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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
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Amore senza calcolo
Posted by Anna Maria Berta
Carissimi,

la solennità del Sacro Cuore da poco celebrata, ci ha invitato nuovamente a contemplare un amore senza calcolo e senza logica.
Senza calcolo perché ce lo dona a profusione.
Senza logica perché l’amore non segue il“ragionamento” ma segue il cuore.

E’ questo “senza calcolo e senza logica” che sconvolge! Gesù ci invita: “Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi…amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amato…” (Gv 13) è in quel come che, scommettiamo tutta la nostra vita, l’unica vita che abbiamo.

La nostra vita cristiana e di CM per essere tale deve guardare al suo Cuore e fare come lui ha fatto. P. Dehon ce lo ricorda: “ho bisogno di contemplare il cuore di Cristo per vedere come sono stato amato e come io sono chiamato ad amare”.


Ma come Gesù ci ha amato?

  • Gesù ci ha amato per primo, senza aspettare la nostra richiesta, ci ha amato di un amore gratuito e preveniente;



  • Gesù ha amato tutti senza distinzioni, nessuno escluso superando la logica contrattualistica: “ti amo perché tu mi ami”;


  • Gesù ci ha amato fino all’ultimo respiro nel segno di una totale fedeltà;



  • Gesù ci ha amato fino al gesto supremo di dare la vita: “tutto è consumato… e dal suo costato uscì sangue ed acqua…” (Gv.19);


  • Gesù ci ha amato in un modo particolare: ci ha liberati dal peccato e ci ha dato la dignità di figli;


  • Gesù ci ha amato con un cuore umano ma in comunione con il Padre, usando un’espressione che i giovani usano molto “ci ha amato da Dio”.



  • Certamente non sono esaurite tutte le caratteristiche dell’amore di Gesù ma credo che siano sufficienti per vivere quel “come” senza calcolo e senza logica.

    Il nostro Statuto ci viene incontro e non è meno esigente e ci richiede una vita donata senza calcolo e senza logica. Faccio solo due applicazioni. In un mondo dove il possedere, l’apparire, la visibilità, l’auto referenzialità sono imprescindibili noi ci impegniamo a : “perderci per ritrovarsi in Cristo e farci con Lui ascolto, disponibilità, dolcezza, rispetto, ponte di incontro, forza unitiva…” (st. 8)

    In un mondo in cui molti si ergono a maestri, dove i mezzi di comunicazione la fanno da padrone nel bene e nel male, noi ci lasciamo guidare dallo Spirito come maestro interiore: “…aiutate efficacemente dallo Spirito Santo che educa il cuore degli uomini e lo mantiene nuovo nell'amore…”. In un mondo dove l’egoismo sa bene come farsi strada noi ci impegniamo: “…a presentarci contrassegnate in tutto e sempre dalla carità, segno visibile della presenza di Dio che é amore”. (St. (9). Sì, è proprio una vita senza calcolo e senza logica ma a noi va bene così! Ci pone in quel cammino di incarnazione quotidiano che inizia con il “buon giorno” detto al più prossimo e attraverso di lui salutiamo il mondo intero. Ogni nostro gesto, anche il più piccolo il più banale, diventa apertura e ci dilata all’universalità dove nulla ci è indifferente. L’amore all’umanità passa attraverso l’obbedienza alla vita.

    P. Elio nella sua relazione presentata all’Assemblea così scriveva: “Il cristianesimo, fattosi planetario, scorgerà questa speranza anche nell’impegno anonimo di scelte quotidiane di comunione e condivisione con cui trasforma il frammento di mondo che lo circonda. Piccole trasformazioni che si allargano nelle reti della società globale come i cerchi nell’acqua, favorendo cambiamenti su più larga scala. Diviene capacità di apertura al mondo rispondendo alla storia in una dimensione comunitaria”.

    Mi pare una buona sintesi per vivere una vita senza calcolo e senza logica. Ma non dimentichiamoci che: “La nostra preghiera dovrà anche scaturite dal senso profondo della nostra missione di amore e di servizio nella Chiesa e nel mondo. Sarà essa ad aiutarci a scoprire l'amore operante di Dio nella storia a fare nostre le inquietudini degli uomini e delle donne e la loro sete di speranza”. (St.65).
    Sarà nel silenzio della preghiera, nella contemplazione del Cuore trafitto che troveremo forza per poter uscire nella piazza e essere pellegrini con chi ci sta accanto e attraverso di loro aprire il nostro cuore alle dimensioni del mondo.



    Il Cuore di Cristo, fornace ardente di carità, ci benedica!


    In comunione

    Anna Maria







    ********************************





    Carissime/i Missionarie e Familiares



    ho chiesto ospitalità su Vinculum per l'articolo di Don Francesco Zenna: "Vita da rigenerati", pubblicato nella rivista degli Istituti Secolari Incontro"(n.2/08). La sostanza dell'articolo ci è già stata presentata dall'autore nel corso di Esercizi spirituali predicati alla CM lo scorso anno. Però l'articolo è tanto indicativo di un rapporto di dolcezza tra noi e con tutti coloro con cui siamo o veniamo a contatto, che desidererei lo facessimo oggetto di nuova meditazione e di nuovo esame per rinnovarci o mantenerci costanti in una espressione di comportamento che ritengo espressione sostanziale della nostra spiritualità CM (cf St.Mis. n.9 – St.Fam. nn.13 e 15).

    E' difficile in molte circostanze realizzare questa espressione di grazia? Non me lo nascondo. Ecco perché la Liturgia della Chiesa ci invita a ripetere spesso (anche quotidianamente, se ci è possibile) una breve preghiera allo Spirito Santo per implorare il suo aiuto fecondo: "Venga, Signore, il tuo Spirito e ci trasformi interiormente con i suoi doni, crei in noi un cuore nuovo perché possiamo piacere a te e conformarci alla tua volontà".


    P. Albino







    “VITA DA RIGENERATI”
    (1PT 1,13-25)





    Il testo biblico da cui partiamo per alcune considerazioni teologiche sulla presenza del cristiano nel mondo è una lettera enciclica, circolare. Parte da Roma, dove l’apostolo Pietro risiede a guida di una comunità cristiana, e raggiunge i fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia, i cristiani dell’Asia Minore, quella che noi oggi chiamiamo Turchia. Hanno bisogno di essere confermati nella propria fede e sostenuti nella testimonianza.

    Nessuna meraviglia allora che la Lettera sia desunta da proposte omiletiche tenute in ambito battesimale, si configuri come una catechesi sulla rinascita e tenga sullo sfondo l’esperienza dell’esodo dell’antico popolo d’Israele. Il Battesimo infatti è il passaggio a una condizione di vita nuova con tutte le esigenze che ne conseguono.

    Dopo aver descritto, perciò, attraverso una benedizione, la realtà della rinascita battesimale, Pietro ne presenta le esigenze concrete. Usa l’imperativo ad esprimere una sorta di pressione sull’uditorio: mentre spiega intende anche orientare decisamente a un atteggiamento nuovo sul piano psicologico, etico e spirituale.
    Il brano si apre con un avverbio consequenziale: “Perciò”. Quanto sta per annunciare è in logico sviluppo con quanto affermato precedentemente. Come a dire: «Poiché siete stati rigenerati dalla misericordia del Padre, poiché possedete una vita nuova in Cristo, poiché abita in voi la potenza dello Spirito Santo, “perciò” dovete esprimere questa nuova identità con una condotta coerente. Per la vostra nuova identità si impongono alcuni imperativi».




    Chiamati alla speranza

    Il primo è un imperativo alla speranza. Prende le mosse da un atteggiamento mentale: “Dopo aver preparato la vostra mente all’azione”; letteralmente si potrebbe tradurre con: “Dopo aver cinto i fianchi della mente”. È suggestiva questa immagine. La veste lunga è d’impaccio quando si deve camminare o lavorare o combattere; perciò la si cinge ai fianchi. Nel nostro caso i fianchi sono quelli della mente: ci si deve disporre mentalmente ad accogliere il Signore, ad andare incontro a Colui che viene. Si tratta di mettere in opera tutta la nostra intelligenza, con la nostra capacità di discernimento, per arrivare a sperare in modo perfetto.

    Lo sfondo è quello dell’esodo, dicevamo. Quel cingere i fianchi infatti fa venire in mente la notte dell’uscita dall’Egitto quando gli Israeliti sono stati invitati a “cingersi i fianchi” e a mangiare in piedi l’agnello pasquale, pronti per la partenza (Es 12,11: “Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano…”). Uno sfondo pasquale che ben si addice alla celebrazione del battesimo. Anche il battesimo è una pasqua, un passaggio. Tuttavia questo passaggio non è fisico, geografico, ma mentale (dai fianchi del corpo ai fianchi della mente): la vita cristiana richiede una trasformazione della mente (una metànoia) e da essa una prontezza a partire lasciando le sicurezze acquisite per andare verso nuove mete. La prima Lettera di Pietro concepisce infatti la vita cristiana un andare incontro al Signore nella speranza.

    Sperare, di conseguenza, significa vivere secondo un certo stile di vita che anticipa il futuro. La speranza cristiana è dunque una vita nuova iniziata dall’esperienza e dalla scelta battesimale. Essa consiste in una tensione verso il dono della grazia, cioè della benevolenza e dell’amore del nostro Dio che salva. Questa grazia ci sta venendo incontro (“che sarà data, portata”) ma domanda una disponibilità, una prontezza, una docilità.



    Chiamati alla santità

    Dopo l’invito alla speranza la seconda esortazione è alla santità.
    Santità intesa come stile di vita coerente con la vocazione ricevuta. Anche qui una premessa. Consiste nell’obbedienza alla nuova situazione di rigenerati che rompe gli schemi del conformismo, cioè dell’adeguamento alla situazione imperante. Lo sfondo è sempre quello dell’esodo. Agli Israeliti, giunti ai piedi del Sinai, viene chiesto l’ascolto obbedienziale: “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà fra tutti i popoli (…) voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6).



    Chi ha ricevuto il battesimo ha aderito alla fede accogliendo il vangelo. Questa adesione alla fede, avvenuta nel battesimo, chiede di essere vissuta nel contesto quotidiano in termini di coraggioso anticonformismo e di progressiva santificazione. Non ci si deve schematizzare al modo di vivere pagano, né alla logica che guida il mondo. Gli schemi mentali devono essere differenti poiché i cristiani hanno cinto i fianchi della mente e hanno posto altrove la speranza. Il passato costituisce sempre una potenza seducente e una costante minaccia, perciò l’impegno al non conformismo deve essere sempre vivo e va di pari passo con l’impegno alla santità.

    Più che a descrivere in che cosa consiste questo impegno per la santità, Pietro si preoccupa di ravvivare lo slancio nel conseguimento dell’ideale, e allora presenta la santità di Dio. Non una santità astratta e lontana. La santità infatti è il volto con cui Dio si rivolge al mondo, è l’intima essenza di un Dio che vede la condizione dei figli di Israele e se ne prende cura. Allora là dove Dio si fa presente e si rivela, la santità è sperimentabile. L’invito alla santità è invito a permeare tutta la propria condotta di questa consapevolezza: Dio c’è, Dio mi ama, Dio è presente nella mia storia personale. L’etica cristiana è conseguenza di una scoperta, quella della santità di Dio.



    Chiamati al timore del Signore

    I versetti 17-19 introducono due verità a fondamento di un altro imperativo, quello al timore del Signore; le verità sono la paternità di Dio e il sacrificio cruento di Cristo.



    La paternità di Dio non istituisce una condizione di privilegio, non autorizza ad abbassare la guardia (Satana se ne è servito come una tentazione nei confronti di Gesù: “Se tu sei figlio di Dio…”). Dio come Padre giudica con verità, guarda non l’aspetto ma il cuore, non fa preferenze di persone. Di fronte a questa paternità nasce la fiducia ma non si rallenta l’impegno alla santità, anzi viene istituito l’atteggiamento del timore (il timore di Dio), che non è terrore o paura ma riconoscimento della sua sovranità; è il timore filiale. Esso, dice Pietro, è ancor più necessario nella condizione di “pellegrinaggio”, cioè di instabilità, di diaspora in cui vive il cristiano: aggancia all’amore reverenziale di un Dio che ha cura dei suoi figli.

    Questa cura viene espressa dal sacrificio dell’agnello. Il brano si fa denso. Sempre in parallelo con l’esodo dall’Egitto e con la pasqua ebraica, la catechesi battesimale di Pietro ricorda alla coscienza dei battezzati, dei rinati, il caro prezzo della loro libertà. La profezia di Isaia (Is 53,3: “Senza prezzo foste venduti e senza danaro sarete riscattati”) si è compiuta: “Non a prezzo di cose effimere come l’argento e l’oro, siete stati liberati…”. Ma a compimento di questa profezia il testo aggiunge una novità sorprendente: “… ma con il sangue prezioso di Cristo”. Anche questa seconda verità introduce l’atteggiamento del timore. I cristiani sono stati liberati da una condotta di vita effimera, inconsistente, da una eredità vuota, da un vivere del tutto superficiale. Ne deriva stupore e gratitudine ma anche timore, cioè riverenza, rispetto, gratitudine.

    Il concetto del sangue prezioso viene approfondito dall’autore con l’immagine dell’agnello. Pensiamo alla notte dell’esodo, pensiamo all’agnello pasquale, pensiamo all’agnello di cui profetizza Isaia che si lascia condurre al macello senza proferire parola. Gesù è tutto questo: il suo sangue ci salva dalla morte (come il sangue posto sugli stipiti delle porte); il suo sangue ci libera dal peccato (come l’agnello che porta su di sé i peccati del mondo); il suo sangue ci manifesta l’immenso amore di Dio che sulla croce si dona fino all’ultima goccia.



    Chiamati all’amore fraterno

    Il quarto imperativo di questo brano è relativo all’amore fraterno. Esso giunge come una logica conseguenza degli imperativi precedenti, perché una vita che si apre a Dio nell’obbedienza e si lascia purificare è in grado di sintonizzarsi con la sua vita d’amore. Lo scopo a cui tende tutta la nuova vita dei rigenerati è specificatamente “l’amore fraterno”. Viene usato il termine “philadelphia”; in ambito pagano indica l’amore tra fratelli e sorelle in senso proprio, nel Nuovo Testamento indica l’amore tra i fratelli e le sorelle di fede.

    In questo brano questo amore fraterno si caratterizza per una serie di qualifiche: in primo luogo deve essere senza alcuna falsità e ipocrisia, quindi leale e sincero; poi deve venire dal cuore, fonte di ogni desiderio, pensiero, sentimento, non può essere amore volontaristico; la terza qualifica è la reciprocità: deve essere degli uni verso gli altri; infine deve avere la capacità di resistere nelle avversità.

    In sintesi potremmo dire che l’amore è fraterno se è sincero, cordiale, vicendevole e durevole. Importante anche qui scorgere la motivazione. Perché tale amore? Perché i cristiani sono veramente fratelli a nuovo titolo, in quanto rigenerati dal seme incorruttibile della parola di Dio, viva ed eterna. L’imperativo dell’amore si fonda sull’indicativo della grazia, vista qui come rigenerazione della parola divina, creatrice di fraternità.



    Per noi…

    Il messaggio globale del testo risulta chiaro: per chi vive in condizione straniera, ed è tuttavia libero e riscattato a caro prezzo, la vita nuova generata dalla Parola di Dio deve svilupparsi come speranza, santità, obbedienza e responsabilità; soprattutto deve generare amore fraterno, intenso e sincero, senza ipocrisia.
    La speranza è davvero il primo e fondamentale atteggiamento del vivere cristiano. Si sostanzia di fede nell’azione salvifica di Cristo che ha dato un orientamento definitivo alla storia perché in essa si riveli e venga portato a compimento il Regno di Dio. Non è automatico, chiede sobrietà, vigilanza, disciplina mentale. Esige di avere “cinti i fianchi della mente” per orientare tutta la propria tensione spirituale nell’attesa di Gesù Cristo. Bisogna mettere all’opera la capacità di discernimento, senza cedere alle mode o alla pigrizia mentale.

    Il Concilio (LG 49) ci ha ricordato che la vocazione alla santità appartiene di diritto a tutti i battezzati. In “Novo Millennio Ineunte” Giovanni Paolo II scrive: “Se il battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del Suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?»”. È chiaro che questo discorso assume una rilevanza maggiore per un consacrato.

    Il “timor di Dio” è un dono dello Spirito di cui ha fortemente bisogno il cristiano di oggi. Non si tratta di paura ma di consapevolezza che il Padre nostro è Dio, non un idolo che possiamo condizionare o manipolare. Domanda ascolto e obbedienza, fiducia al di là delle apparenze, si sostanzia di umiltà e pazienza, dà ragione davanti al mondo della nostra libera e totale donazione al “signore” della vita e della storia.

    Il segno più eloquente della nuova vita che abita la comunità cristiana resta l’amore fraterno. “E’ realizzando questa comunione d’amore – scrive Giovanni Paolo II in “Novo Millennio Ineunte” – che la Chiesa si manifesta come “sacramento”, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG,1). Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile”. A questo pensiero ha fatto eco Benedetto XVI con la sua prima enciclica “Deus caritas est”.




    Don Francesco Zenna






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    Lúcia ha partecipato alla Pentecoste missionaria organizzata dal Segretariato delle Missioni scj della provincia settentrionale. Riportiamo la riflessione che ha offerto ai partecipanti.






    LAICI IN MISSIONE




    “Diede loro potere e autorità”:

    il ruolo e servizio specifico della donna in missione”





    Introduzione:

    Quando ho guardato il tema proposto per la nostra riflessione di oggi, e soprattutto per la parte che tocca a me, la prima cosa che mi è venuta spontanea è stato di pensare che le parole «potenza e autorità» non combinavano bene con la ricerca del ruolo e servizio della donna in missione. Potenza e autorità , nel linguaggio e nel pensiero della nostra cultura si presentano allo stesso tempo cose troppo ambite e/o troppo esorcizzate. Anche da parte delle donne. Allora che percorso intraprendere? Certamente quello della limpida e sconvolgente forza della Parola che ci porta a smontare tutto un pensiero per costruirne un altro con altre base e altre premesse.



    1.La pericope di Luca, 1-9:

    «...chiamò a sè i Dodici...»

    Possiamo dire che in questi Dodici è già la comunità, la chiesa stessa, che è inviata. Tutta la Chiesa (Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e Laici), come vero Israele obbediente è inviata in potenza e autorità.

    «diede loro potenza e autorità»

    Facciamo rapidamente un piccolo excursus per capire che potenza è questa che il Signore dà alla sua Chiesa. (Capire in modo adeguato il senso di questa parola può evitare tante ambiguità nel modo di percepirsi e di attuare della Chiesa e di ogni cristiano).
    La «potenza» (dýnamis) che Gesù dona ai suoi discepoli (cfr. 24,49) è la potenza dello Spirito di Dio che a lui è propria...con la quale vince il male e cura i malati.



    Lc. 24, 49: «E io manderò su di voi quello che il padre mi ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».



    Atti, 1,8: «...ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».



    Altri testi in cui si vede il legame tra Spirito e potenza:

    Lc.1,35:«le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderá la sua ombra la potenza dell’Altissimo...»

    Lc.4,14: «Gesù ritornò in Galilea [dopo le tentazioni] con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione».



    Possiamo tirare allora una prima conclusione: la potenza della chiesa, la nostra potenza di semplici laici, la nostra potenza di donne, non è altro che questa abbondanza dello Spirito, dono della Pasqua che Dio dà «senza misura», come ci ricordava in questo tempo pasquale il vangelo di Giovanni (3,34).



    Veniamo adesso all’altra parola di questo primo versetto, la parola «autorità».

    Anche adesso faremo una rapida raccolta di testi dove si può cogliere il senso evangelico di questo termine.

    Lc. 4, 32: «Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perchè parlava con autorità».

    Lc. 4,36: «Tutti furono presi da paura e si dicevano l’un l’altro: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”».

    Lc. 10, 19: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare».



    Possiamo dire che l’autorità (exousia) di Gesù è/scaturisce della densità della sua persona, del suo mistero di Figlio del Padre, abitato della «potenza dello Spirito». L’autorità che Gesù dona ai suoi discepoli e alle sue discepole è la potenza (dono dello Spirito, non lo dimentichiamo) «su tutti i demoni», è in contrapposizione a quella di satana, è un’ autorità che dà a loro il potere di rovesciare le logiche del mondo. E scaturisce da una fede autentica che genera una vita coerente, che genera persone con autorevolezza.



    2. Il ruolo e servizio specifico della donna in missione.

    Quanto abbiamo detto finora, in senso ampio e generico, potrà illuminare quanto mi chiedete sul ruolo specifico della donna in missione?

    Parto della mia esperienza di donna, di laica, di discepola, di missionaria...Penso che, eccezione fatta per i compiti del ministero ordinato (che non metto qui in discussione), non ci siano ruoli o servizi specifici della donna nella Chiesa e neanche in missione. Tutti i campi dell’evangelizzazione, della catechesi, della promozione umana, della testimonianza – con i servizi e gli ambiti in cui questi campi si concretizzano – possono essere fatti da uomini o da donne secondo la competenza di ciascuno/a. Questo vuole dire che non c’è proprio nessuna specificità? Non. Però, per me, questa specificità va cercata più nella qualitá e nello stile di una presenza e non nella diversità dell’operato. Penso che dall’essere della donna può scaturire per tutta la Chiesa (e anche per quelle di prima evangelizzazione, dove i modelli di cristiane non sono ancora molte e in contesti in cui la donna è ancora molto subalterna) alcune provocazione, alcuni stimoli importanti.



    Lo stimolo della reciprocità uomo-donna. Tutti gli psicologi ci dicono (e noi lo sperimentiamo ogni giorno) che la relazione più difficile da vivere è quella della relazione paritaria...e con questa difficoltá si prendono anche tante di quelle questioni che turbano oggi il vissuto ecclesiale. La relazione uomo-donna non è certamente l’unica relazione paritaria, ma fa appello ad una dimensione di reciprocità che puó arrichire non solo il percorso esistenziale delle persone ma anche il tessuto ecclesiale in sè stesso. E penso che la donna si incontra oggi in una posizione favorevole per gioccarsi in questa reciprocità. Personalmente devo dire che su questo aspetto ho fatto una esperienza molto bella. Nel mio lavoro col Vescovo ho toccato con mano «la feconda interazione uomo-donna, realizzato in un clima di effettiva parità (nonostante l’assimetria delle funzioni); a volte ho proprio sperimentato (anche con una certa meraviglia) come il ministero del Vescovo potesse essere arricchito del dono della mia femminilità».




    Lo stimolo a vivere l’accoglienza...a creare spazi di accoglienza in sè stessa, nella casa, nel mondo. A capire che «l’accettazione è qualcosa di tanto importante quanto il dono». Questo porta a lasciare che le cose, le persone, le culture vengano, prendano posto, si radichino in noi... ad ampliare ogni giorno la nostra tenda...a renderla abitabile e goiosa...Accogliere vuol dire anche ascoltare. Mi ricordo dei miei primi viaggi in Guinea e della fame di ascolto che ho trovato in alcuni missionari...grandi imprenditori...soli...con una fame insaziabile di raccontare... Importante anche sapere coniugare la Casa e il Mondo...Aprire la Casa alle dimensione del Mondo...ma portare nel Mondo la dolcezza della casa. Nonostante la piccolezza del nostro gruppo l’abbiamo definito «Un centro CM nell’Africa occidentale»... e abbiamo cercato di farlo diventare luogo di scambio, di incontro, di irradiazione e di attrazione, un piccolo laboratorio inter-culturale...La casa e l’accoglienza mi porta anche a parlare di intimità che nel dire di qualcuno «è l’ interiorità che si offre per continuare a essere interiorità». (M.Z.) Senza una scelta chiara e decisa di interiorità è impossibile l’intimità della persona o della casa che l’accoglienza richiede. Non dico che tutto questo è patrimonio acquisito delle donne ma credo che proprio partendo dell’esperienza del suo proprio corpo siano più protese a costruire questi spazi vitali e a difenderli delle aggressioni a cui sono sottomessi.



    Essere o fare? Discrezioni o visibilità? Certamente la questione non si pone in termine di questo o quello...ma senz’altro un’accentuazione diversa c’é o può esserci. La tentazione del fare (qui o là...) è sempre in agguato. Qui perchè la vita é molto complessa...là perchè tutto è ancora agli inizi e le necessità sono tante...(La tentazione di fare opere materiali, costruzioni di pietra...quante volte ho ascoltato questa espressione a riguardo di alcuni missionari: «non sono capaci di stare senza cemento in mano...»; o anche l’atteggiamento di alcuni volontari che hanno troppa fretta e pensano di salvare l’Africa in 15 giorni...io gli chiamo «i samaritani neofiti del terzo mondo). E qui e là la medesima tentazione di giudicare di noi stessi/e e di quel che facciamo per la visibilità che si ha o che ci è donata. A me sembra che anche in questo dilemma ci può essere uno stile femminile che dà la sua preferenza alle dimensione nascoste dell’essere. Come specificità, come contrappeso e come provocazione.



    Il rapporto della donna col tempo. Tutti – uomini e donne - abbiamo un rapporto col tempo, una volta che siamo come che immersi in esso...ma certamente il rapporto della donna col tempo è molto specifico... (basta pensare al suo ciclo mestruale, o alla maternità...). E queste esperienze esistenziali provocano una diversa percezione e atteggiamenti diversi nei confronti di questa dimensione del nostro vivere storico. A me sembra che la donna ha una sua capacità propria di auscultazione del ritmo del tempo dalla quale derivano preziosi atteggiamenti. Per esempio: la sua capacità di restare, di rimanere; la sua pazienza (=perseveranza attiva, calma nello svolgimento di ogni impegno...anche quando è difficile o quando esige molto tempo); e soprattutto la sua capacità di attesa. Tutto questo mi sembra molto importante in un contesto come è quello della missione (specificamente in Africa) dove si richiede un sguardo di speranza che sa fare i conti con tempi lunghi, molto lunghi... Questo aspetto si poteva anche associare al Mistero dell’Incarnazione...un Dio che prende carne nel e del corpo di una donna...che nasce piccolo...che lascia passare più di trent’anni prima di iniziare una vita in cui la parola e la visibilità prendono evidenza...



    La donna tessitrice di fili. Una volta ho trovato una espressione che mi è molto piaciuta...forse perchè sono cresciuta sotto il telaio...«Natale è un Dio che tesse fili. Da quando è nato tra noi tesse fili, mette in comunicazione storie. Dentro l’umanità» (don Angelo Casati). Io l’ho assunto come um programma di vita: tessere fili...mettere in comunicazione storie...dentro l’umanità. Tutti possono prendere posto a questo telaio – uomini e donne – ma trovo ancora una volta che questa dimensione artigianale si confà piú con il ruolo della donna nella società e nella Chiesa...e oggi soprattutto nel tessere fili di vita che vanno da uno all’ altro continente... Raccontare... intrecciare... scegliere i fili più appropriati, più belli, sapere approfittare anche quelli esili o consumati...non è l’arte di una donna?




    La donna mediazione vivente. Voglio terminare evocando, con molta cautela, la parola Amore. L’amore ci orienta verso ciò che si desidera e non si ha sotto la forma del possesso. In questo senso non è inanzittutto un sentimento ma un orientamento. Un orientamento che ci porta a cercare ovunque delle mediazioni, delle situazioni di raccordo, delle connessioni che mettono in rapporto parti che sono lontanissime fra loro. L’amore mira alla comunione (usando una parola così cara alla spiritualità della CM). Mira ad essere in mezzo come l’Emanuele. A colmare i vuoti, gli spazi di assenza. A rendere saldamente connesso l’insieme delle nostre realizzazioni. In questo senso l’Amore è una potenza ma, dobbiamo esserne consapevoli/e che è una potenza negata e misconosciuta in un contesto culturale in cui prevalgono le mitologie della libertà e del potere dei diritti. Saranno le donne, cresciute e radicate in un fecondo humus evangelico, capaci di lasciarsi «travolgere», ancora oggi, da questa potenza dell’Amore? Forse sì. E allora le vedremo a costruire passaggi, a prendere sul serio la dimensione della relazionalità, rendendosi loro stesse mediazioni viventi. Aiutando a traghettare la nostra Chiesa e le nostre Chiese (del Nord e del Sud del mondo), ancora troppo segnate da contrapposizioni – Cielo/Terra; Spirituale/Materiale; Clero/Laicato; Contemplazione/Azione; Evangelizzazione/Impegno nel mondo – ad una sponda più armonica e più piena di vita vera.



    Maria Lúcia Amado Correia





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    Dal 29 febbraio al 7 marzo 2008 un viaggio di conoscenza nella Terra di Gesù. Attualmente Israele e Palestina. Un gruppo di 43 persone, una ventina dell’Agesci Toscana – Pattuglia Terra Santa e l’altra ventina di Pax Cristi. Un viaggio all’insegna della conoscenza delle piccole comunità cristiane presenti attualmente su questo territorio martoriato.






    RACCOGLIERE I SEGNI DI SPERANZA IN TERRA SANTA





    “Ponti e non muri”


    Il muro di 700 km che vorrebbe dividere i territori Israeliani da quelli Palestinesi è davvero emblematico di una situazione estremamente difficile.

    Il rosario recitato al muro di Betlemme e la Via Crucis con le comunità di Betlemme l’1 marzo 2008 (in ricordo della posa della prima pietra l’1 marzo 2004) è stato un segno ed un desiderio di gettare alcuni ponti di solidarietà con le piccole comunità sparse su questa terra dove Gesù si è incarnato e si incarna ancora con tutte le persone che soffrono.

    Anche la presenza di alcuni di noi al checkpoint il mattino presto per conoscere la realtà di migliaia di palestinesi che devono passare varie ore per passare da Betlemme a Gerusalemme per lavorare (3 ore di attesa ogni mattina e tre ore ogni sera per un lavoro non sempre sicuro) è stato un piccolo ponte di solidarietà.



    Volti e testimonianze


    L’incontro con tante persone che vivono in questa terra condividendo in pieno la vita difficile di questi popoli.

    A Betlemme le sorelle del “Caritas Baby Hospital” un servizio ai bambini iniziato fin dal 1952 e che continua ad andare avanti con l’aiuto della Provvidenza. La dedizione e l’impegno per tanti bambini prevalentemente palestinesi di Betlemme e dintorni.

    Tante altre comunità religiose che si dedicano instancabilmente alla cura dei bambini e delle madri in un contesto difficile.

    Le comunità cristiane che ci hanno accolto e con le quali abbiamo condiviso un poco della loro vita. Alcuni di noi sono andati a messa con la comunità Melkita a Betlemme ed il giorno dopo abbiamo conosciuto Geries un cristiano melkita che vive al confine con il Libano dove abbiamo visto il suo villaggio distrutto (Bar’am) ed ascoltato la storia di 520 villaggi palestinesi distrutti allo stesso modo. Con lui abbiamo capito quanto le comunità dei pellegrini che vengono a conoscere questa terra abbiano bisogno di conoscere e manifestare la solidarietà con le persone e le comunità cristiane che lottano e soffrono per riuscire a ritornare alla propria terra.

    A Nazaret la comunità dei piccoli fratelli di Charles De Focauld dove un tempo di adorazione silenziosa e le parole di Fratel Mario ci hanno fatto cogliere il valore di essere come Fratel Charles fratelli e sorelle universali.

    A Aboud il Parroco ci accoglie e ci fa conoscere la realtà della comunità parrocchiale e della scuola attigua… Nel frattempo alcune di noi vanno a Eil Karim dove è presente una comunità Dossettiana con 3 monaci e 7 monache. In questo villaggio palestinese di 2500 abitanti sono presenti circa 200 cattolici latini e 250 ortodossi. Partendo da questo villaggio si arriva velocemente a Ramallah (10 minuti di macchina) dove visitiamo il centro musicale per la Pace “Al Kamandjâti” e consegniamo gli strumenti musicali che abbiamo con noi (circa una ventina tra violini e clarinetti). Ci accoglie Ramzi Abu Redwan ed il suo staff. Poco distante la comunità Melkita dove incontriamo Resy con la sua comunità che segue il “Progetto ricamo Palestinese” che aiuta le donne. Resy è italiana ed è presente da più di 50 anni in questa terra.



    A Taybeh, antica Efraim conosciamo P. Red, parroco di questa comunità interamente cristiana dove si trovano anche le suore di tre diverse congregazioni. P. Red sta riuscendo a dare un certo sviluppo al villaggio con le sue iniziative creative tipo la colomba della pace con l’olio della Palestina, la birra tipica di questo luogo, e tante altre iniziative molto interessanti.

    Quasi tutto il gruppo attraversa il deserto per arrivare a Jericho dove conosciamo P. Feraz ed un gruppo di scout con i quali si danza insieme e si vive un pomeriggio molto animato.

    Tornando di nuovo a Gerusalemme veniamo ricevuti dal Patriarca Latino Michel Sabbah che ci rende partecipi della situazione drammatica della popolazione di Gaza.

    Ci incontriamo anche con P. David Neuhaus Gesuita ebreo convertito al cristianesimo. All’inizio dell’incontro veniamo a conoscenza dell’attentato a Gerusalemme e della morte di 7 giovani… P. David ci parla della situazione e del suo lavoro e nonostante la situazione drammatica ci trasmette un senso di speranza molto vivo. Ci parla anche della sua partecipazione ad una organizzazione per la difesa dei diritti umani B’tselem di cui fa parte e della sua partecipazione costante ad 1 ora silenziosa settimanale con le Donne in Nero a Gerusalemme contro le ingiustizie nei territori occupati.



    Tanti piccoli segni di speranza


    Mentre passiamo in rassegna tanti volti e tante storie molto più ricche del racconto fatto, ci vengono alla mente altre realtà altrettanto significative. Varie organizzazioni operanti sul territorio con le persone che cercano di lavorare per la pace ed i diritti umani: Icahd per la ricostruzione delle case distrutte; Operazione Colomba; Jerusalem Center for Women; Bat-Shalom ecc….

    La nostra presenza viene percepita come un possibile ponte di solidarietà e la possibilità di dare voce a chi non ha voce. Soprattutto viviamo la gioia della condivisione con la realtà attuale e la possibilità di capire meglio la complessità della situazione.

    Visitiamo anche i luoghi santi e Gerusalemme nei punti più importanti come il muro del pianto e la spianata delle Moschee ma tutto questo senza gli incontri con le persone non sarebbe stato la stessa cosa.

    Il cuore è pieno di gratitudine ma lo stomaco fa faville forse per le spezie ma anche per il pensiero delle sofferenze e della violenza che ancora non accenna a diminuire… Così si ritorna a vivere la perquisizione che ci è toccata alla partenza all’Aeroporto di Brescia e che prevediamo anche a Tel Aviv prima di ritornare. Segno di una tensione che non accenna a diminuire e che chiede impegno e soprattutto preghiera come ci diceva Michel Sabbah.



    Martina Cecini






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    ELISABETTA CI SCRIVE




    Carissime Sorelle Missionarie e Familiares della Compagnia Missionaria del S. Cuore e cari Fratelli che vi trovate a Bolognano,



    durante la settimana Santa, meditando e riflettendo sui misteri della Passione di Gesù, contemplavo il suo volto e in questo volto di Cristo vedevo tutti i fratelli e sorelle della nostra famiglia che stanno vivendo situazioni difficili di salute, ma anche tanti altri che neppure conosco. Gli occhi erano fissi su quegli occhi che mi rivelavano tanto amore. Amore per l’umanità sofferente, amore per i lontani, amore per chi è ingrato o rinnega questo grande amore che Dio Padre ci ha donato tramite Gesù, suo Figlio.

    Sono stata particolarmente colpita. Da tempo mi sto nutrendo della preghiera dei Salmi e della Parola di Dio e mi aiutano a guardare con serenità gli anni che passano per captare meglio quanto sia importante prepararmi nella gioia all’incontro con il Signore, unico traguardo che tutti dobbiamo raggiungere e per gestire con attenzione ogni giorno che mi viene regalato, perché sia vissuto nella giovinezza del cuore e nella consapevolezza che tutto il tempo che la Provvidenza vorrà ancora accordarmi, sia donato nell’attenzione a chi mi passa accanto, offrendo quanto di più prezioso e sereno la vita mi ha donato fin qui......



    L’avanzare negli anni non è solo “limiti” anche se questi ci sono, e tanti; non è neppure sempre malattia. E’ la condizione normale da cui siamo obbligati tutti a passare, anzi è una conquista: di anni, di esperienze, di maturità, di affetti, d’amore dato e ricevuto.....conquista che ha come alternativa di morire anche giovani.

    Credo che si debbano creare in noi le condizioni perché l’avanzare degli anni sia apprezzata come “cosa buona”, non guardando a noi stessi come “mutilati”, ma come persone compiutamente realizzate con tutti gli aspetti concreti positivi e negativi, coscienti che nella società, nella Chiesa, nella vita, cambiano i modi di essere, ma non i valori di essere…

    Allora si potrà dire, che ”l’autunno è la nostra primavera” , un’espressione questa che invita ad elevare al Signore del tempo e dell’eternità non solo il canto liturgico, ma anche quello della vita umana, la lode delle nostre esperienze quotidiane con i loro sorrisi e le loro gioie, le loro grazie e i loro successi, l’amarezza delle lacrime segrete e la forza delle loro speranze la liturgia delle loro età, che ricama la trama di ogni vita e di tutte le nostre vite. In parole più semplici, è bello cantare al Signore con la nostra vita, per averci creato, per tutti i doni che ci ha fatto e che continua a farci, per le cose buone e anche per gli errori che, riconosciuti, ci hanno aiutato a crescere...



    Certo la sfida non è di un momento, ma di ogni giorno. Inizia da lontano: i buoni frutti dell’età avanzata si seminano nella giovinezza in poi, con un impegno costante su due fronti: non sottovalutando l’anzianità, ma pensando ad essere positivo, coltivando gli atteggiamenti che permetteranno di affrontare e vivere in pienezza gli anni che passano, insomma guardare ai limiti per abituarci ad accettarli, ma soprattutto preparare e vivere i valori cristiani. Ecco che l’andare verso il Signore, è gaudio e grande pace ed offre anche la possibilità di colorare le proprie giornate con la preghiera, con il ricordare tutta la gratuità di cui il Signore ci ha fatto dono, e se pur i momenti difficili possono essere stati tanti, che i problemi non sono mancati, e anche vero che di cose belle e buone ce ne sono state tante e si sono godute.



    Allora davvero il tempo dell’anzianità diventa un tempo per fare “memoria”, per disporci ad un grazie sincero al Signore per tutta la sua gratuità, per essere sempre stato con noi e per continuare ad essere nostro compagno di viaggio, anche quando non l’abbiamo riconosciuto.

    Grazie, Signore, che ora mi permetti di guardarti e fissarti negli occhi e di penetrare nel tuo cuore, sprofondandomi e abbandonandomi a Te. Nel Tuo cuore, trovo rifugio sicuro, dolcezza, tenerezza, pace e tutta la tua bontà e santità di cui ne sento tanto bisogno, bisogno di imitarti, di abbandonarmi a Te, di fidarmi sempre e non avere paura di nulla.



    Penso sia la cosa più bella andare incontro alla luce, andare incontro a te con questi miei poveri sentimenti di lode e di riconoscenza, a te che sei il mio Padre, il mio Dio, il mio sposo, il Signore dell’eterna giovinezza. Alleluia! Alleluia! Amen!



    Concludo salutando caramente tutte le sorelle e i fratelli, che personalmente non riesco ad incontrare. Auguro a tutti tanto bene e buona salute. Assicuro a tutti la mia preghiera , e vogliamo andare avanti in comunione, certi che un giorno ci incontreremo tutti uniti con il Signore Gesù, nostro unico Salvatore..



    Vi saluto nel Cuore di Gesù.


    Elisabetta Todde





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    Due avvenimenti importanti coinvolgono il Mozambico: la celebrazione del 40° di presenza in questa amata terra e l’inaugurazione del centro Napipine – Nampula. Riportiamo il programma di questi due avvenimenti e accompagniamo, con la preghiera di lode e ringraziamento, la CM che vive e opera in questa terra.






    PER FARE MEMORIA DI UNA PRESENZA SIGNIFICATIVA IN TERRA MOZAMBICANA





    Dal 20 al 28 luglio 2008 al Gurué- Noviziato SCJ



    Domenica 20 luglio – arrivi del gruppo di Maputo a Nampula



    Lunedì 21 luglio – viaggio del Gruppi da Nampula per il Gurué e di Gina da Quelimane per il Gurué. P. Domingos Marcato scj si farà trovare direttamenteal Gurué.
    Inizieremo il Corso con la cena. Dopo cena organizzazione e orario dei giorni con P. Domingos.



    Martedì e mercoledì, 22-23 luglio – due giorni di riflessione su Spiritualità Dehoniana com P. Domingos Marcato scj.



    Giovedì 24 luglio – mattino, organizzazione e orario con P. Saraiva e prima presentazione del tema: Lettura della realtà attuale del Mozambico e nostre possibili risposte agli appelli alla luce della spiritualità Dehoniana. Nel pomeriggio alle ore 14 Pellegrinaggio a Milevane alle 17 Celebrazione eucaristica cena con la comunità scj e rientro al Gurué.



    Venerdì 25 luglio – continuazione della riflessione con p. Saraiva.



    Sabato, 26 luglio al mattino pellegrinaggio a Namarroi guidato da Irene. Celebrazione Eucaristica e pranza a Namarroi. Rientro al Gurué nel pomeriggio. Dalle 17 all’ora della cena – inizio dello svolgimento del tema concordato con i due gruppi.



    Domenica 27 luglio – nella mattinata continuazione dei lavori; nel pomeriggio proseguimento dei lavori alle 17 Celebrazione Eucaristica e convivio con la comunità scj.



    Lunedì 28 luglio – rientro a Nampula e a Quelimane.




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    COMPANHIA MISSIONARIA S.C.J.

    Bairro Napipine

    Nampula

    Tel. 00258 26240053




    ALLA PRESIDENTE

    DELLA COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE

    E AL SUO CONSIGLIO






    Oggetto: Inaugurazione Centro Culturale Napipine





    Carissime,



    Stiamo arrivando alla fine del completamento della struttura di questo Centro che ha coinvolto nella sua programmazione e nel finanziamento la Compagnia Missionaria e la solidarietà di varie persone e gruppi anche attraverso la nostra Onlus –Guardare Lontano.

    In Agosto prossimo, approfittando della presenza dei volontari dell’associazione portoghese che fa capo ai Dehoniani e della presenza di P. Aderito scj che è presidente dell’associazione e quest’anno eccezionalmente accompagna il gruppo, in collaborazione con il gruppo degli amici della CM di Nampula, che festeggiano 10 anni di esistenza, e, ricordando il nostro 40° di presenza in Mozambico. pensiamo di mettere in atto alcune iniziative di carattere formativo - culturale.

    Tra le altre iniziative il 9 agosto è stato programmato un ritiro che sarà vissuto da noi, dal gruppo degli amici CM di Nampula e dai volontari, ed il 16 agosto l’inaugurazione vera e propria che coinvolgerà anche la nostra parrocchia di Napipine, “S. Pedro”.

    Desideriamo farvi partecipi di questo evento e ci affidiamo a Maria nostra Madre Guida e Custode ed alla vostra preghiera.

    In comunione.




    Nampula, 31 Maggio 2008



    Il gruppo di Nampula





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    Ricordando il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, 30 anni fa, da parte delle Brigate rosse, pubblichiamo questo piccolo testo di un suo articolo del 1977, che possiamo trovare nel libro di AGNESE MORO, Un uomo così. Ricordando mio padre, BUR, Milano 2008, pp.191-192.







    LA PRESENZA E LA CONSISTENZA
    DEL BENE
    ATTORNO A NOI





    «Si può dire ancora oggi, malgrado tutto, che la realtà sia tutta e solo quella che risulta dalla cronaca deprimente, e talvolta agghiacciante, di un giornale? Certo il bene non fa notizia. Quello che è al suo posto, quello che è vero, quello che favorisce l’armonia è molto meno suscettibile di essere notato e rilevato che non siano quei dati, fuori della regola, i quali pongono problemi per l’uomo e per la società. Ma questa ragione, per così dire, tecnica, questo costituire sorpresa, questo eccitare la curiosità non escludono certo che, nella realtà ci sia il bene, il bene più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione.

    Penso all’immensa trama di amore che unisce il mondo, ad esperienze religiose autentiche, a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani, a forme di operosa solidarietà con gli emarginati ed il Terzo Mondo, a comunità sociali, al commovente attaccamento di operai al loro lavoro. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Basta guardare là dove troppo spesso non si guarda e interessarsi di quello che troppo spesso non interessa. [...]

    Il bene, anche come restando sbiadito nello sfondo, è più consistente che non appaia, più consistente del male che lo contraddice. La vita si svolge in quanto il male risulta in effetti marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza dei valori di accettazione, di tolleranza, di senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste contestazioni».


    Aldo Moro






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    Offriamo alla vostra lettura un testo di Carlo Maria Martini sulla preghiera di Intercessione che ci pare significativa e aderente alla nostra realtà.


  • «Ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano», scrive l’arcivescovo emerito della diocesi ambrosiana. Il testo che pubblichiamo è la «lectio» da lui tenuta alla Hebrew University di Gerusalemme, lo scorso 3 gennaio

  • La preghiera di intercessione appare come un non-senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile. Essa non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona.

  • È una conseguenza della legge della mutua appartenenza e mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano «Le parole di Etty Hillesum, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. È sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: 'Dov’è tuo fratello Abele?' Concetto espresso anche dallo staretz Zosima, nei Fratelli Karamazov'»

  • I FRATELLI KARAMAZOV
    È forse il romanzo più significativo di Dostoevskij. La sua pubblicazione avvenne nel 1879-1880. La trama: Fëdor Karamazov è un padre cinico, avaro, egoista, dominato dalla lussuria. È rimasto vedovo, ma indifferente verso la funesta sorte delle mogli. Ha tre figli: il passionale Dimitri, che un po’ gli assomiglia anche se è molto più problematico del padre, il razionale, euclideo, colto, ateo Ivan, il religioso e buono Alësa. Mentre Dimitri è figlio della prima moglie, Ivan e Alësa lo sono della seconda. I figli sono in forte contrasto col padre e, quando questi viene ucciso, l’accusa ricade su Dimitri, su cui gravano tutti gli indizi e che spesso aveva minacciato il padre con violenza. L’omicidio è stato invece materialmente eseguito da Smerdjakov, il servo epilettico, figlio illegittimo, nato da una relazione di Fëdor con una demente. Il delitto matura tuttavia nell’atmosfera di conflitto tra padre e figli e nella forte suggestione esercitata su Smerdjakov dalle idee rivoluzionarie di Ivan Karamazov secondo cui «tutto è permesso». Smerdjakov si impicca, Dimitri viene condannato ai lavori forzati, Ivan si ammala gravemente.
    Personaggio importante del romanzo è lo staretz Zosima, che incarna l’illuminato dalla fede, la generosa dedizione di sé agli altri.

  • IL DIARIO DI ETTY
    Etty Hillesum (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1942) fu un’insegnante olandese. Seguì gli spostamenti del padre, professore ebreo di lingue classiche. Abitò a Tiel, a Winschoten e a Deventer, dove passò la adolescenza. Nel 1932 lasciò la scuola, dove il padre Louis era preside, per laurearsi in giurisprudenza ad Amsterdam. Si iscrisse alla facoltà di Lingue Slave e all’inizio della guerra si interessò di psicologia. Scrisse, probabilmente su indicazione dello psicoterapeuta Julius Spier di cui diventò segretaria ed amante, un diario degli ultimi due anni della sua vita. Nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe anche la possibilità di salvarsi dai rastrellamenti nazisti, ma decise, forte delle sue convinzioni umane e religiose, di condividere la sorte del suo popolo.
    Assieme ai genitori e ai fratelli fu internata nel campo di Westerbork, per poi essere trasferita ad Auschwitz. Mentre lei, i genitori e il fratello Mischa morirono dopo poco tempo l’arrivo nel campo di sterminio, l’altro fratello, Jaap, morì nell’aprile del ’45 a Lubben, in Germania, durante il viaggio di ritorno a casa dopo la liberazione.
    Diversamente da quanto accadde con il diario di Anna Frank, quello di Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981.






  • INTERCEDERE






    Farsi carico dell'altro



    Dall’inizio desidero dirvi di non aspettarvi da me una lezione formale. Io sono troppo avanti negli anni per questo tipo di esercizio, e per molto tempo ho lasciato il regolare contatto con la letteratura scientifica. Dunque, posso solo offrirvi alcuni pochi pensieri che mi aiutano nella preghiera quotidiana. Per questa ragione, pur tenendo come sottofondo l’intera problematica dell’intercessione, il mio preciso oggetto sarà la preghiera di intercessione. Mi baso in particolare su due scritti che costituiscono la mia principale fonte di ispirazione: la Bibbia Ebraica o Tanach e il Secondo Testamento, chiamato anche il Nuovo Testamento.

    Desidero iniziare con le parole di Gesù tratte dall’Evangelo di Luca (Lc 10,21): «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agl’intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te».

    Testi simili a questo si trovano anche nella Tanach, precisamente in Isaia 29,14: «Perirà la sapienza dei suoi sapienti e scomparirà l’intelligenza degli intelligenti», o in Isaia 19,11-12: «Certamente stolti sono i prìncipi di Tanis, i più sapienti dei consiglieri del faraone formano un consiglio stupido. Come potete dire al faraone: 'Io sono discepolo dei sapienti, discepolo di antichi regnanti'? Dove sono dunque i tuoi sapienti? Ti annuncino e facciano conoscere ciò che progettò il Signore degli eserciti a proposito dell’Egitto».

    Dietro a queste istanze vi è una opposizione: da una parte, il dotto e il sapiente che pretendono di capire e, dall’altra, i piccoli e i fanciulli che sono immagine del popolo pronto ad accettare le cose del regno di Dio con la semplicità di un bambino. Nel suo duro linguaggio Paolo afferma: «Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo non conobbe Dio con la sapienza, piacque a Dio di salvare quelli che credono con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1,21).




    Il sapiente e il dotto



    Con questa distinzione in mente, consideriamo dapprima il sapiente ed il dotto. Penso che la preghiera di intercessione è tra le cose che queste persone sono inclini a considerare come insignificanti e persino assurde. Anche noi a volte apparteniamo a questa categoria, quando pensiamo che la preghiera di intercessione rimanga come sospesa nell’aria senza produrre frutto, o quando la consideriamo di seconda classe, come devozionale, da compiersi semmai nei ritagli di tempo.

    Certamente il dotto ed il sapiente non obbietteranno al primitivo significato latino del termine «intercedere», che è «camminare nel mezzo», pronto ad aiutare ciascuna delle due parti o ad interporsi in favore di una di loro.

    Potrebbero anche non obbiettare all’intercessione compiuta da una persona verso un preciso uomo o donna o gruppo di persone. Vi sono molti esempi in questo, nell’antica letteratura ed altrettanto nella Bibbia. Là, ad esempio, Giuseppe domanda al capo dei coppieri del re d’Egitto di ricordarsi di lui quando costui sarà uscito di prigione ed a parlare in suo favore al Faraone (Gen 40,14) (il capo dei coppieri dimenticò poi di compiere ciò quando fu liberato e reintegrato nel suo lavoro!).

    Un uomo ed una donna possono parlare a nome di un altro uomo, o donna che sia, ad una terza persona affinché quest’ultima cambi i propri progetti e una sapiente intercessione può aiutare a trovare e a compiere una giusta decisione o a rovesciare una decisione sbagliata.

    Ma Dio non pone in essere decisioni sbagliate, e quindi, quando noi veniamo alla preghiera di intercessione (cioè «stare alla presenza di Dio per un’altra persona») domandiamo forse a Lui di intervenire e modificare la situazione di quell’uomo o donna? Qui il sapiente e il dotto pongono molte obbiezioni. Come può Dio essere mosso a cambiare il suo modo di pensare e correggere una decisione sbagliata? La mente di Dio non è forse immodificabile dall’inizio? Notiamo che questa obbiezione può essere portata a riguardo di ogni preghiera di petizione, ma essa diventa molto forte nel caso dell’intercessione, che è preghiera di petizione per altri.

    Infatti Dio generalmente dona un aiuto con la libera collaborazione della persona interessata. Quale può essere allora il senso dell’intrusione di altre persone?




    I piccoli



    Ma contro il sapiente e il saggio stanno i piccoli, che ricevono dall’alto il dono dell’intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è lo stare davanti a Dio per altri. Esso è presente in molti esempi biblici, da Abramo che pregò per scongiurare la punizione di Sodoma (Gen 18,22-32), a Mosè che intercedette per l’intero popolo di Israele (Es 32,11-13), ed anche per un solo individuo come sua sorella Miriam (Nu 12,13); da Samuele che, nonostante l’avvenuta rottura col popolo, promise di continuare ad intercedere per esso (1 Sam 12,23), a Davide che pregò per la vita di suo figlio (2 Sam 12,16-17); da Amos che pregò il Signore Dio di perdonare Giacobbe perché 'egli è così piccolo' (Amos 7,1-6), a Geremia che disse al popolo di pregare per il benessere della città in cui erano stati deportati (Ger 29,7) e così in molte altre situazioni. Se noi potessimo considerare anche la letteratura intertestamentaria, questi esempi si moltiplicherebbero.




    Questa attitudine la sento personalmente di grande interesse perché, dopo molti anni dedicati allo studio e all’insegnamento e a un ministero pubblico, ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano, che ho avuto l’onore di servire come Arcivescovo per più di ventidue anni, e per tutto il mondo e specialmente per le persone con le quali vivo, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: «I giudei prima, e poi i greci». La preghiera di intercessione è dunque la mia prima priorità, la mia principale quotidiana occupazione. Come allora io posso praticarla se è considerata insignificante ed anche assurda?

    Penso che questa sera siamo chiamati ad entrare nel cuore dei piccoli e degli umili, nel cuore cioè della grande intercessione che abbiamo menzionato or ora, cosicché possiamo intravedere quanto essi hanno compreso del valore di questa preghiera.




    Una rete di relazioni



    Parto dallo scritto di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni. All’inizio degli orrori della Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era Shabbat), ella scrisse nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E il giorno successivo, di domenica, ella scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi... Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».



    Etty Hillesum scrisse questa pagina quando viveva il difficile passaggio dall’ateismo alla fede e scopriva a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio. Ma queste parole, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. Dio vuole non solo chiamarci alla solidarietà, la quale è definita come «un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti poiché hanno un comune scopo» (cf. Longman, Dictionary of Contemporary English). Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, ad immagine della cura di Dio per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9).



    Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto dato ad un altro. Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell’ultimo giudizio, nel vangelo di Matteo (25,31.46), dove il Signore dice a quelli che hanno aiutato il prossimo: «Tu l’hai fatto a me» (25,40). Egli è presente in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell’impegno di coloro che lottano contro la violenza, l’odio, la carestia, la sofferenza e via di seguito.

    Come dice Sant’Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne. Egli infatti non ti tolse questo privilegio.

    Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l’avete fatta a me».

    Coloro che hanno il dono dell’intercessione vedono la luce di Dio nel volto di ogni essere umano. In altre parole noi possiamo dire che costoro considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei computers il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri.

    Tutto ciò è espresso con forza nelle parole dello staretz Zosima, una delle figure chiave del capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Queste sono le parole di padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra… E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto.



    Poiché in caso contrario non valeva la pena che venisse quaggiù. Ma quando riconoscerà non solo di essere peggiore di tutta la gente del mondo, ma anche di essere colpevole di fronte a tutti gli uomini, sulla Terra intera, di tutti i peccati universali e individuali, solo allora sarà raggiunto il fine della nostra unione.
    Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e anzi di ogni uomo sulla Terra. Poiché i monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma sono soltanto come dovrebbero essere tutti sulla Terra.



    Unicamente allora il nostro cuore si abbandonerà a un amore infinito, universale, che non conosca mai appagamento. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare con il suo amore il mondo intero e di purificare con le proprie lacrime tutti i peccati…».

    Ed egli così conclude: «Non siate superbi.

    Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi. Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro – per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai nostri tempi. Ricordateli così nella vostra preghiera: 'Salva, o Signore, tutti coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono pregare'. E aggiungete anche: 'Non per orgoglio ti prego, o Signore, perché anch’io sono un vile peggio di tutto e di tutti…'».

    Certamente questa interdipendenza, questa profonda e necessaria interconnessione, per cui ognuno di noi è vincolato a tutti gli altri, è una profondo mistero spirituale, che sarà manifestato nella sua pienezza nell’ultimo giorno, quando la realtà di questo mondo sarà resa chiara a tutte le nazioni; quando – ricordando le parole del profeta Isaia – il Signore «distruggerà su questo monte il velo posto sulla faccia di tutti i popoli» (Is 25,7), allora noi potremo capire quanto tutto è stato tessuto e tenuto insieme dal Signore di tutti e che noi abbiamo formato insieme un grande web di relazioni reciproche.

    Oggi noi siamo chiamati a riconoscere poco alla volta questa mutua appartenenza, che caratterizza tutti i nostri atti, secondo il comandamento: «Tu amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18). Noi siamo chiamati ad osservare questo comandamento non solo attraverso le nostre azioni, ma anche nella preghiera di intercessione.




    La preghiera di intercessione



    Come spiegare ciò? Abbiamo visto che Dio stesso mostra nella Bibbia quanto egli abbia a cuore la preghiera di intercessione.

    Ma in questa preghiera noi non stiamo tentando di cambiare la mente di Dio.

    Secondo la comune interpretazione teologica, il significato della preghiera di petizione e di quella di intercessione, non è di ottenere un cambiamento della volontà di Dio, ma di far sì che la creatura abbia parte ai doni di Dio. Dio ci concede di desiderare quanto egli vuole donarci.

    Ma noi abbiamo notato che vi è molto di più. Vi è il fatto di una mutua responsabilità, che deve essere espressa non solo attraverso l’agire, ma anche per mezzo della preghiera. Dio ci vuole gli uni per gli altri, egli desidera che mostriamo per gli altri interesse, compassione, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell’umanità, attraverso l’essere gli uni per gli altri, come Lui è misteriosamente in se stesso un perpetuo dono di sé.



    Così una piena comunione è realizzata tra gli esseri umani. Coloro che possono fare qualcosa per gli altri nel senso fisico, materiale, sono chiamati a farlo. Tutti gli altri sono invitati a unire la loro preghiera in una grande intercessione. Perciò la risposta soddisfacente riguardante la necessità della preghiera di intercessione sta nel mistero del piano di Dio, che vuole questa profonda comunione tra tutti i suoi figli. E Dio lo vuole perché egli è così, colui che dà se stesso, che ha cura degli altri, che li ama fino alla morte (cf. Gv 13,1).



    Certamente l’intercessione presuppone che la persona che la compie sia accetta al Signore, sia in un certo qual senso suo amico, come è detto di Abramo, a cui Dio non volle nascondere nulla di quanto stava per fare (cf. Gen 18,17). L’intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera che essi vivano secondo la volontà di Dio.

    Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l’uomo e il suo Dio.

    Queste sono alcune delle ragioni per cui mi sento inclinato alla preghiera di intercessione. Naturalmente so bene che la mia preghiera è molto povera, pigra, spesso piena di distrazioni. Ma non di meno la considero come un piccolo rigagnolo, che fluisce dentro il grande fiume che è l’intercessione della Chiesa e delle persone buone di tutta l’umanità.

    Questo grande fiume di intercessione fluisce e si immerge, per me come cristiano, nel grande oceano dell’intercessione di Cristo, che «vive sempre per intercedere» a nostro favore (cf. Eb 7,25; Rom 8,34). Così la mia piccola intercessione è parte di un grande oceano di preghiera in cui il mondo viene immerso e purificato.

    Lo stesso grande scrittore della fine del diciannovesimo secolo che ho citato prima, Dostoevskij, ci ha dato nello stesso libro una commovente descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa.



    Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: 'Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te'. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te.

    Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei.

    E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».




    Sommario in 6 punti



    Possiamo ora sintetizzare ciò che abbiamo cercato di dire.


  • 1. La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile.

  • 2. La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio.

  • 3. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo.

  • 4. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona.

  • 5. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in-relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione.

  • 6. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà.





  • Carlo Maria Martini





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    Nel primo incontro dell’equipe economica, Cesarina ci ha regalato questo testo, portatore di un pizzico di ironia e di saggezza. Lo offriamo anche a voi...può offrirci l’opportunità di mettere in discussione le nostre opinione troppo sicure e troppo spesso basate su la pretesa della “scientificità” e della razionalità.






    RISORSE UMANE – RISORSE DIVINE





    Destinatario: GESÙ, Figlio di Giuseppe

    Falegnameria, Nazaret




    Gentile Signore,

    La ringraziamo per averci trasmesso il curriculum vitae dei dodici uomini che Lei ha scelto per affidare loro un posto di responsabilità nella Sua nuova organizzazione.

    Dopo un serio esame, tests e colloqui, siamo giunti alle seguenti conclusioni.

    La maggior parte dei candidati manca di esperienza, di formazione e di attitudini per il tipo di organizzazione che Lei intende realizzare. Non sanno lavorare in equipe e la loro conoscenza della lingue straniere è insufficiente.

    SIMOM PIETRO è emozionalmente instabile e soggetto al cambio di umore.

    ANDREA non è in grado di assumersi alcuna responsabilità.

    I due fratelli GIACOMO e GIOVANNI, FIGLI DI Zebedeo, antepongono il loro interesse personale ad un serio impegno per la società.

    TOMMASO è portato a mettere in discussione gli ordini ed influisce negativamente sul resto del gruppo.

    Ci sentiamo in dovere di InformarLa che MATTEO figura nella lista nera del Sinedrio per mancanza di trasparenza amministrativa.

    GIACOMO rivela tendenze marcate alla radicalizzazione e all’utopia, alternandole con momenti di depressione.

    I contatti di SIMONE, chiamato Zelota, con gruppi estremisti, indicano che è un soggetto difficile da controllare.

    Ci pare ci sia solo un candidato al di sopra della media: GIUDA ISCARIOTA. Ha una ricca immaginazione, ama il rischio, è agevole nei contatti ed ha amicizie altolocate. Ha il senso della discrezione e dell’organizzazione. È molto motivato e ambizioso.

    Restiamo a Sua disposizione per completare la Sua ricerca e fornirLe la consulenza necessaria per lo sviluppo della Sua nuova organizzazione, a cui auguriamo ottimi risultati.



    Jordan

    Consulente d’impresa – Gerusalemme


    (dalla rivista francese “Regard sur l’actualité)

    Abate Mamerto Menapace – abbazia Los Toldos





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    NOTIZIE







    Nuovi indirizzi:




    Teresa Giordani

    Via Nosadella 30

    40123 Bologna – Tel. 051.6146288






    Edvige Terenghi

    Via Guidotti, 53 40134 Bologna

    e-mail: edicm@libero.it







    Esercizi spirituali:



    Indonesia all’inizio di luglio

    Mozambico dal 20 al 28 luglio

    Portogallo – ultima settimana di agosto

    Italia dal 14 al 20 settembre







    E’ tornato alla casa del padre il fratello di Teresa Carvalho. Sia la nostra preghiamo il segno di solidarietà con Teresa e alla sua famiglia.



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