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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 15 / 03 / 2019
    FESTA DELL\'ECCOMI
    A S. Antonio Abate (Italia) il 24 marzo; a Funchal (Madeira) il 27 marzo; in Guinea Bissau il 30 mar... Continua
  • 15 / 03 / 2019
    FESTAS DO EIS-ME AQUI
    Em Santo António Abate (Itália) , 24 de março; en Funchal (Madeira), 27 de março; na Guiné, 3... Continua
  • 15 / 03 / 2019
    FIESTAS AQUI ESTOY
    En San Antonio Abad (Italia) el 24 de marzo; en Funchal (Madeira) el 27 de marzo; en Guinea Bissau e... Continua
  • 11 / 03 / 2019
    CONSEJO CENTRAL
    8 - 10 de mayo 2019, en Bolonia... Continua
  • 11 / 03 / 2019
    CONSELHO CENTRAL
    8 - 10 de maio de 2019, em Bolonha... Continua
  • 11 / 03 / 2019
    CONSIGLIO CENTRALE
    8 - 10 maggio 2019, a Bologna... Continua
servire è gioia
 
Esperienza giovanile di volontariato a Villa S. Giuseppe di Monguelfo Nel momento in cui mi si richiede di esprimere un giudizio complessivo su quella che è stata l’esperienza mia e di mia sorella come volontari nelle nostre due settimane di soggiorno a Villa san Giuseppe, il ricordo vola istantaneamente ad un dettaglio all’apparenza del tutto insignificante, con il quale esordirei nel mio racconto. Passando per la cucina della casa per ferie – luogo che abbiamo avuto modo di conoscere – si legge su di una parete una citazione da Rabindranath Tagore, che mi ha colpito dal primo momento in cui l’ho vista: “Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che la vita era servizio. Volli servire e vidi che servire era gioia” Lavorando a Villa san Giuseppe, in termini pratici, il servizio è la norma, e si fa di tutto – quello che occorre; dal lavaggio dei piatti ai pasti, alla pulizia delle camere, alla preparazione dei tavoli, per finire con piccoli servizi di volta in volta necessari ed estemporanei. Imprevisti su imprevisti, difficoltà e inciampi, ritardi o no, in un modo o nell’altro siamo sempre stati tutti coinvolti nel riuscire a garantire un servizio adeguato ai clienti. Essere volontari, però, non significa solamente entrare nel cuore dei meccanismi che permettono il funzionamento di una grande struttura, ma anche essere a diretto contatto con i registi – in questo caso le registe – di questo spettacolo. Vivere a tu per tu con le missionarie è stato sicuramente uno degli aspetti migliori del nostro soggiorno; ciascuna con il proprio carattere, con il suo spirito, anche con la propria provenienza geografica – ricordo con piacere le parentesi portoghesi di Elvira; ciascuna dedita alle sue specifiche attività, da quelle di direzione generale di Fiora, la responsabile con la collaborazione di Martina e Serafina; ma sempre e comunque disponibili, sempre e comunque unite dal filo rosso di una magica coesione, che evidentemente non è solamente il legame religioso. Non dimenticando la simpatia e la disponibilità di Gianna. E’ interessante notare come ogni azione, all’interno di Villa San Giuseppe, non sia che l’espressione del servizio gratuito di cui parla Tagore. Un concetto sicuramente non limitato al contributo di noi volontari; l’essenza del servizio, in definitiva, non si riduce alla nostra piccola e schematica routine, allo svegliarsi alle 7 del mattino ogni giorno per aiutare a lavare i piatti della colazione, o al passare in rassegna ogni stanza dell’albergo per pulirla con aspirapolvere e stracci, ma è qualcosa di ben più esteso. Quello che colpisce della casa per ferie è il fatto che gli stessi ospiti contribuiscano in modo attivo a questa macchina di servizio; il personale serve gli ospiti, e gli ospiti servono il personale. In questo senso è stata una fortuna e un piacere essere presenti proprio a Ferragosto; una giornata di festa – già per tradizione altoatesina – con un clima familiare quanto mai si può trovare altrove, che ha visto festeggiare ospiti e membri del personale tutti insieme. Occasione nella quale un gruppo degli stessi ospiti si è offerto di servire ai tavoli a pranzo, e di preparare una tradizionale grigliata alla sera. Senza contare il contributo continuo di molti clienti fissi, che non rinunciano a dare una mano nella gestione del bar della reception e nella preparazione dei tavoli – a questo proposito ricordo con simpatia la signora Flavia e il signor Alberto, con i quali ho avuto modo di fare conoscenza. Solo più tardi, dunque, alla luce della mia permanenza nella casa per ferie e delle mie riflessioni, sono arrivato a scorgere la profondissima verità e la bellezza del messaggio di Tagore. Un messaggio che va elevato a strumento di interpretazione di vita, oltre che di un’esperienza – quella del volontariato – che altro non è se non una metafora, in scala ridotta se si vuole, del cammino della vita del cristiano. A questo punto, non ci resta che ringraziare per avere servito. 
prima emissione dei voti
 
Se mi accompagni sarò più forte, se cammini accanto a me, di chi avrò timore?  Con grande gioia vi racconto i bei momenti vissuti alla mia prima emissione dei voti. Era lo scorso maggio quando ho presentato la domanda. Il consenso mi è arrivato in seguito al parere positivo espresso su di me dalle missionarie che mi avevano accompagnato durante il periodo della formazione e dal Consiglio Centrale. Quando mi fu comunicato il parere positivo del Consiglio Centrale la mia gioia fu immensa. La decisione della data fu motivo sufficiente e chiaro per darne comunicazione alla mia famiglia e agli amici che tanto mi avevano incoraggiata durante gli anni della formazione e nei periodi di fatica e di tentazione. Tutte insieme, formande e missionarie che mi avevano accolto al mio arrivo ad Invinha, abbiamo cominciato i preparativi per la celebrazione. All’inizio le voci erano fiacche perché non conoscevamo i canti, ma poi fu un successo pieno. Arrivato il 13 agosto, e con la celebrazione della Nativitá della santissima Vergine Maria, ho emesso i miei primi voti annuali nella C.M. La festa è andata molto bene, la celebrazione era presieduta da Dom Lerma Martinez, vescovo di Gurué, presenti anche i Padri: Rito, Agostino, Daniel e Francisco, tutti diocesani. Ho vissuto ogni momento in comunione con tutta la Compagnia Missionaria. Vi sono riconoscente per le preghiere che mi avete dedicato e per la vostra accoglienza in seno alla C.M. come missionaria e, come missionaria, mi impegno a seguire Gesú molto piú da vicino, vivendo una vita di amore fino a diventare comunione con Dio e con i fratelli. Vi prego di continuare a pregare per me, per la mia crescita personale in ogni senso. Mi ritengo privilegiata per essere stata accolta nella casa di Invinha e per avere condiviso tutto con quel gruppo, ogni giorno vissuto lí. Mi sento piú responsabile ora ad essere di esempio alle giovani che arrivano per la prima volta nella casa di formazione; con la mia vita comunico loro tutto quanto ho imparato da quando sono entrata nella Compagnia Missionaria. Impariamo insieme, loro ed io; questa è una grande gioia ma è anche una sfida. La presenza di Cecilia Benoit K., missionaria di origine cilena, ci ha regalato grande gioia per la sua vivacitá e il suo impegno; ha rafforzato in noi la volontá di imparare e di proseguire il cammino incontro al futuro. Abbiamo imparato con lei la disponibilitá e l’impegno a far tesoro di tutto sempre di piú, perché il futuro della Compagnia Missionaria in Mozambico é nelle nostre mani. Con le riflessioni e la condivisione della Parola di Dio abbiamo scoperto il dinamismo e la risonanza della stessa, sempre invocando lo Spirito Santo, come raccomanda il nostro Statuto al n. 64.
vivere comunione e missione con cuore accogliente e misericordioso
 
Carissime/i, desidero iniziare questa lettera con la frase riportata sopra che raccoglie in sé un programma per “NOI CM” che ci apprestiamo a celebrare il nostro 60° di fondazione. Per me e per noi può essere uno stimolo a riflettere sulla nostra vocazione ed a lasciarci interrogare per vivere con cuore grato il nostro cammino dentro l’oggi. P. Albino nella sua riflessione che viene riportata in questo numero di Vinculum dice: “Per ringraziare di essere stati scelti e amati, occorre l’acutezza di occhi nuovi che penetrino l’insondabile profondità di Dio.” Mi piace ricordare qui la mia visita all’Indonesia e al Mozambico dove, con le missionarie abbiamo preso in mano le riflessioni sullo Statuto di P. Albino del 1972 e dalle quali è scaturita un approfondimento su due punti cardine del nostro impegno: COMUNIONE E MISSIONE declinati tenendo conto della nostra spiritualità che ha al centro il “Cuore di Cristo” e tenendo conto delle continue sollecitazioni che ci vengono proposte da Papa Francesco sia nella Evangelii Gaudium che in tutto il suo magistero sui temi dell’ACCOGLIENZA e della MISERICORDIA. Vivere il 60° allora vuol dire celebrare le meraviglie compiute dal Signore nel passato e riconoscere la sua azione nel presente lasciandoci invadere “oggi” dalla Sua benevolenza e dalla sua novità di vita. L’incontro delle neoconsacrate provenienti dall’America Latina e dall’Africa e con Rosy dall’Italia ora nel periodo del Biennio, ci sollecita ad avere uno sguardo globale sulla nostra famiglia con questa fisionomia specifica voluta dal Signore che ci ha portate, non per caso ma per la sua grande misericordia, ad essere presenti in vari paesi donandoci la ricchezza dell’incontro con varie culture e vari popoli. Certo sia in Italia che in Portogallo ci troviamo a vivere una stagione difficile che ci mette alla prova nella fede e nella speranza. La recente morte di Antonietta e di Marta hanno lasciato un senso di smarrimento per alcune che vivono il tempo dell’anzianità con apprensione. In verità, come ci ha detto Papa Francesco nella sua visita a Bologna: “Il Signore ci visita tante volte con la scarsità dei mezzi: scarsità dei mezzi, scarsità di vocazioni, scarsità di possibilità… con una vera povertà, non solo la povertà del voto, ma anche la povertà reale. E la mancanza di vocazioni è una povertà ben reale! In queste situazioni è importante parlare con il Signore: perché le cose sono così? cosa succede nel mio istituto? perché le cose finiscono così? perché manca quella fecondità? perché i giovani non si sentono entusiasti, non sentono l’entusiasmo per il mio carisma, per il carisma del mio istituto? perché l’istituto ha perso la capacità di convocare, di chiamare?” … Si solo la preghiera e la fiducia nella fedeltà di Dio e quegli occhi nuovi di cui ci parla P. Albino sapranno davvero scorgere in ogni richiesta del Signore la possibilità di dire “eccomi – grazie”. Si perché nascoste nelle pieghe della vita si intravedono le insondabili profondità di Dio. Accanto alle esigenze della vita scorgiamo il suo misterioso disegno se sapremo avere occhi e cuore aperti a riconoscere la Sua Presenza nel quotidiano. E’ questo che auguro a me stessa ed a voi, un cuore aperto e generoso, accogliente e misericordioso come il “Cuore di Cristo”. Il frutto del 60° allora sarà una nuova stagione nella quale accoglieremo con gratitudine quanto il Signore preparerà per noi e con noi operando, come nel passato, meraviglie nella nostra vita. In comunione. Martina
il nostro grazie
 
Quest’anno celebriamo il 60° di vita della Compagnia Missionaria del Sacro Cuore! Una tappa importante che vogliamo vivere  nel segno della festa e del ringraziamento. Questa riflessione di p. Albino, presentata in altra ricorrenza, la troviamo appropriata a questo evento perché ancora attuale e perché fa emergere stimolanti indicazioni per rinnovare al Signore il nostro GRAZIE. “Allora io ti renderò grazie al suono dell’arpa, per la tua fedeltà o Dio. A te canterò sulla cetra, o Santo d’Israele” (salmo 71). Come ringraziare per questi anni di vita della Compagnia Missionaria ? Lo possiamo imparare da san Paolo. Ecco due esempi, fra i tanti che incontriamo all’inizio delle sue lettere. 1 Tes. 1,2-4 : “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui”. Notiamo anzitutto che il ringraziamento è rivolto a Dio Padre. E questa è una costante dell’epistolario paolino: l’espressione della gratitudine va a colui che sta all’origine della storia e della nostra salvezza. E’ da qui che nasce il grazie. Infatti, ringraziare significa riconoscere l’iniziativa salvifica del Padre e la sua azione efficace, sempre nascosta nelle pieghe più profonde delle vicende umane. L’avverbio “sempre” significa di continuo e che non si tratta solo di momenti liturgici, ma di un atteggiamento del cuore. Notiamo inoltre che il grazie nasce e si alimenta dal “fare memoria”, cioè dal ricordare: quanto più si ricordano i doni di grazia ricevuti, tanto più cresce la gratitudine. E San Paolo ci insegna a nominare i doni ricevuti come la fede, l’amore, la speranza... Un’ altra motivazione che nutre il ringraziamento di Paolo è individuata nell’amore e nell’elezione divina. L’essere “amati da Dio”è una qualifica che specifica il vero nome di coloro che il Padre sceglie. Per ringraziare di essere stati scelti e amati, occorre l’acutezza di occhi nuovi che penetrino l’insondabile profondità di Dio. La scelta dei credenti è stata anticipata dal suo progetto: Lui ci ha scelti gratuitamente, secondo un disegno misterioso di volontà elettiva. Ognuno di noi può parafrasare e applicare alla Compagnia Missionaria e ad ogni suo membro quello che San Paolo scrive alla chiesa di Tessalonica. La nostra gratitudine va a colui che è all’origine della nostra Famiglia spirituale: Dio e la sua azione efficace dentro le pieghe di questi anni trascorsi. Gratitudine che sgorga dalla nostra disponibilità a “ricordare” ed “enumerare” i tanti doni di grazia che danno volto alla CM: il dono del Cuore trafitto di Cristo da cui nasce la nostra spiritualità e missione, comunione, oblazione, consacrazione, secolarità, missionarietà ; uno stile di amore tipico e qualificante. Questi altri doni costituiscono l’identità del nostro Istituto che ha già attenuto l’approvazione pontificia. Fil. 1,3-5: “Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente”. Il ringraziamento in questo caso, è da san Paolo abbinato a motivi “eucaristici”, a quello della preghiera di intercessione e all’espressione di sentimenti di gioia, di fiducia e persino di affetto. Un rendere grazie che rivela il cuore dell’apostolo che nel tu- a Tu con il suo Dio non si isola, ma resta unito all’amata comunità, fatta motivo del suo rendimento di grazie, oggetto del suo ricordo affettuoso e destinataria della sua supplica. Si noti anche qui l’uso abbondante delle espressioni “ogni volta”, “sempre”,” in ogni mia preghiera”.Più in dettaglio, San Paolo ringrazia Dio perché dal primo giorno della loro chiamata fino ad oggi, i filippesi hanno preso parte alla diffusione del Vangelo. Anche da questo scritto paolino non sarà difficile, per ognuno di noi trarre lezione e nutrimento per come e perché vivere il rendimento di grazie, intercedendo gli uni per gli altri e alimentando sentimenti di gioia, di fiducia reciproca e di affetto. Un ringraziamento che porta ad aumentare il senso di appartenenza all’Istituto e a crescere nella comunione tra noi e con gli altri. E vedendo se riusciamo a farlo “ogni volta”,”sempre”,”in ogni preghiera” affinché anche di noi si possa dire, secondo le modalità specifiche della Compagnia Missionaria, che dal primo giorno della nostra vocazione “fino ad oggi”abbiamo “preso parte alla diffusione del vangelo”. E si può enumerare tutta la partecipazione della Compagnia Missionaria alla diffusione del Vangelo, non solo Italia, ma anche in altre parti del mondo. Si può quindi concludere con il salmista:”Quanti prodigi in nostro favore, sono troppi per essere contati”. Ci auguriamo che questi ed altri esempi biblici possano spronarci ad abbondare in rendimento di grazie. In forma semplice e mnemonica possiamo ripetere il seguente ritornello: “Allora ti renderò grazie, al suono dell’arpa, per la tua fedeltà o Dio. A te canterò sulla cetra o Santo d’Israele” (salmo 71). (dagli scritti di p. Albino Elegante)
gesù mite e umile di cuore
 
La contemplazione del Cuore di Gesù, lo sguardo di fede, fugace ma intenso di desiderio, che rivolgiamo di frequente alla sua immagine, lentamente ci conducono a farci copia dei suoi sentimenti e della sua disponibilità. Nella fedeltà quotidiana all’impegno di preghiera, questa disponibilità si allarga e si consolida. Al punto da renderci “adulti” in Cristo, testimoni limpidi ed entusiasti delle disposizioni del suo cuore, particolarmente di quelle che sono più efficaci di ammirazione e di grazia: l’amore misericordioso, la giustizia, lo zelo, la volontà di pace…. E’ la nostra missione: fare del Cuore di Cristo, il cuore nostro e il cuore del mondo. Qualunque sia il posto dove viviamo, qualunque attività che rientra nei doveri della nostra quotidianità, in famiglia, nel lavoro, nell’ambiente ecclesiale o sociale… noi dobbiamo presentarci impregnati dello spirito del Cuore di Gesù e tutti, indistintamente tutti, devono coglierne il fascino nella costanza della nostra visione di fede, nell’apertura all’ottimismo e alla speranza, nella disponibilità all’accoglienza, nella “caparbietà” serena a risolvere tutto nella giustizia e nella carità. La liturgia della Chiesa ha scelto questa pagina come brano evangelico proprio della solennità del Sacro Cuore dell’anno A. Rileggiamola insieme: “In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”. (Mat. 11, 25-30). Indubbiamente il Vangelo di Matteo ci pone di fronte a un brano molto originale, in cui meritano attenzione per “le cose che sono state dette” e “come” sono dette. Ne rileviamo in particolare, due: - l’esclamazione di giubilo e di benedizione al Padre per lo stile con cui Egli conduce il cammino della redenzione del mondo; - l’invito a seguire il suo esempio di mitezza e di umiltà. E questo, nonostante che Egli abbia appena affermato di essere maestro “assoluto” e “necessario” per l’addentramento dell’uomo nella conoscenza del mistero di Dio. Potremo concludere che, prima dell’intelligenza, preme a Gesù il nostro cuore. E’ lì che Egli vuole, soprattutto, collocare l’amore e la pace di Dio. L’esclamazione di giubilo di Gesù Ci colpisce la confidenza con cui Gesù si rivolge al Padre. Capovolge la mentalità e l’uso, fino allora seguiti dal popolo Ebreo, che aveva relegato la grandezza e l’onnipotenza di Dio in un mondo tutto suo, inaccessibile ai limiti umani. Al punto che il pio israelita non si permetteva nemmeno di pronunciare il nome di Dio. Gesù, con il suo esempio, abbatte le barriere della inaccessibilità dell’uomo a Dio e ci insegna che Dio è il Padre buono e misericordioso, sempre aperto all’accoglienza. Il Padre che soprattutto ama e vuole essere amato. Il Padre a cui piace immensamente il nostro linguaggio e il nostro atteggiamento filiale. Del resto è Lui stesso che ci instrada su questo rapporto di semplicità. Gesù lo benedice perché rivela le cose della sapienza di Dio. I misteri del suo amore non sono appannaggio riservato ai dotti, ai grandi della terra, ma dono di amore e di infinita benevolenza per i piccoli. Così i piccoli, nel criterio di Dio, diventano il prototipo di coloro che Egli ama. E Gesù dice ai “grandi” che devono convertirsi e farsi nello spirito come loro. Diversamente non troveranno posto nel regno dei cieli… Imparate da me! “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. Con queste parole Gesù si proclama “maestro di vita”. Maestro di tutti, perché tutti hanno incontrato e incontrano sulla strada della vita il volto sfigurato della fatica e della tribolazione, perché tutti fanno esperienza quotidiana della ingenita debolezza che li spinge sotto la schiavitù del peccato e della morte (cfr. Rom. 5,12). Gesù, come il Padre, vuole far giungere a tutti i tribolati il suo amore che solleva e che salva. Ma è strana, per la mentalità umana, la strada che Egli sceglie per farsi nostro sollievo: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Con due aggettivi Gesù caratterizza il suo comportamento e ci assicura che, se lo imiteremo, troveremo un profondo beneficio di spirito. La mitezza: è il comportamento che dona un fascino straordinario alla persona di Gesù. La sua bontà, la sua accoglienza, la sua disponibilità a tutti, la capacità illimitata di comprendere, di perdonare, di aiutare, di soccorrere ogni sorta di calamità…. Fa accorrere a lui le moltitudini persuase che in lui “è Dio stesso che ha visitato il suo popolo” (Lc.7,16). La via della mitezza è un obbligo irrinunciabile per chi segue i passi di Gesù. Egli è stato molto esplicito nel suo insegnamento: il nostro volto presenterà al mondo l’autenticità del suo volto, solo se ci manterremo sulla linea della sua bontà… La mitezza, per espandersi in tutte le sue esigenze ha bisogno assoluto di sbocciare e mantenersi nel terreno dell’umiltà . Per questo Gesù, pur dichiarandosi guida necessaria a Dio, non trasborda mai nell’insofferenza dei limiti e delle debolezze umane. Ne condivide volentieri il peso e dove è necessario si mostra medico paziente e generoso che sa rimetterci fino… al sacrificio stesso della vita, senza mai darsi l’aria di chi vive su un gradino superiore. Anzi! La sera dell’ultima Cena, racconta l’Evangelista Giovanni, nel mezzo del pasto “Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse di un asciugatoio e, versata dell’acqua in un catino, cominciò a lavare i piedi dei discepoli”. Il gesto di Gesù, sul piano sociale era un gesto rivoluzionario che rovesciava i comportamenti abituali, i normali rapporti tra maestro e discepoli, tra padrone e servi. Sul piano della fede era addirittura un gesto sconvolgente, assolutamente impensabile: Dio che si inginocchiava davanti all’uomo. Certo l’atto compiuto da Gesù suscitò meraviglia e gli apostoli sorpresi, si saranno domandati che cosa intendeva significare la novità di quell’atteggiamento. Gesù stava per consegnare alla sua Chiesa il testamento di umiltà e di servizio che aveva contraddistinto tutti i momenti della sua vita e che, se accolto e seguito, avrebbe inserito i suoi seguaci nello stile specifico di Dio e, come Dio, li avrebbe fatti beati. Il mio augurio per la solennità del Sacro Cuore Oso auspicare che l’imitazione di Gesù “mite e umile di cuore” divenga la nostra beatitudine e il modo semplice, trasparente con cui soprattutto vogliamo esprimere la nostra donazione e il nostro servizio al carisma che lo Spirito santo ha posto nelle mani della nostra Famiglia. Ci conduca a questa grazia l'imminente Solennità della festa del Sacro Cuore di Gesù. ( dagli scritti di p. Albino Elegante - Solennità del Sacro Cuore 1996)
piccola grande donna
 
Ricordo di Lucia Di Bonito, familiaris di Bologna Febbraio 1984: Camilla e io animiamo la missione popolare a Poggetto di S. Pietro in Casale, “due passi” a nord-est di Pieve di Cento. In un incontro serale, mi trovo per la prima volta davanti ai volti sorridenti e comunicativi di due napoletani trapiantati in terra bolognese, Lucia e Mimmo, e ascolto con piacere gli interventi vivaci e carichi di fede di lei. È simpatia a prima vista, per me, ma per loro io non sono nuova. Mi dicono di avermi vista alla missione di Pieve di Cento, l’anno precedente. Anche in quell’occasione, pur non essendo della parrocchia, hanno partecipato e hanno conosciuto la missionaria Annamaria. Scopro due persone innamorate della vita. Non hanno figli e qualche anno prima hanno scelto di dare famiglia e amore a due sorelline gemelle che vengono date loro in affido. Nel loro cuore alberga il desiderio di arrivare all’adozione. Novembre 1991: nuova missione a Poggetto e ritrovo Lucia e Mimmo, ma stavolta portano il peso di una sofferenza. Le due ragazzine sono state loro tolte, per incomprensioni con i servizi sociali. Condividere con loro questo dolore e la speranza che coltivano fa crescere e rende sempre più salda la nostra amicizia. Nel 1993, alcuni amici, incontrati in altre missioni popolari in diocesi di Bologna, chiedono di fare il percorso formativo per diventare familiares della Compagnia Missionaria. Mi sembra che sia una proposta adatta anche per Lucia e Mimmo. Ne parlo con loro che accettano con entusiasmo. L’amicizia si avvia a diventare appartenenza alla stessa famiglia. Diventano familiares effettivi e cresce la passione di Lucia per l’annuncio della Parola di Dio, che approfondisce sempre di più con vari strumenti e corsi. E matura la disponibilità a partecipare alle missioni popolari. La prima volta a Cittadella (PD), nel 1994. Un’esperienza che per lei è un dono grande e entusiasmante. E anche per noi. Ormai ci lega un’amicizia che sa di fraternità, di condivisione di un carisma e della stessa passione per l’annuncio del Vangelo, di complicità e grande affetto. E programmiamo anche la sua partecipazione alla missione di Viareggio, nel maggio 1995, invece non ci sarà, perché deve sottoporsi a un intervento per asportare un tumore al seno. Quando vado a trovarla in ospedale, mi dice con un sorriso, indicando l’immagine del Crocifisso dal cuore trafitto: “Sai? Adesso assomiglio un po’ a Lui: ho il costato ferito come il Suo. E sono serena”. La situazione è grave, ma Lucia affronta serenamente cicli e cicli di terapie con tutto ciò che comportano… e un anno dopo, con gratitudine straripante, è alla missione di Olmo e S. Luca (PD). Quindi in settembre è a Maserà (PD), in novembre a Bologna, nelle parrocchie di S. Paolo Maggiore e di S. Girolamo. E a gennaio 1997 è a S. Antonio Abate, nella parrocchia del Buon Consiglio. Vent’anni fa. C’è ancora chi la ricorda. Ed è naturale: non si dimentica uno scricciolo di donna che avvicina le persone con un sorriso semplice e disarmante e parla di Dio con un entusiasmo coinvolgente. Facilmente viene scambiata per una ragazzina. È l’ultima missione, perché poi si inserisce nella scuola, per l’insegnamento della religione. Ancora di più in questo lavoro Lucia esprime tutte le sue qualità, anche quelle inaspettate. Colleghi, bambini, genitori, sono conquistati. E anche in curia diocesana imparano a stimare la sua competenza, la sua passione, la sua fede, le sue capacità didattiche. Si lancia a scrivere libri per la scuola… ed esplode anche la sua vena poetica: nella poesia fiorisce tutta la profondità del cuore e della mente, della vita di questa piccola grande donna. Intanto le bambine, che considerano sempre “figlie”, crescono e a diciotto anni decidono di tornare a incontrare “mamma e papà”. Ormai sono grandi, autonome e non vanno a vivere con loro, ma riprendono i rapporti, si incontrano spesso. Trovano lavoro, si fidanzano, formano le loro famiglie e “mamma e papà” vivono lo gioie e le preoccupazioni di tutti i genitori. Ci sentiamo di tanto in tanto. Da quando vivo a s. Antonio Abate le occasioni per incontrarci diminuiscono, ma quando vado a Bologna qualche volta riusciamo a vederci, oppure ci troviamo a qualche incontro di familiares. Nel 2007 viviamo insieme un indimenticabile pellegrinaggio in Terra Santa. Gennaio 2015. Mentre sono in viaggio, in auto, ricevo una telefonata di Lucia: è fuori di sé dalla gioia. Il 31 dicembre, dopo aver partecipato con Mimmo alla celebrazione dei vespri con Papa Francesco, in piazza S. Pietro riesce ad avvicinarsi alle transenne del corridoio dove passa il Papa. Lei ha in mano un libretto delle sue poesie rilegato artigianalmente e riesce, naturalmente, a farsi notare dal Papa. Lui si avvicina, le pone la mano sulla testa, la benedice e lei le regala il suo libro, che lui accetta sorpreso. “Sono sicura, mi dice, che mi abbia scambiato per una bambina: avevo una giacca bianca e cuffia di lana bianca”. Piccola e vivacissima: una bambina a sessant’anni… passati. E sogna di poterlo incontrare ancora. Poi sento Mimmo: tanto è stato l’entusiasmo di lei di poter incontrare il Papa che è fuggita via di corsa per infilarsi verso le transenne e lui l’ha persa di vista. Si sono ritrovati in albergo. Anche lui è entusiasta di questa esperienza. Ci sentiamo ancora e sempre ricorda con gioia questo incontro sorprendente, poi un giorno ricevo un suo sms che è come un pugno nello stomaco: Lucia mi comunica che ha la leucemia, mentre sta vivendo con gratitudine il ventesimo anniversario dalla sconfitta del tumore. Le telefono: mi chiede di pregare, è preoccupata, ma fiduciosa, pronta a ricominciare la lotta. Siamo in tanti ad accompagnarla e sostenerla con la preghiera. Tutta la Compagnia Missionaria prega con lei e per lei e per Mimmo. In novembre le sue condizioni diventano gravissime a causa di una polmonite, ma pian piano riesce a riprendersi e si susseguono le terapie… Intanto nasce il bambino di una delle “figlie” e questa gioia infinita, la festa del battesimo le danno una forza straordinaria per continuare a combattere contro il male. In maggio sono a Bologna e con Luisa andiamo a trovarla a casa. Un incontro bellissimo: sono tutti e due felici di essere a casa, strafelici di essere nonni e contempliamo le foto del bambino. Ci comunicano la loro carica di attesa e di speranza perché si prevede la possibilità di un trapianto di midollo. Lucia ha intatta tutta la sua carica di vitalità, racconta le tribolazioni vissute e parla delle terapie e fatiche che dovrà ancora affrontare, ma sempre con il suo sorriso, manifesta tutta la sua fede e la sua consapevolezza di essere nel Cuore di Dio, insieme con Mimmo, le ragazze e le loro famiglie. È stata dal parrucchiere e ha proprio un aspetto “ragazzino”. Ci lasciamo con un lungo abbraccio. Non sappiamo che è l’ultimo. Continuiamo a sentirci al telefono fino a pochi giorni prima del trapianto… poi all’improvviso mi giunge la notizia che è in coma, poi viene comunque praticato il trapianto… ma non ci saranno più segnali di miglioramento. Alla fine di settembre sono di nuovo a Bologna e vado a trovarla in ospedale, in terapia intensiva, con Mimmo. Intubata, respira a fatica. Incosciente? Chissà? Mimmo la chiama e le parla con tenerezza, la accarezza, e lei socchiude gli occhi e quando lui si sposta dall’altra parte del letto e le parla ancora, lei gira gli occhi da quella parte. La chiamo e la accarezzo anch’io e lei socchiude ancora con fatica gli occhi. Quando fu operata al seno mi disse che si sentiva somigliante al Signore crocifisso. Ora ho in cuore le parole del profeta Isaia: “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. Ha vissuto d’amore, per amore e ora davvero è assimilata al sacrificio di Cristo e credo che, pur in questo stato di semicoscienza, ne sia consapevole. Io da una parte e Mimmo dall’altra, la prendiamo per le mani e iniziamo a pregare il Padre nostro e lei ha un sussulto, come un forte rantolo e quasi solleva la testa, con gli occhi semiaperti. Così quando iniziamo a recitare l’Ave Maria. L’infermiere presente dice che forse è una reazione inconscia al fastidio del tubo che ha in gola. Però, per tutto il tempo che stiamo con lei, non ha più queste reazioni. A me sembra che sia come un tentativo di parlare… per pregare con noi. Porto in cuore questa immagine di Lucia trasformata in olocausto. Il 18 ottobre è entrata nella vita, là dove non ci sono più né lutto né lacrime, ma solo gioia e luce. E, secondo la sua volontà, nella sua chiesa di Poggetto, per il saluto finale la sua famiglia e i tanti amici hanno partecipato a una celebrazione pasquale e l’hanno salutata con il suono delle campane a festa, come il mattino della risurrezione. Con te, Lucia carissima, ringraziamo il Signore per il dono della tua vita e della tua luminosa e crocifissa fede.  ____________________ Getzemani So di dover affrontare il trapianto  so già  di dover soffrire. Mi ritrovo a vivere il tuo Getzemani, combattere la paura la difficoltà di non farcela, mi ricordo di te e del tuo profondo dolore, quel dolore con il quale  mi hai salvato. Hai detto a tutti noi piccole creature, che ci sarai vicino compagno delle nostre sofferenze. Così mio grande e amato Signore ho  te e come te chiedo nel mio cuore di  non dover bere il calice, ma Signore non la mia volontà , ma la tua. Sono  certa che non sarò  sola  a sostenermi non ci sarà solo il Padre ma anche Te mio Signore amato, Solo affidandomi a te riuscirò ad unire il mio Getzemani  al tuo per i peccatori e per il bene di questo mondo Lucia Di Bonito
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