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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
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Sint unum
Posted by Maria Lúcia Amado Correia

Vivere la comunione e farsi comunione

“Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi…” (Gv. 17,11b). “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi…” (Gv.17,12a). “E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità…” (Gv. 17,22-23a).

Queste parole vengono pronunciate in un contesto di grande solennità, di altissima comunione Trinitaria e di intenso “pathos”. Non ci sorprende che queste stesse parole abbiano toccato il cuore attento e sensibile di P. Dehon fino al punto da trasformarsi in una delle leve più stimolanti della sua vita ed in uno dei motti del suo messaggio. Non sorprende che le stesse continuino a toccare il cuore di quelli e di quelle che si sono messi alla sequela di Cristo, secondo lo stile dehoniano.

La comunione come realtà e come appello

Per noi, della Compagnia Missionaria, la realtà e l’appello contenuti in queste parole, sono al centro della nostra vita e della nostra missione. Come missionarie del Sacro Cuore, “siamo chiamate a vivere la vita di amore sino a farci comunione con Dio e con i fratelli…” (St. nº6).

Mi pare importante intendere la comunione, prima di tutto, come l’inserimento gratuito, da parte di Dio, nel dinamismo della Sua vita Trinitaria. Prima di essere un impegno, una risposta mia, è un dono e una realtà già presente nel mio essere e nel tessuto della mia esistenza. Questa certezza è stata e continua ad essere decisiva sia per la mia crescita che per quella di coloro che sono stata chiamata ad accompagnare nel cammino di formazione.

Intendere la comunione alla luce della sua matrice Trinitaria, comporta anche altre conseguenze importanti. Quando facciamo autentica esperienza di Dio comunione di persone, nella misura in cui entriamo nella Sua intimità, sperimentiamo proprio che l’intimità non si oppone alla differenza, anzi cresce insieme a questa. La distanza e l’alterità assolute non significano separazione. Questo ha delle implicazioni nel nostro modo di intendere le relazioni con gli altri: anche qui la distanza significa la dualità che permette il riconoscimento, lo spazio dell’incrocio di sguardi che fa progredire la comunione, il luogo dell’altro come colui che non è per niente la proiezioni di me o un semplice doppio. Accettazione della differenza, riconoscimento del mistero dell’altro, salto per una libertà che non è caduta nell’isolamento e nella solitudine ma l’inaugurarsi di un regno dove pluralismo e solidarietà di uomini e donne, sono atteggiamenti che si possono sviluppare nella misura in cui ci esponiamo al calore della vita Trinitaria, nella misura in cui ci lasciamo liberamente condurre nel dinamismo della sua VITA.

Coscienza delle rotture…

Ho detto e dico molte volte, a me stessa e alle altre missionarie più giovani che sono stata e sono chiamata ad accompagnare, che avendo la comunione un luogo così centrale e così decisivo nella nostra vita e nella nostra missione, tutte le rotture, anche quelle che sembrano insignificanti, sono da noi avvertite e sentite come qualcosa di grave.

Ricevere un carisma è, in un certo modo, diventare esperte di un determinato dono. È come se fossimo chiamate ad essere nella Chiesa e nel mondo artigiane di comunione… e, nel frattempo, verifichiamo che anche noi siamo capaci di creare dinamismi che non favoriscono o che provocano proprio la rottura della stessa comunione.

A questo proposito evocherò quello che è successo un Giovedì Santo, in uno dei nostri gruppi. Era un giorno molto bello di una Primavera che già si annunciava. La casa dove abitavamo era una bella casa antica dove abbondava il legno. Avevamo fatto pulizie, il pavimento passato a cera scintillava, c’erano cascate di camelie cosparse qua e là … una grande dolcezza sembrava impregnare tutto e anche i nostri gesti. Avevamo programmato un pomeriggio di adorazione, sarebbe poi seguita la cena in clima di festa e poi la Cena del Signore… Però, prima dell’ora del pranzo, sorge un alterco tra due missionarie del gruppo. Volano parole insensate e smisurate che spazzano via la dolcezza e l’armonia fino ad allora esistente e che rimangono lì come un pungente contrasto con il messaggio e l’appello di un giorno come quello.

Nonostante quell’incidente, o proprio a causa di esso, il messaggio di Amore e Comunione di quel Giovedì Santo, è rimasto per sempre scolpito dentro di me. Accogliere la fragilità e il peccato, rispettare il tempo psicologico necessario per riallacciare una relazione spezzata, accettare la misteriosa solidarietà che ci lega agli altri, aprirsi alla Parola e alla Presenza sanante e rigenerante del Signore della Vita – sono stati aspetti che ho capito più profondamente e che sono passati nel patrimonio della mia esperienza spirituale.

È sempre una cosa grave attentare contro la comunione; le nostre rotture dovrebbero arrecarci sofferenza come se si realizzassero sempre il Giovedì Santo; ma è anche importante non dimenticare che la garanzia della comunione che ci viene offerta dal dinamismo della vita teologale è decisivamente maggiore e più determinante di tutto quello che può essere provocato dalla precarietà del nostro equilibrio psicologico o dalla cattiveria del nostro cuore.

“Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato”

Penso sia successo, a coloro che sono stati incaricati di una missione di servizio (soprattutto formativo) all’interno di una comunità o di un gruppo, di trovarsi frequentemente a pregare con queste parole di Gesù. Personalmente le trovo straordinariamente espressive, con una notevole capacità di stimolare e rappacificare. Ritengo che la parola custodire è molto bella ed evoca un atteggiamento tipicamente femminile e materno. Vigilanza di un amore che protegge, difende e cautela. “Custodiscili”, custodiscile perché non si perdano, perché non si allontanino dalla fonte della vita piena, perché non vengono disintegrate e frammentate ma “siano uno, come noi”. Non perderle di vista, Signore, guarda a loro… Ricevile nel silenzio del Tuo amore, come in un seno fecondo, dove si possano creare e ricreare.

“Ho custodito coloro che Mi hai dato…”. Alle volte anch’io, Signore, ho custodito quelle che mi hai dato. Le ho custodite con la mia sollecitudine, con il mio servizio disinteressato, con la tenacia della mia presenza discreta, le ho custodite nel silenzio del mio amore, nell’accoglienza rispettosa del mistero di ciascuna, nell’attesa paziente del loro sbocciare. Ma alcune volte mi sono distratta, altre volte ho rifiutato di allargare la mia tenda perché trovassero lì un riparo, non sempre sono stata capace dell’austera vigilanza del pastore… mi sono addormentata, mi sono chiusa nella fortezza dei miei gusti, dei miei interessi e dei miei diritti… e le ho perse di vista, ho lasciato che si disperdessero. Proprio per questo, custodiscile, Tu, Signore. Nascondile nel Cuore del Tuo Figlio, tuffale nelle acque abbondanti del Tuo Spirito, piantale stabilmente nell’alveo della Tua volontà e del Tuo disegno di Amore. Fa che comprendano quanto è rilevante per loro stesse e per il mondo, dove le invii, la spiritualità di comunione di cui sono ereditiere e portatrici. Fa che siano capaci di grandi desideri, come quelli che hanno modellato il Cuore di Tuo Figlio – il sint unum è uno di questi desideri – e dona a loro il realismo dell’umiltà che le renderà capaci di concretizzarli nelle pieghe nascoste della storia complessa del nostro tempo.

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