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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
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Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 21 / 06 / 2019
    IX ASSEMBLEIA GERAL ORDINÁRIA DA COMPANHIA MISSIONÁRIA DO CORAÇÃO DE JESUS
    Realizar-se-á no CENÁCULO MARIANO em Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bologna – Italia ... Continua
  • 21 / 06 / 2019
    IX ASAMBLEA GENERAL ORDINARIA DE LA COMPAÑÍA MISIONERA DEL SAGRADO CORAZÓN
    a realizarse en el CENÁCULO MARIANO en Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bolonia - Italia DE... Continua
  • 21 / 06 / 2019
    IX ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DELLA COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE
    si terrà al CENACOLO MARIANO a Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bologna - Italia DAL 19 AL ... Continua
ix assemblea generale
 
IX Assemblea Generale Ordinaria Della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore si terrà al Cenacolo Mariano a Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bologna - Italia Dal 19 al 28 luglio 2019 Tema: “Vivere comunione e missione con cuore accogliente e misericordioso” “Tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo” Gv 12,3 “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di  Cristo” 2Cor 2,15a
n. 2- giugno
 
la grazia delle origini
 
“La nostra spiritualità scaturisce dalla contemplazione di Cristo nel mistero del suo Cuore trafitto (cfr. Gv. 19,37), segno di amore totale per il Padre e per gli uomini, sorgente di vita ecclesiale, strumento di universale redenzione” (Statuto CM n. 5). “…Fa o Signore, che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza… ci guidi alla comunione con il Cristo”. Per ciascuno di noi la vita di adesione alla CM, scrive le pagine di una storia: pagine che partono dalla grazia delle origini e si arricchiscono di tutto quanto la Chiesa, illuminata dallo Spirito, scopre continuamente nel tesoro della sua fede. Ora, anche per la Compagnia Missionaria. l’impegno è quello della strada: camminare, secondo le indicazioni che ci vengono dai “segni dei tempi”, senza però mai dimenticare la grazia delle origini, perché questa rappresenta il servizio specifico che noi siamo chiamati a rendere alla Chiesa. Questo è per ciascuno di noi l’ ”unico necessario”. Dunque, camminare, avanzare, mantenendo fede, anzi sviluppandola maggiormente, immergendoci sempre più profondamente nel carisma specifico che Dio ci ha affidato, nello scopo originario, caratteristico della CM, perché in questo è riassunto il servizio che siamo chiamati a rendere alla Chiesa. Guardiano quindi anche con profonda simpatia alla nuova stesura dello Statuto. E’ espressione del cammino della CM in continuità con la grazia delle origini. Abbiamo bisogno però dell’aiuto dello Spirito Santo perché: “Nessuno può dire il Signore è Gesù, se non sotto l’azione dello Spirito” (1Cor 12,3). E’ lo Spirito che accende nei nostri cuori il sigillo indelebile dell’amore di Dio e dei fratelli. E’ lui che ci aiuta a penetrare nella grazia della fede e ne abbiamo molto bisogno per illuminare il nostro modo di pensare e di agire affinché sia secondo Dio. Questa fede deve comandare tutta la nostra vita (1Cor 2,13-16), perché tutto quello che sentiamo, pensiamo, viviamo sia secondo il criterio di Dio e del suo Vangelo. Ma in concreto: - Dinanzi alla prove della vita, ad esempio, di qualunque genere, come ci comportiamo? Leggevo su un cartoncino questo messaggio: “Fasciamo i nostri ostacoli di silenzio e di preghiera”. Di qualunque ostacolo si tratti. Ma per questo occorre molta fede, perché significa ripetere l’atteggiamento di Cristo che, dinanzi allo stesso Pilato, ricoperto di accuse, taceva, parla solo quando nota che il suo silenzio avrebbe compromesso la verità: “Tu non avresti nessun potere se non ti fosse dato dall’alto…” Ma per quanto riguarda se stesso non dice una parola. - Nella vita di carità che è l’essenza della nostra fede, perché dinanzi a Dio poco importa che io partecipi alla Messa o canti il vespro, se tutto questo non lo so calare in una profonda vita di carità. L’apostolo Paolo, a questo proposito, ci dice: “ Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione” (Ef 29,30). Contristo lo Spirito quando non vivo nella carità. L’apostolo passa ad indicarci le espressioni concrete di vita che sono secondo lo stile di Dio. “Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi ” (Ef 4,31-32). Ognuno di noi deve compiere il cammino senza distaccarsi mai dalla grazia delle origini. E questa grazia è illuminata proprio da quanto ci dice l’apostolo Paolo: “La vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato, e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). L’espressione più evocatrice dell’amore di Cristo per il Padre e per noi è: il suo costato aperto e il cuore ferito. “…avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). La manifestazione più alta di questo amore di Cristo è proprio il cuore trafitto, cioè Cristo non ha risparmiato veramente nulla, ha dato tutto. La grazia delle origini, per noi, sta proprio nella capacità di guardare a questo cuore ferito, espressione suprema dell’amore. La grazia delle origini è tutta qui, e ogni membro CM vive veramente in conformità a quanto Dio vuole nella misura in cui è capace di contemplare questo cuore trafitto. Le conseguenze Dalla contemplazione del cuore di Cristo nasce la riconoscenza, la lode, Dio non ci ha amato per scherzo, ha dato veramente tutto. “Ci ha amati fino alla fine”. Io che ho la vocazione all’amore, devo alimentare la fiamma dell’amore proprio nella contemplazione del cuore ferito di Cristo. Sarà proprio questa contemplazione a provocare in noi: *Il dono di noi stessi. Guardando in faccia questo cuore ferito io mi arrendo in ogni aspetto del mio essere. Mi restituisco a lui in tutto ciò che sono, perché lui mi renda strumento di pace. Tento di ritirare il mio senso di possesso e supplico che sia lui a possedermi e a vivere in me e attraverso me. *Abbandono le preoccupazioni ed affanni: cresco nella certezza che se la mia fede e la mia speranza in lui sono vere, non vi è motivo di ansietà e tensioni. *Abbandono tutte le difese del mio cuore, dei miei sentimenti. IL mio cuore non ama più con il suo proprio amore. E’ lui che ama in me”. *L’impegno a fare qualcosa per corrispondere a questo amore. Questo fare qualcosa una volta era inteso come “riparazione”. Oggi ci si esprime in termini diversi, ma il contenuto è lo stesso. Non perdiamoci in distinzioni inutili. Anzi questo fare qualcosa deve portarci a: a) Un impegno personale che consiste: - nell’apertura allo Spirito che ci guida sul cammino di Dio, proprio per vivere lo spirito di fede. E questo spirito di fede consiste nel pensare ed amare con gli stessi sentimenti di Cristo. Questo avverrà in noi se ci lasceremo guidare dallo Spirito. E ciò che possiamo fare oggi non lo rimandiamo a domani. Facciamo il bene ogni volta che ci si presenta l’occasione, non perdiamo il passaggio di Dio. - Nella vita di unione. La preghiera di offerta “Mio Dio ti offro la mia giornata, questo mio gesto… in unione a Gesù per mezzo di Maria in spirito di amore”. Valorizziamo il più possibile questo piccolo mezzo che ci può aiutare moltissimo nel nostro cammino di amore. - Nella vita di offerta: “Nell’Ecce venio di Cristo e nell’Ecce ancilla di Maria è compendiata tutta la nostra vocazione e il nostro fine, il nostro dovere, le nostre promesse” (P. Dehon). Ora questo vale anche per tutti i membri CM. Il cuore ferito di Cristo provoca la mia offerta quale risposta d’amore. E quale offerta? Tutta la mia giornata come il Signore me la offre, soprattutto i momenti difficili che ci capitano: in famiglia, in gruppo, sul lavoro… Sono diamanti che non dovremmo sciupare mai. Cerchiamo di essere attenti a scoprire tra le foglie morte del nostro cammino la perla preziosa dell’offerta e dell’accettazione serena della volontà di Dio. b) Impegno apostolico: la contemplazione del cuore ferito dovrebbe farci diventare anche più uomini e più donne, cioè capaci di vedere e contemplare quei tanti nostri fratelli, spesso vicini, dal cuore ferito: ferito per le calamità naturali (terremoti), ferito dalla disoccupazione, senza casa e con la disperazione nel cuore; fratelli feriti dalla droga, dall’emarginazione, dalla malattia, dalla solitudine… Io credo che se ci abituassimo a contemplare il Cristo Uomo, ferito dalla nostra cattiveria, ci sentiremmo più invogliati ad essere uomini e donne in senso pieno in mezzo ai fratelli che soffrono. Dunque la contemplazione del Cuore di Cristo deve portarci ad avere espressioni di profonda umanità, di comprensione, di solidarietà, di amore, di misericordia… Noi vogliamo essere degli apostoli verso questi fratelli e far capire loro che l’amore di Cristo merita qualche piccolo sforzo anche da parte nostra. E nell’esercizio della nostra attività, apostolato, impegno, lavoro… la preferenza nostra vada per i poveri e gli umili proprio come ha fatto Cristo, che ha privilegiato chi era povero, ferito a causa della malattia, del disordine, dell’ingiustizia… E noi, per essere sulle orme di Cristo, siamo chiamati a fare altrettanto. (Riflessione tolta dagli scritti di p. Albino)
la roccia della sorgente
 
Entro nel silenzio: del corpo (cerco una posizione in cui stare comoda, ma concentrata e ferma), della mente, del cuore, della bocca.Prendo consapevolezza della presenza di Dio, che vuole parlarmi e invoco lo Spirito Santo.Leggo attentamente il brano. Gv 7, 37-39 Alcuni spunti per meditare. Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa - Quando Israele, dopo 40 anni nel deserto, giunge alla Terra Promessa, cessa il dono quotidiano della manna e il popolo comincia a mangiare i frutti della terra. Ogni anno, in settembre, al termine della stagione dei frutti, Israele celebra la festa delle Capanne: una settimana di festa per ricordare il viaggio nel deserto, culminato nella Terra dove scorre latte e miele, e il miracolo dell’acqua che Dio fece scaturire dalla roccia: l’acqua, elemento fondamentale per la vita dell’umanità e di tutta la creazione. E proprio perché essenziale alla vita, nella Scrittura l’acqua è simbolo dello Spirito di Dio. «Ogni giorno della settimana delle Capanne si riempiva una coppa d’oro, attingendo dalla piscina di Siloe, e la si portava in processione cantando “Attingete con gioia acqua alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3). La folla in festa agitava il lulab (un mazzetto di rami di palma, salice e mirto e un frutto di cedro) e entrava per la porta della fonte, cantando l’Hallel a ricordo della liberazione d’Egitto (Salmi 113-118). Entrati nel tempio, il sacerdote saliva all’altare e spargeva l’acqua al suolo […] L’ultimo giorno della settimana il sommo sacerdote la versava oltre le mura di Gerusalemme, come segno della benedizione che da Israele si riversava su tutti i popoli, secondo la promessa fatta ad Abramo (Gen 12,3). […] Durante la festa si leggeva Ez 47, che parla della sorgente che esce dal tempio e diventa un grande fiume di acqua vivificante […] Il tempio era visto in relazione alla roccia che Dio spaccò, facendo scaturire acque come dall’abisso […] si leggeva pure Zc 13, con la promessa che in Gerusalemme sarebbe zampillata una sorgente per lavare peccato e impurità» (FAUSTI S., Una comunità legge il Vangelo di Giovanni I, pp. 183-184) La sete – C’è una sete della gola e del corpo, una sete di acqua che, se non soddisfatta, uccide. C’è una sete della mente e del cuore: sete di vita, di conoscenza, di senso, di amore, di gioia, di pace. Anche questa sete chiede assolutamente di essere soddisfatta, pena l’inaridimento della vita, la disperazione, la morte interiore… che può condurre anche alla morte fisica, per tante strade. Per la sete del corpo, il Creatore fa sgorgare acqua dalle rocce montuose e fa scorrere fiumi e fa piovere acqua dal cielo. Per la sete del cuore ci offre un’altra acqua, più preziosa. Divina. Che mai asciuga, ma che diventa sorgente gorgogliante nella vita stessa di chi se ne disseta. Dal suo grembo sgorgheranno fiumi - Nel giorno della grande festa, mentre il popolo va al Tempio a ricevere l’acqua, perché secondo la profezia di Ezechiele, l’acqua sgorga dal Tempio di Dio che è in Gerusalemme, Gesù si rivela come il nuovo Tempio. Già alla donna di Samaria aveva detto che ormai non è più il tempio di Gerusalemme o il monte Garizim il luogo dove adorare Dio, perché Dio vuole essere adorato in Spirito e Verità. Gesù è la Verità. Lui è il vero, unico e indistruttibile Tempio, non costruito in 46 anni, ma distrutto dagli uomini e risorto il terzo giorno. La condizione per riconoscere il vero tempio, la vera roccia da cui sgorga l’acqua che disseta in eterno è la fede. Chi crede è chiamato e invitato da Gesù a bere da lui, dal suo grembo, dal suo Cuore. Sulla croce quel Cuore sarà aperto dalla lancia del soldato e ne sgorgheranno sangue e acqua. La nuova roccia da cui sgorgherà la sorgente della vita è il Cuore di Cristo Crocifisso. Ma, ascoltando attentamente ciò che Gesù grida, ci accorgiamo che, forse, il grembo-cuore di cui Egli parla non è solo il suo Cuore. Forse ci sta gridando che il cuore stesso di chi crede e beve da Lui diventa sorgente da cui sgorgano fiumi di acqua viva. Aveva detto la stessa cosa alla donna di Samaria. Gesù, ritto in piedi, grida. Ci fa davvero sussultare questo grido. È il grido dell’Amore. Il grido di chi conosce la nostra sete e la facilità con cui ci lasciamo distrarre e incantare da false fontane o da cisterne screpolate da cui raccogliere solo un po’ di fango. L’Amore grida, perché lui ha ciò di cui abbiamo disperato bisogno per non morire… di nulla. Grida perché vuole assolutamente che quei fiumi che sgorgano dal suo Cuore, anche attraverso chi crede e beve, si moltiplichino e diffondano a dissetare e salvare il mondo intero. Lo Spirito Santo – Cristo è la roccia. Lo Spirito è l’acqua. I discepoli che ascoltano il grido di Gesù nel giorno della festa, non possono ancora comprenderlo a pieno. Lo comprenderanno quando Egli sarà glorificato, cioè quando si rivelerà pienamente sulla Croce. Cristo Crocifisso è la gloria di Dio. È la rivelazione piena e insuperabile di Dio che è Amore. È la rivelazione piena e insuperabile del senso e della sete della vita umana. Da Lui sgorgherà la vera acqua, quella che sola può dissetarci, che può rigenerarci alla vita piena, la vita divina. Lo Spirito Santo. Il Dono. Per offrirci questo Dono, questa Acqua, Gesù sacrifica se stesso sulla croce. Lo Spirito che lo ha generato come uomo nel grembo di Maria, lo Spirito che riposa su di Lui dal momento del battesimo al Giordano, lo Spirito che lo unisce indissolubilmente al Padre per l’eternità, lo Spirito che respira nel suo Cuore e che dà potenza di vita alla sua Parola e gli ha fatto operare meraviglie, quello Spirito sgorga dal suo grembo. Quello Spirito ci dona per sempre, perché tutto ciò che l’Amore ha operato in Lui, avvenga anche in noi. E come Gesù, anche noi possiamo diventare fontane che dissetano l’umanità assetata di vita. Ma solo se ci avvicineremo al Crocifisso, l’Umiliato, l’Assetato, dal Cuore trafitto, e lo contempleremo con gli occhi e il cuore colmi di fede, potremo “riconoscerlo” come Dio Amore, unica sorgente di vita. E saremo dissetati di Spirito Santo. FRANCESCO VANNI, Santa Caterina da Siena beve il sangue dal costato di Cristo, 1594
alcune notizie da porto
 
Prima di parlare di qualche piccolo avvenimento del nostro gruppo, mi piacerebbe presentarlo per lo meno nella forma esteriore, già che è difficile esprimere tutto ciò che è e ciò che vive ogni una persona. Il nostro è un gruppo misto: due elementi di vita fraterna e undici di vita in famiglia o da sole. Sono convinta della positività e della ricchezza che sempre hanno costituito le differenti modalità di appartenenza, nell’istituto; questo è una caratteristica che fa parte del DNA della CM e nonostante i cambiamenti numerici dell’uno o dell’altro elemento nel decorrere del tempo, è importante averlo come orizzonte per non perdere qualcosa di essenziale. In questo momento la vita fraterna all’interno del gruppo è diminuita, ma continua ad essere un “segno” e anche più che un segno, è la possibilità di fare della casa del gruppo un luogo di incontro e di accoglienza. Parliamo del gruppo di Porto, ma è importante notare che il gruppo ha un membro a Lisbona (che dista 317 km dalla città di Porto) e un altro in Penamacor, provincia di Castelo Branco (a 261 km dalla sede del gruppo). Gli altri membri, pur non vivendo nella città sono a una distanza tra i 10 e i 40 km. Il ritmo degli incontri è mensile: ci incontriamo nel secondo fine settimana del mese. Gli arrivi cominciano normalmente il venerdì sera e quasi sempre qualcuno rimane fino al lunedì mattina, questo proporziona un buon tempo di incontro e di vita insieme. Notizie, programmazione, riflessione, liturgia, preghiera e convivialità sono gli aspetti che riempiono i due giorni di incontro. Il gruppo sta sempre al completo tranne se c’è qualche ragione di forza maggiore. Gli incontri del mese di marzo “Un anno non consiste solo nelle sue stagioni, non si definisce solo in funzione del ciclo che comincia con la primavera, con i prati verdi e la tosatura delle pecore passando dal calore bruciante dell’estate e il tempo del raccolto, le prime piogge e le nuove semine per finire con la neve e la gelata notturna alle quali seguirà, ancora una volta, il tono rosato del fiore di tamerice. No, tutto questo non è che la cornice della definizione dell’anno; un anno è in verità una immensa filigrana di vita e di avvenimenti intrecciati, un oceano al quale andiamo a bere.”(Thomas Mann Giuseppe e i suoi fratelli). Ho trovato suggestivo cominciare a parlare degli incontri del mese di marzo con questa bellissima citazione di Thomas Mann. In verità un anno è una immensa filigrana di vita, una immensa filigrana di avvenimenti intrecciati, un oceano al quale andiamo a bere. Penso che il corso di formazione permanente realizzato dal 2 al 5 marzo, è stato uno di questi avvenimenti che anche nella sua discrezione e semplicità, ha fatto crescere il tale oceano al quale possiamo andare a bere. Il programma era semplice: leggere e riflettere insieme (in due gruppi), il documento ”vino nuovo in otri nuovi” ci eravamo dati due percorsi di lettura: Che cosa troviamo di più importante nel documento e che cosa questo implica per noi CM: tempo permettendo avremmo potuto prendere anche il testo “le nostre assemblee” per rileggerlo, ma il tempo non è bastato; è rimasto l’invito di rivederlo singolarmente. Perciò questa volta non c’era nessun conferenziere. E’ da far notare che ci è piaciuto lavorare in gruppi, forse perché essendo un gruppo numeroso, non lascia molto tempo per ciascuna di noi parlare ed esprimersi. Nelle sere di sabato e domenica abbiamo visto due film. Domenica, lunedì e martedì abbiamo avuto anche la celebrazione della Eucaristia. A celebrare è venuto, Domenica il vescovo dimissionario di Porto Joao Miranda nostro amico di lunga data; il lunedì un giovane padre dehoniano, ordinato l’anno scorso e che già avevamo invitato da molto, aspettando solo il momento opportuno per concretizzare l’invito e il martedì un padre diocesano amico di alcune del gruppo. E’ anche questo un momento per concretizzare ed esprimere quella convivialità , caratteristica che ci piacerebbe mantenere nel gruppo ma che il ritmo della vita e le nostre forze non sempre ci permettono di realizzarla nella intensità desiderata. Per non moltiplicare le date, avevamo deciso di fare il pellegrinaggio in preparazione all’assemblea, nello stesso periodo. Per questo avevamo scelto un santuario vicino: Il Monte della Vergine, in una collina della città di Gaia che è situata dall’altro lato del fiume Douro, di fronte a Porto. Il giorno scelto era stato il lunedì nel pomeriggio. In questo giorno era venuto a celebrare il padre Nuno, Dehoniano delle Azorre, che vive nella comunità di Coimbra. Siamo andate con i mezzi pubblici e l’ultima parte in salita l’abbiamo fatta a piedi. In cima, nel piccolo eremo abbiamo recitato il rosario, fatto alcune fotografie e già è arrivato il momento di tornare a casa. E’ stato bello anche perché il p. Nuno è riuscito a venire con noi; un momento per concretizzare ed esprimere la Famiglia Dehoniana che vogliamo costruire. Nel programmare questi giorni avevamo messo come obiettivo: Tentare di vivere questi giorni con impegno e relax e penso di esserci riuscite. Il gruppo era presente quasi nella totalità, mancava solo una per problemi di salute. Come ho detto prima siamo un gruppo numeroso, il che vuol dire anche esigenza di organizzazione e di lavoro, soprattutto quando sono molti giorni e ci sono anche altri ospiti. Penso comunque che il clima è stato di tranquillità e addirittura condito da una certa dolcezza. Ci sentiamo nella nostra casa, una casa ampia, bella e luminosa che ci piace godere e ci piacerebbe trasformarla sempre più in centro di convergenza dentro e fuori della CM. La festa delle Famiglie Avremmo potuto chiamarla la festa dell’ ”Eccomi”, ma quest’anno avevamo pensato di riattivare un’antica tradizione degli inizi del gruppo di Porto, che era la festa dei genitori. Nell’invito dicevamo così: “Una volta come Compagnia Missionaria facevamo la festa dei genitori. Era un momento bello, d’incontro, di conoscenza, dove s’intrecciavano legami di affetto e di comunione. Dopo i genitori quasi tutti sono andati alla casa del Padre… e si lasciò di fare la festa. Quest’anno vorremmo, per così dire, riproporla, già non con i genitori, ma con le nostre famiglie – fratelli, sorelle, nipoti cognatie- allargando anche ai nostri amici e amiche.” Quando progettavamo queste cose, con l’entusiasmo si mischiava un certo timore. Come organizzare? Saranno molte le persone che aderiranno? Saremo capaci di accogliere e di proporre qualcosa d’importante. Invitarli solo per il pomeriggio o per tutto il giorno? Con quest’ultima ipotesi era da preparare il pranzo. Dopo uno scambio di opinioni vinse l’idea del giorno pieno. Noi offrirci di preparare una minestra calda e le persone portare qualcosa da mettere in comune. Justina, Gloria e Teresa Castro hanno il compito di preparare il tema da presentare ai più giovani; Lùcia e Laura per i più attempati. I più giovani nella biblioteca, gli altri nel salone. Amelia e Margherita hanno la logistica: preparare la minestra, ricevere ciò che le persone portano, preparare i tavoli, sistemare le stoviglie, ciò che hanno fatto con l’aiuto di una o dell’altra persona presente. La lista di iscrizione era arrivata a più di 50 persone, ma dopo con gli imprevisti siamo arrivati in realtà a 40. Comunque si è formato un bel gruppo, molto vario e possiamo dire che è stato un successo. Padre Antonio Loureiro, superiore del Seminario P.Dehon, sito nei dintorni di Porto. Per l’animazione liturgica è venuto ad aiutarci il nostro amico, Joaquim Marçal, professore di musica e che per tutto l’anno, quando ci riuniamo viene ad aiutarci a preparare la liturgia del giorno successivo. Cosi abbiamo cercato di coinvolgere i partecipanti alla liturgia scegliendo tra di loro i lettori, i partecipanti alla processione offertoriale e alla preghiera dei fedeli, Dopo la celebrazione eucaristica delle 15.30 abbiamo fatto merenda e festeggiato il professore Marçal che compiva gli anni il giorno dopo. Poi i saluti, anche perché c’era chi era venuto da Coimbra e dai dintorni di Guimarães e era necessario tornare a casa con tranquillità. Non contando la festa di inaugurazione della casa e del cinquantesimo, questa è stata la convocazione più numerosa in questa casa; non vi nascondo che avevo un certo timore, ma devo dire che, sorvolando alcuni particolari(che cercheremo di prendere in considerazione la prossima volta) tutto è andato abbastanza bene. In Marzo (come festa dell’Eccomi) o in giugno (In occasione della festa del sacro cuore)? Ancora non sappiamo, ma a suo tempo faremo discernimento e penso che questa sarà una festa a cui dare continuità. Io sempre difendo l’idea che dove la CM stà radicata, è bene che ci sia uno spazio grande o piccolo che possa essere considerato un Centro CM. Non vogliamo togliere il risalto che diamo alla casa di Via Guidotti, ma proprio perché sentiamo l’importanza che lei ha, desideriamo che ci siano altri spazi, sparsi nel corpo dell’istituto, che siano punto di convergenza, di irradiazione, di radicamento storico nel corpo della CM. Penso che la casa di Porto è uno di questi Centri CM carico di una storia che è importante conoscere. Mi piace finire ancora con una citazione di Tomas Mann, nello stupendo romanzo sopracitato,Dice parlando di Giacobbe e delle sue avventure: “… le storie che viviamo in un determinato luogo sono come radici che affondiamo nel terreno di questo mondo.” Anche in questo spazio abbiamo vissuto molte storie: storie belle e storie dolorose, ma sono tutte storie che danno sicurezza e consistenza alla nostra vita, perché si inseriscono in una vita più ampia e più profonda, la propria storia di salvezza di Dio. E per questo che lancio un appello e un invito: venite a conoscere questo centro CM, venite ad arricchirlo con la vostra presenza e le vostre storie.
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COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE
Via A. Guidotti 53, 40134 - Bologna - Italia - Telefono: +39 051 64 46 472

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