staccato gli altri. Lui sarebbe rimasto lì per l’eternità. E’questa la lezione che mi dà il Cuore ferito di Gesù. Naturalmente anche qui ci vuole un motivo, perché essere sempre nell’atteggiamento dell’ape che attinge e dà, non è facile. Noi siamo troppo abbarbicati a noi stessi, siamo troppo stretti nelle morse dell’egoismo. Ho cercato nella Sacra Scrittura e ho trovato un brano del discorso che San Paolo ha fatto agli anziani di Efeso: “E ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci della Parola del Signore: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. (Atti 20, 32 – 35) Noi dobbiamo tenere abitualmente presente questa parola del Signore, custodirla nel nostro cuore. Purtroppo noi ci stanchiamo di dare, di dare in continuità; eppure Gesù ha detto e forse ne abbiamo fatto anche l’esperienza, che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
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COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE
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