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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENNITA\' DEL SACRO CUORE DI GESU\'
    Venerdì 11 giugno 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENIDADE DO SAGRADO CORAÇÃO DE JESUS
    Sexta-feira 11 de junho de 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLEMNIDAD DEL SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS
    Viernes 11 de junio de 2021... Continua
“nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi” (sal 92,15)
 
Premessa In premessa a questa riflessione vorrei prendere a riferimento quanto emerso dalla ricerca sull’Invecchiamento Attivo, realizzata l’anno scorso dalla CIIS. Penso che partire dall’ascolto sia sempre positivo per favorire una maggiore concretezza nell’affrontare le questioni. A livello generale, le risposte fanno emergere la necessità di non dare per scontato il tema dell’invecchiamento attivo e di mantenere alta l’attenzione a questo riguardo, soprattutto perché in esso si «riassumono» diversi aspetti di senso e di significato del vivere, in particolare del vivere una vocazione di consacrazione secolare. Ovviamente, rinvio alla lettura della ricerca, facendo riferimento alle fasce di età specifiche: 55-60 anni; 6170; 71-80; oltre gli 80 anni. Qui riprendo solo qualche considerazione. a) I dati relativi agli impegni extra professionali evidenziano come prevalente l’impegno in ambito ecclesiale. Che cosa significa? Vi è da rimettere al centro la secolarità? Si pone una questione in ordine al discernimento circa la modalità specifica di essere presenti nel mondo? Certamente, anche nel vivere l’impegno ecclesiale vi è una connotazione data dalla secolarità, a partire sia dagli impegni stessi sia dalle modalità con cui si affrontano. Vi è un discernimento circa quale impegno ecclesiale sia prioritario per i membri degli Istituti Secolari? Vi è qualche impegno da privilegiare? In ogni caso, sarebbe importante mettere a tema la questione a partire dai bisogni del tempo che possono richiedere una presenza, ad esempio, nel campo della formazione della coscienza e quindi una catechesi che risponda a questa esigenza; oppure vi è un modo di essere ministro straordinario della comunione che allarghi l’ascolto alla vita delle persone anziane e/o ammalate. b) Per quanto riguarda gli impegni di carattere sociale emerge come grandemente rilevante il volontariato. Forse, sarebbe importante mettere a tema un approfondimento al riguardo, sempre nella prospettiva della nostra specificità. Cioè vi sono urgenze prioritarie a cui rispondere e che chiedono una maggiore presenza di chi è impegnato in una vocazione come la nostra? Vi sono aspetti da prendere in considerazione circa la modalità con cui si esplica l’impegno nel volontariato? Vi è una specificità per chi vive nella secolarità consacrata o attenzioni ai bisogni da mettere a tema? Vi è la necessità di puntare sulla formazione? Quale formazione? Le diverse forme di volontariato fanno crescere anche nella dimensione collaborativa? Vi è qualche aspetto su cui riflettere al riguardo? In sostanza, se il volontariato vede una consistente partecipazione dei membri degli Istituti secolari (sempre tenendo conto che gli impegni sociali, in totale, rappresentano solo il 27% degli impegni extraprofessionali), forse varrebbe la pena investire con uno sguardo lungimirante sia rispetto al discernimento delle priorità di presenza sia rispetto alla formazione, con particolare riferimento alle motivazioni e alle competenze. c) La scarsa presenza negli impegni di carattere culturale e politico/amministrativo merita una riflessione approfondita per tentare di capirne le motivazioni. Certo ogni valutazione richiede una giusta prudenza, poiché siamo in presenza di una restituzione di questionari intorno all’8% del totale dei membri, ma questo vale anche per gli altri settori; quindi si può dire che viene rilevata una linea di tendenza che, quantomeno, andrebbe indagata ulteriormente. Ci si potrebbe chiedere da che cosa può essere determinata questa situazione: provenienza dei membri che ne determina gli interessi? Frantumazione del contesto sociale che spinge ad un forte individualismo? Carenza di ambiti associativi che orientino all’impegno culturale e politico/amministrativo? Clericalizzazione del laicato? Scarsa sensibilità degli IS nel discernimento di potenziali presenze in questi ambiti? Considerazione negativa della politica e scarsa rilevanza data alla cultura da parte degli Istituti? Ovviamente, le considerazioni precedenti vanno poi calate nelle diverse fasce di età per coglierne le differenze. In particolare la fascia più giovane appare quella più sbilanciata verso l’impegno ecclesiale e, all’interno di questo, verso l’impegno in Istituto: ciò significa che su di essa si riversano completamente le esigenze di conduzione delle comunità? È troppo difficile tenere insieme impegno nel mondo e accompagnamento dell’Istituto? Sarebbe azzardato trarre conclusioni o esprimere giudizi, qui si vuole solo far emergere la necessità di una riflessione che, tra l’altro, chiamerebbe in causa la specificità della vocazione secolare anche nella proposta di questo percorso alle generazioni più giovani. d) Dalle risposte relative agli aiuti ricevuti, circa la preparazione all’invecchiamento attivo, e quelli necessari, da una parte, emerge che la preparazione è consistita e consiste, sostanzialmente, in un cammino personale (preghiera, riflessione, esperienze positive nella quotidianità), e, dall’altra, una chiara domanda di essere maggiormente aiutati a riferirsi al carisma, ad approfondire il tema e ad aggiornarsi al riguardo, a parlarne in comunità, ad essere educati ad un uso sapiente del tempo a disposizione, ad essere accompagnati nel cammino personale. Come si può notare le attese sono molteplici e sono anche espresse, nel corso dell’analisi, in ordine di priorità. Si apre uno spazio di lavoro sia per gli Istituti sia per la CIIS, in particolare per quei temi trasversali agli Istituti stessi, quali ad esempio, l’aggiornamento e l’approfondimento circa l’invecchiamento attivo e l’educazione all’uso sapiente del tempo. e) La richiesta di essere aiutati a riferirsi al carisma chiederebbe, forse, un approfondimento a parte: intanto la domanda è diversificata nelle diverse fasce, più accentuata in quelle di età più alta. Che cosa significa? Il tema era più richiamato nel passato? Si confonde la necessaria attualizzazione, attraverso la custodia di ciò che è essenziale, con una sorta di rimozione dell’intuizione originaria perché poco approfondita? Come si può attualizzare il carisma se non si conoscono le origini collocate nel tempo, ma le cui costanti restano universali? Come leggere le costanti universali di un carisma? f) Le risposte relative agli aiuti necessari e ai suggerimenti offerti per camminare nell’invecchiamento attivo sono da tenere insieme per una lettura articolata dei dati. Si può osservare che la domanda più alta è quella educativa (che comprende anche la formazione, ma che non è solo formazione). Si tratta, quindi, di offrire «itinerari di vita» e non solo programmi formativi. Cioè, sembra di cogliere che l’attesa più consistente sia quella di rinverdire il cammino, di trovare il senso della vita sempre, in ogni età, di mantenere viva la vocazione. Di fatto, dalle risposte ricevute, è scaturita un’interessante riflessione e, sostanzialmente, è maturata la consapevolezza che esse possano rappresentare uno spaccato utile per il cammino di tutte, in ogni stagione della vita. Quindi, la prospettiva in cui collocare la riflessione di oggi deve essere quella di accompagnare il cammino di tutte e di ciascuna, convinte che la vocazione è per la vita e non per un determinato periodo di essa. La vocazione viene prima della intensità del fare: la vocazione è per la pienezza dell’essere. Certamente, la pienezza richiede sempre l’attento e vigile discernimento per non cadere, dietro ad una diminuzione di impegni, in una sorta di pigrizia spirituale che fa indietreggiare davanti alle possibili chiamate che il Signore ci va presentando. Quindi lo spirito che deve condurci deve essere quello della ricerca della volontà del Signore circa il cammino. Egli deve continuare a “darci forma”, infatti non si interrompe la sequela, semplicemente essa può assumere contorni diversi, può interpellare nuove disponibilità. Sicuramente il Signore è per la nostra gioia e per la nostra vita: non permetterà che il nostro cuore si chiuda alla novità del Vangelo. Sappiamo bene che La vita professionale dà forma al tempo di vita di ciascuno, ha delle ricadute sulle relazioni che si hanno e ne crea delle altre determinanti (con i colleghi, con chi ha responsabilità nei luoghi di lavoro, ecc.). Le relazioni quotidiane costruite nel tempo di lavoro, dopo averlo lasciato, poco alla volta vengono meno, ciò può far avvertire un impoverimento: è una situazione delicata, diventa importante non cedere al ripiegamento. A questa mutazione di rapporti ci si deve preparare, anche se, quando essa arriva, non mancherà la fatica, dobbiamo, comunque, rimetterci nelle mani del Signore. Affidarci a Lui ci consente, poco per volta, di custodire e ricreare relazioni gratuite e vere, negli spazi nuovi che Egli aprirà davanti a noi…. Probabilmente sarà importante riprendere in mano la nostra vita per non considerarla “derubata” di ciò che l’alimentava, per ridefinirla, nella consapevolezza che i doni che il Signore ci ha fatto, in molti anni, non vengono meno. Durante l’attività lavorativa si è costruito un patrimonio di conoscenze, di esperienza, di impegno sociale, di dedizione nell’apostolato. Il lavoro, spesso, è anche il luogo principale del nostro apostolato. Quindi, quando cessa il lavoro in quali ambiti orientarci? Quali criteri per discernere gli ambiti di impegno nel tempo del pensionamento? Di quali aiuti abbiamo bisogno? Quali atteggiamenti possono aiutarci nella ricerca? Smettere di lavorare comporta il riprendere in considerazione l’utilizzo del tempo, non più scandito da orari previsti a prescindere da noi, chiede di rimetterci in gioco, nonostante la sensazione di smarrimento che può colorare le nostre giornate che diventano così diverse e tutte da rimodulare. È come prendere improvvisamente atto che il tempo è passato in fretta e che si apre una fase nuova, tutta da reimpostare. Ci può prendere un senso di solitudine. Nel frattempo, anche il corpo invecchia. Questo aspetto non va trascurato ed è bene prenderne consapevolezza. Viviamo in un tempo che nega gli effetti dell’età: così come è allontanato il pensiero della morte, probabilmente si allontanano anche i cambiamenti che l’età che avanza provoca sul nostro corpo. Aiutiamoci ad invecchiare con il cuore “abitato e sereno”. La preghiera, la riflessione personale, l’ascolto della Parola diventano fondamentali per ritornare alle origini e ridire, con molta semplicità, al Signore della nostra vita: “Gesù aiutami a ridirti il mio sì, a rinnovare la mia offerta, conducimi Tu per le strade nuove che vorrai, sia fatta la tua volontà oggi e sempre”. Alcune sottolineature · Diciamo subito che è del tutto normale sentire la paura d’invecchiare. Essa si rafforza, nella nostra società, anche attraverso le forme della pubblicità che privilegiano, sempre e comunque, il giovane, il bello e chi non presenta limiti. Questo continuo rimuovere la realtà costringe molti anziani a chiudersi in se stessi e a dimenticare l’esperienza e la saggezza “imparata” dalla vita. Altrettanto normale e necessario avvertire e accettare in modo cosciente e libero il distacco dell’uscita dal lavoro o al termine della giovinezza, oppure dovuto alla morte di familiari e colleghi, ecc. · Sembra che oggi vi sia una maggiore consapevolezza dell’importanza di prepararsi a questa fase della vita e non solo caderci dentro all’improvviso. È necessario preparare questa tappa. L’invecchiamento comporta dei problemi biologici e fisiologici, psicologici e spirituali che possono creare difficoltà: nascono dentro domande ineludibili: Chi sono io? Che senso ha la mia vita? Come ho passato gli anni che ho vissuto? Come posso vivere bene i prossimi, ultimi anni? · Come ogni crisi esistenziale, anche questa, per essere vissuta e non subita, chiede un rinnovamento del cuore, un affinamento interiore. Questo vale per tutti, a nessuno è dato il permesso di vivere questa fase della vita in tono minore, di diventare mediocri. Ma noi dovremmo avere ragioni profonde per viverla senza ripiegamenti. · E bene conoscere alcuni sentimenti come, ad esempio, Il senso di inutilità: conclusa la fase attiva, si corre il rischio di sentirsi inutile, di lasciarsi prendere da una sorta di apatia, con la conseguenza di perdere la propria autostima e lasciandosi un po’ andare. · Si avverte anche una pesante solitudine: non tanto quella solitudine costitutiva e inevitabile, in particolare di fronte a decisioni difficili, ma quella solitudine che isola, che impedisce di dialogare con il proprio mondo “che non è più quello di una volta”. Questo isolamento viene dalla mancanza di attività, dal trovarsi soli per lunghe ore della giornata. Allora nel cuore nasce una domanda seria e pericolosa: “Servo ancora a qualcosa a qualcuno?” oppure: “C’è ancora qualcuno cui io interesso?”. La paura della non autosufficienza, della malattia, dell’abbandono, della dipendenza, e soprattutto della morte. Alcuni suggerimenti Per reagire a questi aspetti negativi dell’invecchiamento è necessario darsi delle nuove motivazioni valide per la propria esistenza. Si tratta di un cammino che dovrebbe essere stato avviato già nelle fasi precedenti della vita, ma che in ogni modo deve essere sviluppato. Alcuni suggerimenti: a) Mettere le radici della propria esistenza in valori duraturi e non effimeri (successo negli affari, carriera, bellezza, prestanza fisica, capacità di lavoro ecc.) non legati solo al fare, all’avere, al potere, ecc., ma all’essere della persona, perché solo questo permane quando il resto viene meno. b) Trovare pur dentro i propri limiti oggettivi e soggettivi un ruolo o un impegno significativo per sé e, possibilmente, utile gli altri. Pur tenendo conto dei nostri bisogni dobbiamo cercare di toglierci dal centro per rivolgerci agli altri mettendo al loro servizio la maturità e la saggezza in cui si può crescere fino alla fine. c) Mantenere, per quanto possibile, la propria autosufficienza, ossia la capacità di autoregolarsi, di essere autonomi nelle decisioni (cioè non crearsi delle dipendenze) e nelle risposte ai propri bisogni, di saper organizzare il proprio tempo libero. L’atteggiamento corretto è quello di non sciupare il tempo. d) Promuovere la duttilità mentale, cioè un nuovo modo di usare e offrire le proprie conoscenze e l’esperienza accumulata nel corso della vita precedente, mantenendo nello stesso tempo su di esse una prospettiva distaccata. Questa distanza, voluta e coltivata, porta alla flessibilità mentale, ad accettare il diverso, a relativizzare le idee e le sensibilità personali, a non assolutizzare i propri desideri, il proprio punto di vista, i sogni e le speranze, le paure e le ansie, liberandosi da un modo di pensare prefabbricato che alla fine impedisce di accettare e ascoltare gli altri. La realtà di ogni giorno non si divide in “bianco o nero”, chiaramente distinti, ma presenta piuttosto delle ampie zone di “grigio” che lasciano sconcertato chi vuole chiarire tutto sulla base di una rigida logica matematica. e) Rinnovare le relazioni personali per sfuggire al rischio dell’isolamento: i frutti, che dipendono molto anche dall’impegno messo in campo in età giovane/adulta, possono essere quelli di una maggiore intimità con le persone e con il Signore. Forse dovremmo ricordarci di più che l’obiettivo non è quello di cercare a tutti i costi una vita di relazioni come quella della prima età adulta, ma di elaborare e potenziare la comunicazione e la comunione, compatibili con la nuova situazione: ricercando nuove forme di reciprocità, che permettono di sviluppare una rete di amicizie attraverso le quali esprimere la preoccupazione per il bene degli altri, ai quali ci si avvicina con fiducia e sincera attenzione. Dovrebbe nascere un nuovo tipo di relazione interpersonale segnato dalla tenerezza, all’accoglienza e dalla compagnia e, in una parola, dalla gratuità. f) Passare dalla rapidità e tempestività d’azione, proprie della giovinezza, alla ponderatezza dell’età matura, senza scadere nell’inerzia o nella passività. Ma questa disposizione d’animo non si acquisisce una volta per tutte, in un istante. Dobbiamo vincere la tentazione di un atteggiamento giovanilistico e fuori tempo per proporci nuovi ideali e obiettivi possibili e in armonia con la nuova situazione. Sapere, per esempio, consigliare una persona più giovane invece di voler tenere ancora tutto saldamente nelle proprie mani; accettare volentieri un ruolo in seconda fila invece di pretendere di essere sempre in primo piano, davanti agli altri. Non è facile accontentarsi di fare il secondo specialmente per chi è stato in posizione di autorità. Ma solo se sappiamo accettare questi ruoli secondari, permetteremo agli altri di emergere e di affermarsi. Tirarsi da parte è quindi un atto di amore verso gli altri. g) Superare l’eccessiva preoccupazione di sé per giungere all’attenzione, alla compassione e alla saggezza. Anzitutto superare l’esagerata preoccupazione per il proprio benessere, (conosciamo l’eccessiva importanza che la nostra cultura attribuisce al corpo e all’apparire sempre giovani), per valorizzare l’interiorità e quegli elementi essenziali che fanno di noi persone di carattere e di bellezza interiore. Cercare di allargare il proprio perimetro che, a causa dell’esperienza passata, spesso coincide con il lavoro. È il momento di espandere i propri interessi. Possiamo trovare una diversa (e forse più ampia) realizzazione di noi stesse, assumendo servizi di volontariato nel campo della cultura, del servizio civile, della politica o del sociale. h) La terza età può essere infine la stagione opportuna per sviluppare aspetti della propria personalità non sviluppati nel corso degli anni attivi. Allargare gli spazi interiori della nostra persona per includervi la morte. Dobbiamo aiutarci e farci aiutare a considerare e accettare la realtà della morte, come la “perdita” del nostro io individuale e separato per entrare in una vita senza confini né di tempo né di spazio e in una comunione con l’umanità intera. Non è certo un passaggio facile ed ancor meno spontaneo. Esso richiede di passare per una vera “notte oscura” andando al di là della sola preoccupazione per la propria sopravvivenza.
frammenti di lettere
 
Tra le prime (missionarie) che con p. Albino, daranno inizio al nuovo Istituto ci sono Rina Zanarotti, Cesarina Assi, Bruna Ballabio. Il padre da anni è il loro direttore spirituale e quindi intrattiene con loro una corrispondenza epistolare. Nelle lettere o biglietti che esse ricevono da lui prima della fondazione della Compagnia Missionaria, troviamo la semplicità e la profondità di una spiritualità esigente vissuta nel quotidiano… Queste lettere sono state pubblicate nel volume “Gettare tutto nelle fondamenta” (Lettere dal 1948 al 1957). Rileggiamo insieme alcuni stralci ancora attuali e vitali per alimentare il nostro vissuto. …Per la sua impazienza, per la sua aridità, per la sua incostanza niente avvilimenti si tenga abitualmente con lo spirito nelle disposizioni del povero pubblicano di cui leggiamo nel Vangelo che entrato nel Tempio del Signore si prostra a terra, non osa neppure alzare gli occhi verso l’alto e ripete senza stancarsi: Signore abbi pietà di me perché sono un povero peccatore. Così noi immaginiamoci ai piedi di Gesù e confusi della nostra miseria, desiderosi anche di un po’ di conforto e di luce, ripetiamoGli con tutto il cuore: Signore abbi pietà di me. Signore se tu vuoi mi puoi guarire. Signore che io veda! Sacro Cuore di Gesù, confido in te! Gesù mi fido di te! Preghiamolo così Gesù con il cuore in chiesa, in casa, lungo la via dappertutto, preghiamolo con abbandono, con confidenza, con il desiderio ardente, che Gesù compatisca la nostra miseria ma anche che ci aiuti a migliorare, a vincerci. Non dubiti che Gesù ascolterà i suoi gemiti. Ama tanto Gesù le anime umili! E le santifica! Credo le gioverà molto questa forma di preghiera e, se sarà veramente cordiale, le riempirà l’anima di inesprimibile dolcezza. Un po’ alla volta per la grazia di Gesù, le pioverà allora a torrenti nella sua anima, tante piccole miserie scompariranno, e quelle che sussisteranno, quelle che ci accompagneranno sempre fino all’ultimo giorno della vita, bagaglio inseparabile della nostra debolezza lei imparerà ad amarle, non certo in quanto sono offesa di Gesù, ma in quanto stimoli all’umiltà e all’abbandono, alla fiducia, alla confidenza in Gesù… Non si scoraggi mai, anche se i passi che fa sono molto lenti e i progressi leggeri. Adagio adagio si prende l’abitudine anche nel bene. Gesù, del resto, sa tanto comprendere e compatire la nostra debolezza! Certo, se è possibile svincolarsi un po’ di più dalle nostre miserie, se è possibile mortificare di più la nostra accidia facciamolo. Doniamoci all’Amore con fervore, con slancio. Io prego perché Gesù le faccia anzitutto comprendere che Lui deve essere l’aspirazione e l’ideale supremo della nostra vita; Gesù è la grande realtà che resta mentre tutto passa e tramonta, Gesù è l’unico che possa colmare il desiderio insaziabile di felicità del nostro cuore. Ce lo testimonia S. Agostino, che pur nella sua vita di peccato aveva bevuto alla coppa di tutti i piaceri e aveva rincorso tutte le apparenti felicità della vita: Signore il nostro cuore è fatto per te ed è inquieto, insaziato finché non riposa in te! E non l’abbiamo sperimentata anche noi questa dolcissima realtà nei momenti più fortunati della nostra vita quando noi eravamo tutti di Gesù e Gesù tutto nostro?... Ma che paradiso anticipato sarebbe la nostra vita se fosse tutto un dono continuato, senza riserve a Gesù! Che paradiso! S. Francesco Saverio in mezzo alle fatiche indicibili del suo apostolato sentiva il cuore scoppiargli della felicità del possesso di Gesù, tanto che era costretto a supplicare: Signore basta, altrimenti io muoio. Quali sono ordinariamente le persone sulle cui labbra noi troviamo sempre il conforto di una parola dolce e di un sorriso anche quando soffrono indicibilmente: le persone la cui anima è tutta di Gesù. Pregherò ancora perché dopo aver compreso, agisca energicamente, senza troppi riguardi a se stessa. Per divenire santi bisogna un po’ sempre farsi sapientemente folli. Parrebbe un controsenso, eppure se vogliamo risparmiarci troppo nel corpo, nel cuore, nella volontà, nelle vedute, nei sentimenti, nelle soddisfazioni d’onore ecc. come si verificherà il completo annientamento di noi stessi, condizione necessaria perché viva in noi Gesù? Permetta che le raccomandi sopratutto la santa gioia, il buon umore in ogni circostanza, da sola e nelle relazioni con gli altri, pronta a sacrificare a Gesù ogni ombra, ogni malinconia, ogni sofferenza. Le riuscirà di essere allora più paziente e più cordiale. Le raccomando ancora l’unione a Gesù durante la giornata, offrendo a Lui ogni sua azione in spirito di amore e di riparazione. Divinizzi il suo lavoro facendo sue le intenzioni con cui Gesù lavorava nella casetta di Nazareth. Moltiplichi le piccole Giaculatorie, gli atti di amore. Possa presentarsi ogni mattina a Gesù nella S. Comunione con le mani cariche di doni, di santi affetti, di ardenti desideri! Usi la carità di ricordarmi qualche volta lei pure al Signore. Ogni giorno noi dobbiamo riconfermarci nella buona volontà e nei propositi; ogni giorno dobbiamo riprenderci con forza e con decisione come se per la prima volta ci mettessimo ad amare e a servire il Signore. È questo il segreto della santità! È tanto buono il Signore e Gli dà tanta consolazione la nostra preoccupazione di riprenderci nel Suo amore. Egli sa di che fango siamo impastati, conosce quanta debolezza si accumuli nel nostro spirito ed è pronto ad essere infinitamente misericordioso se pentiti noi ritorniamo a Lui e confidiamo nella Sua grazia. Come altre volte l’ho esortata, si sforzi di vivere in grande spirito di umiltà, ma umiltà serena, molto serena ricordando che Gesù ha delle predilezioni tutte speciali per chi riconosce la propria debolezza e se ne sta piccolo piccolo al Suo cospetto. Ma accanto all’umiltà ci sia la confidenza, una confidenza illimitata. Gesù, Le ripeto, è buono, immensamente buono. Gesù apprezza i nostri piccoli sforzi soprattutto quando l’anima è nella desolazione e nella aridità, ed è pronto a venirci incontro quando vede che noi tendiamo a Lui, Lo cerchiamo con sincerità di cuore… Rimettiamoci con più abbandono alla santa Volontà di Dio e poi in tutto e sempre serenità, serenità, serenità! Che la nostra vita sia tutta un sorriso per Gesù. Studiamoci di sorridere a tutto. Allontaniamo in silenzio le noie, la stanchezza, i dolori fisici e morali e non occupiamoci d’altro che di piacere a Gesù sorridendo. P. Albino Elegante
questo è il mio posto
 
Intervista a Giannina Cereda Uno sguardo alla tua vita: presentati … la tua famiglia … le tue prime esperienze … l’ambiente dove hai vissuto … il tuo lavoro … ecc. Mi chiamo Giannina Cereda di anni 80 di cui 55 nella CM. Sono nata a Concorezzo (Mi). La mia famiglia composta di mamma e papa e otto fratelli, io sono la quarta. Situazione familiare semplice e umile, solo il papà lavorava in una ditta dove si faceva l’olio non commestibile. In quel tempo non avevamo la possibilità di studiare, finita la quinta classe si cercava un lavoro. Io sono entrata in una fabbrica di tessitura a 13 anni. Ho imparato a far funzionare le macchine che facevano l’elastico e il grogrè; ne avevo 50 da guardare, sono rimasta 14 anni. Era un lavoro semplice ma che esigeva molta attenzione. Facevo i turni dalle ore 6 alle 14, e dalle 14 alle 22. Frequentavo la parrocchia, l’oratorio, la catechesi e attività varie. Alla domenica avevo la responsabilità della Buona Stampa, si andava nelle famiglie a portare le riviste o i giornali, quelli che le famiglie avevano già prenotato. Avevo formato un gruppo di giovani che mi aiutavano dopo la messa a fare questo lavoro. Anch’io andavo, suonavo i campanelli mi accoglievano e alcune volte mi offrivano qualche cosa, e intanto si chiacchierava e si dialogava, ci confidavano qualche loro preoccupazione, difficoltà del momento e cosi via. Era bello quando ti confidavano i loro problemi dopo li vedevi sorridere e ti ringraziavano. Poi mi riunivo con le giovani per sentire se avevano incontrato qualche difficoltà. Come è nata la tua vocazione: come è nata? Perché nella Compagnia Missionaria? La tua partenza per il Mozambico e rientro in Italia … Il desiderio di una consacrazione la vivevo dentro di me da molto tempo , ma era un segreto mio. Avevo un gruppo di amiche con le quali lavoravo sia nella parrocchia che all’oratorio. Partecipavamo agli incontri di formazione dell’Azione cattolica e tutti gli anni nel tempo delle vacanze si frequentava un corso di Esercizi Spirituali. Alcune di queste amiche presero la loro decisione e chi da una parte e chi dall’altra entravano in convento e si realizzavano. La mia non decisione era che non volevo la divisa e il velo. Dopo un certo tempo andai a trovarle nelle loro case e a vederle tutte contente e gioiose chiedevo se era vero quello che vedevo. Mi invitarono a fare questa esperienza, avevano capito che ero interessata a questa vita ma non sapevano la mia difficoltà. Dopo queste visite dicevo sempre di no, non è questo il mio posto. Una domenica mentre stavo facendo il lavoro della buona stampa, si sono presentate due signorine che mi invitavano ad andare con loro nelle famiglie per far conoscere la loro rivista. Mentre andavamo da una casa e all’altra si dialogava per una conoscenza reciproca. Ci siamo presentate e loro erano due missionarie che abitavano a Bologna. Da li è nata una certa curiosità nel sapere che cosa facevano. Siamo state assieme fino a mezzogiorno, prima di lasciarci mi hanno invitata a Bologna, per saperne di più. Subito ho detto di no, perché per me Bologna sembrava alla fine del mondo. Ma dentro di me era nato qualcosa. Abbiamo incominciato a scriverci ed ho dialogato con il mio direttore spirituale. Poi è arrivato il giorno nel quale mi sono decisa a prendere il treno e ad andare a Bologna. Ricordo che quando sono arrivata sul cancello della casa ed ancora non conoscevo niente, mi sono detta, questo è il mio posto. Li ho sentito la voce del Signore che mi dava forza e serenità. Non è stato facile comunicarlo anche alla mia famiglia che sarei andata a Bologna in un Istituto Secolare. Ancora non si conosceva chi erano che cosa facevano … un po’ alla volta si sono convinti e, prima di decidere il posto ho portato l miei genitori a Bologna per vedere il luogo. Anche loro, dopo aver parlato con i responsabili mi hanno detto “è questo quello che hai scelto, vai” e da lì ho cominciato la mia preparazione. Da quando ho conosciuto le missionarie e la mia partenza definitiva per Bologna è passato un anno. Entrata nella Compagnia Missionaria ho ripreso in mano i libri dopo 13 anni … poi ho fatto un Corso di Economia Domestica e Cucina. Nel frattempo, lavoravo in casa, in segreteria per la spedizione del nostro giornalino. Portavo nel mio cuore il desiderio di fare un’esperienza in missione. Passavano gli anni e l’Africa era sempre lontana. Poi mi sono convinta che anche stando in casa compiendo le attività giornaliere ero missionaria ugualmente. Un bel giorno, parlando con la Presidente, ho detto. “Quest’anno compio 50 anni o parto ora o non ci vado più”. Lei mi ha guardata e mi ha detto: “Scrivi la domanda”. Così è stato. La mia partenza per il Mozambico è avvenuta il 6 maggio 1990. Sono arrivata a Maputo (la capitale) quando c’era ancora la guerra; girando per la città si vedevano molti negozi ma tutti vuoti. Tante persone anziane che chiedevano qualche cosa, in particolare, da mangiare. Quando si arriva in missione normalmente si impiega un po’ di tempo per conoscere l’ambiente ed il contesto di vita. Dopo ho iniziato a lavorare nella Caritas Parrocchiale “Nossa Senhora das Vitorias” facendo visita agli ammalati ed alle famiglie assieme ad altri collaboratori. Dopo sono stata invitata ad un incontro della Caritas Diocesana dove mi hanno fatto tre proposte: lavorare con gli ammalati, con le famiglie povere e con i ragazzi di strada. Con la Caritas Parrocchiale abbiamo deciso di dedicarci ai ragazzi di strada. La prima cosa che abbiamo preparato nel giardino della parrocchia sono state due grandi stufe di argilla per preparare un pasto al giorno per questi ragazzi. I collaboratori che conoscevano la situazione di povertà hanno individuato i ragazzi da accogliere. Si è iniziato con circa 80 ragazzi che pian piano sono diventati un centinaio e più. Questa distribuzione era fatta dal lunedì al venerdì perché il sabato e la domenica gli ambienti erano occupati dalle persone che frequentavano la catechesi e la preparazione delle celebrazioni domenicali. Questa attività è durata per alcuni anni. Insieme agli altri collaboratori si è pensato di offrire ai ragazzi che frequentavano la mensa, dei corsi di alfabetizzazione e scolarizzazione dalla sesta all’ottava classe. Con la fine della guerra molte famiglie e ragazzi sono potuti rientrare nelle loro terre di origine e non c’era più l’esigenza di continuare la mensa ma era diventata più urgente una preparazione culturale. Il luogo dove svolgevamo queste attività iniziava a diventare piccolo e stretto per cui si è cercato un terreno per costruire una Scuola Comunitaria. Si è iniziata la costruzione nel 1995 e, con l’aiuto della Provvidenza e di tante persone generose si è riuscite a inaugurare la Scuola nel 1997 ed iniziare le lezioni dalla sesta alla nona. In seguito si è arrivate fino alla dodicesima classe (il nostro Liceo). Si sono utilizzati gli spazi della scuola anche per corsi di Inglese e computer. Si sono messe a disposizione della parrocchia nei fine settimana le sale per catechesi, incontri formativi e per le riunioni del Consiglio Pastorale ecc. Dopo quasi trent’anni di Africa sono ritornata in Italia. Mi hanno richiamata per collaborare a fare assistenza ad una missionaria anziana con problemi di memoria e per collaborare nel lavoro a Monguelfo. Quando si ritorna dalle missioni dopo tanti anni, è difficile trovare un inserimento nel nuovo ambiente, se poi c’è l’età avanzata e qualche problema di salute … Io ho dato la mia disponibilità a Dio e alla CM ma è limitata perché sto sentendo che le mie forze sono diminuite con qualche acciacco in più. Attualmente quali sono le sfide che ti sembrano più importanti per la tua vita e per la vita della CM? Dove vedi fragilità e dove potenzialità? In questo periodo sento fortemente il desiderio di una formazione permanente umana e spirituale che alimenti la mia e la nostra vita. La preghiera rimane sempre un punto importante. Rimane la nostalgia per le liturgie africane e il desiderio di continuare a coltivare alcune relazioni con le persone. Vedo la fragilità nel partecipare agli incontri o nel coltivare relazioni in questo periodo della pandemia che limita molto. Le potenzialità le vedo nella vivacità dei gruppi CM nei vari Paesi del Sud del Mondo e nella Organizzazione di Volontariato Guardare Lontano che sta aiutando tante situazioni di persone in difficoltà. Parliamo molto di comunione e missione. Come declineresti concretamente questi aspetti importanti per noi membri CM. Non è facile vivere concretamente la nostra comunione per vari motivi ma siamo chiamate anche dal nostro Statuto a continuare a costruire e ricostruire con il perdono reciproco la comunione perché la missione parte per primo dalla comunione tra di noi. E’ importante mantenere la fiducia e la speranza che solo con la comunione in Dio e, come dice Papa Francesco, se crediamo che siamo continuamente perdonati (misericordiati), siamo chiamate ad essere misericordiose tra di noi. Chiesa in uscita e periferie esistenziali … pandemia …: come possiamo declinare concretamente i suggerimenti che ci vengono dal Magistero di Papa Francesco? La mia vita missionaria in Africa – Mozambico, a Maputo è stata contrassegnata da un servizio alle persone delle periferie esistenziali ed a una chiesa uscita e questo è stato un grande dono per me e per noi della CM. La continuità di quel servizio è passato ora nelle mani delle mozambicane che danno continuità a ciò che abbiamo iniziato. Dove trovi la forza per continuare questa tua missione? Nella preghiera. Il nostro Statuto al n. 64 dice che: “la preghiera è un dialogo di amore con Dio … e resta un mistero vitale che ci interpella”. Il n. 67 dice che: “anche se siamo immerse in una intensa attività dobbiamo saper trovare spazi di preghiera che ci aiutano a rimanere in comunione con Cristo”. Nella comunione. E’ un altro valore da vivere assieme per essere portatrici di solidarietà, condivisione in mezzo ai fratelli e alle sorelle. Voglio dire il mio grazie al Signore per la chiamata alla vita di consacrazione nella CM.
volgendo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto
 
Tu, Gesù, sei il Dio fedele                                                                                                           fino alla croce, fino alla lancia nel cuore. Tu, generato dal Padre prima di ogni creatura. Tu, generato dallo Spirito nel seno verginale di Maria. Tu, annunciato dai profeti, Emmanuele Consigliere ammirabile Dio potente Padre per sempre Principe della Pace. Tu, il Figlio dell’uomo, Tu il santo, Figlio dell’Altissimo. Tu, la Parola che era in principio presso Dio ed era Dio, Tu, la Parola eterna fatta carne. Tu, il Cristo, il Figlio di Dio, Tu, l’Amato in cui il Padre si compiace. Tu, Gesù, Figlio di Maria la sposa di Giuseppe della casa di Davide. Tu, che sei prima di Abramo, Tu, luce del mondo Via, Verità e Vita, sorgente che zampilla per la vita eterna. Tu, Pane di vita e risurrezione. Tu, Re di Israele e dell’universo, coronato di spine flagellato e condannato a morte. Tu, carne crocifissa Cuore trafitto Sangue sparso per amore. Tu, misericordia e perdono. Tu, Figlio obbediente, il più bello tra i figli degli uomini, reietto e disprezzato, Uomo dei dolori, trafitto per i nostri peccati. Tu, che noi abbiamo trafitto. Tu, morto e sepolto. Tu, il Risorto. Tu, vittorioso sulla morte e sul peccato. Tu, agnello immolato Sposo della Chiesa nata dal tuo fianco trafitto. Tutti là siamo nati. Tu, su noi peccatori effondi il tuo Spirito con l’acqua e il sangue che sgorgano dal tuo cuore come da sorgente. Tu, fin nella morte ci hai cercati e raggiunti e ci riconduci al Padre come figli amati. Tu, gioia del Padre e nostra gioia. Tu, come sposo ci hai desiderati, cercati, chiamati, amati. Tutta la nostra vita sia con Te in Te per Te adorazione eucaristia amore, vita con la tua donata.
nella famiglia dehoniana
 
Ho partecipato ad un incontro  virtuale della Famiglia dehoniana dal titolo "Conoscere la comunità laicale dehoniana nel contesto dei movimenti laicali". Già il titolo rende l’idea della realtà del movimento dehoniano presente in Indonesia. Un buon inizio, per capire che questo gruppo di famiglia laica dehoniana oggi sta camminando verso "Duc in Altum". Padre Wahyu SCJ, ci ha accompagnato durante l’incontro. La sua riflessione è partita dalla definizione del gruppo laicale dehoniano: movimento dello Spirito Santo che, come viene detto nel Concilio Vaticano II in “Apostolicam Actuositatem”, i laici hanno una chiamata e un dovere di seguire Cristo nell'azione apostolica, mettendo a disposizione i doni che hanno. Il fondamento della chiamata e della missione è l'amicizia con Cristo. Ricevendo il battesimo le persone partecipano alla missione di Cristo: sacerdotale, profetica, regale(cf. Cristifideles Laici). Padre Wahyu ha fatto pure un breve storico di questo inizio dehoniano. In realtà la famiglia dehoniana esisteva sin dalla fondazione dei SCJ, perché quando la Congregazione cominciò ad essere presente in varie parti del mondo si cominciò a collaborare con tante persone laiche che volevano aiutare il ministero dei Sacerdoti SCJ. Anche in Indonesia i dehoniani hanno iniziato a lavorare insieme ai laici per servire la chiesa. Nel 2003, la Famiglia Dehoniana è diventata importante perché è entrata nell’agenda di riflessione all'Assemblea della Congregazione SCJ. Ricordo che proprio in quel periodo Francesca era presente in Indonesia per verificare con Mudji alcuni passi futuri e riflettere soprattutto su come accompagnare la CM che stava nascendo. Io e Antonia eravamo presenti a questo evento con p. Haryoto. Mudji e Francesca si sono avvicinate a noi per presentarsi… qui è iniziato a crescere il seme della CM. Da allora Francesca ha continuato ad accompagnarci sia di presenza per gli incontri di formazione che via e-mail (internet) fino al periodo del Biennio di formazione. Dopo la scomparsa di Francesca il 9 gennaio 2006 abbiamo continuato la formazione con Santina che fino ad oggi ci sta accompagnando. Ritornando alla storia della Famiglia Dehoniana, con il tempo, piano piano si è strutturata: periodicamente si sono programmate riunioni e preghiera insieme per i gruppi presenti nel paese. È stato fatto anche un grande incontro dehoniano riunendo tutte le realtà presenti in Indonesia e in tutto il mondo. Noi CM cerchiamo di essere sempre presenti. Mudji e altre persone indonesiane sono state scelte come delegate per la regione indonesiana insieme a Padre August SCJ e al signor Filipus Haryadi. È molto positivo che, ad ogni riunione programmata qui in Indonesia, i laici della famiglia dehoniana riescano a trovare il tempo per muoversi e recarsi nei vari posti dove la riunione viene svolta. E non sempre la località che viene scelta è vicina…Ora si sta pensando alla formazione dei membri, alla formulazione di uno Statuto. Una bozza è già stata presentata a livello internazionale. Padre Wahyu ha anche spiegato alcuni numeri dello Statuto dove viene presentata in maniera concreta la figura del laico dehoniano oggi. Nella sua spiegazione, diceva che la chiamata a questa realtà dehoniana ha bisogno di essere verificata. Cioè capire il perché la persona vuole entrare nella comunità, come si lascia coinvolgere nelle sue dinamiche, se ha un quadro sufficiente dello spirito dehoniano, partecipa alle riunioni. ecc. fino ad arrivare a una promessa di adesione . Deve diventare un laico che cerca di vivere la spiritualità dehoniana e partecipa attivamente al lavoro della nuova evangelizzazione per costruire il Regno del Sacro Cuore di Gesù nel mondo, in collaborazione con la Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù. Vivere lo spirito di Padre Dehon è un percorso spirituale verso la santità e la perfezione del Vangelo . Padre Wahyu ha presentato alcuni punti importanti, linee guida tolte dallo Statuto: Conoscere la vita di padre Giovanni Leone Dehon Partecipare agli incontri Imparare a conoscere le tradizioni spirituali dehoniane Conoscere alcuni valori dehoniani Capacità di essere guida animatore o moderatore del gruppo Partecipare all'eredità di Padre Dehon, sia della tradizione spirituale che del lavoro apostolico La pratica del sacramento della penitenza Meditare sulla parola di Dio come notizia d'amore Devozione per i santi, accogliere insegnamenti relativi al Sacro Cuore di Gesù Sviluppo comunitario o intercomunitario sulla spiritualità dehoniana. Si è riflettuto anche sulla gestione economica della Comunità, la cooperazione reciproca e l'utilizzo del sistema economico. La finalità, gli obiettivi di questo incontro è stato quello di coinvolgere i coordinatori e animatori dei vari gruppi di città o isole come: Jambi, Palembang, Belitang, Jogjakarta … In effetti, l'Indonesia è molto ampia; queste città appartengono solamente a 2 isole ed è qui che per il momento si sta sviluppando questa realtà . Non sappiamo ancora com'è il movimento a Papua e su altre isole dove sono presenti i Padri SCJ. Ci sarà ancora una continuazione di questo incontro, precisamente il 31 maggio 2021. Continueremo a riflettere, monitorare, partecipare e ad essere sempre più coinvolti. Ovviamente non tutti i membri CM dell’Indonesia possono partecipare a causa del tempo limitato di ciascuna. Sentiamo che è importante una nostra presenza che valutiamo volta per volta. Tuttavia, crediamo e riteniamo importante che questa esperienza venga condivisa con tutti i membri della Compagnia Missionaria, affinché possiamo “essere nuovamente incantati dal Sacro Cuore di Gesù, fonte di forza spirituale alla quale attingiamo, soprattutto in questi tempi difficili della pandemia. La nostra speranza è che, anche con tutte le difficoltà del mondo, noi saremo fedeli e continueremo a credere all’amore del Sacro Cuore di Gesù, continueremo ad abbracciarlo e contemplarlo per ricevere il potere e la forza spirituale di Gesù, nostro Maestro. Vivat Cor Jesu per Cor Mariae.
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