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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
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Anche voi pietre vive
Posted by p. Albino Elegante
Riprendiamo il discorso “La nostra Messa”, iniziato nel numero precedente di “Vinculum” (cf. Vinculum n:3, ottobre 2008, pag. 3-6), con il vivo desiderio di avere nella Messa, particolarmente la Messa domenicale, lo stimolo impareggiabile per vivere in piena donazione la nostra vocazione cristiana e CM.

Mi introduco ricordando sull’argomento un passo della 1ªLetterea di Pietro:

“Stringendovi a Lui (Cristo),pietra viva rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio,anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio. Voi (infatti) siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale,…il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le (sue) opere meravigliose…Voi che un tempo eravate non popolo, ora invece siete il popolo di Dio”(1Pt 2, 4-10).



Popolo di Dio della chiesa bolognese!


Quando mons. Giacomo Lercaro fece il suo ingresso a Bologna, come nuovo vescovo della diocesi, c’era il pieno di gente in piazza Maggiore ad accoglierlo. Ma personalmente mi fece particolare impressione il saluto con cui egli si rivolse alla folla dall’alto del sagrato di S. Petronio: “Popolo di Dio della Chiesa Bolognese!”. Non avevo mai sentito un saluto espresso con parole del genere. Eppure era destinato a diventare comune nel linguaggio del Concilio Vaticano II°, che risuscitava nei suoi insegnamenti la grandezza e lo splendore del linguaggio patristico.

E’ noto infatti a tutti, ad esempio, quanto insegnava S. Agostino ai fedeli di Ippona. “Per voi sono vescovo, ma con voi sono cristiano. Il primo (l’essere vescovo) è un termine di servizio e di responsabilità. Il secondo (l’essere cristiano) è un termine di grandezza e di gloria.



La spiegazione di P. Duci e di S. Paolo


P. Francesco Duci in un incontro di formazione, tenuto a Trento ai componenti laici della Famiglia Dehoniana, dà la spiegazione dell’affermazione di S. Agostino con quanto rilevato, per l’intera Chiesa, dal Concilio Vaticano II°. “Questo - egli dice - ebbe il merito di aver riscoperto, con vero entusiasmo la comune novità di grazia derivante dalla incorporazione a Cristo: il sacerdozio comune. attestato dalla Sacra Scrittura e a tutti partecipato dal Battesimo, la missione di annunciare il Vangelo affidata a ogni battezzato, ecc. Tutto il resto che ci differenzia, nella grazia e nelle funzioni, è rigorosamente successivo, e non può intaccare l’insuperabile eguaglianza di tutti i battezzati. Il mistero della Trinità è la vera misura della grandezza cristiana e questa è stata data gratuitamente fin dal giorno in cui siamo stati battezzati.

L’apostolo Paolo esprime lo stesso pensiero, ma usando parole e immagini che forse sono più incisive. Scrivendo ai Galati egli afferma: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27) L’affermazione fatta precedentemente nella stessa lettera: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) ci permette di dare il suo vero senso all’immagine del vestito: non si tratta di una relazione tra battezzati e Cristo che rimane esterna, ma di una presa di possesso totale per la quale Cristo e il battezzato diventano una realtà sola. Tant’è vero che conseguentemente tutte le differenze umane cadono perché in Cristo tutto è pienamente unito: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’é più uomo né donna, poiché tutti siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).



La preghiera sulle offerte della Messa del 7 ottobre


La Madonna ci ha fatto un bel regalo nel giorno in cui la cristianità ha celebrato la memoria di una forma di devozione mariana tra le più popolari: la recita del S. Rosario. Nella messa del giorno mi ha particolarmente colpito, in relazione di quanto affermato finora, la preghiera che il sacerdote ha recitato sulle “offerte” che l’Assemblea aveva portato all’altare e che la consacrazione avrebbe trasformato nel corpo e nel sangue di Cristo. Ascoltiamone il testo. E’ intensamente espressivo di quanto sta per essere computo e da chi. “O Padre rendici degni del sacrificio eucaristico che si sta effettuando e fa che compiamo con sincera fede i misteri del tuo Figlio per raccogliere tutti i frutti della redenzione”.

Sminuzziamo e studiamo le singole espressioni della preghiera per afferrarne tutto l’insegnamento, in relazione a quanto appreso dalla dottrina del Concilio Vaticano II°.

1) Rileviamo anzitutto l’uso del plurale. Il sacerdote sottolinea la sua presenza e la sua funzione ministeriale (=di servizio). Ma, con la sua, rileva la presenza e l’azione offerente di tutta l’assemblea.

2) E’ nominato espressamente il “sacrificio eucaristico”. Non si tratta dunque di una azione qualunque, di una presenza senza particolare significato, ma di una presenza ben qualificata. Lo afferma pure l’espressione “Celebriamo i misteri del tuo Figlio”.

3) Viene anche sottolineata la finalità della presenza del sacerdote e dell’assemblea. E’ una finalità fondamentale per il compimento salvifico della pratica cristiana: “Cogliere i frutti della redenzione”. La celebrazione fatta con fede ce li assicura.



Il “come”? che ci poniamo


Come raggiungere e vivere abitualmente in tutta la sua estensione di grazia il richiamo dell’insegnamento Conciliare? Dobbiamo infatti fare i conti con la nostra povertà e le mille fatuità e seduzioni che ci circondano e ci distraggono.

Ricordiamo la vesticciola candida che nel battesimo ci ha significato la benevolenza di Dio e la nostra assunzione gratuita nella sua santità e nella sua sfera di vita. Ricordiamola perché ci dice che ancor oggi l’attenzione e la disponibilità di Dio è sempre protesa a donarci l’aiuto necessario per mantenerci nella pienezza del nostro rinnovamento battesimale. Dobbiamo solo sollecitarlo questo aiuto con la preghiera. Rispolveriamo, al riguardo, un brano del vangelo di Luca:
“Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non mi importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli, vi dico che se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11,5-13)

Peccato che queste parole tanto luminose noi facilmente le dimentichiamo nel turbinio della nostra fretta e delle nostre meschine preoccupazioni! La parabola invece ci insegna l’insistenza del nostro ancorarci a Dio. Questo è il principio fondamentale di tutta la dottrina evangelica sulla preghiera. Principio sgorgato dal Cuore di Gesù stesso e che egli ha reso visibile agli occhi di tutti con i suoi lunghi, lunghissimi intrattenimenti con il Padre. Quasi, quasi non gli bastavano le ore delle notte per dire al Padre il suo affetto e per consultare la sua volontà. La preghiera che sa insistere con perseveranza, fino all’importunità, se necessario, diviene una forza rivoluzionaria che sgretola lentamente quanto sa di insediamento umano e pone in evidente azione l’agire e il comportarsi di Dio.



L’esortazione di P. Ornelas


P. Ornelas, Superiore Generale S.C.J, nella lettere scritta ai “Carissimi Amici della Famiglia Dehoniana”, in occasione della festa del S. Cuore augura che nel nostro apporto orante a Gesù, nella nostra insistenza nel chiedere che ci inserisca profondamente nella sua vita e nella sua testimonianza, teniamo sempre presente di doverlo essere come CM, cioè nella preminenza dell’amore.
Testualmente egli dice. “A tutti auguriamo che facendo sempre più nostra l’eredità di P. Dehon, posiamo assumere l’amore come elemento di vera trasformazione per noi e per gli altri. Così potremo vivere una vita serena, gioiosa e disponibile all’azione di Dio che nel cuore trafitto del Figlio si è rivelato come Amore”. E così sia oggi e sempre!



P. Albino Elegante
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