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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 13 / 11 / 2018
    CONSIGLIO CENTRALE
    28 gennaio - 2 febbraio 2019, a Bologna... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    CONSEJO CENTRAL
    28 de enero - 2 de febrero 2019, en Bolonia... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    CONSELHO CENTRAL
    28 de janeiro - 2 de fevereiro de 2019, em Bolonha... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La Presidente in Guinea Bissau
    Martina visiterà il gruppo della Guinea dal 6 dicembre 2018 al 9 gennaio 2019. La accompagniamo con... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    A Presidente em Guiné Bissau
    A Martina visitará o grupo da Guiné, de 6 de dezembro 2018 a 9 de janeiro 2019. Acompanhamo-la com... Continua
  • 13 / 11 / 2018
    La presidenta en Guinea Bissau
    Martina visitará el grupo de Guinea desde el 6 de diciembre 2018 al 9 de enero 2019. La acompañamo... Continua
consacrate secolari dalla radice dehoniana
 
La contemplazione di Cristo nel mistero del suo Cuore trafitto, segno di amore totale per gli uomini e strumento di redenzione universale, è stata per il p. Leone Dehon la fonte da cui è promanata l’Opera da lui fondata con l’intento primario della devozione al sacro Cuore di Gesù e della Riparazione. Questa spiritualità cristocentrica si diffuse molto intensamente soprattutto negli anni ’50, ad opera di p. Albino Elegante scj, allora direttore del movimento dehoniani “Apostolato della Riparazione”. Preso atto dell’esigenza di alcune aderenti di consacrarsi a Cristo restando nel mondo, p. Albino Elegante diede inizio alla Compagnia Missionaria del S. Cuore nel Natale 1957, a Bologna. Il 25 marzo 1958, il Card. Giacomo Lercaro, allora Arcivescovo di Bologna, eresse la Compagnia Missionaria del S. Cuore in Pia Unione, approvandone lo Statuto ad experimentum. Dopo una lunga esperienza di vita e di confronto, la Pia Unione venne eretta in istituto Secolare di diritto diocesano l’8 settembre 1983, da Sua Ecc.za Mons. Enrico Manfredini, allora Arcivescovo di Bologna. È stato infine elevato al grado di diritto pontificio il 10 giugno 1994. Nel corso degli anni l’Istituto si è sviluppato e diffuso, oltre che in diverse diocesi italiane, anche in Portogallo, Mozambico, Cile, Argentina, Guinea Bissau, Indonesia. La sede centrale dell’Istituto è a Bologna, in via A. Guidotti 53 Le missionarie sono donne consacrate, attraverso i voti di castità, povertà, obbedienza, per realizzare una somiglianza più integrale all’oblazione di Cristo, alla sua assoluta disponibilità per amore al Padre e agli uomini, così da diventare strada a Dio per i fratelli. In quanto appartenenti a un istituto secolare, nella consacrazione mantengono la condizione di membri laici del popolo di Dio, vivendo in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. “La peculiarità di tale vocazione sta nell’anelito all’affermazione simultanea di due caratteristiche: - la piena consacrazione della vita secondo i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, - la piena responsabilità di una presenza e azione trasformatrice al di dentro del mondo per plasmarlo, perfezionarlo, santificarlo” (Paolo VI)
intervista ad agnese
 
- Presentati: di dove sei? Come è composta la tua famiglia? Parlane ampiamente. Qual è la tua cultura, te ne senti parte, come? Altro? La tua professione? Attualmente come vivi la situazione di precarietà di tua mamma? Quando riprenderai il lavoro di Infermiera? Sono di Sarcedo (VI). La mia famiglia è composta oltre che da me, da mia Madre di 91 anni, e un fratello di 63, il fratello maggiore pensionato vive in Puglia dove ha svolto la sua professione nella marina militare e una sorella, religiosa delle orsoline del S.Cuore di Maria, missionaria in Brasile. Sono la figlia minore e mi sono sempre preso cura della famiglia fin da quando ho terminato la scuola dell’obbligo, iniziando così a lavorare in fabbrica nel settore tessile per quasi 10 anni. La famiglia era povera, lavorava i campi che non rendevano un guadagno sufficiente. I due fratelli maggiori sono partiti giovanissimi per seguire la loro strada. Papà è morto 10 anni fa: ho potuto assisterlo fino alla morte. La mia cultura media sviluppatasi nel corso degli anni insieme al mio cammino umano, professionale, spirituale, mi ha visto passare dal lavoro in fabbrica ad entrare come inserviente in una casa di riposo. Successivamente sono stata inviata a fare i corsi per operatrice di assistenza secondo le leggi regionali degli anni 80 assumendo una configurazione di livello superiore anche nel lavoro. Sono stati anni molto stimolanti professionalmente, umanamente e spiritualmente. In quel periodo ho frequentato anche la scuola serale di teologia per laici in diocesi: un corso durato 3 anni che mi ha arricchita ulteriormente ampliando le mie vedute anche sulla storia e sul nostro tempo, sulla chiesa e sul suo cammino. La possibilità poi di realizzare la mia aspirazione professionale di infermiera, si realizzò nei primi anni 90 dopo avere conseguito l’ammissione al terzo anno di scuola superiore frequentata la sera come studente lavoratrice. Questo era il requisito per accedere alla scuola infermieri.  Anche la famiglia in quel periodo stava discretamente bene. Così venni a Bologna dove ho vissuto per tre anni  in Via Guidotti nella nostra sede centrale e dove ho frequentato la scuola infermieri all’ospedale Maggiore. Finita la scuola sono rientrata in famiglia dove ho ripreso il lavoro e la cura dei miei. Durante questo tempo vari percorsi formativi mi hanno sempre tenuta aperta alla realtà locale, nazionale e mondiale. In poche parole alla realtà globale, con una lettura evangelica trasversale per coglierne appelli e segni.  Dal 2001 svolgo la mia professione di infermiera all’ospedale di Bassano del Grappa. Per 10 anni ho lavorato nell’area chirurgica e chirurgica specialistica.  Dal febbraio scorso dopo un periodo di aspettativa per occuparmi dell’assistenza della mamma, sono stata collocata nell’area pediatrica infantile-nido. Credo sia anche questo periodo lavorativo un dono della Provvidenza per accogliere il dono della vita dal suo inizio e contemplare il miracolo continuo della vita che dice al mondo che Dio non si è ancora stancato dell’uomo. Lavoro e assistenza della mamma occupano quasi la totalità della mia giornata. Sono supportata anche dall’aiuto di una persona per la mamma. L’icona del buon samaritano sta guidando e illuminando questi anni di maggiore carico assistenziale della mamma. - Da quanto tempo conosci la CM? Quali aspetti vivi meglio della tua appartenenza alla nostra famiglia? I tuoi gruppi CM di appartenenza? Quali sono le attività CM che senti più vicine alla tua sensibilità? Quali aspetti della tua formazione ti hanno aiutata a crescere come donna? Dove senti che potresti condividere le tue competenze? Conosco la C.M. da metà anni 80. L’ho conosciuta durante un corso di esercizi tenuto da una missionaria. Sono entrata poi negli anni 90 e la prima consacrazione è avvenuta nel ’99. Gli aspetti che mi ritrovo a vivere nella mia attuale realtà di vita sono la spiritualità centrata sull’amore del cuore di Cristo che si concretizza nell’oblazione, nella semplicità, nell’offerta della vita. Ancora, nel vivificare ogni ambiente di vita con i valori del vangelo. I gruppi di appartenenza sono stati il gruppo di vita in famiglia di Bologna che per me è stato uno spazio arricchente di pensiero, di elaborazione e riflessione di contenuti umani e spirituali. Attualmente faccio parte del gruppo di vita fraterna di Bologna. Le attività che sento più vicine alla mia sensibilità sono la missione, l’evangelizzazione, la promozione umana, la lettura e lo sguardo sulle realtà umane dal punto di vista del Vangelo, di Dio. La formazione è stata importante e lo è tuttora nella mia formazione di donna. Ma chi mi ha segnato nella mia crescita come donna sono state alcune figure femminili e maschili. Una religiosa, con cui ho lavorato per 13 anni, mi ha segnato profondamente come crescita nell’attenzione all’altro, nella concretezza quotidiana, nella sensibilità femminile, nella promozione umana. Devo molto a questa suora il cui amore è sempre stato sincero e vero. Da qualche anno è morta e ora la sento presente nella comunione dei santi. Altre figure sono stati alcuni sacerdoti che mi hanno aiutata a riconoscere e tirare fuori i talenti, le risorse, gli aspetti positivi e metterli in moto. Sento che la mia formazione è stata beneficiata anche da qualche missionaria, in particolare ne cito una per tutte, Francesca Righi. Sono passati ormai 10 anni dalla sua morte, ma dentro mi porto la sua attenzione, la sua delicatezza, la ricchezza dei contenuti che ci offriva, la speranza e lo sguardo positivo che aveva per ognuna, anche per me. In questo momento lo spazio per condividere le mie competenze è ristretto per la complessa realtà familiare che sto vivendo. Sento comunque che ogni istante della vita è luogo dove incarno l’accoglienza di Gesù e dove cerco di trasmetterla. - Fai parte di una comunità parrocchiale? Come vivi la tua presenza in parrocchia? In Diocesi? Faccio parte della mia comunità parrocchiale S.Maria Assunta in Sarcedo fin dalla nascita. Nella parrocchia sono inserita nel gruppo missionario, nel canto, nel consiglio pastorale, nei ministri dell’Eucarestia. In questi gruppi oltre al servizio mi si chiede un po’ di animazione spirituale. Nel gruppo missionario si cerca di sostenere i missionari della parrocchia, si sostengono progetti mirati e adozioni a distanza attraverso iniziative varie per raccogliere fondi. Ma molto importante è tenere viva in parrocchia la sensibilità missionaria per una conversione continua degli stili di vita. Con il canto animiamo le messe  domenicali e altre celebrazioni liturgiche. Come ministro dell’Eucarestia aiuto il celebrante nel dispensare la comunione nelle messe domenicali e al bisogno nel portare la comunione ai malati e anziani. Nel consiglio pastorale si attuano delle decisioni comuni per il cammino pastorale della parrocchia e si cercano in una riflessione comune le linee pastorali per la crescita della comunità. In questo tempo la mia presenza in parrocchia è limitata per l’impegno nell’assistenza della mamma. In diocesi sono presente nel coordinamento degli istituti secolari e nella pastorale vocazionale. - Lavori in contatto con i Gesuiti? Da quanto tempo? Quali impegni svolgi? Dove senti che potresti condividere le tue competenze? Con i Gesuiti collaboro del 1999 nel campo degli esercizi spirituali ignaziani nella vita ordinaria. Ho avuto la grazia di fare questi esercizi spirituali nel biennio 1995-1997 con un gesuita. E’ stato un percorso che mi ha dato molto anche nel campo formativo spirituale e che ha integrato la mia formazione nella compagnia missionaria. In loco nel raggio di alcuni chilometri assieme ad un’altra guida animiamo questi corsi di esercizi spirituali della durata di due anni, mensilmente ci incontriamo con il gruppo di guide della zona per la supervisione. Anche questo è un tempo formativo dove lavoriamo su contenuti biblici e ignaziani. Gli esercizi ignaziani sono una forte esperienza di Dio che mi hanno segnata profondamente nel vivere la relazione con Dio nella preghiera vissuta alla luce della Parola di Dio nel contesto della vita quotidiana. La pedagogia ignaziana aiuta con un metodo, con un modo di procedere, con il discernimento e questo mi aiuta ad essere attenta agli appelli alle chiamate di Dio dentro la storia,  dentro il nostro  tempo. Attenta ai movimenti del cuore. Credo che questi aspetti siano di valido aiuto proprio per noi laici consacrati nel mondo: attenti ai movimenti del nostro cuore davanti alla Parola di Dio e alle realtà in cui ci troviamo inserite. - Con i Dehoniani? Ci sono relazioni significative? Quali? Con i Dehoniani ci sono  rapporti di amicizia sporadica. Con qualcuno c’è stata qualche piccola collaborazione nell’animazione della giornata missionaria nella mia parrocchia. I limiti sono dati dalle distanze e dal poco tempo a disposizione per coltivare relazioni e attività comuni. - Che rapporto hai con il territorio? Con le varie realtà che ti circondano? Sono attenta alla realtà del territorio. Nel limite del possibile partecipo a qualche iniziativa nel volontariato dove metto a disposizione le mie competenze infermieristiche. A questo scopo proprio il 19 dicembre u.s. mi è stato assegnato il 26mo premio della bontà da parte di un’associazione sportiva con il sostegno del comune. La motivazione riguardava il servizio alla comunità parrocchiale e l’impegno verso le persone bisognose. - Cosa vorresti comunicare a tutta la CM? Non ci resta che amare!!!!!!!! - Hai qualche sogno nel cassetto? Un po’ di spazio per me, in questo tempo è proprio poco e si rischia di perdere il contatto con se stessi e con Dio. E poi partecipare ad una S.Messa di Papa Francesco a S.Marta…..
consulta delle responsabili
 
LUOGO DI ASCOLTO, DIALOGO E VERIFICA La cosiddetta Consulta, che già il nome stesso fa pensare a una consultazione, a un incontro dove ci si consulta, ha visto la partecipazione di tutte le Responsabili dei gruppi dove sono presenti le missionarie a parte qualche eccezione in cui c’è stata qualche delega. Lo scopo della Consulta è stato quello di trovarsi insieme alcuni giorni per “consultarsi” appunto su specifici tematiche relative ai cammini dei gruppi. Quest’anno si è tenuta a Monguelfo privilegiando questa nostra casa, non solo perché c’era l’aria fresca della montagna ma soprattutto perché ci è sembrato un luogo un po’ più “nostro” dove poterci incontrare. A questo appuntamento oltre che alle Responsabili c’erano, come sempre, anche i membri del Consiglio Centrale e p.Albino che ci ha accompagnato fin dal primo giorno! Cosa abbiamo fatto? Innanzitutto c’è da premettere che le Responsabili sono arrivate a questo incontro dopo una lunga preparazione e un lavoro significativo fatto con il proprio gruppo su una griglia di domande e di questioni che il Consiglio Centrale aveva fatto pervenire almeno diversi mesi fa! I gruppi delle missionarie, sparse nei diversi continenti, hanno lavorato e hanno dato il loro prezioso contributo per la buona riuscita di queste giornate. Le giornate sono state scandite da momenti celebrativi, ascolto le une delle altre, un momento formativo iniziale tenuto da una consacrata di un altro Istituto secolare, da momenti di fraternità molto semplici ma anche molto graditi. L’arte di discernere Il tema? Il lavoro di quei giorni e il lavoro che i gruppi hanno fatto durante l’anno ha avuto come domanda di fondo: “Cosa il Cuore di Cristo ci sta chiedendo a noi (istituto e gruppi) in questo momento storico ed ecclesiale?” Rispondere a questa domanda sembra facile ma in realtà ci siamo accorte che le sfide sono davvero tante e che la complessità del mondo spesso ci provoca a ridare sempre risposte nuove alle diverse realtà dove siamo inserite. Forse però la questione più importante che ci ha fatto riflettere è stata più interna che esterna cioè ci siamo preoccupate anche di guardare la nostra realtà interna perché se funzionano le dinamiche interne, se i rapporti sono sereni, se riusciamo a trovare un ‘intesa all’interno dei nostri gruppi allora anche il mondo fuori lo vediamo con occhi diversi. Qualche tempo fa ho trovato una frase in uno dei tanti libri di Anselm Grün che dice: “...Dipende da noi raggiungere la felicità. La vita è dunque un‘arte? Sì, dipende da noi apprenderla...Qual’è il segreto? Risvegliarsi a ciò che è davvero importante. Sapere fare delle pause invece che farsi prendere dalla frenesia...lasciar maturare le cose e cercare il proprio ritmo. Trovare la giusta misura in tutte le cose... fare ciò che giova al corpo e allo spirito. Guardare se stessi e gli altri con occhi più indulgenti…l’arte della vita consiste in questo: scegliere di vivere la vita in profondità e restare aperti alle sorprese che la vita offre a tutti e a tutto. Ogni giorno!" In un secondo momento ho trovato quest’altro messaggio che recita così. “Prima di cambiare il mondo dobbiamo saper cambiare noi stessi, e quando abbiamo cambiato noi stessi abbiamo già cominciato a cambiare il mondo”…sembrano quelle belle frasi così quasi poetiche, ma che in realtà sento molto molto concrete. Cosa centra questo con la nostra Consulta? Centra perché il riflettere insieme sulle nostre dinamiche per vedere cosa possiamo migliorare di noi stesse, cosa funziona meglio e/o cosa c’è da modificare all’interno dei nostri gruppi ci permette di avere occhi nuovi anche nei confronti della realtà. Tutti sappiamo che quando i rapporti relazionali all’interno di una famiglia funzionano tutto il resto va un po’ da sé, ma quando le relazioni risultano complicate, difficili, quando non ci si intende più, quando si va per i fatti propri, quando non c’è comunione, quando manca fiducia, quando si fa molta fatica a dialogare e ad ascoltarsi allora non c’è realtà che tenga!! Il nostro istituto, come ogni realtà di vita consacrata, è una piccola/grande famiglia dove a tenerci in piedi sono il carisma e la spiritualità che ci accomuna. Per vivere bene però sia la missione affidateci, qualunque essa sia, e la nostra appartenenza ai nostri gruppi è necessario molto ascolto, e molto dialogo costruttivo. La nostra relatrice che ha aperto i lavori della consulta ci ha proprio aiutato a recuperare alcune dimensione importanti e fondamentali non solo per la nostra vita, ma ritengo anche per quella di tutte le persone di questo mondo: recuperare il dialogo e l’ ascolto reciproco!! Dialogare «…Se guardiamo le definizioni che vengono offerte riguardo alla parola “dialogo”, notiamo come alcune mettono in evidenza la capacità dei soggetti di svolgere, in modo adeguato ed interscambiabile, i due ruoli dell’emittente e dell’ascoltatore. Altre definizioni, invece, come nel testo di Nowen “Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo”, sostengono che comunicare, in un dialogo, non è solo un mezzo per farsi capire da un’altra persona, ma, anzitutto, rivelazione di sé a se stessi; non è un semplice dare informazioni su degli eventi, ma soprattutto, rivelazione di sé ad un’altra persona. Altre definizioni insistono sull’importanza dell’oggetto di cui si parla, altre sottolineano l’aspetto relazionale presente nel dialogo. Tutte queste definizioni sono diverse, ma complementari: ognuna dice una verità ed una verità importante per definire il dialogo e le sue modalità. In un dialogo è molto importante la parola, che è l’espressione più propria dell’io e della sua tensione ad entrare in contatto con un tu; è la testimonianza del suo costante bisogno di capire e di farsi capire. L’uomo può fare a meno di tante cose, ma non di qualcuno con cui parlare. Molte difficoltà nella comunicazione, e nel dialogo in particolare, dipendono dalla scarsa conoscenza dell’evento “parola”. La parola non è solo segno verbale o scritto, ma è anche silenzio, è cenno, è sguardo, è ascolto e può essere espressione oppure barriera alla nostra interiorità. Quando nessuno ci ascolta entriamo in una situazione di profondo disagio, che ci chiude nella nostra solitudine. La parola ha infatti l’ambivalenza di far stare bene la persona, oppure di prostrarla nella desolazione. Per questo il parlare, quando non sia un chiacchierare disimpegnato, è sempre difficoltoso: parlando ci esponiamo alla duplice possibilità, di essere ascoltati e quindi valorizzati, oppure di essere rifiutati. Esporsi ad un altro con la parola significa chiedergli ospitalità; essere ascoltati significa trovare ospitalità. Il dialogo è fatto di molte cose, di quello che si dice e di quello che si fa, della parola e del gesto. Colui che parla lo fa attraverso dei messaggi che manda all’ascoltatore, usa dei codici, codifica quanto ha nel pensiero, consciamente o inconsciamente. E lo codifica con la parola, ma anche con il gesto. Colui che ascolta deve essere capace di comprendere, di decodificare quanto viene detto. Poi, a sua volta, risponde, fa capire se ha ricevuto il messaggio ed invita o dissuade a continuare il rapporto. Quindi il dialogo è fatto inevitabilmente di messaggi scambiati, che vanno e vengono in continuazione. Il rapporto si stabilisce correttamente quanto più siamo in grado di esprimere in modo corretto quello che vogliamo esprimere e quanto più siamo in grado di comprendere in modo corretto ciò che ci viene detto.» Ascoltare «All’interno del dialogo assume un’importanza rilevante l’aspetto dell’ascolto. E’ interessante notare che anche Dio ascolta. Ed ascolta, in particolare, coloro che parlano e gridano, e non trovano orecchie che siano disposte ad ascoltarli. Così Dio ascolta Agar (Gn 16,11), Israele (Es 3,7-8), il povero (Es 22,26), l’orfano e la vedova (Es 22,22). E Gesù proclama beati coloro che ascoltano (cf Lc 8,19-21; 11,27-28). E Giacomo ammonisce: “Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare” (Gv 1,19). Uno degli aspetti più sconcertanti della nostra società è che non ci si ascolta a vicenda. Nessuno ha tempo per ascoltare. I mezzi di comunicazione di massa, per il numero di messaggi che ci offrono e per il modo stesso con cui ne fruiamo, non solo stanno rubando sempre più spazio al silenzio, ma “rapinano” letteralmente i tempi ed i modi dell’ascolto. Pensiamo al modo distratto con cui molte persone ascoltano la radio, mentre sbrigano le faccende o fanno di uno stereo il sottofondo sonoro delle loro letture e il modo con cui guardano e ascoltano la televisione. Sommersi come siamo, anche per le strade, da una infinità di messaggi, sopravviene una specie di difesa. La persona non si impegna più ad un vero ascolto che la costringerebbe a selezionare le informazioni. Credo sia capitato a tutte di assistere a “dialoghi tra sordi”, quando ognuno dei due interlocutori segue imperterrito la sua linea di pensiero, senza tener conto delle ragioni dell’altro. E forse ci è capitato anche di constatare certe pessime abitudini, come quella di interrompere colui che parla, o dimostrare impazienza, noia, disapprovazione o rifiuto di fronte a ciò che una persona dice, o di fare altro mentre una persona sta parlando, o di presumere di sapere già in anticipo il contenuto dell’intervento di qualcuno, ecc. Dobbiamo ammettere che spesso facciamo fatica ad ascoltare fino in fondo colui che parla; a rimanere silenziose ascoltando un intervento o accogliendo chi ci rivolge la parola; a dare tempo senza lasciarci dominare dalla fretta o dalla impazienza; ad esprimere con tutto l’atteggiamento, anche fisico, l’interesse per la persona. Certamente ascoltare è difficile, poiché significa essere attente a ciò che una persona dice e riconoscere, dietro le parole, la persona che pensa, che ama, che desidera, che soffre, che si sfoga, che cerca comprensione, ecc. E ciò porta non solo ad ascoltare quanto una persona dice, ma anche a come lo dice, alla scelta delle parole, al loro ritmo, al tono, ai gesti, all’espressione del viso di chi si ha di fronte. Allora ascoltare è lasciare che l’altro entri nella nostra vita, stabilendo una certa intimità con lui, perché si possa rivelare a noi. Ascoltare non significa “sentire”, ma è lasciare che l’altra parli di sé, si manifesti (senza imporre che si manifesti). Ascoltare è entrare in sintonia, in modo tale che l’altra si senta capita, sia che noi le rispondiamo, sia che non diciamo neppure una parola. Ascoltare è perciò fare silenzio dentro di noi, facendo tacere le nostre preoccupazioni, la nostra fretta, il nostro tempo, i nostri programmi. Dobbiamo rieducarci al silenzio, in questo contesto sociale di grande “bla-bla” in cui tutti parlano e troppo pochi ascoltano. L’ascolto dell’altra porta ad incontrare il mondo dell’altra: ecco perché è delicato. Ma l’ascolto porta ad incontrare anche la sua diversità: ecco perché è difficile. La diversità non è facile da cogliere, perché la persona che conosciamo meglio, anche se non bene, siamo noi stesse e per conoscere l’altra partiamo da noi stesse e ci rifacciamo alla nostra esperienza. Ascoltare l’altra significa darle ospitalità, prenderla sulle nostre spalle, portare il suo peso, lasciarla entrare dentro di noi. Che cosa ci manca forse oggi? Penso ci manchi l’orecchio. In un libro ho trovato scritto le parole di una grande santa musulmana, di nome Rabia, che invitava ad affinare l’orecchio, tanto da renderlo capace di cogliere il rumore delle lacrime delle persone amate. Può essere un insegnamento da imitare. O forse l’autore suggeriva si possono ridurre le aspirazioni. Forse ci si può accontentare di un orecchio in grado di sentire le parole delle persone amate. A volte ciò che spaventa maggiormente è il fatto che, quando ospitiamo una persona, essa entra in casa nostra, ci conosce di più e ci scopre. Ed ognuna di noi, nei confronti dell’altra, è molto indifesa e si sente vulnerabile. Abbiamo paura che l’altra, entrando dentro di noi, ci possa fare del male. Possiamo concludere con le parole di Bonhoeffer: “Chi crede che il suo tempo sia troppo prezioso per essere perso ad ascoltare il prossimo, non avrà mai veramente tempo per Dio e per il fratello, ma sempre e solo per se stesso, per le sue proprie parole, per i suoi progetti… Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare. Qui ha inizio la morte della vita spirituale”.»(M.R.Z. membro di un istituto secolare) Mi sembra che dopo aver ascoltato, letto e riletto questo, non ci sia molto altro da aggiungere se non cominciare nel nostro piccolo quotidiano a raffinare la nostra capacità di ascolto e di comunicazione perché solo così, anche la nostra missione, trova la sua espressione più serena e più libera perché cercata, dialogata e ascoltata insieme a contatto con la realtà dove siamo inserite. I giorni sono davvero trascorsi così in un clima di ascolto e di dialogo, di fraternità, di presentazione dei nostri gruppi, di vita quotidiana molto semplice. Ci auguriamo che quanto vissuto a Monguelfo tra le Responsabili possa avere una ricaduta positiva nei rispettivi gruppi per vivere al meglio la missione che ogni gruppo è chiamato a vivere.
uno spazio fraterno e di rinnovamento
 
Ogni Consulta CM, a cui fino ad oggi ho partecipato, è stata sempre uno spazio di re-incontro, di crescita e rinnovamento. E questo perché anzitutto ogni Consulta provoca ogni gruppo a prepararsi con la riflessione e la preghiera. In secondo luogo, il confrontarci ci porta a vedere in che modo ciascuna di noi sta incarnando il Sogno di Dio nel quotidiano. In terzo luogo, lo spazio formativo che abbiamo vissuto durante la Consulta ci ha messo in questione ed esige una risposta. Spesso mi domando: Come e quanto offriamo il nostro carisma ai nostri fratelli oggi? In che modo la nostra fedeltà sia a livello personale che di gruppo incide in tutto quello che siamo e condividiamo? E fino ad oggi, con l’aiuto del Signore, ho scoperto in crescendo che è molto quello che la nostra vita consacrata può offrire. La Consulta è stata molto valida perché abbiamo avuto il tempo per ascoltare ciascuna Responsabile che ha presentato la vita del proprio gruppo, scoprendo così le ricchezze, ma anche le sfide presenti in ogni gruppo e come si vivono. Ci ha aiutato molto, per crescere nella comunione e nella comprensione reciproca. La relazione di Maria Rosa Zamboni è stata molto positiva. E’ un materiale che richiede riflessione e preghiera in ogni gruppo, La presenza di p.Albino Elegante ci ha riempito di gioia perché con la sua semplicità in ogni omelia ci ha ricordato gli aspetti essenziali del nostro carisma, invitandoci ad un vero rinnovamento. La vita di gruppo come tema centrale mi ha convinto ancora di più che è essenziale che nel proprio gruppo si vivano quei valori che chiediamo agli altri di incarnare e che la fedeltà al carisma deve essere testimonianza viva dell’amore, della comunione e dell’oblazione. Niente di quello che facciamo, per molto che sia, avrà forza ed efficacia se non lo viviamo anzitutto nel gruppo e non ci lasciamo vincere dallo scoraggiamento, anzi cerchiamo di essere sempre pronte a ricominciare ogni volta che manchiamo, fiduciose nella Grazia che solo Lui ci dà. Abbiamo bisogno di approfondire la relazione di Maria Rosa Zamboni e di convertire il nostro cuore a quei valori da lei indicati: condividere i beni dello spirito; il senso di appartenenza; l’amore e il valore dell’ascolto; il dialogo vissuto con attenzione e stima. Un aspetto segnalato da Maria Rosa e che sento importante riscoprire come valore è quello della fragilità, perché l’avevo sempre considerato come difficoltà da superare e non come risorsa da cui partire per amarci e fare insieme un cammino di aiuto reciproco per superarla con la pazienza e la carità, così che diventi strumento di redenzione. Nelle conclusioni è emersa la proposta di indire all’interno del nostro Istituto un anno della Riconciliazione e un anno della Benedizione. Mi pare molto opportuno che lo facciamo perché sanando le ferite mediante la riconciliazione potremo diventare tutte una benedizione per gli altri, perché la nostra vita riconciliata sarà una testimonianza di quell’Amore e di quella gioia di cui il mondo ha tanto bisogno. Ringrazio il Signore che mi ha permesso di condividere questa esperienza e Gli chiedo l’aiuto perché possiamo trasmetterla con fedeltà ai nostri gruppi per incarnarne tutta la sua ricchezza .
una vita sotto un cielo africano
 
Intervista a Lisetta Licheri La vocazione non nasce dal nulla, è sempre inserita in un contesto di storia. Ci racconti la tua? Non è facile ricordare tanti particolari dopo più di cinquant'anni. Ero una ragazza come tante altre, con l'esuberanza e tanti sogni dei miei diciannove anni. Sono sarda, (di San Vito, a pochi chilometri da Cagliari), amante del mare e della natura. Nata nel lontano 1940. Mio papà era contadino e mia mamma casalinga. Sono la settima di otto fratelli, due maschi e sei donne. Alla fine della seconda guerra mondiale è arrivata a casa nostra anche una zia materna col marito e tre figli. Erano arrivati dalla città di Fiume senza niente. Hanno vissuto da noi finché non sono riusciti a creare un minimo di condizioni per continuare la loro vita da soli. Ha vissuto con noi anche mia sorella maggiore con quattro figli che é rimasta vedova a trentadue anni. I miei genitori erano cattolici, mia mamma era praticante e mio papà frequentava solo nelle feste e nei funerali. Persone semplici, ma di una forte integrità morale. Pur con tante persone il clima familiare era sereno e "caldo". Ad un certo punto ho sentito l'interrogativo di come spendere la mia vita. Avrei potuto costruire una famiglia, ma mi sembrava una scelta molto stretta per i miei desideri. Dedicarla agli altri attraverso una consacrazione? Negli anni sessanta si conoscevano solo gli Istituti Religiosi e questi non mi attiravano. Sentivo il desiderio di svolgere un servizio al prossimo e di una testimonianza discreta, anonima che mi permettesse di inserirmi in vari ambienti. Accantonai l'idea pensando che tale progetto non era per me. Pensavo: tra le mie sorelle e amiche c'eranogiovani migliori di me. Il tarlo continuava a rodermi dentro finché ho conosciuto la Compagnia Missionaria, tramite il suo Fondatore, Padre Albino Elegante. Finalmente avevo trovato il “vestito” che mi piaceva, un Istituto Secolare, dove le persone vivono la loro consacrazione nel mondo, inserite nei più svariati ambienti, a modo di sale e di lievito. C'era però un problema: l'Istituto era nato da poco ed aveva sede a Bologna e non c'era ancora alcuna consacrata. I miei genitori avevano i loro dubbi. Ricordo che avevano mandato mio fratello maggiore per conoscere l'ambiente. Dopo vari preparativi parto per Bologna. Erano già iniziati gli esercizi spirituali per cui trovai un clima di raccoglimento e di silenzio. Dopo gli esercizi mi sono inserita bene con le altre giovani che ho trovato, persone giovani e allegre. Ho fatto fatica invece ad abituarmi ad un ambiente chiuso. Ero abituata alla vita di campagna, andavo in bicicletta ed in moto. I primi anni ho dovuto studiare. Al mio paese non c'erano ancora le scuole medie. Ho frequentato le medie ed il corso di Infermiera Professionale e di Assistente Sanitaria, in vista di una futura partenza per il Mozambico. Nel 1964 ho fatto la prima consacrazione. Non sono mancate prove: la lunga malattia e morte di mia madre, la morte di mio fratello maggiore, a cui ero molto legata, e di mio cognato. Sono stata sul punto di desistere. Ho pregato e mi sono fidata e abbandonata al Signore e non mi sono pentita. Partenze...ritorni.. ! Quali sfide hai dovuto affrontare? Nel 1967, finita la formazione, ho preso la patente durante le vacanze, in preparazione alla partenza per il Mozambico. La preparazione è stata lunga, prima di arrivare in Mozambico. Premetto che essendo straniera, ho dovuto prima andare in Portogallo, essendo il Mozambico una Colonia portoghese. Qui ho dovuto frequentare un corso di malattie tropicali, imparare la lingua ed essere così autorizzata ad andare a lavorare in Mozambico. Il primo viaggio in Portogallo l'ho fatto in nave. Con me sono partite tre missionarie portoghesi: due destinate al Mozambico ed una al Portogallo. Dopo un anno di permanenza in Portogallo, c'è stata la partenza per il l'Africa. Teresa Castro ed Ilda Candelaria sono partite prima di me perché erano insegnanti e dovevano essere sul posto per l'inizio dell'anno scolastico. Io sono partita il 21 dicembre e sono arrivata alla vigilia di Natale, come dono di Gesù Bambino.Il mio compito era quello di assistere i giovani del seminario e le persone dei dintorni. Gli alunni erano circa 150. Due le sfide principali che ho dovuto affrontare: una a livello professionale, l'altra a livello culturale e linguistico. A livello professionale e deontologico dovevo prendere decisioni ed eseguire attività che non erano di mia competenza, ma del medico. Era un problema di coscienza, tra scegliere di doverlo fare e non poterlo fare. I medici più vicini distavano settantacinque chilometri di solo andata e altrettanti per il ritorno, da dove risiedevo . Davanti alle situazioni che rientravano in questo ambito, caricavo il paziente in macchina ed andavo dal medico. Il medico era un militare e dopo alcune volte mi disse che se avessi continuato così non avrei resistito molto tempo, perché il disagio che affrontavo era pesante. Nonostante tutto mi incoraggiò e mi fece sentire con le spalle sicure. Altra sfida è stata quella della lingua; avevo imparato quella portoghese. Mi dicevano che parlavo anche bene, ma questa era la lingua ufficiale, quindi parlata da pochi. Occorreva imparare la lingua locale, quella usata dalla maggioranza delle persone. Era importante per comunicare sia per il lavoro che per la pastorale. Purtroppo le lingue locali erano tante. Ne imparai una. Riuscivo a difendermi al lavoro. Col gruppo e con la comunità cristiana decidemmo di dedicarci alla promozione della donna, insegnando i loro diritti, misure igienico-sanitarie e alcune nozioni di salute materno-infantile. La donna non godeva di grande considerazione, i lavori pesanti doveva svolgerli lei. Le donne che avevano accesso alla scuola erano poche. Comunque, Il lavoro non mancava. Uno spazio di tempo lo dedicavamo anche alla pastorale. Un’altra difficoltà era la lontananza dai propri familiari soprattutto per il fatto di non poter comunicare. I telefoni allora non funzionavano e le lettere impiegavano tre mesi per arrivare. Questa difficoltà veniva alleviata dal calore di tante amicizie, dei vicini che mi consideravano come parte della loro famiglia. Quale vento spira oggi in Mozambico? A livello politico-militare il clima non è molto tranquillo. Dopo gli accordi di pace siglati nel 1992 la situazione politica non è stata sempre tranquilla. Tali accordi non sono stati rispettati. I risultati elettorali sono stati sempre truccati a vantaggio del partito del governo, per decine di anni. Naturalmente il partito dell'opposizione reagiva anche con le armi. Spesso con danni materiali, ma anche provocando feriti e morti. Per lungo tempo ci sono stati dialoghi tra ambo le parti, ogni tanto si intravvedeva un barlume di speranza, ma non approdavano alla pace. In alcuni momenti il paese è stato diviso in due e questo creava grandi disagi. Due anni fa sono stati scoperti dei grandi debiti, chiamati debiti occulti, fatti dall'ultimo Presidente emerito, provocando così una grande inflazione e disagio economico. Le riserve di moneta straniera si sono prosciugate e hanno creato sfiducia nei donatori, compreso il FMI che ha cessato di dare l’appoggio economico. Il costo della vita è salito alle stelle con gravi conseguenze per le fasce più povere con tagli alla Sanità e all'Istruzione. Questo ha creato malcontento tra le persone. Fai un “bilancio” dei sentimenti che abitano nel tuo cuore in questo momento Ho vissuto in Mozambico durante tutti questi anni, con un'interruzione di 16 anni, vissuti tra Portogallo e Italia. Poi nell’anno 2008 sono ritornata in Mozambico. Guardando al passato, i sentimenti che vorrei esprimere sono di gratitudine per la solidarietà e l'amicizia incontrata nell'ambiente di lavoro. La serenità e gioia che vedevo nella gente , pur vivendo in mezzo a tanta povertà, mi hanno arricchita perché pensavo di dover dare tanto ed invece ho ricevuto molto di più! Alcune immagini ed esperienze mi accompagnano sempre e fanno parte della mia vita: la luce che illumina tanti volti di bambini e di adulti, lo splendore e i colori della natura, sempre diversi e sempre nuovi, albe e tramonti indimenticabili, il chiarore del cielo trapuntato da miriadi di stelle… il cammino fatto riguardo alla donna e alla sua promozione. Il Mozambico è uno dei paesi dove le donne hanno fatto un lungo cammino di apertura. Si sono inserite nell’ ambito politico, sociale, economico ed imprenditoriale ed hanno avuto un maggiore accesso all'istruzione. A livello ecclesiale ho partecipato alla nascita di una Chiesa locale, una Chiesa Ministeriale, Chiesa-famiglia, dove i cristiani si sono e si sentono responsabili di essa. Non posso dimenticare la sofferenza per le tante vittime provocate dalla violenza e dall'instabilità politico-militare. Per il presente, gli aspetti positivi della mia vita sono: il saper cogliere quello che la vita mi offre, giorno dopo giorno, anche le piccole cose. Questo è il segreto per affrontare serenamente le cosemeno gradevoli. In questo modo ho cercato e cerco di vivere la spiritualità dell’ “Eccomi” e di offrire una testimonianza di donazione serena, secondo quello che il nostro statuto ci propone. Riguardo al paese: vedo positivo la presa di coscienza dei propri diritti e responsabilità politica da parte di molti cittadini. Un grosso problema rimane ancora l'estrema povertà, il 43% di denutrizione tra i bambini con gravi conseguenze per il futuro, la corruzione ed il mancato raggiungimento della pace duratura e definitiva con conseguente sfiducia, insicurezza, che rende incapace da parte delle Forze dell'Ordine di combatterla. Per il futuro, sogno una pace che sia definitiva, che permetta al Mozambico, ricco di risorse economiche come gas e minerali , pietre preziose, pesca, legname pregiato e fauna , che tali ricchezze non siano esplorate da Multinazionali. Sogno di vedere il Mozambico libero dallo stato di povertà estrema, da tanti esploratori per potersi sviluppare e permettere ai cittadini di vivere una vita dignitosa e serena. Questo è anche il sogno del popolo mozambicano! Per questo si prega e si spera Se tu dovessi scrivere un libro della tua vita che titolo gli daresti? Non sono una scrittrice e non ho mai pensato di farlo. Sono state tante le esperienze vissute e le persone incontrate che mi troverei in difficoltà. In questo momento sceglierei questo titolo: "Una vita sotto un cielo africano". L'Africa mi ha rubato il cuore. Il mio cuore batte contemporaneamente a due ritmi: quello italiano per le mie origini e quello africano per quanto ho ricevuto durante la mia lunga vita. Se dovessi cominciare tutto da capo credo che non ci sarebbero cose molto diverse! Ci sarebbero tante altre cose da dire e raccontare, ma diventerei troppo lunga. Così concludo ripetendo e cantando con Maria: “L'anima mia magnifica il Signore ed mio spirito si rallegra in Dio mio Salvatore...”.
rimanendo al mio posto
 
Intervista a Giuseppina Orlando Presentati: di dove sei, la tua famiglia, la tua professione… Eccomi a voi, dopo un lungo silenzio che tuttavia non ha mai interrotto la comunione che ho sempre sentita viva con tutta la Compagnia Missionaria, perché tutte e tutti siete presenti in ogni mia giornata e nella mia preghiera. Sono Giuseppina Orlando di Angri, in provincia di Salerno e faccio parte del gruppo CM di S. Antonio Abate. Sono la nona di dieci figli (nel Sud prima le famiglie erano molto numerose!) e di questo sono grata al Signore ed anche un po’ orgogliosa. Ringrazio il Signore di avermi donato genitori che non solo mi hanno donato la vita, ma l’hanno arricchita di affetto, mi hanno fatto dono del Battesimo e fatta crescere nella fede con il loro esempio di vita cristiana. Con semplicità mi hanno trasmesso grandi valori come quello della preghiera che alimenta la fede, della comunione in famiglia e con gli altri, del senso di responsabilità al proprio compito e al dovere quotidiano, dell’apertura agli altri. Fin da bambina, quando immaginavo il mio futuro, la mia aspirazione era di fare un lavoro che fosse di aiuto agli altri e così la mia mente andava spontaneamente al lavoro sanitario, nel quale avrei potuto curare, salvare vite. Più avanti negli anni ho iniziato a sentire il desiderio di consacrarmi al Signore, ma volevo farlo rimanendo al mio posto. E intanto mi inserivo in parrocchia assumendo diversi impegni. Sono diventata infermiera nel 1975 e posso dire che ho svolto sempre il mio lavoro con grande amore e passione e ne ho ricevuta tanta gioia. Sono stata per tanti anni nel reparto di ostetricia e ginecologia e - vedere nascere i bambini mi allargava sempre il cuore. Tante volte mi sono ritrovata a contrastare medici abortisti . Il Signore si è servito di me come di un suo piccolo strumento a servizio della vita nascente. Dopo un dialogo fatto con delicatezza, comprensione e amore con donne che volevano abortire, la mia gioia era vedere che rinunziavano a quella scelta di morte e portavano avanti la vita dei loro bimbi. Mi sentivo così partecipe della loro maternità, una maternità diversa!.. E così sono nati nuovi pargoli! La gioia di questo lavoro mi dava tanta serenità che quasi non avvertivo la stanchezza dei ritmi logoranti. Come hai conosciuto la CM…la tua vocazione vera e propria quando cominciò? Quale fatto o aspetto determinante ti ha fatto decidere per la CM? La mia scelta di consacrarmi al Signore: come dicevo prima – insieme a Giuseppina La Mura, amica carissima e quasi una sorella per me, (che il Signore ha chiamato a sé in età ancora giovane!)- ero in ricerca di una consacrazione totale a Dio e ai fratelli, rimanendo al mio posto. Sentivo che questa era la mia vocazione. Una consacrazione nella secolarità. Avevo maturato questa consapevolezza dopo aver partecipato ad una missione tenuta da francescani nella mia parrocchia. Al termine della missione mi è arrivato per posta un foglio della CM dal titolo “Gioventù in cammino” dove vi era la testimonianza di una missionaria, Cesarina Assi (allora si definiva: “una signorina”) che mi colpì. Per Cesarina conservo gratitudine e un affetto particolare. Iniziai allora a prendere i primi contatti con una delle missionarie, Annalisa Calore che si trovava al sud. Fu un dialogo amichevole, ma ancora con qualche mia perplessità e un po’ di paura. A quel tempo padre Albino Elegante,nostro fondatore e alcune missionarie venivano al sud per un incontro mensile sul Vangelo. Decisivo fu per me e per Giuseppina La Mura il primo incontro organizzato a S.Antonio Abate con Giuseppina Martucci. Ne conservo ancora un bellissimo ricordo. Noi, le tre Giuseppine, dialogammo con piena semplicità, con serenità e libertà di spirito. Alla fine desideravamo anche noi, come i tre discepoli di Gesù, piantare “tre tende” in quel luogo che ci sembrava il nostro Tabor. Con Giuseppina Martucci nonostante la distanza kilometrica che ora ci divide, continuo a sentirmi in piena comunione e amicizia. Questo l’inizio del mio cammino nella CM, nella quale mi sono consacrata nel 1980. Guardando al cammino fatto, sento una grande gratitudine verso questa amata famiglia, per il cammino formativo e gli aiuti che mi ha dato nel corso degli anni, soprattutto per avermi educata ad alimentare la mia interiorità, entrando in quella cella interiore dove possiamo dare il “Tu” al Signore e dialogare con Lui aprendo il cuore. La preghiera, soprattutto nei momenti segnati dalla sofferenza, è la mia forza e il respiro della fede. Due i salmi che amo in modo particolare : il salmo 138/139: “Signore, tu mi scruti e mi conosci” e il salmo 62 : “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco…”. La realtà della tua vita oggi. Che rapporto hai con il territorio, con le varie realtà che ti circondano? La sofferenza nella mia vita è arrivata come una sorpresa. “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri….”. Dopo alcuni disturbi, è arrivata la diagnosi di cancro all’intestino che ha richiesto un primo intervento chirurgico, seguito da cicli di chemio; dopo un anno si scoprono metastasi al fegato con secondo intervento e nuove chemio, successivamente al polmone con un nuovo intervento e nuove terapie di chemio. Attualmente i medici hanno consigliato di non intervenire più chirurgicamente e di continuare a tempo indeterminato un iter di chemio, iter non facile da gestire per gli effetti collaterali che comporta in un fisico debilitato che si ribella. In questo cammino di sofferenza porto nel cuore le tante persone che lo hanno condiviso con me, tante ormai già accolte nel cielo. In questa fase della mia vita, ringrazio il Signore per quanto mi ha donato e continua a donarmi: la vita, la fede, la vicinanza anche con la preghiera delle mie sorelle della Compagnia Missionaria , le tante persone che il Signore ha messo sulla mia strada, amici, parenti, colleghi e medici, ma soprattutto mia sorella Filomena che segue con premura e affetto i miei passi, mi accompagna e mi supporta in silenzio provvedendo a tutti i miei bisogni e…mi sopporta nei tanti momenti difficili e delicati. Oggi la mia vita ha una dimensione diversa dal passato. Nel mio piccolo do ancora un piccolo contributo di servizio alla parrocchia nel Centro di ascolto e nell’Azione cattolica. Ma il più importante contributo che il Signore mi sta chiedendo è l’ offerta della mia vita e delle mie sofferenze in unione all’Ecce Venio di Cristo e all’Ecce Ancilla di Maria.
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