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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffusa in varie regioni d'Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All'istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà castità, obbedienza, ma loro abbandonate la loro condizione di membri la povertà di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole.
News
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENNITA\' DEL SACRO CUORE DI GESU\'
    Venerdì 11 giugno 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLENIDADE DO SAGRADO CORAÇÃO DE JESUS
    Sexta-feira 11 de junho de 2021... Continua
  • 14 / 05 / 2021
    SOLEMNIDAD DEL SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS
    Viernes 11 de junio de 2021... Continua
ricordo di gennaro mercurio, familiaris
 
Il 18 marzo scorso, dopo pochi giorni di ricovero in ospedale a causa del terribile covid-19, quando ormai sembrava in via di guarigione, quasi improvvisamente il familiaris Gennaro Mercurio, di S. Antonio Abate (NA), ha lasciato questo mondo per raggiungere la Meta del Cielo. Avrebbe compiuto 68 anni il 31 maggio. Un uomo di grande fede, che testimoniava con l’amore alla moglie Lucia anche lei familiaris, al figlio Salvatore e alla sua sposa Carmela, e a tutti i parenti; con l’impegno nel lavoro e le relazioni gioiose che sapeva coltivare con chiunque; con il servizio alla comunità parrocchiale della Madre del Buon Consiglio, soprattutto prendendosi cura dei malati e degli anziani nelle case, portando loro l’Eucaristia; con la partecipazione vivace alla vita della Compagnia Missionaria. Così ne esprimeva con entusiasmo il carisma e la spiritualità. Pubblichiamo il saluto del figlio Salvatore nella celebrazione di trigesimo. Non sono pronto, papà Non sono pronto a vederti andar via, non sono pronto a dirti addio, né sono pronto a sopperire in qualche modo alla tua assenza. In ogni caso, non avrei mai potuto perderti, né ora né mai. Ma è accaduto! Un cupo, tonfo e scuro boato alla notizia che ti avevo perso. Buio assoluto!! Ma tutt’un tratto, dalla parte più oscura ho letto di una fioca Luce che avanza e via via sempre più forte sta riuscendo ad illuminare e schiarire il buio spettrale. È la tua perseveranza nella fede in Cristo, papà. Hai avuto il coraggio di credere e testimoniare il messaggio divino di amore, e hai alimentato la tua fede con la preghiera costante, e il tuo, il nostro Padre, ha reso esemplare la tua esperienza terrena. Ti sei fatto portatore di Cristo, di pace e di gioia verso chiunque ha avuto modo di incontrarti. Hai detto “Eccomi” alla richiesta del tuo Signore e ti sei fatto strumento della sua Parola e la tua è stata una vita pianamente compiuta in Cristo. Ebbene, papà, ciò che sei stato non solo per me o per la nostra famiglia, ma per tutti quelli che ti hanno conosciuto, perché di fatti non eri solo mio ma di tutti e prim’ancora di Dio, non può certamente risolversi con il buio della morte. Ed allora ecco che ci sei ancora tu, papà, ad illuminare la mia, la nostra strada. Ci sei ancora e sei più vivo di prima e parli attraverso i tuoi insegnamenti, le tue esperienze ed il tuo esempio. La gioia dei tuoi occhi e i tuoi sorrisi riescono ancora oggi e per sempre a portare la luce nel buio spettrale che mi dà tormento. Il tuo Dio, il mio Dio, il nostro Dio, così ha disposto per te ed ha posto fine alla tua terrena esperienza con questa assurda modalità. Ma sono certo, come anche tu confidavi, che la ricompensa per Te sarà stata grande nei cieli. Gli angeli e i santi avranno sicuramente accompagnato il tuo ingresso trionfale al Trono di Dio, con cui ti sei uniformato in spirito e verità, e la tua cara Mamma del Buon Consiglio avrà senz’altro il cuore in tumulto per la tua nuova presenza. Tuttavia, seppur nella tua pienezza di spirito, papà, anche dal posto in cui sei ora, ti chiedo di Vegliare ancora su di noi, perché abbiamo ancora bisogno di Te. Guida il nostro cammino affinché, proseliti della tua testimonianza terrena, possiamo di nuovo abbracciarci e sorridere insieme quando ci incontreremo ancora. Grazie, papà. Grazie da mamma e da Carmela, da tutta la nostra famiglia, dalla comunità del Buon Consiglio e dalla Compagnia Missionaria del Sacro Cuore, e Grazie da tutti quelli che ti hanno incontrato e che ti hanno riconosciuto come parte della propria famiglia. Sciolgo la riserva e manifesto il mio orgoglio più grande: Gennaro Mercurio è mio padre!!! Tuo figlio Salvatore
per un francobollo
 
Abito sull’appendice del Lago di Como, a Novate Mezzola, e dalla mia casa vedo il lago. Vista che mi riconcilia la mente. Sono in pensione da due anni, dopo quasi quarant’anni di insegnamento nella scuola, ma anche dopo tante esperienze lavorative iniziate a tredici anni e mezzo, appena finita la terza media. Ho sempre lavorato e studiato, forse per ambizione, forse spinta da una ricerca di senso che mi accompagna da bambina. Ero a un corso di esercizi spirituali nel 1990, quando in una pausa tra una meditazione e l’altra mi avvicina una signora. Mi chiede di accompagnarla in paese a comprare dei francobolli. Ero proprio stanca, volevo dire di no. Ma sì, un piccolo atto di carità non sta mai male, mi sembrava così disorientata, bisognosa di chiacchierare un po’. Era Rosanna Testa, la nostra missionaria. E così per un francobollo ho conosciuto la Compagnia Missionaria del Sacro Cuore. Per poco nascevo in Argentina! I giovani del mio paese che si sposavano dopo la guerra avevano una preoccupazione: i loro figli avrebbero dovuto avere un avvenire migliore, soprattutto non dovevano morire per le polveri della miniera. Arbus, il paese dove sono nata, viveva soprattutto del lavoro della miniera di Ingurtosu e Montevecchio, così quando i miei genitori si sono sposati hanno subito fatto domanda per emigrare in Argentina. Mio papà era il più piccolo dei figli, e mia nonna aveva già perso una figlia da bambina (che era la gemella di mio papà) e un figlio in guerra, in marina. È mia mamma che mi raccontava come mia nonna si fosse attaccata al rosario, e, un’Ave Maria dopo l’altra, è riuscita a far chiudere le frontiere argentine all’immigrazione. Così nel 1952 sono nata in Sardegna, ad Arbus in una casa costruita ancora di mattoni crudi. Ma a sette mesi ero già sul traghetto, migrante, non in America, ma nell’Italia settentrionale, a Parma. A Parma risalgono i miei primi ricordi, e la prima consapevolezza della fede. Certo una “fede bambina”, ma che ricordo come esperienza profonda e radicata affettivamente. Sopra al letto dei miei genitori c’era un’immagine del Sacro Cuore in rilievo, con una mano che sporgeva e dove mia madre mi faceva trovare al mattino una ciambella di pastafrolla. Poi un crocifisso di metallo, che quando avevo la febbre mi teneva compagnia (povero Gesù, gli avevo spezzato le gambe facendolo cadere), poi il Gesù deposto, non so in quale chiesa che mia mamma frequentava. Lì un ricordo nitido, i piedi di Gesù: «Mammina, posso portare le mie scarpette rosse a Gesù?». Non so come possono essere letti questi episodi da chi ha esperienza di vita spirituale, ma per me segna la continuità di una fede affettiva che è andata maturando in tutta la mia vita. Forse il dono di un seme di senape! Mia sorella Rosanna è nata a Parma, e questa volta era lei in fasce, a fare il viaggio di ritorno sul traghetto! Mio papà si era ammalato, il clima umido della Val Padana comprometteva la sua salute. Quindi ritorno in Sardegna, profughi di ritorno! E tutto da ricominciare. Nella vita dei miei genitori ci sono stati undici traslochi. Una continua migrazione interna. I primi spostamenti rappresentavano un miglioramento: da una vecchia casa nel centro storico di Cagliari, fino a un bell’appartamento in una piazza prestigiosa dove i miei avevano un laboratorio di sartoria che aveva una clientela numerosa. Poi il declino, crisi economica, ritorno al paese, niente lavoro e emigrazione a Milano, prima solo io e mia mamma, dopo qualche anno anche mio papà e i miei fratelli (intanto erano nati mio fratello Antonio e mia sorella Daniela). A Milano io e la mia famiglia abbiamo condiviso la condizione degli immigrati del Sud. Sorvolo il racconto. Nella metà degli anni ’60 bisognava superare diffidenza, pregiudizi, emarginazione…, attraversare l’esperienza della disoccupazione, della ricerca del lavoro adattandosi a quello che si trovava. Da bambina avevo un forte desiderio di studiare. A rivedere oggi la storia di quegli anni non so davvero dove abbia trovato la forza e la caparbietà di oppormi agli avvenimenti: avevo cominciato a lavorare a tredici anni e mezzo, poi dopo un anno mi sono iscritta al liceo classico e ho sempre continuato a lavorare e studiare. L’esperienza del ’68 aveva mosso le acque, abbattuto barriere sociali, ma il grande fermento di idee, di bisogno di rinnovamento comportava per chi era adolescente un forte disorientamento. Quegli anni erano un vaso di Pandora scoperchiato: tutti i beni e tutti i mali circolavano liberi. Il buio della fede Certamente l’esperienza vissuta in famiglia mi aveva reso sensibile alle istanze di giustizia sociale. Non avevo mai sentito parlare di dottrina sociale della Chiesa. Quel mondo “religioso” che vivevo, fatto solo di precetti, non dava più risposte alle mie domande esistenziali. La religione mi sembrava un retaggio culturale da cui liberarsi. Ma da questa crisi si è sviluppata la profonda ricerca di senso: un cammino, il mio, che non ha percorso vie ma sentieri! La passione politica vissuta dalla contestazione giovanile mi ha affascinato ma non travolto. Troppe incoerenze di vita, incongruenze di pensiero. Quindi l’incontro con l’Oriente, la ricerca a partire dall’interiorità. Venite e gustate quanto è buono il Signore… Il Signore si fa trovare da chi lo cerca con cuore sincero Avevo tra i 17 e 18 anni quando il mio pensiero era animato dall’idea che se c’è qualche cosa di veramente VERO, BUONO, AUTENTICO l’uomo può farne esperienza. I versetti dei salmi mi davano una conferma. È possibile INCONTRARE DIO? Farne esperienza? Ho cominciato a occuparmi di religioni, interessata soprattutto ai testi sacri, Bibbia compresa. Per questo quando ho dovuto scegliere la facoltà ho optato per Lettere antiche, pensavo che la parola, più che la filosofia, portasse alla rivelazione profonda dell’uomo. Rivelazione che dovevo cercare nelle lingue dei testi sacri. Avevo anche iniziato a studiare ebraico e sanscrito, ma poi ho dovuto abbandonare questi studi per motivi di salute: come i più mi devo accontentare delle traduzioni. Durante un corso di meditazione buddista, tenuto in una casa di Esercizi spirituali, mi ritiravo nella cappella, dove mi sembrava di concentrarmi meglio. E nella cappella il coro delle due suore francescane che pregavano ha attraversato il mio cuore: …ETERNA è LA SUA MISERICORDIA …ETERNA è LA SUA MISERICORDIA …ETERNA è LA SUA MISERICORDIA … I miei occhi si riempivano di lacrime, un lavacro di lacrime. Uscita dalla cappella sapevo che volevo la Chiesa. Da quel giorno sono passati circa vent’anni prima di incontrare la Compagnia Missionaria, ma quando ne ho letto lo Statuto, mi sono riconosciuta. La vocazione Quando è nata allora la “vocazione”? Ho ricordato quei momenti della mia prima infanzia che sento significativi nella mia identità di fede. Credo che in me vocazione sia stata, ed è, un anelito all’Assoluto, al Tutto: questo anelito era un faro, luce che mi ha guidato all’incontro col Cristo nella Chiesa. Incontro capace di fare sintesi della passione per Dio e della passione per l’uomo. E l’ingresso nella Compagnia Missionaria ha segnato l’inizio di una nuova consapevolezza: la missione è cantare la misericordia di Dio¸ non quanto io sono brava, ma quanto è buono con me il Signore. … per ricapitolare in Cristo tutte le cose In questa luce ha riacquistato significato tutta la mia storia: gli studi, fatti nella fatica del lavoro, la nascita di mia figlia, dei miei nipoti, la professione come insegnante nella scuola. E oggi, nel tempo della pensione, mi faccio incontrare dagli eventi: non ho più resistenza alla fatica, mi rendo disponibile a mantenermi accogliente a ciò che mi raggiunge da vicino per vivere nella solidarietà e condivisione di ciò che sono. I sogni per il futuro e il mio messaggio per i giovani di oggi I miei sogni per il futuro coincidono col messaggio che vorrei passare ai giovani: conservare la capacità di sognare, di desiderare cose grandi. La speranza non è vana, ci fa intravedere orizzonti di Bene anche dove sembra prevalere il male. Ogni bene possibile è una tessera di quel grande mosaico che è il Regno di Dio. Non siamo soli, siamo Corpo di Cristo in forza dello Spirito Santo!
“la tua parola è lampada ai miei passi e luce alla mia strada ” (sal 118)
 
La Parola del Signore raccoglie in sé ogni espressione della nostra vita e sa condurci per mano nell’attraversare ogni sua fase. Anche se il tema dell’anzianità e dell’invecchiare non siano al centro della Parola di Dio, è possibile trovare in essa delle sottolineature interessanti per il nostro cammino spirituale. Un primo aspetto importante, che troviamo nell’Antico testamento, è il richiamo alla fecondità: Abramo e Sara sono molto avanzati negli anni quando nasce Isacco, il figlio della promessa e della benedizione (Gen21,5). Una lunga vecchiaia è il segno della fedeltà di Dio alle sue promesse: «Poi Abramo morì dopo una felice vecchiaia, vecchio e sazio di giorni e fu riunito ai suoi antenati» (Gen25,8). Così anche Isacco (Gen35,29) e Giuseppe che morì all’età di centodieci anni (Gen50,26). Potremmo dire che in età avanzata Dio si rivela, Mosè riceve la rivelazione del Nome di Dio e la missione di liberare il suo popolo quando è già anziano. Il Signore Dio gli era molto vicino e gli parlava come si parla ad un amico (Es33,11). La Parola dice che Mosè era «molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra» (Nm12,3). Come a confermare che Dio, per operare la salvezza, si serve non dei forti e di coloro che godono di prestigio, ma degli umili e piccoli, di quel popolo umile e povero che lo cerca con fiducia (Sof2,2; 1Co 1,26-31). Troviamo nei libri sapienziali un altro aspetto quello del tempo della fatica interiore e della tristezza ... gli anni in cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto» (Qo12,1-8). Ma più spesso ci offrono il ritratto dell’anziano invecchiato bene, segnato cioè dalla saggezza e dal timore del Signore: «Nella giovinezza non hai raccolto; come potresti procurarti qualcosa nella vecchiaia? Come s'addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s'addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un'esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore» (Sir 25,3-6). Nel nuovo Testamento Gesù, Maestro di sapienza, ci insegna come affrontare le paure e le preoccupazioni che si accentuano col passare degli anni, in particolare la paura del futuro che, insieme alla tentazione pericolosa dell’accumulare ricchezze e cibo, si può curare solo con l’abbandono fiducioso nella Provvidenza (Lc 12, 12-21.22-31; Mt 6,25-34). Dopo aver affidato la sua Chiesa a Pietro, Gesù gli annuncia che, quando sarà vecchio, sarà condotto ad una morte violenta per il suo Nome: «In verità in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv21,18). Gesù indica come si svilupperà la crescita di Pietro, che è un po’ anche la nostra: si passerà dal tempo della decisione in prima persona alla stagione in cui si dovrà cedere l’iniziativa e «lasciarsi fare». Arrendersi - accettare - lasciar perdere - abbandonare - distaccarsi sono i verbi che impariamo e/o dovremo imparare a coniugare col passare degli anni. È un cammino impegnativo. È un po’ come una spogliazione progressiva che, se vissuta nella prospettiva dell’amore del Signore che non viene meno, che rimane affidabile sempre, poco per volta porta ad assomigliargli nei suoi passaggi di vita più difficili fino al culmine della crocifissione. «Egli deve crescere, io diminuire» (Gv3,30) Questa prospettiva pasquale che potrebbe comportare progressiva riduzione dell’attività, con il rischio di disabilità, di crescente solitudine, di paura e di arrabbiature soffocate, a pensarci bene ci ripugna profondamente, perché ci avvicina al mistero della sofferenza, il più arduo della nostra esistenza, che nessuno riesce a comprendere e accettare, se non nella fede e nella contemplazione del mistero di Dio. Il ruolo fondamentale della preghiera Non dobbiamo scoraggiarci: esiste un cammino che ci consente, poco alla volta, di vivere la vita quotidiana in un atteggiamento contemplativo. In questo contesto, anche la preghiera segue la dinamica della nostra crescita personale. Partiamo dalla preghiera vocale, passiamo alla preghiera discorsiva, arriviamo a quella affettiva, per approdare alla preghiera contemplativa che viene chiamata anche preghiera del cuore. Essa è come una sosta silenziosa ai piedi del Maestro, nella quale ci esponiamo senza maschere, nella nostra realtà più profonda Ma dobbiamo perseverare nel dedicare al Signore il tempo destinato alla preghiera. La contemplazione non è solo un atteggiamento da agire, diventa stile di vita, diventa una dimensione di essa e ne determina la qualità. Lo «stare» cambia la qualità della vita e ci dà la possibilità di vivere il presente e nel presente. Produce in noi la capacità di stupirci e di godere delle creature di Dio. La dimensione contemplativa, in questo nuovo tempo della vita, dove diminuiscono gli impegni, in particolare quello lavorativo, ci può portare ad un nuovo «agire», caratteristico di questa età, più pacato e più profondo, più attento alle persone, più disponibile ad offrire una compagnia. Ci aiuta a perseverare nell’attesa vigilante del ritorno del Signore. La preghiera contemplativa si consolida nel corso degli anni, ricordiamo qui la famosa espressione del santo Curato d’Ars che descriveva la sua preghiera come un incontro silenzioso con Dio: «Io lo guardo ed Egli mi guarda» Nella contemplazione scopriamo di essere preziose agli occhi del Signore, così come possiamo pregare nel salmo 131: «Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia». Certamente siamo poco abituate ad usare la parola «contemplazione», ci sembra molto impegnativa, quasi una dimensione non raggiungibile, ma non dobbiamo lasciarci intimorire. Essa è un obiettivo per tutti i cristiani, purtroppo non è favorita dalla cultura attuale, centrata sull’efficienza e assopita nella distrazione. Nella nuova situazione, il tempo per la preghiera non manca, ma potrebbe essere carente il metodo e la costanza, potremmo correre il rischio della mediocrità se durante lo scorrere degli anni non avremo curato la nostra vita spirituale con l’ascolto della Parola, la vita dei sacramenti (penso che dovremmo riprendere la valenza, ad esempio, del sacramento della riconciliazione), la riflessione e un’offerta al Signore delle nostre fatiche. Le prove dell’anzianità possono richiamarci alla necessità di crescere nel nostro abbandono nel Signore. La centralità della formazione “Nella vecchiaia - dice un proverbio africano - ci si riscalda con la legna che si è raccolta durante la giovinezza”. Per questo possiamo dire che la riflessione di oggi è davvero per tutte. Infatti, se nel momento dell’invecchiamento non riusciamo ad accettare questa nuova situazione con le sue implicazioni, forse non siamo mai state richiamate da giovani a riconoscere ed accogliere i nostri limiti, a sentire che non tutto è possibile, che non ha senso coltivare dei complessi, o meglio dei deliri di onnipotenza. Forse, non siamo state educate a camminare secondo le possibilità, a spendere del tempo gratuitamente, a contemplare la bellezza senza volerla possedere, a voler bene a sé e agli altri. Forse abbiamo sempre vissuto con l’acceleratore al massimo per riuscire a percorrere in fretta tutte le strade, con l’unico obiettivo di poter governare e possedere il controllo di tutto. Ma tutto non si può possedere e/o governare. Gli atteggiamenti che ci portano alla fiducia, a credere in noi e negli altri, sono, da una parte, iscritti nel carattere della persona e, dall’altra, possono essere il frutto di una formazione iniziale e, sicuramente, di una formazione permanente che faccia leva sulla gratuità e sulla dimensione contemplativa dell’esistenza, grazie alle quali la persona continua a crescere. Dovremmo continuare ad essere sollecitate, dalla formazione permanente, a sviluppare curiosità intellettuale e cura della nostra preparazione professionale. Chi arriva alla stagione dell’invecchiamento senza aver coltivato l’abitudine alla lettura e allo studio e senza interessi culturali, senza un’attenzione ai bisogni del contesto e senza un hobby costruttivo, farà molta fatica a far passare il tempo e a riempire le lunghe giornate non più ritmate dagli orari lavorativi. La lettura di qualche testo di teologia, o di esegesi biblica, di qualche buon romanzo, di qualche bel giallo, di qualche buona rivista di aggiornamento, potrà non solo renderci umanamente vive e all’altezza dei nostri nuovi impegni, ma anche tenere viva ed esercitata la nostra mente in un momento di notevole cambiamento, dove il fermarsi potrebbe significare non solo perdere irrimediabilmente i neuroni necessari per il buon funzionamento del cervello, ma anche spegnere la lampada della saggezza, rendere vana l’esperienza e ridurre la conoscenza di sé. La comunità è il luogo privilegiato della formazione Vorrei che non dessimo per scontata questa cosa, cioè l’importanza di essere, per tutta la vita, formate dalla comunità. Non vi è un periodo temporalmente definito nel quale ci si forma, ma abbiamo la prima formazione e la formazione permanente, cioè formazione per sempre. Sappiamo che la formazione è importante per ogni età della vita. Allora la questione è non solo riaffermare questo principio fondamentale, ma anche cercare «come» poter fare questo. Come tradurre nella vita di ciascuna e della comunità questa consapevolezza, oggi, nelle diverse situazioni. Piccola conclusione Tutto questo ci colloca nella prospettiva che fa ritenere, appunto, che anche la stagione dell’invecchiamento può continuare ad essere feconda e, con il salmista, sapere che «anche nella vecchiaia porteremo frutti e saremo ancora rigogliose», capaci ancora di «fiorire negli atri del nostro Dio», sempre pronte ad «annunziare quanto è retto il Signore» (Salmo 92,14-16).
“nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi” (sal 92,15)
 
Premessa In premessa a questa riflessione vorrei prendere a riferimento quanto emerso dalla ricerca sull’Invecchiamento Attivo, realizzata l’anno scorso dalla CIIS. Penso che partire dall’ascolto sia sempre positivo per favorire una maggiore concretezza nell’affrontare le questioni. A livello generale, le risposte fanno emergere la necessità di non dare per scontato il tema dell’invecchiamento attivo e di mantenere alta l’attenzione a questo riguardo, soprattutto perché in esso si «riassumono» diversi aspetti di senso e di significato del vivere, in particolare del vivere una vocazione di consacrazione secolare. Ovviamente, rinvio alla lettura della ricerca, facendo riferimento alle fasce di età specifiche: 55-60 anni; 6170; 71-80; oltre gli 80 anni. Qui riprendo solo qualche considerazione. a) I dati relativi agli impegni extra professionali evidenziano come prevalente l’impegno in ambito ecclesiale. Che cosa significa? Vi è da rimettere al centro la secolarità? Si pone una questione in ordine al discernimento circa la modalità specifica di essere presenti nel mondo? Certamente, anche nel vivere l’impegno ecclesiale vi è una connotazione data dalla secolarità, a partire sia dagli impegni stessi sia dalle modalità con cui si affrontano. Vi è un discernimento circa quale impegno ecclesiale sia prioritario per i membri degli Istituti Secolari? Vi è qualche impegno da privilegiare? In ogni caso, sarebbe importante mettere a tema la questione a partire dai bisogni del tempo che possono richiedere una presenza, ad esempio, nel campo della formazione della coscienza e quindi una catechesi che risponda a questa esigenza; oppure vi è un modo di essere ministro straordinario della comunione che allarghi l’ascolto alla vita delle persone anziane e/o ammalate. b) Per quanto riguarda gli impegni di carattere sociale emerge come grandemente rilevante il volontariato. Forse, sarebbe importante mettere a tema un approfondimento al riguardo, sempre nella prospettiva della nostra specificità. Cioè vi sono urgenze prioritarie a cui rispondere e che chiedono una maggiore presenza di chi è impegnato in una vocazione come la nostra? Vi sono aspetti da prendere in considerazione circa la modalità con cui si esplica l’impegno nel volontariato? Vi è una specificità per chi vive nella secolarità consacrata o attenzioni ai bisogni da mettere a tema? Vi è la necessità di puntare sulla formazione? Quale formazione? Le diverse forme di volontariato fanno crescere anche nella dimensione collaborativa? Vi è qualche aspetto su cui riflettere al riguardo? In sostanza, se il volontariato vede una consistente partecipazione dei membri degli Istituti secolari (sempre tenendo conto che gli impegni sociali, in totale, rappresentano solo il 27% degli impegni extraprofessionali), forse varrebbe la pena investire con uno sguardo lungimirante sia rispetto al discernimento delle priorità di presenza sia rispetto alla formazione, con particolare riferimento alle motivazioni e alle competenze. c) La scarsa presenza negli impegni di carattere culturale e politico/amministrativo merita una riflessione approfondita per tentare di capirne le motivazioni. Certo ogni valutazione richiede una giusta prudenza, poiché siamo in presenza di una restituzione di questionari intorno all’8% del totale dei membri, ma questo vale anche per gli altri settori; quindi si può dire che viene rilevata una linea di tendenza che, quantomeno, andrebbe indagata ulteriormente. Ci si potrebbe chiedere da che cosa può essere determinata questa situazione: provenienza dei membri che ne determina gli interessi? Frantumazione del contesto sociale che spinge ad un forte individualismo? Carenza di ambiti associativi che orientino all’impegno culturale e politico/amministrativo? Clericalizzazione del laicato? Scarsa sensibilità degli IS nel discernimento di potenziali presenze in questi ambiti? Considerazione negativa della politica e scarsa rilevanza data alla cultura da parte degli Istituti? Ovviamente, le considerazioni precedenti vanno poi calate nelle diverse fasce di età per coglierne le differenze. In particolare la fascia più giovane appare quella più sbilanciata verso l’impegno ecclesiale e, all’interno di questo, verso l’impegno in Istituto: ciò significa che su di essa si riversano completamente le esigenze di conduzione delle comunità? È troppo difficile tenere insieme impegno nel mondo e accompagnamento dell’Istituto? Sarebbe azzardato trarre conclusioni o esprimere giudizi, qui si vuole solo far emergere la necessità di una riflessione che, tra l’altro, chiamerebbe in causa la specificità della vocazione secolare anche nella proposta di questo percorso alle generazioni più giovani. d) Dalle risposte relative agli aiuti ricevuti, circa la preparazione all’invecchiamento attivo, e quelli necessari, da una parte, emerge che la preparazione è consistita e consiste, sostanzialmente, in un cammino personale (preghiera, riflessione, esperienze positive nella quotidianità), e, dall’altra, una chiara domanda di essere maggiormente aiutati a riferirsi al carisma, ad approfondire il tema e ad aggiornarsi al riguardo, a parlarne in comunità, ad essere educati ad un uso sapiente del tempo a disposizione, ad essere accompagnati nel cammino personale. Come si può notare le attese sono molteplici e sono anche espresse, nel corso dell’analisi, in ordine di priorità. Si apre uno spazio di lavoro sia per gli Istituti sia per la CIIS, in particolare per quei temi trasversali agli Istituti stessi, quali ad esempio, l’aggiornamento e l’approfondimento circa l’invecchiamento attivo e l’educazione all’uso sapiente del tempo. e) La richiesta di essere aiutati a riferirsi al carisma chiederebbe, forse, un approfondimento a parte: intanto la domanda è diversificata nelle diverse fasce, più accentuata in quelle di età più alta. Che cosa significa? Il tema era più richiamato nel passato? Si confonde la necessaria attualizzazione, attraverso la custodia di ciò che è essenziale, con una sorta di rimozione dell’intuizione originaria perché poco approfondita? Come si può attualizzare il carisma se non si conoscono le origini collocate nel tempo, ma le cui costanti restano universali? Come leggere le costanti universali di un carisma? f) Le risposte relative agli aiuti necessari e ai suggerimenti offerti per camminare nell’invecchiamento attivo sono da tenere insieme per una lettura articolata dei dati. Si può osservare che la domanda più alta è quella educativa (che comprende anche la formazione, ma che non è solo formazione). Si tratta, quindi, di offrire «itinerari di vita» e non solo programmi formativi. Cioè, sembra di cogliere che l’attesa più consistente sia quella di rinverdire il cammino, di trovare il senso della vita sempre, in ogni età, di mantenere viva la vocazione. Di fatto, dalle risposte ricevute, è scaturita un’interessante riflessione e, sostanzialmente, è maturata la consapevolezza che esse possano rappresentare uno spaccato utile per il cammino di tutte, in ogni stagione della vita. Quindi, la prospettiva in cui collocare la riflessione di oggi deve essere quella di accompagnare il cammino di tutte e di ciascuna, convinte che la vocazione è per la vita e non per un determinato periodo di essa. La vocazione viene prima della intensità del fare: la vocazione è per la pienezza dell’essere. Certamente, la pienezza richiede sempre l’attento e vigile discernimento per non cadere, dietro ad una diminuzione di impegni, in una sorta di pigrizia spirituale che fa indietreggiare davanti alle possibili chiamate che il Signore ci va presentando. Quindi lo spirito che deve condurci deve essere quello della ricerca della volontà del Signore circa il cammino. Egli deve continuare a “darci forma”, infatti non si interrompe la sequela, semplicemente essa può assumere contorni diversi, può interpellare nuove disponibilità. Sicuramente il Signore è per la nostra gioia e per la nostra vita: non permetterà che il nostro cuore si chiuda alla novità del Vangelo. Sappiamo bene che La vita professionale dà forma al tempo di vita di ciascuno, ha delle ricadute sulle relazioni che si hanno e ne crea delle altre determinanti (con i colleghi, con chi ha responsabilità nei luoghi di lavoro, ecc.). Le relazioni quotidiane costruite nel tempo di lavoro, dopo averlo lasciato, poco alla volta vengono meno, ciò può far avvertire un impoverimento: è una situazione delicata, diventa importante non cedere al ripiegamento. A questa mutazione di rapporti ci si deve preparare, anche se, quando essa arriva, non mancherà la fatica, dobbiamo, comunque, rimetterci nelle mani del Signore. Affidarci a Lui ci consente, poco per volta, di custodire e ricreare relazioni gratuite e vere, negli spazi nuovi che Egli aprirà davanti a noi…. Probabilmente sarà importante riprendere in mano la nostra vita per non considerarla “derubata” di ciò che l’alimentava, per ridefinirla, nella consapevolezza che i doni che il Signore ci ha fatto, in molti anni, non vengono meno. Durante l’attività lavorativa si è costruito un patrimonio di conoscenze, di esperienza, di impegno sociale, di dedizione nell’apostolato. Il lavoro, spesso, è anche il luogo principale del nostro apostolato. Quindi, quando cessa il lavoro in quali ambiti orientarci? Quali criteri per discernere gli ambiti di impegno nel tempo del pensionamento? Di quali aiuti abbiamo bisogno? Quali atteggiamenti possono aiutarci nella ricerca? Smettere di lavorare comporta il riprendere in considerazione l’utilizzo del tempo, non più scandito da orari previsti a prescindere da noi, chiede di rimetterci in gioco, nonostante la sensazione di smarrimento che può colorare le nostre giornate che diventano così diverse e tutte da rimodulare. È come prendere improvvisamente atto che il tempo è passato in fretta e che si apre una fase nuova, tutta da reimpostare. Ci può prendere un senso di solitudine. Nel frattempo, anche il corpo invecchia. Questo aspetto non va trascurato ed è bene prenderne consapevolezza. Viviamo in un tempo che nega gli effetti dell’età: così come è allontanato il pensiero della morte, probabilmente si allontanano anche i cambiamenti che l’età che avanza provoca sul nostro corpo. Aiutiamoci ad invecchiare con il cuore “abitato e sereno”. La preghiera, la riflessione personale, l’ascolto della Parola diventano fondamentali per ritornare alle origini e ridire, con molta semplicità, al Signore della nostra vita: “Gesù aiutami a ridirti il mio sì, a rinnovare la mia offerta, conducimi Tu per le strade nuove che vorrai, sia fatta la tua volontà oggi e sempre”. Alcune sottolineature · Diciamo subito che è del tutto normale sentire la paura d’invecchiare. Essa si rafforza, nella nostra società, anche attraverso le forme della pubblicità che privilegiano, sempre e comunque, il giovane, il bello e chi non presenta limiti. Questo continuo rimuovere la realtà costringe molti anziani a chiudersi in se stessi e a dimenticare l’esperienza e la saggezza “imparata” dalla vita. Altrettanto normale e necessario avvertire e accettare in modo cosciente e libero il distacco dell’uscita dal lavoro o al termine della giovinezza, oppure dovuto alla morte di familiari e colleghi, ecc. · Sembra che oggi vi sia una maggiore consapevolezza dell’importanza di prepararsi a questa fase della vita e non solo caderci dentro all’improvviso. È necessario preparare questa tappa. L’invecchiamento comporta dei problemi biologici e fisiologici, psicologici e spirituali che possono creare difficoltà: nascono dentro domande ineludibili: Chi sono io? Che senso ha la mia vita? Come ho passato gli anni che ho vissuto? Come posso vivere bene i prossimi, ultimi anni? · Come ogni crisi esistenziale, anche questa, per essere vissuta e non subita, chiede un rinnovamento del cuore, un affinamento interiore. Questo vale per tutti, a nessuno è dato il permesso di vivere questa fase della vita in tono minore, di diventare mediocri. Ma noi dovremmo avere ragioni profonde per viverla senza ripiegamenti. · E bene conoscere alcuni sentimenti come, ad esempio, Il senso di inutilità: conclusa la fase attiva, si corre il rischio di sentirsi inutile, di lasciarsi prendere da una sorta di apatia, con la conseguenza di perdere la propria autostima e lasciandosi un po’ andare. · Si avverte anche una pesante solitudine: non tanto quella solitudine costitutiva e inevitabile, in particolare di fronte a decisioni difficili, ma quella solitudine che isola, che impedisce di dialogare con il proprio mondo “che non è più quello di una volta”. Questo isolamento viene dalla mancanza di attività, dal trovarsi soli per lunghe ore della giornata. Allora nel cuore nasce una domanda seria e pericolosa: “Servo ancora a qualcosa a qualcuno?” oppure: “C’è ancora qualcuno cui io interesso?”. La paura della non autosufficienza, della malattia, dell’abbandono, della dipendenza, e soprattutto della morte. Alcuni suggerimenti Per reagire a questi aspetti negativi dell’invecchiamento è necessario darsi delle nuove motivazioni valide per la propria esistenza. Si tratta di un cammino che dovrebbe essere stato avviato già nelle fasi precedenti della vita, ma che in ogni modo deve essere sviluppato. Alcuni suggerimenti: a) Mettere le radici della propria esistenza in valori duraturi e non effimeri (successo negli affari, carriera, bellezza, prestanza fisica, capacità di lavoro ecc.) non legati solo al fare, all’avere, al potere, ecc., ma all’essere della persona, perché solo questo permane quando il resto viene meno. b) Trovare pur dentro i propri limiti oggettivi e soggettivi un ruolo o un impegno significativo per sé e, possibilmente, utile gli altri. Pur tenendo conto dei nostri bisogni dobbiamo cercare di toglierci dal centro per rivolgerci agli altri mettendo al loro servizio la maturità e la saggezza in cui si può crescere fino alla fine. c) Mantenere, per quanto possibile, la propria autosufficienza, ossia la capacità di autoregolarsi, di essere autonomi nelle decisioni (cioè non crearsi delle dipendenze) e nelle risposte ai propri bisogni, di saper organizzare il proprio tempo libero. L’atteggiamento corretto è quello di non sciupare il tempo. d) Promuovere la duttilità mentale, cioè un nuovo modo di usare e offrire le proprie conoscenze e l’esperienza accumulata nel corso della vita precedente, mantenendo nello stesso tempo su di esse una prospettiva distaccata. Questa distanza, voluta e coltivata, porta alla flessibilità mentale, ad accettare il diverso, a relativizzare le idee e le sensibilità personali, a non assolutizzare i propri desideri, il proprio punto di vista, i sogni e le speranze, le paure e le ansie, liberandosi da un modo di pensare prefabbricato che alla fine impedisce di accettare e ascoltare gli altri. La realtà di ogni giorno non si divide in “bianco o nero”, chiaramente distinti, ma presenta piuttosto delle ampie zone di “grigio” che lasciano sconcertato chi vuole chiarire tutto sulla base di una rigida logica matematica. e) Rinnovare le relazioni personali per sfuggire al rischio dell’isolamento: i frutti, che dipendono molto anche dall’impegno messo in campo in età giovane/adulta, possono essere quelli di una maggiore intimità con le persone e con il Signore. Forse dovremmo ricordarci di più che l’obiettivo non è quello di cercare a tutti i costi una vita di relazioni come quella della prima età adulta, ma di elaborare e potenziare la comunicazione e la comunione, compatibili con la nuova situazione: ricercando nuove forme di reciprocità, che permettono di sviluppare una rete di amicizie attraverso le quali esprimere la preoccupazione per il bene degli altri, ai quali ci si avvicina con fiducia e sincera attenzione. Dovrebbe nascere un nuovo tipo di relazione interpersonale segnato dalla tenerezza, all’accoglienza e dalla compagnia e, in una parola, dalla gratuità. f) Passare dalla rapidità e tempestività d’azione, proprie della giovinezza, alla ponderatezza dell’età matura, senza scadere nell’inerzia o nella passività. Ma questa disposizione d’animo non si acquisisce una volta per tutte, in un istante. Dobbiamo vincere la tentazione di un atteggiamento giovanilistico e fuori tempo per proporci nuovi ideali e obiettivi possibili e in armonia con la nuova situazione. Sapere, per esempio, consigliare una persona più giovane invece di voler tenere ancora tutto saldamente nelle proprie mani; accettare volentieri un ruolo in seconda fila invece di pretendere di essere sempre in primo piano, davanti agli altri. Non è facile accontentarsi di fare il secondo specialmente per chi è stato in posizione di autorità. Ma solo se sappiamo accettare questi ruoli secondari, permetteremo agli altri di emergere e di affermarsi. Tirarsi da parte è quindi un atto di amore verso gli altri. g) Superare l’eccessiva preoccupazione di sé per giungere all’attenzione, alla compassione e alla saggezza. Anzitutto superare l’esagerata preoccupazione per il proprio benessere, (conosciamo l’eccessiva importanza che la nostra cultura attribuisce al corpo e all’apparire sempre giovani), per valorizzare l’interiorità e quegli elementi essenziali che fanno di noi persone di carattere e di bellezza interiore. Cercare di allargare il proprio perimetro che, a causa dell’esperienza passata, spesso coincide con il lavoro. È il momento di espandere i propri interessi. Possiamo trovare una diversa (e forse più ampia) realizzazione di noi stesse, assumendo servizi di volontariato nel campo della cultura, del servizio civile, della politica o del sociale. h) La terza età può essere infine la stagione opportuna per sviluppare aspetti della propria personalità non sviluppati nel corso degli anni attivi. Allargare gli spazi interiori della nostra persona per includervi la morte. Dobbiamo aiutarci e farci aiutare a considerare e accettare la realtà della morte, come la “perdita” del nostro io individuale e separato per entrare in una vita senza confini né di tempo né di spazio e in una comunione con l’umanità intera. Non è certo un passaggio facile ed ancor meno spontaneo. Esso richiede di passare per una vera “notte oscura” andando al di là della sola preoccupazione per la propria sopravvivenza.
frammenti di lettere
 
Tra le prime (missionarie) che con p. Albino, daranno inizio al nuovo Istituto ci sono Rina Zanarotti, Cesarina Assi, Bruna Ballabio. Il padre da anni è il loro direttore spirituale e quindi intrattiene con loro una corrispondenza epistolare. Nelle lettere o biglietti che esse ricevono da lui prima della fondazione della Compagnia Missionaria, troviamo la semplicità e la profondità di una spiritualità esigente vissuta nel quotidiano… Queste lettere sono state pubblicate nel volume “Gettare tutto nelle fondamenta” (Lettere dal 1948 al 1957). Rileggiamo insieme alcuni stralci ancora attuali e vitali per alimentare il nostro vissuto. …Per la sua impazienza, per la sua aridità, per la sua incostanza niente avvilimenti si tenga abitualmente con lo spirito nelle disposizioni del povero pubblicano di cui leggiamo nel Vangelo che entrato nel Tempio del Signore si prostra a terra, non osa neppure alzare gli occhi verso l’alto e ripete senza stancarsi: Signore abbi pietà di me perché sono un povero peccatore. Così noi immaginiamoci ai piedi di Gesù e confusi della nostra miseria, desiderosi anche di un po’ di conforto e di luce, ripetiamoGli con tutto il cuore: Signore abbi pietà di me. Signore se tu vuoi mi puoi guarire. Signore che io veda! Sacro Cuore di Gesù, confido in te! Gesù mi fido di te! Preghiamolo così Gesù con il cuore in chiesa, in casa, lungo la via dappertutto, preghiamolo con abbandono, con confidenza, con il desiderio ardente, che Gesù compatisca la nostra miseria ma anche che ci aiuti a migliorare, a vincerci. Non dubiti che Gesù ascolterà i suoi gemiti. Ama tanto Gesù le anime umili! E le santifica! Credo le gioverà molto questa forma di preghiera e, se sarà veramente cordiale, le riempirà l’anima di inesprimibile dolcezza. Un po’ alla volta per la grazia di Gesù, le pioverà allora a torrenti nella sua anima, tante piccole miserie scompariranno, e quelle che sussisteranno, quelle che ci accompagneranno sempre fino all’ultimo giorno della vita, bagaglio inseparabile della nostra debolezza lei imparerà ad amarle, non certo in quanto sono offesa di Gesù, ma in quanto stimoli all’umiltà e all’abbandono, alla fiducia, alla confidenza in Gesù… Non si scoraggi mai, anche se i passi che fa sono molto lenti e i progressi leggeri. Adagio adagio si prende l’abitudine anche nel bene. Gesù, del resto, sa tanto comprendere e compatire la nostra debolezza! Certo, se è possibile svincolarsi un po’ di più dalle nostre miserie, se è possibile mortificare di più la nostra accidia facciamolo. Doniamoci all’Amore con fervore, con slancio. Io prego perché Gesù le faccia anzitutto comprendere che Lui deve essere l’aspirazione e l’ideale supremo della nostra vita; Gesù è la grande realtà che resta mentre tutto passa e tramonta, Gesù è l’unico che possa colmare il desiderio insaziabile di felicità del nostro cuore. Ce lo testimonia S. Agostino, che pur nella sua vita di peccato aveva bevuto alla coppa di tutti i piaceri e aveva rincorso tutte le apparenti felicità della vita: Signore il nostro cuore è fatto per te ed è inquieto, insaziato finché non riposa in te! E non l’abbiamo sperimentata anche noi questa dolcissima realtà nei momenti più fortunati della nostra vita quando noi eravamo tutti di Gesù e Gesù tutto nostro?... Ma che paradiso anticipato sarebbe la nostra vita se fosse tutto un dono continuato, senza riserve a Gesù! Che paradiso! S. Francesco Saverio in mezzo alle fatiche indicibili del suo apostolato sentiva il cuore scoppiargli della felicità del possesso di Gesù, tanto che era costretto a supplicare: Signore basta, altrimenti io muoio. Quali sono ordinariamente le persone sulle cui labbra noi troviamo sempre il conforto di una parola dolce e di un sorriso anche quando soffrono indicibilmente: le persone la cui anima è tutta di Gesù. Pregherò ancora perché dopo aver compreso, agisca energicamente, senza troppi riguardi a se stessa. Per divenire santi bisogna un po’ sempre farsi sapientemente folli. Parrebbe un controsenso, eppure se vogliamo risparmiarci troppo nel corpo, nel cuore, nella volontà, nelle vedute, nei sentimenti, nelle soddisfazioni d’onore ecc. come si verificherà il completo annientamento di noi stessi, condizione necessaria perché viva in noi Gesù? Permetta che le raccomandi sopratutto la santa gioia, il buon umore in ogni circostanza, da sola e nelle relazioni con gli altri, pronta a sacrificare a Gesù ogni ombra, ogni malinconia, ogni sofferenza. Le riuscirà di essere allora più paziente e più cordiale. Le raccomando ancora l’unione a Gesù durante la giornata, offrendo a Lui ogni sua azione in spirito di amore e di riparazione. Divinizzi il suo lavoro facendo sue le intenzioni con cui Gesù lavorava nella casetta di Nazareth. Moltiplichi le piccole Giaculatorie, gli atti di amore. Possa presentarsi ogni mattina a Gesù nella S. Comunione con le mani cariche di doni, di santi affetti, di ardenti desideri! Usi la carità di ricordarmi qualche volta lei pure al Signore. Ogni giorno noi dobbiamo riconfermarci nella buona volontà e nei propositi; ogni giorno dobbiamo riprenderci con forza e con decisione come se per la prima volta ci mettessimo ad amare e a servire il Signore. È questo il segreto della santità! È tanto buono il Signore e Gli dà tanta consolazione la nostra preoccupazione di riprenderci nel Suo amore. Egli sa di che fango siamo impastati, conosce quanta debolezza si accumuli nel nostro spirito ed è pronto ad essere infinitamente misericordioso se pentiti noi ritorniamo a Lui e confidiamo nella Sua grazia. Come altre volte l’ho esortata, si sforzi di vivere in grande spirito di umiltà, ma umiltà serena, molto serena ricordando che Gesù ha delle predilezioni tutte speciali per chi riconosce la propria debolezza e se ne sta piccolo piccolo al Suo cospetto. Ma accanto all’umiltà ci sia la confidenza, una confidenza illimitata. Gesù, Le ripeto, è buono, immensamente buono. Gesù apprezza i nostri piccoli sforzi soprattutto quando l’anima è nella desolazione e nella aridità, ed è pronto a venirci incontro quando vede che noi tendiamo a Lui, Lo cerchiamo con sincerità di cuore… Rimettiamoci con più abbandono alla santa Volontà di Dio e poi in tutto e sempre serenità, serenità, serenità! Che la nostra vita sia tutta un sorriso per Gesù. Studiamoci di sorridere a tutto. Allontaniamo in silenzio le noie, la stanchezza, i dolori fisici e morali e non occupiamoci d’altro che di piacere a Gesù sorridendo. P. Albino Elegante
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