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COMPAGNIA MISSIONARIA
DEL SACRO CUORE
una vita nel cuore del mondo al servizio del Regno...
Compagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia MissionariaCompagnia Missionaria
Compagnia Missionaria del Sacro Cuore
 La COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE è un istituto secolare, che ha la sede centrale a Bologna, ma è diffuso in varie regioni d’Italia, in Portogallo, in Mozambico, in Guinea Bissau, in Cile, in Argentina, in Indonesia.  All’istituto appartengono missionarie e familiares Le missionarie sono donne consacrate mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, ma mantengono la loro condizione di membri laici del popolo di Dio. Vivono in gruppi di vita fraterna o nella famiglia di origine o da sole. I familiares sono donne e uomini, sposati e non, che condividono la spiritualità e la missione dell’istituto, senza l’obbligo dei voti.
News
  • 21 / 06 / 2019
    IX ASSEMBLEIA GERAL ORDINÁRIA DA COMPANHIA MISSIONÁRIA DO CORAÇÃO DE JESUS
    Realizar-se-á no CENÁCULO MARIANO em Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bologna – Italia ... Continua
  • 21 / 06 / 2019
    IX ASAMBLEA GENERAL ORDINARIA DE LA COMPAÑÍA MISIONERA DEL SAGRADO CORAZÓN
    a realizarse en el CENÁCULO MARIANO en Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bolonia - Italia DE... Continua
  • 21 / 06 / 2019
    IX ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DELLA COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE
    si terrà al CENACOLO MARIANO a Borgonuovo di Pontecchio Marconi – Bologna - Italia DAL 19 AL ... Continua
amore senza calcolo
 
Carissimi, la solennità del Sacro Cuore da poco celebrata, ci ha invitato nuovamente a contemplare un amore senza calcolo e senza logica. Senza calcolo perché ce lo dona a profusione. Senza logica perché l’amore non segue il“ragionamento” ma segue il cuore. E’ questo “senza calcolo e senza logica” che sconvolge! Gesù ci invita: “Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi…amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amato…” (Gv 13) è in quel come che, scommettiamo tutta la nostra vita, l’unica vita che abbiamo. La nostra vita cristiana e di CM per essere tale deve guardare al suo Cuore e fare come lui ha fatto. P. Dehon ce lo ricorda: “ho bisogno di contemplare il cuore di Cristo per vedere come sono stato amato e come io sono chiamato ad amare”. Ma come Gesù ci ha amato? Gesù ci ha amato per primo, senza aspettare la nostra richiesta, ci ha amato di un amore gratuito e preveniente; Gesù ha amato tutti senza distinzioni, nessuno escluso superando la logica contrattualistica: “ti amo perché tu mi ami”; Gesù ci ha amato fino all’ultimo respiro nel segno di una totale fedeltà; Gesù ci ha amato fino al gesto supremo di dare la vita: “tutto è consumato… e dal suo costato uscì sangue ed acqua…” (Gv.19); Gesù ci ha amato in un modo particolare: ci ha liberati dal peccato e ci ha dato la dignità di figli; Gesù ci ha amato con un cuore umano ma in comunione con il Padre, usando un’espressione che i giovani usano molto “ci ha amato da Dio”. Certamente non sono esaurite tutte le caratteristiche dell’amore di Gesù ma credo che siano sufficienti per vivere quel “come” senza calcolo e senza logica. Il nostro Statuto ci viene incontro e non è meno esigente e ci richiede una vita donata senza calcolo e senza logica. Faccio solo due applicazioni. In un mondo dove il possedere, l’apparire, la visibilità, l’auto referenzialità sono imprescindibili noi ci impegniamo a : “perderci per ritrovarsi in Cristo e farci con Lui ascolto, disponibilità, dolcezza, rispetto, ponte di incontro, forza unitiva…” (st. 8) In un mondo in cui molti si ergono a maestri, dove i mezzi di comunicazione la fanno da padrone nel bene e nel male, noi ci lasciamo guidare dallo Spirito come maestro interiore: “…aiutate efficacemente dallo Spirito Santo che educa il cuore degli uomini e lo mantiene nuovo nell'amore…”. In un mondo dove l’egoismo sa bene come farsi strada noi ci impegniamo: “…a presentarci contrassegnate in tutto e sempre dalla carità, segno visibile della presenza di Dio che é amore”. (St. (9). Sì, è proprio una vita senza calcolo e senza logica ma a noi va bene così! Ci pone in quel cammino di incarnazione quotidiano che inizia con il “buon giorno” detto al più prossimo e attraverso di lui salutiamo il mondo intero. Ogni nostro gesto, anche il più piccolo il più banale, diventa apertura e ci dilata all’universalità dove nulla ci è indifferente. L’amore all’umanità passa attraverso l’obbedienza alla vita. P. Elio nella sua relazione presentata all’Assemblea così scriveva: “Il cristianesimo, fattosi planetario, scorgerà questa speranza anche nell’impegno anonimo di scelte quotidiane di comunione e condivisione con cui trasforma il frammento di mondo che lo circonda. Piccole trasformazioni che si allargano nelle reti della società globale come i cerchi nell’acqua, favorendo cambiamenti su più larga scala. Diviene capacità di apertura al mondo rispondendo alla storia in una dimensione comunitaria”. Mi pare una buona sintesi per vivere una vita senza calcolo e senza logica. Ma non dimentichiamoci che: “La nostra preghiera dovrà anche scaturite dal senso profondo della nostra missione di amore e di servizio nella Chiesa e nel mondo. Sarà essa ad aiutarci a scoprire l'amore operante di Dio nella storia a fare nostre le inquietudini degli uomini e delle donne e la loro sete di speranza”. (St.65). Sarà nel silenzio della preghiera, nella contemplazione del Cuore trafitto che troveremo forza per poter uscire nella piazza e essere pellegrini con chi ci sta accanto e attraverso di loro aprire il nostro cuore alle dimensioni del mondo. Il Cuore di Cristo, fornace ardente di carità, ci benedica! In comunione Anna Maria ******************************** Carissime/i Missionarie e Familiares ho chiesto ospitalità su Vinculum per l'articolo di Don Francesco Zenna: "Vita da rigenerati", pubblicato nella rivista degli Istituti Secolari Incontro"(n.2/08). La sostanza dell'articolo ci è già stata presentata dall'autore nel corso di Esercizi spirituali predicati alla CM lo scorso anno. Però l'articolo è tanto indicativo di un rapporto di dolcezza tra noi e con tutti coloro con cui siamo o veniamo a contatto, che desidererei lo facessimo oggetto di nuova meditazione e di nuovo esame per rinnovarci o mantenerci costanti in una espressione di comportamento che ritengo espressione sostanziale della nostra spiritualità CM (cf St.Mis. n.9 – St.Fam. nn.13 e 15). E' difficile in molte circostanze realizzare questa espressione di grazia? Non me lo nascondo. Ecco perché la Liturgia della Chiesa ci invita a ripetere spesso (anche quotidianamente, se ci è possibile) una breve preghiera allo Spirito Santo per implorare il suo aiuto fecondo: "Venga, Signore, il tuo Spirito e ci trasformi interiormente con i suoi doni, crei in noi un cuore nuovo perché possiamo piacere a te e conformarci alla tua volontà". P. Albino “VITA DA RIGENERATI” (1PT 1,13-25) Il testo biblico da cui partiamo per alcune considerazioni teologiche sulla presenza del cristiano nel mondo è una lettera enciclica, circolare. Parte da Roma, dove l’apostolo Pietro risiede a guida di una comunità cristiana, e raggiunge i fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia, i cristiani dell’Asia Minore, quella che noi oggi chiamiamo Turchia. Hanno bisogno di essere confermati nella propria fede e sostenuti nella testimonianza. Nessuna meraviglia allora che la Lettera sia desunta da proposte omiletiche tenute in ambito battesimale, si configuri come una catechesi sulla rinascita e tenga sullo sfondo l’esperienza dell’esodo dell’antico popolo d’Israele. Il Battesimo infatti è il passaggio a una condizione di vita nuova con tutte le esigenze che ne conseguono. Dopo aver descritto, perciò, attraverso una benedizione, la realtà della rinascita battesimale, Pietro ne presenta le esigenze concrete. Usa l’imperativo ad esprimere una sorta di pressione sull’uditorio: mentre spiega intende anche orientare decisamente a un atteggiamento nuovo sul piano psicologico, etico e spirituale. Il brano si apre con un avverbio consequenziale: “Perciò”. Quanto sta per annunciare è in logico sviluppo con quanto affermato precedentemente. Come a dire: «Poiché siete stati rigenerati dalla misericordia del Padre, poiché possedete una vita nuova in Cristo, poiché abita in voi la potenza dello Spirito Santo, “perciò” dovete esprimere questa nuova identità con una condotta coerente. Per la vostra nuova identità si impongono alcuni imperativi». Chiamati alla speranza Il primo è un imperativo alla speranza. Prende le mosse da un atteggiamento mentale: “Dopo aver preparato la vostra mente all’azione”; letteralmente si potrebbe tradurre con: “Dopo aver cinto i fianchi della mente”. È suggestiva questa immagine. La veste lunga è d’impaccio quando si deve camminare o lavorare o combattere; perciò la si cinge ai fianchi. Nel nostro caso i fianchi sono quelli della mente: ci si deve disporre mentalmente ad accogliere il Signore, ad andare incontro a Colui che viene. Si tratta di mettere in opera tutta la nostra intelligenza, con la nostra capacità di discernimento, per arrivare a sperare in modo perfetto. Lo sfondo è quello dell’esodo, dicevamo. Quel cingere i fianchi infatti fa venire in mente la notte dell’uscita dall’Egitto quando gli Israeliti sono stati invitati a “cingersi i fianchi” e a mangiare in piedi l’agnello pasquale, pronti per la partenza (Es 12,11: “Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano…”). Uno sfondo pasquale che ben si addice alla celebrazione del battesimo. Anche il battesimo è una pasqua, un passaggio. Tuttavia questo passaggio non è fisico, geografico, ma mentale (dai fianchi del corpo ai fianchi della mente): la vita cristiana richiede una trasformazione della mente (una metànoia) e da essa una prontezza a partire lasciando le sicurezze acquisite per andare verso nuove mete. La prima Lettera di Pietro concepisce infatti la vita cristiana un andare incontro al Signore nella speranza. Sperare, di conseguenza, significa vivere secondo un certo stile di vita che anticipa il futuro. La speranza cristiana è dunque una vita nuova iniziata dall’esperienza e dalla scelta battesimale. Essa consiste in una tensione verso il dono della grazia, cioè della benevolenza e dell’amore del nostro Dio che salva. Questa grazia ci sta venendo incontro (“che sarà data, portata”) ma domanda una disponibilità, una prontezza, una docilità. Chiamati alla santità Dopo l’invito alla speranza la seconda esortazione è alla santità. Santità intesa come stile di vita coerente con la vocazione ricevuta. Anche qui una premessa. Consiste nell’obbedienza alla nuova situazione di rigenerati che rompe gli schemi del conformismo, cioè dell’adeguamento alla situazione imperante. Lo sfondo è sempre quello dell’esodo. Agli Israeliti, giunti ai piedi del Sinai, viene chiesto l’ascolto obbedienziale: “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà fra tutti i popoli (…) voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6). Chi ha ricevuto il battesimo ha aderito alla fede accogliendo il vangelo. Questa adesione alla fede, avvenuta nel battesimo, chiede di essere vissuta nel contesto quotidiano in termini di coraggioso anticonformismo e di progressiva santificazione. Non ci si deve schematizzare al modo di vivere pagano, né alla logica che guida il mondo. Gli schemi mentali devono essere differenti poiché i cristiani hanno cinto i fianchi della mente e hanno posto altrove la speranza. Il passato costituisce sempre una potenza seducente e una costante minaccia, perciò l’impegno al non conformismo deve essere sempre vivo e va di pari passo con l’impegno alla santità. Più che a descrivere in che cosa consiste questo impegno per la santità, Pietro si preoccupa di ravvivare lo slancio nel conseguimento dell’ideale, e allora presenta la santità di Dio. Non una santità astratta e lontana. La santità infatti è il volto con cui Dio si rivolge al mondo, è l’intima essenza di un Dio che vede la condizione dei figli di Israele e se ne prende cura. Allora là dove Dio si fa presente e si rivela, la santità è sperimentabile. L’invito alla santità è invito a permeare tutta la propria condotta di questa consapevolezza: Dio c’è, Dio mi ama, Dio è presente nella mia storia personale. L’etica cristiana è conseguenza di una scoperta, quella della santità di Dio. Chiamati al timore del Signore I versetti 17-19 introducono due verità a fondamento di un altro imperativo, quello al timore del Signore; le verità sono la paternità di Dio e il sacrificio cruento di Cristo. La paternità di Dio non istituisce una condizione di privilegio, non autorizza ad abbassare la guardia (Satana se ne è servito come una tentazione nei confronti di Gesù: “Se tu sei figlio di Dio…”). Dio come Padre giudica con verità, guarda non l’aspetto ma il cuore, non fa preferenze di persone. Di fronte a questa paternità nasce la fiducia ma non si rallenta l’impegno alla santità, anzi viene istituito l’atteggiamento del timore (il timore di Dio), che non è terrore o paura ma riconoscimento della sua sovranità; è il timore filiale. Esso, dice Pietro, è ancor più necessario nella condizione di “pellegrinaggio”, cioè di instabilità, di diaspora in cui vive il cristiano: aggancia all’amore reverenziale di un Dio che ha cura dei suoi figli. Questa cura viene espressa dal sacrificio dell’agnello. Il brano si fa denso. Sempre in parallelo con l’esodo dall’Egitto e con la pasqua ebraica, la catechesi battesimale di Pietro ricorda alla coscienza dei battezzati, dei rinati, il caro prezzo della loro libertà. La profezia di Isaia (Is 53,3: “Senza prezzo foste venduti e senza danaro sarete riscattati”) si è compiuta: “Non a prezzo di cose effimere come l’argento e l’oro, siete stati liberati…”. Ma a compimento di questa profezia il testo aggiunge una novità sorprendente: “… ma con il sangue prezioso di Cristo”. Anche questa seconda verità introduce l’atteggiamento del timore. I cristiani sono stati liberati da una condotta di vita effimera, inconsistente, da una eredità vuota, da un vivere del tutto superficiale. Ne deriva stupore e gratitudine ma anche timore, cioè riverenza, rispetto, gratitudine. Il concetto del sangue prezioso viene approfondito dall’autore con l’immagine dell’agnello. Pensiamo alla notte dell’esodo, pensiamo all’agnello pasquale, pensiamo all’agnello di cui profetizza Isaia che si lascia condurre al macello senza proferire parola. Gesù è tutto questo: il suo sangue ci salva dalla morte (come il sangue posto sugli stipiti delle porte); il suo sangue ci libera dal peccato (come l’agnello che porta su di sé i peccati del mondo); il suo sangue ci manifesta l’immenso amore di Dio che sulla croce si dona fino all’ultima goccia. Chiamati all’amore fraterno Il quarto imperativo di questo brano è relativo all’amore fraterno. Esso giunge come una logica conseguenza degli imperativi precedenti, perché una vita che si apre a Dio nell’obbedienza e si lascia purificare è in grado di sintonizzarsi con la sua vita d’amore. Lo scopo a cui tende tutta la nuova vita dei rigenerati è specificatamente “l’amore fraterno”. Viene usato il termine “philadelphia”; in ambito pagano indica l’amore tra fratelli e sorelle in senso proprio, nel Nuovo Testamento indica l’amore tra i fratelli e le sorelle di fede. In questo brano questo amore fraterno si caratterizza per una serie di qualifiche: in primo luogo deve essere senza alcuna falsità e ipocrisia, quindi leale e sincero; poi deve venire dal cuore, fonte di ogni desiderio, pensiero, sentimento, non può essere amore volontaristico; la terza qualifica è la reciprocità: deve essere degli uni verso gli altri; infine deve avere la capacità di resistere nelle avversità. In sintesi potremmo dire che l’amore è fraterno se è sincero, cordiale, vicendevole e durevole. Importante anche qui scorgere la motivazione. Perché tale amore? Perché i cristiani sono veramente fratelli a nuovo titolo, in quanto rigenerati dal seme incorruttibile della parola di Dio, viva ed eterna. L’imperativo dell’amore si fonda sull’indicativo della grazia, vista qui come rigenerazione della parola divina, creatrice di fraternità. Per noi… Il messaggio globale del testo risulta chiaro: per chi vive in condizione straniera, ed è tuttavia libero e riscattato a caro prezzo, la vita nuova generata dalla Parola di Dio deve svilupparsi come speranza, santità, obbedienza e responsabilità; soprattutto deve generare amore fraterno, intenso e sincero, senza ipocrisia. La speranza è davvero il primo e fondamentale atteggiamento del vivere cristiano. Si sostanzia di fede nell’azione salvifica di Cristo che ha dato un orientamento definitivo alla storia perché in essa si riveli e venga portato a compimento il Regno di Dio. Non è automatico, chiede sobrietà, vigilanza, disciplina mentale. Esige di avere “cinti i fianchi della mente” per orientare tutta la propria tensione spirituale nell’attesa di Gesù Cristo. Bisogna mettere all’opera la capacità di discernimento, senza cedere alle mode o alla pigrizia mentale. Il Concilio (LG 49) ci ha ricordato che la vocazione alla santità appartiene di diritto a tutti i battezzati. In “Novo Millennio Ineunte” Giovanni Paolo II scrive: “Se il battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del Suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?»”. È chiaro che questo discorso assume una rilevanza maggiore per un consacrato. Il “timor di Dio” è un dono dello Spirito di cui ha fortemente bisogno il cristiano di oggi. Non si tratta di paura ma di consapevolezza che il Padre nostro è Dio, non un idolo che possiamo condizionare o manipolare. Domanda ascolto e obbedienza, fiducia al di là delle apparenze, si sostanzia di umiltà e pazienza, dà ragione davanti al mondo della nostra libera e totale donazione al “signore” della vita e della storia. Il segno più eloquente della nuova vita che abita la comunità cristiana resta l’amore fraterno. “E’ realizzando questa comunione d’amore – scrive Giovanni Paolo II in “Novo Millennio Ineunte” – che la Chiesa si manifesta come “sacramento”, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG,1). Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile”. A questo pensiero ha fatto eco Benedetto XVI con la sua prima enciclica “Deus caritas est”. Don Francesco Zenna §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§ Lúcia ha partecipato alla Pentecoste missionaria organizzata dal Segretariato delle Missioni scj della provincia settentrionale. Riportiamo la riflessione che ha offerto ai partecipanti. LAICI IN MISSIONE “Diede loro potere e autorità”: il ruolo e servizio specifico della donna in missione” Introduzione: Quando ho guardato il tema proposto per la nostra riflessione di oggi, e soprattutto per la parte che tocca a me, la prima cosa che mi è venuta spontanea è stato di pensare che le parole «potenza e autorità» non combinavano bene con la ricerca del ruolo e servizio della donna in missione. Potenza e autorità , nel linguaggio e nel pensiero della nostra cultura si presentano allo stesso tempo cose troppo ambite e/o troppo esorcizzate. Anche da parte delle donne. Allora che percorso intraprendere? Certamente quello della limpida e sconvolgente forza della Parola che ci porta a smontare tutto un pensiero per costruirne un altro con altre base e altre premesse. 1.La pericope di Luca, 1-9: «...chiamò a sè i Dodici...» Possiamo dire che in questi Dodici è già la comunità, la chiesa stessa, che è inviata. Tutta la Chiesa (Vescovi, Sacerdoti, Religiosi e Laici), come vero Israele obbediente è inviata in potenza e autorità. «diede loro potenza e autorità» Facciamo rapidamente un piccolo excursus per capire che potenza è questa che il Signore dà alla sua Chiesa. (Capire in modo adeguato il senso di questa parola può evitare tante ambiguità nel modo di percepirsi e di attuare della Chiesa e di ogni cristiano). La «potenza» (dýnamis) che Gesù dona ai suoi discepoli (cfr. 24,49) è la potenza dello Spirito di Dio che a lui è propria...con la quale vince il male e cura i malati. Lc. 24, 49: «E io manderò su di voi quello che il padre mi ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Atti, 1,8: «...ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra». Altri testi in cui si vede il legame tra Spirito e potenza: Lc.1,35:«le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderá la sua ombra la potenza dell’Altissimo...» Lc.4,14: «Gesù ritornò in Galilea [dopo le tentazioni] con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione». Possiamo tirare allora una prima conclusione: la potenza della chiesa, la nostra potenza di semplici laici, la nostra potenza di donne, non è altro che questa abbondanza dello Spirito, dono della Pasqua che Dio dà «senza misura», come ci ricordava in questo tempo pasquale il vangelo di Giovanni (3,34). Veniamo adesso all’altra parola di questo primo versetto, la parola «autorità». Anche adesso faremo una rapida raccolta di testi dove si può cogliere il senso evangelico di questo termine. Lc. 4, 32: «Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perchè parlava con autorità». Lc. 4,36: «Tutti furono presi da paura e si dicevano l’un l’altro: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”». Lc. 10, 19: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare». Possiamo dire che l’autorità (exousia) di Gesù è/scaturisce della densità della sua persona, del suo mistero di Figlio del Padre, abitato della «potenza dello Spirito». L’autorità che Gesù dona ai suoi discepoli e alle sue discepole è la potenza (dono dello Spirito, non lo dimentichiamo) «su tutti i demoni», è in contrapposizione a quella di satana, è un’ autorità che dà a loro il potere di rovesciare le logiche del mondo. E scaturisce da una fede autentica che genera una vita coerente, che genera persone con autorevolezza. 2. Il ruolo e servizio specifico della donna in missione. Quanto abbiamo detto finora, in senso ampio e generico, potrà illuminare quanto mi chiedete sul ruolo specifico della donna in missione? Parto della mia esperienza di donna, di laica, di discepola, di missionaria...Penso che, eccezione fatta per i compiti del ministero ordinato (che non metto qui in discussione), non ci siano ruoli o servizi specifici della donna nella Chiesa e neanche in missione. Tutti i campi dell’evangelizzazione, della catechesi, della promozione umana, della testimonianza – con i servizi e gli ambiti in cui questi campi si concretizzano – possono essere fatti da uomini o da donne secondo la competenza di ciascuno/a. Questo vuole dire che non c’è proprio nessuna specificità? Non. Però, per me, questa specificità va cercata più nella qualitá e nello stile di una presenza e non nella diversità dell’operato. Penso che dall’essere della donna può scaturire per tutta la Chiesa (e anche per quelle di prima evangelizzazione, dove i modelli di cristiane non sono ancora molte e in contesti in cui la donna è ancora molto subalterna) alcune provocazione, alcuni stimoli importanti. Lo stimolo della reciprocità uomo-donna. Tutti gli psicologi ci dicono (e noi lo sperimentiamo ogni giorno) che la relazione più difficile da vivere è quella della relazione paritaria...e con questa difficoltá si prendono anche tante di quelle questioni che turbano oggi il vissuto ecclesiale. La relazione uomo-donna non è certamente l’unica relazione paritaria, ma fa appello ad una dimensione di reciprocità che puó arrichire non solo il percorso esistenziale delle persone ma anche il tessuto ecclesiale in sè stesso. E penso che la donna si incontra oggi in una posizione favorevole per gioccarsi in questa reciprocità. Personalmente devo dire che su questo aspetto ho fatto una esperienza molto bella. Nel mio lavoro col Vescovo ho toccato con mano «la feconda interazione uomo-donna, realizzato in un clima di effettiva parità (nonostante l’assimetria delle funzioni); a volte ho proprio sperimentato (anche con una certa meraviglia) come il ministero del Vescovo potesse essere arricchito del dono della mia femminilità». Lo stimolo a vivere l’accoglienza...a creare spazi di accoglienza in sè stessa, nella casa, nel mondo. A capire che «l’accettazione è qualcosa di tanto importante quanto il dono». Questo porta a lasciare che le cose, le persone, le culture vengano, prendano posto, si radichino in noi... ad ampliare ogni giorno la nostra tenda...a renderla abitabile e goiosa...Accogliere vuol dire anche ascoltare. Mi ricordo dei miei primi viaggi in Guinea e della fame di ascolto che ho trovato in alcuni missionari...grandi imprenditori...soli...con una fame insaziabile di raccontare... Importante anche sapere coniugare la Casa e il Mondo...Aprire la Casa alle dimensione del Mondo...ma portare nel Mondo la dolcezza della casa. Nonostante la piccolezza del nostro gruppo l’abbiamo definito «Un centro CM nell’Africa occidentale»... e abbiamo cercato di farlo diventare luogo di scambio, di incontro, di irradiazione e di attrazione, un piccolo laboratorio inter-culturale...La casa e l’accoglienza mi porta anche a parlare di intimità che nel dire di qualcuno «è l’ interiorità che si offre per continuare a essere interiorità». (M.Z.) Senza una scelta chiara e decisa di interiorità è impossibile l’intimità della persona o della casa che l’accoglienza richiede. Non dico che tutto questo è patrimonio acquisito delle donne ma credo che proprio partendo dell’esperienza del suo proprio corpo siano più protese a costruire questi spazi vitali e a difenderli delle aggressioni a cui sono sottomessi. Essere o fare? Discrezioni o visibilità? Certamente la questione non si pone in termine di questo o quello...ma senz’altro un’accentuazione diversa c’é o può esserci. La tentazione del fare (qui o là...) è sempre in agguato. Qui perchè la vita é molto complessa...là perchè tutto è ancora agli inizi e le necessità sono tante...(La tentazione di fare opere materiali, costruzioni di pietra...quante volte ho ascoltato questa espressione a riguardo di alcuni missionari: «non sono capaci di stare senza cemento in mano...»; o anche l’atteggiamento di alcuni volontari che hanno troppa fretta e pensano di salvare l’Africa in 15 giorni...io gli chiamo «i samaritani neofiti del terzo mondo). E qui e là la medesima tentazione di giudicare di noi stessi/e e di quel che facciamo per la visibilità che si ha o che ci è donata. A me sembra che anche in questo dilemma ci può essere uno stile femminile che dà la sua preferenza alle dimensione nascoste dell’essere. Come specificità, come contrappeso e come provocazione. Il rapporto della donna col tempo. Tutti – uomini e donne - abbiamo un rapporto col tempo, una volta che siamo come che immersi in esso...ma certamente il rapporto della donna col tempo è molto specifico... (basta pensare al suo ciclo mestruale, o alla maternità...). E queste esperienze esistenziali provocano una diversa percezione e atteggiamenti diversi nei confronti di questa dimensione del nostro vivere storico. A me sembra che la donna ha una sua capacità propria di auscultazione del ritmo del tempo dalla quale derivano preziosi atteggiamenti. Per esempio: la sua capacità di restare, di rimanere; la sua pazienza (=perseveranza attiva, calma nello svolgimento di ogni impegno...anche quando è difficile o quando esige molto tempo); e soprattutto la sua capacità di attesa. Tutto questo mi sembra molto importante in un contesto come è quello della missione (specificamente in Africa) dove si richiede un sguardo di speranza che sa fare i conti con tempi lunghi, molto lunghi... Questo aspetto si poteva anche associare al Mistero dell’Incarnazione...un Dio che prende carne nel e del corpo di una donna...che nasce piccolo...che lascia passare più di trent’anni prima di iniziare una vita in cui la parola e la visibilità prendono evidenza... La donna tessitrice di fili. Una volta ho trovato una espressione che mi è molto piaciuta...forse perchè sono cresciuta sotto il telaio...«Natale è un Dio che tesse fili. Da quando è nato tra noi tesse fili, mette in comunicazione storie. Dentro l’umanità» (don Angelo Casati). Io l’ho assunto come um programma di vita: tessere fili...mettere in comunicazione storie...dentro l’umanità. Tutti possono prendere posto a questo telaio – uomini e donne – ma trovo ancora una volta che questa dimensione artigianale si confà piú con il ruolo della donna nella società e nella Chiesa...e oggi soprattutto nel tessere fili di vita che vanno da uno all’ altro continente... Raccontare... intrecciare... scegliere i fili più appropriati, più belli, sapere approfittare anche quelli esili o consumati...non è l’arte di una donna? La donna mediazione vivente. Voglio terminare evocando, con molta cautela, la parola Amore. L’amore ci orienta verso ciò che si desidera e non si ha sotto la forma del possesso. In questo senso non è inanzittutto un sentimento ma un orientamento. Un orientamento che ci porta a cercare ovunque delle mediazioni, delle situazioni di raccordo, delle connessioni che mettono in rapporto parti che sono lontanissime fra loro. L’amore mira alla comunione (usando una parola così cara alla spiritualità della CM). Mira ad essere in mezzo come l’Emanuele. A colmare i vuoti, gli spazi di assenza. A rendere saldamente connesso l’insieme delle nostre realizzazioni. In questo senso l’Amore è una potenza ma, dobbiamo esserne consapevoli/e che è una potenza negata e misconosciuta in un contesto culturale in cui prevalgono le mitologie della libertà e del potere dei diritti. Saranno le donne, cresciute e radicate in un fecondo humus evangelico, capaci di lasciarsi «travolgere», ancora oggi, da questa potenza dell’Amore? Forse sì. E allora le vedremo a costruire passaggi, a prendere sul serio la dimensione della relazionalità, rendendosi loro stesse mediazioni viventi. Aiutando a traghettare la nostra Chiesa e le nostre Chiese (del Nord e del Sud del mondo), ancora troppo segnate da contrapposizioni – Cielo/Terra; Spirituale/Materiale; Clero/Laicato; Contemplazione/Azione; Evangelizzazione/Impegno nel mondo – ad una sponda più armonica e più piena di vita vera. Maria Lúcia Amado Correia %%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%%% Dal 29 febbraio al 7 marzo 2008 un viaggio di conoscenza nella Terra di Gesù. Attualmente Israele e Palestina. Un gruppo di 43 persone, una ventina dell’Agesci Toscana – Pattuglia Terra Santa e l’altra ventina di Pax Cristi. Un viaggio all’insegna della conoscenza delle piccole comunità cristiane presenti attualmente su questo territorio martoriato. RACCOGLIERE I SEGNI DI SPERANZA IN TERRA SANTA “Ponti e non muri” Il muro di 700 km che vorrebbe dividere i territori Israeliani da quelli Palestinesi è davvero emblematico di una situazione estremamente difficile. Il rosario recitato al muro di Betlemme e la Via Crucis con le comunità di Betlemme l’1 marzo 2008 (in ricordo della posa della prima pietra l’1 marzo 2004) è stato un segno ed un desiderio di gettare alcuni ponti di solidarietà con le piccole comunità sparse su questa terra dove Gesù si è incarnato e si incarna ancora con tutte le persone che soffrono. Anche la presenza di alcuni di noi al checkpoint il mattino presto per conoscere la realtà di migliaia di palestinesi che devono passare varie ore per passare da Betlemme a Gerusalemme per lavorare (3 ore di attesa ogni mattina e tre ore ogni sera per un lavoro non sempre sicuro) è stato un piccolo ponte di solidarietà. Volti e testimonianze L’incontro con tante persone che vivono in questa terra condividendo in pieno la vita difficile di questi popoli. A Betlemme le sorelle del “Caritas Baby Hospital” un servizio ai bambini iniziato fin dal 1952 e che continua ad andare avanti con l’aiuto della Provvidenza. La dedizione e l’impegno per tanti bambini prevalentemente palestinesi di Betlemme e dintorni. Tante altre comunità religiose che si dedicano instancabilmente alla cura dei bambini e delle madri in un contesto difficile. Le comunità cristiane che ci hanno accolto e con le quali abbiamo condiviso un poco della loro vita. Alcuni di noi sono andati a messa con la comunità Melkita a Betlemme ed il giorno dopo abbiamo conosciuto Geries un cristiano melkita che vive al confine con il Libano dove abbiamo visto il suo villaggio distrutto (Bar’am) ed ascoltato la storia di 520 villaggi palestinesi distrutti allo stesso modo. Con lui abbiamo capito quanto le comunità dei pellegrini che vengono a conoscere questa terra abbiano bisogno di conoscere e manifestare la solidarietà con le persone e le comunità cristiane che lottano e soffrono per riuscire a ritornare alla propria terra. A Nazaret la comunità dei piccoli fratelli di Charles De Focauld dove un tempo di adorazione silenziosa e le parole di Fratel Mario ci hanno fatto cogliere il valore di essere come Fratel Charles fratelli e sorelle universali. A Aboud il Parroco ci accoglie e ci fa conoscere la realtà della comunità parrocchiale e della scuola attigua… Nel frattempo alcune di noi vanno a Eil Karim dove è presente una comunità Dossettiana con 3 monaci e 7 monache. In questo villaggio palestinese di 2500 abitanti sono presenti circa 200 cattolici latini e 250 ortodossi. Partendo da questo villaggio si arriva velocemente a Ramallah (10 minuti di macchina) dove visitiamo il centro musicale per la Pace “Al Kamandjâti” e consegniamo gli strumenti musicali che abbiamo con noi (circa una ventina tra violini e clarinetti). Ci accoglie Ramzi Abu Redwan ed il suo staff. Poco distante la comunità Melkita dove incontriamo Resy con la sua comunità che segue il “Progetto ricamo Palestinese” che aiuta le donne. Resy è italiana ed è presente da più di 50 anni in questa terra. A Taybeh, antica Efraim conosciamo P. Red, parroco di questa comunità interamente cristiana dove si trovano anche le suore di tre diverse congregazioni. P. Red sta riuscendo a dare un certo sviluppo al villaggio con le sue iniziative creative tipo la colomba della pace con l’olio della Palestina, la birra tipica di questo luogo, e tante altre iniziative molto interessanti. Quasi tutto il gruppo attraversa il deserto per arrivare a Jericho dove conosciamo P. Feraz ed un gruppo di scout con i quali si danza insieme e si vive un pomeriggio molto animato. Tornando di nuovo a Gerusalemme veniamo ricevuti dal Patriarca Latino Michel Sabbah che ci rende partecipi della situazione drammatica della popolazione di Gaza. Ci incontriamo anche con P. David Neuhaus Gesuita ebreo convertito al cristianesimo. All’inizio dell’incontro veniamo a conoscenza dell’attentato a Gerusalemme e della morte di 7 giovani… P. David ci parla della situazione e del suo lavoro e nonostante la situazione drammatica ci trasmette un senso di speranza molto vivo. Ci parla anche della sua partecipazione ad una organizzazione per la difesa dei diritti umani B’tselem di cui fa parte e della sua partecipazione costante ad 1 ora silenziosa settimanale con le Donne in Nero a Gerusalemme contro le ingiustizie nei territori occupati. Tanti piccoli segni di speranza Mentre passiamo in rassegna tanti volti e tante storie molto più ricche del racconto fatto, ci vengono alla mente altre realtà altrettanto significative. Varie organizzazioni operanti sul territorio con le persone che cercano di lavorare per la pace ed i diritti umani: Icahd per la ricostruzione delle case distrutte; Operazione Colomba; Jerusalem Center for Women; Bat-Shalom ecc…. La nostra presenza viene percepita come un possibile ponte di solidarietà e la possibilità di dare voce a chi non ha voce. Soprattutto viviamo la gioia della condivisione con la realtà attuale e la possibilità di capire meglio la complessità della situazione. Visitiamo anche i luoghi santi e Gerusalemme nei punti più importanti come il muro del pianto e la spianata delle Moschee ma tutto questo senza gli incontri con le persone non sarebbe stato la stessa cosa. Il cuore è pieno di gratitudine ma lo stomaco fa faville forse per le spezie ma anche per il pensiero delle sofferenze e della violenza che ancora non accenna a diminuire… Così si ritorna a vivere la perquisizione che ci è toccata alla partenza all’Aeroporto di Brescia e che prevediamo anche a Tel Aviv prima di ritornare. Segno di una tensione che non accenna a diminuire e che chiede impegno e soprattutto preghiera come ci diceva Michel Sabbah. Martina Cecini ********************************** ELISABETTA CI SCRIVE Carissime Sorelle Missionarie e Familiares della Compagnia Missionaria del S. Cuore e cari Fratelli che vi trovate a Bolognano, durante la settimana Santa, meditando e riflettendo sui misteri della Passione di Gesù, contemplavo il suo volto e in questo volto di Cristo vedevo tutti i fratelli e sorelle della nostra famiglia che stanno vivendo situazioni difficili di salute, ma anche tanti altri che neppure conosco. Gli occhi erano fissi su quegli occhi che mi rivelavano tanto amore. Amore per l’umanità sofferente, amore per i lontani, amore per chi è ingrato o rinnega questo grande amore che Dio Padre ci ha donato tramite Gesù, suo Figlio. Sono stata particolarmente colpita. Da tempo mi sto nutrendo della preghiera dei Salmi e della Parola di Dio e mi aiutano a guardare con serenità gli anni che passano per captare meglio quanto sia importante prepararmi nella gioia all’incontro con il Signore, unico traguardo che tutti dobbiamo raggiungere e per gestire con attenzione ogni giorno che mi viene regalato, perché sia vissuto nella giovinezza del cuore e nella consapevolezza che tutto il tempo che la Provvidenza vorrà ancora accordarmi, sia donato nell’attenzione a chi mi passa accanto, offrendo quanto di più prezioso e sereno la vita mi ha donato fin qui...... L’avanzare negli anni non è solo “limiti” anche se questi ci sono, e tanti; non è neppure sempre malattia. E’ la condizione normale da cui siamo obbligati tutti a passare, anzi è una conquista: di anni, di esperienze, di maturità, di affetti, d’amore dato e ricevuto.....conquista che ha come alternativa di morire anche giovani. Credo che si debbano creare in noi le condizioni perché l’avanzare degli anni sia apprezzata come “cosa buona”, non guardando a noi stessi come “mutilati”, ma come persone compiutamente realizzate con tutti gli aspetti concreti positivi e negativi, coscienti che nella società, nella Chiesa, nella vita, cambiano i modi di essere, ma non i valori di essere… Allora si potrà dire, che ”l’autunno è la nostra primavera” , un’espressione questa che invita ad elevare al Signore del tempo e dell’eternità non solo il canto liturgico, ma anche quello della vita umana, la lode delle nostre esperienze quotidiane con i loro sorrisi e le loro gioie, le loro grazie e i loro successi, l’amarezza delle lacrime segrete e la forza delle loro speranze la liturgia delle loro età, che ricama la trama di ogni vita e di tutte le nostre vite. In parole più semplici, è bello cantare al Signore con la nostra vita, per averci creato, per tutti i doni che ci ha fatto e che continua a farci, per le cose buone e anche per gli errori che, riconosciuti, ci hanno aiutato a crescere... Certo la sfida non è di un momento, ma di ogni giorno. Inizia da lontano: i buoni frutti dell’età avanzata si seminano nella giovinezza in poi, con un impegno costante su due fronti: non sottovalutando l’anzianità, ma pensando ad essere positivo, coltivando gli atteggiamenti che permetteranno di affrontare e vivere in pienezza gli anni che passano, insomma guardare ai limiti per abituarci ad accettarli, ma soprattutto preparare e vivere i valori cristiani. Ecco che l’andare verso il Signore, è gaudio e grande pace ed offre anche la possibilità di colorare le proprie giornate con la preghiera, con il ricordare tutta la gratuità di cui il Signore ci ha fatto dono, e se pur i momenti difficili possono essere stati tanti, che i problemi non sono mancati, e anche vero che di cose belle e buone ce ne sono state tante e si sono godute. Allora davvero il tempo dell’anzianità diventa un tempo per fare “memoria”, per disporci ad un grazie sincero al Signore per tutta la sua gratuità, per essere sempre stato con noi e per continuare ad essere nostro compagno di viaggio, anche quando non l’abbiamo riconosciuto. Grazie, Signore, che ora mi permetti di guardarti e fissarti negli occhi e di penetrare nel tuo cuore, sprofondandomi e abbandonandomi a Te. Nel Tuo cuore, trovo rifugio sicuro, dolcezza, tenerezza, pace e tutta la tua bontà e santità di cui ne sento tanto bisogno, bisogno di imitarti, di abbandonarmi a Te, di fidarmi sempre e non avere paura di nulla. Penso sia la cosa più bella andare incontro alla luce, andare incontro a te con questi miei poveri sentimenti di lode e di riconoscenza, a te che sei il mio Padre, il mio Dio, il mio sposo, il Signore dell’eterna giovinezza. Alleluia! Alleluia! Amen! Concludo salutando caramente tutte le sorelle e i fratelli, che personalmente non riesco ad incontrare. Auguro a tutti tanto bene e buona salute. Assicuro a tutti la mia preghiera , e vogliamo andare avanti in comunione, certi che un giorno ci incontreremo tutti uniti con il Signore Gesù, nostro unico Salvatore.. Vi saluto nel Cuore di Gesù. Elisabetta Todde ################################### Due avvenimenti importanti coinvolgono il Mozambico: la celebrazione del 40° di presenza in questa amata terra e l’inaugurazione del centro Napipine – Nampula. Riportiamo il programma di questi due avvenimenti e accompagniamo, con la preghiera di lode e ringraziamento, la CM che vive e opera in questa terra. PER FARE MEMORIA DI UNA PRESENZA SIGNIFICATIVA IN TERRA MOZAMBICANA Dal 20 al 28 luglio 2008 al Gurué- Noviziato SCJ Domenica 20 luglio – arrivi del gruppo di Maputo a Nampula Lunedì 21 luglio – viaggio del Gruppi da Nampula per il Gurué e di Gina da Quelimane per il Gurué. P. Domingos Marcato scj si farà trovare direttamenteal Gurué. Inizieremo il Corso con la cena. Dopo cena organizzazione e orario dei giorni con P. Domingos. Martedì e mercoledì, 22-23 luglio – due giorni di riflessione su Spiritualità Dehoniana com P. Domingos Marcato scj. Giovedì 24 luglio – mattino, organizzazione e orario con P. Saraiva e prima presentazione del tema: Lettura della realtà attuale del Mozambico e nostre possibili risposte agli appelli alla luce della spiritualità Dehoniana. Nel pomeriggio alle ore 14 Pellegrinaggio a Milevane alle 17 Celebrazione eucaristica cena con la comunità scj e rientro al Gurué. Venerdì 25 luglio – continuazione della riflessione con p. Saraiva. Sabato, 26 luglio al mattino pellegrinaggio a Namarroi guidato da Irene. Celebrazione Eucaristica e pranza a Namarroi. Rientro al Gurué nel pomeriggio. Dalle 17 all’ora della cena – inizio dello svolgimento del tema concordato con i due gruppi. Domenica 27 luglio – nella mattinata continuazione dei lavori; nel pomeriggio proseguimento dei lavori alle 17 Celebrazione Eucaristica e convivio con la comunità scj. Lunedì 28 luglio – rientro a Nampula e a Quelimane. @@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@ COMPANHIA MISSIONARIA S.C.J. Bairro Napipine Nampula Tel. 00258 26240053 ALLA PRESIDENTE DELLA COMPAGNIA MISSIONARIA DEL SACRO CUORE E AL SUO CONSIGLIO Oggetto: Inaugurazione Centro Culturale Napipine Carissime, Stiamo arrivando alla fine del completamento della struttura di questo Centro che ha coinvolto nella sua programmazione e nel finanziamento la Compagnia Missionaria e la solidarietà di varie persone e gruppi anche attraverso la nostra Onlus –Guardare Lontano. In Agosto prossimo, approfittando della presenza dei volontari dell’associazione portoghese che fa capo ai Dehoniani e della presenza di P. Aderito scj che è presidente dell’associazione e quest’anno eccezionalmente accompagna il gruppo, in collaborazione con il gruppo degli amici della CM di Nampula, che festeggiano 10 anni di esistenza, e, ricordando il nostro 40° di presenza in Mozambico. pensiamo di mettere in atto alcune iniziative di carattere formativo - culturale. Tra le altre iniziative il 9 agosto è stato programmato un ritiro che sarà vissuto da noi, dal gruppo degli amici CM di Nampula e dai volontari, ed il 16 agosto l’inaugurazione vera e propria che coinvolgerà anche la nostra parrocchia di Napipine, “S. Pedro”. Desideriamo farvi partecipi di questo evento e ci affidiamo a Maria nostra Madre Guida e Custode ed alla vostra preghiera. In comunione. Nampula, 31 Maggio 2008 Il gruppo di Nampula ********************************** Ricordando il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, 30 anni fa, da parte delle Brigate rosse, pubblichiamo questo piccolo testo di un suo articolo del 1977, che possiamo trovare nel libro di AGNESE MORO, Un uomo così. Ricordando mio padre, BUR, Milano 2008, pp.191-192. LA PRESENZA E LA CONSISTENZA DEL BENE ATTORNO A NOI «Si può dire ancora oggi, malgrado tutto, che la realtà sia tutta e solo quella che risulta dalla cronaca deprimente, e talvolta agghiacciante, di un giornale? Certo il bene non fa notizia. Quello che è al suo posto, quello che è vero, quello che favorisce l’armonia è molto meno suscettibile di essere notato e rilevato che non siano quei dati, fuori della regola, i quali pongono problemi per l’uomo e per la società. Ma questa ragione, per così dire, tecnica, questo costituire sorpresa, questo eccitare la curiosità non escludono certo che, nella realtà ci sia il bene, il bene più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione. Penso all’immensa trama di amore che unisce il mondo, ad esperienze religiose autentiche, a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani, a forme di operosa solidarietà con gli emarginati ed il Terzo Mondo, a comunità sociali, al commovente attaccamento di operai al loro lavoro. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Basta guardare là dove troppo spesso non si guarda e interessarsi di quello che troppo spesso non interessa. [...] Il bene, anche come restando sbiadito nello sfondo, è più consistente che non appaia, più consistente del male che lo contraddice. La vita si svolge in quanto il male risulta in effetti marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza dei valori di accettazione, di tolleranza, di senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste contestazioni». Aldo Moro wwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww Offriamo alla vostra lettura un testo di Carlo Maria Martini sulla preghiera di Intercessione che ci pare significativa e aderente alla nostra realtà. «Ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano», scrive l’arcivescovo emerito della diocesi ambrosiana. Il testo che pubblichiamo è la «lectio» da lui tenuta alla Hebrew University di Gerusalemme, lo scorso 3 gennaio La preghiera di intercessione appare come un non-senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile. Essa non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona. È una conseguenza della legge della mutua appartenenza e mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano «Le parole di Etty Hillesum, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. È sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: 'Dov’è tuo fratello Abele?' Concetto espresso anche dallo staretz Zosima, nei Fratelli Karamazov'» I FRATELLI KARAMAZOV È forse il romanzo più significativo di Dostoevskij. La sua pubblicazione avvenne nel 1879-1880. La trama: Fëdor Karamazov è un padre cinico, avaro, egoista, dominato dalla lussuria. È rimasto vedovo, ma indifferente verso la funesta sorte delle mogli. Ha tre figli: il passionale Dimitri, che un po’ gli assomiglia anche se è molto più problematico del padre, il razionale, euclideo, colto, ateo Ivan, il religioso e buono Alësa. Mentre Dimitri è figlio della prima moglie, Ivan e Alësa lo sono della seconda. I figli sono in forte contrasto col padre e, quando questi viene ucciso, l’accusa ricade su Dimitri, su cui gravano tutti gli indizi e che spesso aveva minacciato il padre con violenza. L’omicidio è stato invece materialmente eseguito da Smerdjakov, il servo epilettico, figlio illegittimo, nato da una relazione di Fëdor con una demente. Il delitto matura tuttavia nell’atmosfera di conflitto tra padre e figli e nella forte suggestione esercitata su Smerdjakov dalle idee rivoluzionarie di Ivan Karamazov secondo cui «tutto è permesso». Smerdjakov si impicca, Dimitri viene condannato ai lavori forzati, Ivan si ammala gravemente. Personaggio importante del romanzo è lo staretz Zosima, che incarna l’illuminato dalla fede, la generosa dedizione di sé agli altri. IL DIARIO DI ETTY Etty Hillesum (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1942) fu un’insegnante olandese. Seguì gli spostamenti del padre, professore ebreo di lingue classiche. Abitò a Tiel, a Winschoten e a Deventer, dove passò la adolescenza. Nel 1932 lasciò la scuola, dove il padre Louis era preside, per laurearsi in giurisprudenza ad Amsterdam. Si iscrisse alla facoltà di Lingue Slave e all’inizio della guerra si interessò di psicologia. Scrisse, probabilmente su indicazione dello psicoterapeuta Julius Spier di cui diventò segretaria ed amante, un diario degli ultimi due anni della sua vita. Nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe anche la possibilità di salvarsi dai rastrellamenti nazisti, ma decise, forte delle sue convinzioni umane e religiose, di condividere la sorte del suo popolo. Assieme ai genitori e ai fratelli fu internata nel campo di Westerbork, per poi essere trasferita ad Auschwitz. Mentre lei, i genitori e il fratello Mischa morirono dopo poco tempo l’arrivo nel campo di sterminio, l’altro fratello, Jaap, morì nell’aprile del ’45 a Lubben, in Germania, durante il viaggio di ritorno a casa dopo la liberazione. Diversamente da quanto accadde con il diario di Anna Frank, quello di Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981. INTERCEDERE Farsi carico dell'altro Dall’inizio desidero dirvi di non aspettarvi da me una lezione formale. Io sono troppo avanti negli anni per questo tipo di esercizio, e per molto tempo ho lasciato il regolare contatto con la letteratura scientifica. Dunque, posso solo offrirvi alcuni pochi pensieri che mi aiutano nella preghiera quotidiana. Per questa ragione, pur tenendo come sottofondo l’intera problematica dell’intercessione, il mio preciso oggetto sarà la preghiera di intercessione. Mi baso in particolare su due scritti che costituiscono la mia principale fonte di ispirazione: la Bibbia Ebraica o Tanach e il Secondo Testamento, chiamato anche il Nuovo Testamento. Desidero iniziare con le parole di Gesù tratte dall’Evangelo di Luca (Lc 10,21): «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agl’intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te». Testi simili a questo si trovano anche nella Tanach, precisamente in Isaia 29,14: «Perirà la sapienza dei suoi sapienti e scomparirà l’intelligenza degli intelligenti», o in Isaia 19,11-12: «Certamente stolti sono i prìncipi di Tanis, i più sapienti dei consiglieri del faraone formano un consiglio stupido. Come potete dire al faraone: 'Io sono discepolo dei sapienti, discepolo di antichi regnanti'? Dove sono dunque i tuoi sapienti? Ti annuncino e facciano conoscere ciò che progettò il Signore degli eserciti a proposito dell’Egitto». Dietro a queste istanze vi è una opposizione: da una parte, il dotto e il sapiente che pretendono di capire e, dall’altra, i piccoli e i fanciulli che sono immagine del popolo pronto ad accettare le cose del regno di Dio con la semplicità di un bambino. Nel suo duro linguaggio Paolo afferma: «Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo non conobbe Dio con la sapienza, piacque a Dio di salvare quelli che credono con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1,21). Il sapiente e il dotto Con questa distinzione in mente, consideriamo dapprima il sapiente ed il dotto. Penso che la preghiera di intercessione è tra le cose che queste persone sono inclini a considerare come insignificanti e persino assurde. Anche noi a volte apparteniamo a questa categoria, quando pensiamo che la preghiera di intercessione rimanga come sospesa nell’aria senza produrre frutto, o quando la consideriamo di seconda classe, come devozionale, da compiersi semmai nei ritagli di tempo. Certamente il dotto ed il sapiente non obbietteranno al primitivo significato latino del termine «intercedere», che è «camminare nel mezzo», pronto ad aiutare ciascuna delle due parti o ad interporsi in favore di una di loro. Potrebbero anche non obbiettare all’intercessione compiuta da una persona verso un preciso uomo o donna o gruppo di persone. Vi sono molti esempi in questo, nell’antica letteratura ed altrettanto nella Bibbia. Là, ad esempio, Giuseppe domanda al capo dei coppieri del re d’Egitto di ricordarsi di lui quando costui sarà uscito di prigione ed a parlare in suo favore al Faraone (Gen 40,14) (il capo dei coppieri dimenticò poi di compiere ciò quando fu liberato e reintegrato nel suo lavoro!). Un uomo ed una donna possono parlare a nome di un altro uomo, o donna che sia, ad una terza persona affinché quest’ultima cambi i propri progetti e una sapiente intercessione può aiutare a trovare e a compiere una giusta decisione o a rovesciare una decisione sbagliata. Ma Dio non pone in essere decisioni sbagliate, e quindi, quando noi veniamo alla preghiera di intercessione (cioè «stare alla presenza di Dio per un’altra persona») domandiamo forse a Lui di intervenire e modificare la situazione di quell’uomo o donna? Qui il sapiente e il dotto pongono molte obbiezioni. Come può Dio essere mosso a cambiare il suo modo di pensare e correggere una decisione sbagliata? La mente di Dio non è forse immodificabile dall’inizio? Notiamo che questa obbiezione può essere portata a riguardo di ogni preghiera di petizione, ma essa diventa molto forte nel caso dell’intercessione, che è preghiera di petizione per altri. Infatti Dio generalmente dona un aiuto con la libera collaborazione della persona interessata. Quale può essere allora il senso dell’intrusione di altre persone? I piccoli Ma contro il sapiente e il saggio stanno i piccoli, che ricevono dall’alto il dono dell’intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è lo stare davanti a Dio per altri. Esso è presente in molti esempi biblici, da Abramo che pregò per scongiurare la punizione di Sodoma (Gen 18,22-32), a Mosè che intercedette per l’intero popolo di Israele (Es 32,11-13), ed anche per un solo individuo come sua sorella Miriam (Nu 12,13); da Samuele che, nonostante l’avvenuta rottura col popolo, promise di continuare ad intercedere per esso (1 Sam 12,23), a Davide che pregò per la vita di suo figlio (2 Sam 12,16-17); da Amos che pregò il Signore Dio di perdonare Giacobbe perché 'egli è così piccolo' (Amos 7,1-6), a Geremia che disse al popolo di pregare per il benessere della città in cui erano stati deportati (Ger 29,7) e così in molte altre situazioni. Se noi potessimo considerare anche la letteratura intertestamentaria, questi esempi si moltiplicherebbero. Questa attitudine la sento personalmente di grande interesse perché, dopo molti anni dedicati allo studio e all’insegnamento e a un ministero pubblico, ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano, che ho avuto l’onore di servire come Arcivescovo per più di ventidue anni, e per tutto il mondo e specialmente per le persone con le quali vivo, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: «I giudei prima, e poi i greci». La preghiera di intercessione è dunque la mia prima priorità, la mia principale quotidiana occupazione. Come allora io posso praticarla se è considerata insignificante ed anche assurda? Penso che questa sera siamo chiamati ad entrare nel cuore dei piccoli e degli umili, nel cuore cioè della grande intercessione che abbiamo menzionato or ora, cosicché possiamo intravedere quanto essi hanno compreso del valore di questa preghiera. Una rete di relazioni Parto dallo scritto di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni. All’inizio degli orrori della Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era Shabbat), ella scrisse nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E il giorno successivo, di domenica, ella scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi... Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi». Etty Hillesum scrisse questa pagina quando viveva il difficile passaggio dall’ateismo alla fede e scopriva a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio. Ma queste parole, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. Dio vuole non solo chiamarci alla solidarietà, la quale è definita come «un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti poiché hanno un comune scopo» (cf. Longman, Dictionary of Contemporary English). Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, ad immagine della cura di Dio per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9). Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto dato ad un altro. Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell’ultimo giudizio, nel vangelo di Matteo (25,31.46), dove il Signore dice a quelli che hanno aiutato il prossimo: «Tu l’hai fatto a me» (25,40). Egli è presente in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell’impegno di coloro che lottano contro la violenza, l’odio, la carestia, la sofferenza e via di seguito. Come dice Sant’Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne. Egli infatti non ti tolse questo privilegio. Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l’avete fatta a me». Coloro che hanno il dono dell’intercessione vedono la luce di Dio nel volto di ogni essere umano. In altre parole noi possiamo dire che costoro considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei computers il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri. Tutto ciò è espresso con forza nelle parole dello staretz Zosima, una delle figure chiave del capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Queste sono le parole di padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra… E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto. Poiché in caso contrario non valeva la pena che venisse quaggiù. Ma quando riconoscerà non solo di essere peggiore di tutta la gente del mondo, ma anche di essere colpevole di fronte a tutti gli uomini, sulla Terra intera, di tutti i peccati universali e individuali, solo allora sarà raggiunto il fine della nostra unione. Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e anzi di ogni uomo sulla Terra. Poiché i monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma sono soltanto come dovrebbero essere tutti sulla Terra. Unicamente allora il nostro cuore si abbandonerà a un amore infinito, universale, che non conosca mai appagamento. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare con il suo amore il mondo intero e di purificare con le proprie lacrime tutti i peccati…». Ed egli così conclude: «Non siate superbi. Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi. Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro – per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai nostri tempi. Ricordateli così nella vostra preghiera: 'Salva, o Signore, tutti coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono pregare'. E aggiungete anche: 'Non per orgoglio ti prego, o Signore, perché anch’io sono un vile peggio di tutto e di tutti…'». Certamente questa interdipendenza, questa profonda e necessaria interconnessione, per cui ognuno di noi è vincolato a tutti gli altri, è una profondo mistero spirituale, che sarà manifestato nella sua pienezza nell’ultimo giorno, quando la realtà di questo mondo sarà resa chiara a tutte le nazioni; quando – ricordando le parole del profeta Isaia – il Signore «distruggerà su questo monte il velo posto sulla faccia di tutti i popoli» (Is 25,7), allora noi potremo capire quanto tutto è stato tessuto e tenuto insieme dal Signore di tutti e che noi abbiamo formato insieme un grande web di relazioni reciproche. Oggi noi siamo chiamati a riconoscere poco alla volta questa mutua appartenenza, che caratterizza tutti i nostri atti, secondo il comandamento: «Tu amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18). Noi siamo chiamati ad osservare questo comandamento non solo attraverso le nostre azioni, ma anche nella preghiera di intercessione. La preghiera di intercessione Come spiegare ciò? Abbiamo visto che Dio stesso mostra nella Bibbia quanto egli abbia a cuore la preghiera di intercessione. Ma in questa preghiera noi non stiamo tentando di cambiare la mente di Dio. Secondo la comune interpretazione teologica, il significato della preghiera di petizione e di quella di intercessione, non è di ottenere un cambiamento della volontà di Dio, ma di far sì che la creatura abbia parte ai doni di Dio. Dio ci concede di desiderare quanto egli vuole donarci. Ma noi abbiamo notato che vi è molto di più. Vi è il fatto di una mutua responsabilità, che deve essere espressa non solo attraverso l’agire, ma anche per mezzo della preghiera. Dio ci vuole gli uni per gli altri, egli desidera che mostriamo per gli altri interesse, compassione, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell’umanità, attraverso l’essere gli uni per gli altri, come Lui è misteriosamente in se stesso un perpetuo dono di sé. Così una piena comunione è realizzata tra gli esseri umani. Coloro che possono fare qualcosa per gli altri nel senso fisico, materiale, sono chiamati a farlo. Tutti gli altri sono invitati a unire la loro preghiera in una grande intercessione. Perciò la risposta soddisfacente riguardante la necessità della preghiera di intercessione sta nel mistero del piano di Dio, che vuole questa profonda comunione tra tutti i suoi figli. E Dio lo vuole perché egli è così, colui che dà se stesso, che ha cura degli altri, che li ama fino alla morte (cf. Gv 13,1). Certamente l’intercessione presuppone che la persona che la compie sia accetta al Signore, sia in un certo qual senso suo amico, come è detto di Abramo, a cui Dio non volle nascondere nulla di quanto stava per fare (cf. Gen 18,17). L’intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera che essi vivano secondo la volontà di Dio. Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l’uomo e il suo Dio. Queste sono alcune delle ragioni per cui mi sento inclinato alla preghiera di intercessione. Naturalmente so bene che la mia preghiera è molto povera, pigra, spesso piena di distrazioni. Ma non di meno la considero come un piccolo rigagnolo, che fluisce dentro il grande fiume che è l’intercessione della Chiesa e delle persone buone di tutta l’umanità. Questo grande fiume di intercessione fluisce e si immerge, per me come cristiano, nel grande oceano dell’intercessione di Cristo, che «vive sempre per intercedere» a nostro favore (cf. Eb 7,25; Rom 8,34). Così la mia piccola intercessione è parte di un grande oceano di preghiera in cui il mondo viene immerso e purificato. Lo stesso grande scrittore della fine del diciannovesimo secolo che ho citato prima, Dostoevskij, ci ha dato nello stesso libro una commovente descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: 'Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te'. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te». Sommario in 6 punti Possiamo ora sintetizzare ciò che abbiamo cercato di dire. 1. La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile. 2. La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio. 3. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo. 4. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona. 5. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in-relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione. 6. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà. Carlo Maria Martini +*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+*+* Nel primo incontro dell’equipe economica, Cesarina ci ha regalato questo testo, portatore di un pizzico di ironia e di saggezza. Lo offriamo anche a voi...può offrirci l’opportunità di mettere in discussione le nostre opinione troppo sicure e troppo spesso basate su la pretesa della “scientificità” e della razionalità. RISORSE UMANE – RISORSE DIVINE Destinatario: GESÙ, Figlio di Giuseppe Falegnameria, Nazaret Gentile Signore, La ringraziamo per averci trasmesso il curriculum vitae dei dodici uomini che Lei ha scelto per affidare loro un posto di responsabilità nella Sua nuova organizzazione. Dopo un serio esame, tests e colloqui, siamo giunti alle seguenti conclusioni. La maggior parte dei candidati manca di esperienza, di formazione e di attitudini per il tipo di organizzazione che Lei intende realizzare. Non sanno lavorare in equipe e la loro conoscenza della lingue straniere è insufficiente. SIMOM PIETRO è emozionalmente instabile e soggetto al cambio di umore. ANDREA non è in grado di assumersi alcuna responsabilità. I due fratelli GIACOMO e GIOVANNI, FIGLI DI Zebedeo, antepongono il loro interesse personale ad un serio impegno per la società. TOMMASO è portato a mettere in discussione gli ordini ed influisce negativamente sul resto del gruppo. Ci sentiamo in dovere di InformarLa che MATTEO figura nella lista nera del Sinedrio per mancanza di trasparenza amministrativa. GIACOMO rivela tendenze marcate alla radicalizzazione e all’utopia, alternandole con momenti di depressione. I contatti di SIMONE, chiamato Zelota, con gruppi estremisti, indicano che è un soggetto difficile da controllare. Ci pare ci sia solo un candidato al di sopra della media: GIUDA ISCARIOTA. Ha una ricca immaginazione, ama il rischio, è agevole nei contatti ed ha amicizie altolocate. Ha il senso della discrezione e dell’organizzazione. È molto motivato e ambizioso. Restiamo a Sua disposizione per completare la Sua ricerca e fornirLe la consulenza necessaria per lo sviluppo della Sua nuova organizzazione, a cui auguriamo ottimi risultati. Jordan Consulente d’impresa – Gerusalemme (dalla rivista francese “Regard sur l’actualité) Abate Mamerto Menapace – abbazia Los Toldos ="="="="="="="="="="="="="="=" NOTIZIE Nuovi indirizzi: Teresa Giordani Via Nosadella 30 40123 Bologna – Tel. 051.6146288 Edvige Terenghi Via Guidotti, 53 40134 Bologna e-mail: edicm@libero.it Esercizi spirituali: Indonesia all’inizio di luglio Mozambico dal 20 al 28 luglio Portogallo – ultima settimana di agosto Italia dal 14 al 20 settembre E’ tornato alla casa del padre il fratello di Teresa Carvalho. Sia la nostra preghiamo il segno di solidarietà con Teresa e alla sua famiglia.
buon natale
 
Carissimi, l’Avvento e il Natale ci fanno contemplare la Parola che si fa “carne”. Una Parola non solo ascoltata, letta, ma che si fa visibile, presente: “… E il Verbo si fece carne e venne e ha messo la sua dimora in mezzo a noi” (Prologo Gv.1). Questo tempo liturgico ci ripropone ogni anno la contemplazione di questa Parola che viene a noi… e come allora anche oggi il Figlio di Dio viene come messaggero di pace e accende una luce nuova per il popolo che cammina, oggi, nelle tenebre. Mai come quest’anno sento la contraddizione del messaggio del Natale con quello che si sta vivendo a livello internazionale. Tutto ci appare precario: le grandi finanze… crollate; i poteri forti…non si capisce quale forza debbano manifestare; la corsa agli armamenti… non è terminata; a livello ecologico pare che le cose non stiano meglio; focolai di guerra stanno martoriando popolazioni intere, e popoli interi in un esodo continuo, fuggono dalla propria terra… Il grido che si ode in Rama e il pianto di Rachele che piange i suoi figli non si è ancora spento. Sta a noi, oggi, non soffocare questo pianto dietro le apparenze. Il mondo deve ascoltare Rachele e con lei piangere i figli che non sono più. Accanto a questo grido dobbiamo dire: Buon Natale! Non è una contraddizione. Se non sono capace di ascoltare il pianto di Rachele non posso avere voce per augurare Buon Natale. Buon Natale che significa annunciare la virtù cristiana della speranza e oggi, in questo mondo, è necessario annunciare che uno è il Principe della pace… il solo ad illuminare il mondo che cammina nelle tenebre. Andiamo alla grotta di Betlemme, portando questo pianto di Rachele, certi di poter ripartire con la forza di Dio, che si manifesta nella debolezza del Bimbo deposto in una mangiatoia. Per andare alla grotta di Betlemme è necessario fare il percorso di Giuseppe e di Maria. Non c’era posto per loro in città, sono andati fuori le mura. Escluso dalla città, Gesù nasce e inizia il suo pellegrinaggio sulla terra e con non poche difficoltà, non solo fuori le mura, ma per anni nello “stato di rifugiato” in Egitto. Se vogliamo andare alla grotta, dobbiamo andare fuori le mura per evitare di vivere il Natale in un intimismo che ci chiude a noi stessi e al mondo. Andare alla grotta, uscire fuori le mura per portare in dono la nostra passione per il mondo e il nostro desiderio che il Regno di Dio venga oggi. Andare alla grotta, uscire fuori le mura significa: “…perderci per ritrovarci in Cristo e farci con lui ascolto, disponibilità, dolcezza, rispetto, ponte di incontro, forza unitiva…” (St. n.8). Siamo nell’anno Paolino e mi pare di poter cogliere dall’Apostolo alcuni suggerimenti che ci possono aiutare ad andare alla grotta e uscire, insieme, fuori le mura. Quando Paolo sperimenta l’incontro con il Dio vivente, sente la spinta istintiva ad uscire fuori le mura, andando alle genti per amore. Un andare che diventa imperativo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Paolo esce continuamente fuori le mura donandosi all’umanità in tutte le latitudini. L’Apostolo si rende conto che la gratuità della salvezza è universale. Questo annuncio non poteva essere solo per un piccolo gruppo. La salvezza, che nasce dall’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio di Dio non poteva essere per pochi intimi. Paolo, nella sua vita apostolica, è uscito e rientrato continuamente dalle mura delle città: “Mi sono fatto tutto a tutti…”. Andiamo alla grotta, usciamo fuori le mura, contempliamo il Dio che si è fatto Bambino e prendiamo forza per ritornare alla città, al mondo per annunciare:“La Parola si è resa visibile ed è presente in mezzo a noi”. Buon Natale Anna Maria
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Capitolo I IL NOSTRO ISTITUTO "Uno dei soldati colpì il fianco di Gesù con la lancia e subito ne usci sangue ed acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza é vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate" (Gv.19,34-35) 1. La Compagnia Missionaria del Sacro Cuore é un Istituto Secolare de Diritto Pontificio che trova nella spiritualità d'amore e di oblazione, colta dalla Sacra Scrittura ed espressa in modo culminante dal mistero del Cuore trafitto di Cristo, l'alimento della sua vita interiore e della sua missione. L'Istituto si regge a norma del diritto comune e del presente Statuto. 2. Noi missionarie, scelte da Dio, vogliamo scegliere Dio come pienezza delle aspirazioni della nostra vita. Il presente statuto traccia lo stile e le modalità della nostra donazione, le cui componenti essenziali sono: Spiritualità d'amore e di oblazione che ci rende incarnazione viva di Cristo e ci porta a fare "comunione" con tutti nell'autenticità della nostra fede; contemplazione che si ispira all'esempio di Maria per aderire sempre più alla persona di Cristo, al mistero del Cuore ed annunciare il suo amore; vita di consacrazione mediante i voti di povertà, castità, obbedienza, vissuti in ordine alla carità evangelica e professati in mezzo alle realtà del nostro ambiente e del nostro tempo; missione particolare dell'istituto di amore e di servizio nella Chiesa e nel mondo: 3. Il nostro istituto contempla anche un ramo di membri in senso ampio, d'ambo i sessi, che partecipano alla spiritualità e alla missione della CM ma non assumono alcun obbligo sociale di voti. Sono Chiamati "Familiares" ed hanno un loro specifico statuto. 4. Fin dalle origini della CM, Maria viene considerata "direttrice generale e perpetua" perché abbia a regnare nella nostra famiglia quale madre, guida e custode. Sono stati inoltre scelti come santi protettori: san Giuseppe, sposo di Maria e modello di coraggio e di fiducia in Dio nella vita quotidiana; san Giovanni evangelista e santa Teresa del Bambino Gesù, maestri del nostro cammino nella via dell'amore; san Paolo apostolo e san Francesco Saverio, quali guide alla nostra missione di annuncio evangelico. Capitolo II LA NOSTRA FISIONOMIA La Spiritualità della Compagnia Missionaria "Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione é col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta". (1 Gio.1,3-4) "Nell'Ecce venio di Cristo e nell'Ecce ancilla di Maria é compendiata tutta la nostra vocazione e il nostro fine, il nostro dovere e le nostre promesse" (P.Dehon) 5. La nostra spiritualità scaturisce dalla contemplazione di Cristo nel mistero del suo Cuore trafitto (cfr.Gv.19,37), segno di amore per gli uomini, sorgente di vita ecclesiale, strumento di universale redenzione. 6. Come missionarie del Sacro Cuore, siamo chiamate a vivere la vita di amore sino a farci comunione con Dio e con i fratelli, secondo il modello che Cristo ci ha lasciato, e ad imitazione della prima comunità cristiana (cfr.At.2,42) 7. Questo ideale lo vivremo soprattutto in un'intensa e operosa unione a Cristo. Con lui e assieme a tutta l'umanità, ci offriremo al Padre, in docilità allo Spirito, come oblazione viva, santa e gradita a Dio (cfr.Rom12,1), nell'accoglienza umile e serena della sua volontà in qualunque forma si manifesti. Come Gesù e la Madonna ci manterremo aperte al "sì" (cfr.Eb.10,5-9; Lc.1,38) e disponibili al "servizio" per amore (cfr. Gv.13,12-17). 8. Fare comunione con i fratelli significa soprattutto "perdersi" per ritrovarsi in Cristo e farsi con Lui ascolto, disponibilità, dolcezza, rispetto, ponte di incontro, forza unitiva....con le sorelle e i fratelli di ideale, con i familiari e con tutti gli uomini. 9. Pertanto, aiutate efficacemente dallo Spirito Santo che educa il cuore degli uomini e lo mantiene nuovo nell'amore, ci sentiremo impegnate a presentarci in tutto e sempre dalla carità, segno visibile della presenza di Dio che é amore (cfr. 1Gv.4,8). L'amore dominerà quindi tutte le espressioni della nostra vita e apparirà evidente nella testimonianza, espressa mediante la vivacità della donazione, il sorriso, la semplicità, l'accoglienza di tutti gli uomini come fratelli. 10. La vita d'amore così vissuta farà di noi un complemento reale dell'immolazione di Cristo e ci renderà cooperatrici di redenzione all'interno del mondo. Per questa finalità valorizzeremo tutta la nostra vita con le sue gioie e speranze, con il suo peso di lavoro, di fatica e di prova, in comunione con le sofferenze e la morte di Cristo (cfr.Col.1,24). La missione della Compagnia Missionaria "Lo Spirito del Signore é sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc.4,18-19). "Gesù Cristo é stabile principio e centro permanente della missione che Dio stesso ha affidato all'uomo" (RH n.11). 11. La nostra missione, come la spiritualità, nasce e si alimenta al Cuore di Cristo. Il costato trafitto è come un epilogo che riassume ed insieme suggella tutto l'ineffabile mistero dell'amore divino, che si é donato nel Cristo e che nella sua efficacia, perdura perenne nella Chiesa. 12. Chiamate da Dio a collaborare al piano di redenzione del Padre, ci impegniamo a svolgere la nostra missione di amore e di servizio nella Chiesa e nel mondo mediante la nostra vita di consacrate secolari attraverso l'evangelizzazione e la promozione umana. 13. La prima espressione del nostro annuncio evangelico é quella di vivificare con la forza del Vangelo, nello spirito che ci é proprio, l'ambiente in cui viviamo, perché ogni uomo ritrovi se stesso in Cristo. 14. Un'altra fondamentale collaborazione al disegno di Dio è per noi l'attività per la promozione e la liberazione dell'uomo, incrementando all'interno delle strutture temporali, i valori di giustizia, di unità, di speranza, di pace, di solidarietà (cfr.EN nº70). 15. Anche mediante il lavoro professionale, compiuto con competenza e secondo la nostra spiritualità, partecipiamo alla missione della CM. Sull'esempio della vita di Gesù a Nazaret, che ha voluto essere "lui stesso provato in ogni cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato" (Eb.4,15), saremo cooperatrici della salvezza di Dio al mondo. 16. La nostra missione si esprime anche attraverso: l'annuncio della Parola di Dio mediante la catechesi, incontri di carattere formativo e di spiritualità, corsi di missioni parrocchiali, preferendo luoghi e persone meno favoriti; il servizio di collaborazione alle giovani chiese e alle terre (Africa, America latina...) che sono campo di missione e dove l'evangelizzazione e la promozione umana sono più urgenti; l'attenzione e il servizio ai fratelli più poveri, agli ammalati, agli emarginati condividendo, se possibile, la stessa situazione di vita; l'animazione cristiana del tempo libero, usando mezzi e iniziative adatte alle esigenze dei tempi. 17. La missione sarà attuata secondo le possibilità e la situazione di vita di ciascuna di noi, dopo aver verificato nella preghiera e nel colloqui con le responsabili dell'istituto le indicazioni che vengono dallo Spirito, anche attraverso gli appelli più urgenti della realtà concreta in cui siamo inserite. Iniziative missionarie che coinvolgono la responsabilità e l'impegno di più missionarie associate o di un intero gruppo saranno sempre assunte e svolte in piena intesa con l'Ordinario del Luogo. 18. La disposizione con cui vivremo la nostra missione sarà di continua comunione con il Padre e con il figlio suo Gesù Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, con tutta la chiesa, le sorelle e i fratelli di ideale. Ci lasceremo guidare da Maria perché, ovunque ci troviamo e lavoriamo, possiamo essere testimoni credibili della missione salvifica di Cristo. Capitolo III I MEMBRI DELL'ISTITUTO "Io non sono più del mondo; essi invece sono del mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi" (Gv.17,11). "A voi è affidata questa esaltante missione: essere modello di instancabile impulso alla nuova relazione che la Chiesa cerca di incarnare davanti al mondo e al servizio del mondo" (Paolo VI agli I.S. 2.2.1972). 19. Le missionarie vivono nelle condizioni ordinarie del mondo, assumendo le varie situazioni esistenziali: famiglia, gruppo, lavoro, apostolato come realtà teologiche della propria vita. 20. Ciascuna missionaria, secondo le proprie attitudini e circostanze, é chiamata a vivere la consacrazione totale de se stessa, nella fedeltà alla fisionomia della CM, in una presenza attiva e attenta al mondo. 21. Nel nostra Istituto sono previste tre modalità di vita: da sole, in famiglia, in gruppi di vita fraterna. Tali modalità ritenute costitutive della sua identità e vitalità. Le missionarie sono costituite in gruppi aperti a tutte tre le modalità di vita senza distinzione alcuna. Nel gruppo esse hanno la possibilità di vivere assieme momenti di preghiera, fraternità, verifica, formazione, condivisione. Appartengono alla modalità di vita fraterna coloro che sono chiamate a vivere abitualmente insieme e si rendono maggiormente disponibili alle iniziative e alle esigenze dell'istituto. 22. Le missionarie dei gruppi di vita fraterna, per ripetere con la loro vita l’esempio della Chiesa primitiva e manifestare la fisionomia della CM, cercheremo di: a) vivere tra loro un efficace rapporto di comunione che si esprime in attenzione e solidarietà reciproca per tutte le esigenze della vita quotidiana; b) farsi realmente presenti nell’ambiente in cui vivono, per sentirsene responsabili e dare il proprio contributo di testimonianza e di azione come lo richiede la consacrazione nel mondo. ‘E compito dell’Istituto aiutare i singoli membri ad acquisire: • un’accurata formazione, • un profondo senso della vocazione secolare consacrata, • una solida vita spirituale secondo la fisionomia specifica della CM, • una viva sollecitudine apostolica, • una buona preparazione teologica e scritturistica. Così potranno diventare fermento di Cristo nel mondo. Capitolo IV L’AMMISSIONE NELLA COMPAGNIA MISSIONARIA "In Lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo, affiche fossimo santi ed immacolati dinanzi a Lui nell'amore" (Ef.1,4). 24. La CM é una famiglia spirituale aperta a coloro che, chiamate da Dio e guidate dallo Spirito santo, chiedono liberamente di consacrarsi a Dio secondo la sua spiritualità e la sua missione. 25. Le missionarie del Sacro Cuore, convinte che fedeltà e vitalità vanno di pari passo, devono mantenersi coscienti della responsabilità di dare testimonianza gioiosa della scelta fatta. 26. La disponibilità alla vita di comunione e di oblazione é un dono dello Spirito Santo. Ed é la condizione principale, irrinunciabile per entrare nella CM. Altri requisiti si affiancano alla scelta di Dio e la confermano: consapevolezza della chiamata del Signore e volontà di rispondergli in ogni momento della vita; desiderio di una totale consacrazione in un Istituto secolare e in particolare nella CM; spirito apostolico per attuare con la testimonianza e azione l'impegno di evangelizzazione e promozione umana; una psiche equilibrata e salda, indispensabile per superare le prove, particolarmente quelle derivanti dalla solitudine e capace di organizzare responsabilmente la propria vita; un'età capace di decisione in ordine agli impegni della propria vocazione, ogni caso non inferiore ai 18 anni compiuti, che l'aspirante non sia legata con vincoli sacri ad un altro Istituto né da vincolo matrimoniale. 27. Se l'aspirante, dopo aver fatto un periodo di verifica, è decisa ad iniziare il cammino della CM e risponde ai requisiti richiesti, presenta la domanda di ammissione al periodo di Orientamento, tenendo conto del parere di tutte le consacrate del gruppo. Capitolo V LA FORMAZIONE DEI MEMBRI "Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fonda-mento: un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova che è Cristo Gesù" (1Cor 3,10-11) "Gli Istituti secolari non potranno assolvere un compito così impo-rtante se i loro membri non riceve-ranno una formazione nelle di-scipline divine e umane, tali da diventare realmente fermento nel mondo per il vigore e l'incremento del corpo di Cristo" (PC. 11). 28. La vocazione di totale consacrazione nel mondo per l'edificazione del Regno, esige un impegno verso la perfezione dell'amore che ha come fondamento e meta il Cristo: "...finché non sia formato Cristo in voi" (Gal.4,19). Ogni missionaria è chiamata, fin dall'inizio, con l'aiuto dell'istituto, ad assumere e a gestire con fedeltà e responsabilità la sua formazione, per rispondere con sempre più efficacia alla missione per la quale Dio l'ha scelta nella CM. 29. La formazione ha come obbiettivo lo sviluppo integrale e unitario della persona secondo le sue capacità e condizioni di vita. Perciò le Responsabili della formazione di base avranno cura di aiutare le interessate a scoprire, potenziare, armonizzare i valori umani e soprannaturali mediante un'educazione costante: all'accettazione serena di se stesse e della propria realtà esistenziale ; a vivere il lavoro di ogni tipo di presenza nella società come mezzi per santificare il mondo dal di dentro, secondo lo spirito della CM; ad un'intensa vita di fede e di comunione con Dio e con i fratelli; al senso ecclesiale e alla missione propria della CM. 30. La preparazione di un'aspirante alla prima emissione dei voti nella CM comprende due periodi distinti: l'Orientamento e il Biennio di Formazione. a) L'Orientamento ha normalmente la durata di un anno, ma può anche essere prolungato Per un altro anno, se fosse necessario, ed ha come scopo quello di aiutare l'aspirante a capire con una certa chiarezza la sua vocazione nella CM. In questo periodo iniziale anche l'istituto e soprattutto la Responsabile della formazione sono chiamati a conoscere l'aspirante e la sua disponibilità a condurre la propria vita secondo lo stile della CM. b) Il biennio di formazione ha la finalità di aiutare l'aspirante a vivere alla sequela di Cristo nell’ordinarietà della vita quotidiana e secondo la grazia specifica della CM. La durata di tale periodo può essere prorogata ma per non più di un anno, qualora nell'interessata non vi sia stata un'assimilazione sufficiente della formazione. Al termine del biennio l'aspirante emette i voti ed é chiamata "missionaria". 31. É compito della Presidente col voto deliberativo del suo Consiglio ammettere le aspiranti al biennio di formazione e alla prima emissione dei voti, previa consultazione della Responsabile della formazione e della Responsabile locale con il suo gruppo. 32. Anche dopo la prima emissione dei voti siamo chiamate a vivere in stato di formazione permanente, per rispondere in modo sempre rinnovato alla nostra consacrazione nel mondo. 33. La CM organizza periodicamente corsi specifici di formazione e di approfondimento della spiritualità. Le missionarie parteciperanno a questi corsi al fine di ravvivare la loro vocazione e per rafforzare il loro senso di appartenenza alla CM. La non partecipazione deve essere motivata da serie ragioni, che saranno sempre verificate con la Responsabile di gruppo. 34. Le Responsabile della formazione sono chiamate ad adempiere la loro missione con competenza e responsabilità, abbinando ad una buona solidità spirituale, la più larga testimonianza di equilibrio, di discernimento, di capacità di ascolto e comprensione delle persone, cosi da essere nella vita modello di ciò che presentano con la parola. 35. Le Responsabili della formazione sono nominate dalla Presidente con il voto deliberativo del Consiglio Cen-trale tra le missionarie di incorporazione definitiva. Durano in carica un triennio, ma possono essere riconfermate per assicurare al loro lavoro il contributo efficace dell'esperienza e della preparazione. 36. L'opera di coloro che hanno la responsabilità della formazione sarà sostenuta e integrata dalla premura di tutte le missionarie. Ciascuna in ogni momento, sentirà il dovere di essere la "parola viva" dello Spirito e degli ideali della CM. Capitolo VI L'INCORPORAZIONE NELLA COMPAGNIA MISSIONARIA "Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio" (Atti 20.24). 37. L'incorporazione nella CM inizia con la prima emissione dei voti di povertà, castità, obbedienza. Per tale atto tutta la vita della missionaria è posta al servizio di Dio e "ciò costituisce una speciale consacrazione che le sue profonde radici nella consacrazione battesimale, e ne è espressione più perfetta (PC nº5). 38. Nella CM i voti rimangono sempre annuali. Essi sono accettati dalla Presidente o da una sua delegata. 39. Durante i primi cinque anni l'incorporazione all'istituto è temporanea. La missionaria esprime annualmente con domanda scritta alla propria Responsabile la volontà di rinnovare i voti. In questo periodo continuerà il lavoro della sua for-mazione e si impegnerà ad attuare in sé gli ideali della CM fino a divenire un'espressione viva, carica di entusiasmo nella missione a cui Dio la chiama. 40. In occasione della sesta emissione dei voti, la missionaria chiederà alla Presidente di essere ammessa alla incorporazione definitiva nell'istituto. Essa così ne sarà membro in senso pieno, rinnoverà i voti ogni anno, senza essere tenuta per questo a presentare domanda alla Responsabile di gruppo. 41. Con la prima emissione dei voti si ha diritto alla voce attiva per le elezioni fatte nell'istituto. Occorre invece l'incorporazione definitiva per essere nominate a rivestire e seguenti incarichi: Presidente, Consigliere Centrali, Responsabili di formazione e Amministratrice Centrale. 42. Spetta alla Presidente col voto consultivo del suo Consiglio ammettere le missionarie alla rinnovazione durante il primo periodo e col voto deliberativo ammettere alla incorporazione definitiva, tenendo conto del parere espresso dalla Responsabile locale, previa consultazione del gruppo interessato. Capitolo VII LA NOSTRA VITA DI CONSACRAZIONE 43. La nostra vita di consacrazione a Dio nella CM mediante i consigli evangelici di castità, povertà, obbedienza, è una risposta alla chiamata di Dio perché realizziamo una somiglianza più integrale all'oblazione di Cristo, alla sua assoluta disponibilità per amore al Padre e agli uomini. 44. L'accogliere questa grazia e il mantenerci nella dis-posizione di unità e di coraggio per esprimerla sempre, ci rende strada a Dio per i fratelli, "un segno che può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vita cristiana" (LG nº44). 45. Esprimiamo così il dono di noi stesse a Dio e ai fratelli: nel periodo di incorporazione temporanea "Dio di amore, con gratitudine per il dono che mi hai fatto legandomi a te come speciale proprietà, emetto (rinnovo) i miei voti annuali di castità, povertà, obbedienza, secondo lo Statuto della CM. Fa' di me un'oblazione perfetta a lode della tua gloria e rendimi disponibile ad una comunione di amore con te e con i fratelli. Maria, madre della Chiesa, mi sia modello e guida perché la mia vita diventi un perenne servizio di amore". nel periodo della incorporazione definitiva "Padre dell'amore e della vita che, per mezzo del tuo Spirito, mi hai chiamata a seguire Cristo da vicino per una missione di amore e di servizio nella Chiesa e nel mondo, con piena libertà e totale dedizione mi consacro a te, rinnovando per un anno i voti di castità, povertà, obbedienza secondo lo Statuto della CM. Concedimi, Padre, la tua grazia perché la mia offerta ti sia gradita, e, ad imitazione di Gesù Cristo, per l'intercessione di Maria, tutta la mia vita sia vissuta in comunione con te e con i fratelli". La castità consacrata nel celibato "Ti farò mia sposa per sempre, nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidan-zerò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore" (Os.2,21-22). "La vostra castità dice al mondo che si può amare con disinteresse e con l'inesauribilità che attinge al cuore di Dio e ci si può dedicare gioiosamente a tutti senza legarsi a nessuno, e avendo cura soprat-tutto dei più abbandonati" (Paolo VI agli I.S. 20.09.1972). 46. La vita di castità consacrata è un "insigne dono della grazia" (PC nº12) che non a tutti è dato (cfr.Mt.19,11). Come il Figlio di Dio scelse uno stato di vita verginale per darsi al Padre e agli uomini con un amore senza riserve, anche noi ci obblighiamo con voto a vivere la castità perfetta nel celibato per il Regno. 47. Il Celibato consacrato è una vita d'amore riempita dll'unico amore di Cristo. È vissuto nella fedeltà solo se c'è assiduità con il Signore attraverso il dialogo nella preghiera, l'ascolto della Parola e la collaborazone fedele agli appelli dello Spirito. 48. Per riferire la nostra esistenza a Cristo e realizzarci nella piena disponibilità a tutti i fratelli, siamo chiamate: a) ad essere di Dio in tutte le espressioni della nostra personalià: l'intelligenza, la volontà, la forza affetiva, il comportamento, l'apostolato, il lavoro, tutto ricercherà sinceramente Dio e il bene dei fratelli; b) a vivere in un'espressione abituale di serenità, di semplicità e di dolcezza per costruire una cordiale comunione di vita prima di tutto nell'ambiente della nostra vita quotidiana; c) a trasformare la vita di castità consacrata in apertura e attenzione creativa ai bisogni dei fratelli. La vita di castità vissuta nella sequela di Cristo e in un crescendo di disponibilità si fa così segno e testimonianza di quella pace e di quella gioia che sono doni di Dio. 49. Coscienti che "noi portiamo questo tesoro in vasi di creta" (Cor.4,7), cureremo anche una serena padronanza di noi stesse mediante una costante purifacazione del nostro modo interiore: pensieri, affetti, desideri.... (cfr.Mc.7,20-21). Dobbiamo inoltre essere attente a quanto può assicurare il nostro equilibrio fisico e psichico: il riposo, la distensione, l'uso di quei mezzi che ci aiutano a mantenere il cuore aperto per tutte le opere di Dio e solidale con tutti i problemi degli uomini (cfr.GS nº1). 50. La nostra donazione trova sostegno anche nel sentire la CM come luogo dove ci si accoglie e ci si aiuta reciprocamente, nel rispetto dela personalità e del cammino di cscuna, nell'attenzione affetuosa e discreta, nella fedeltà alla preghiera le une per le altre. 51. Maria, nella castità più perfetta, è divenuta la porta di Dio disceso tra gli uomini. Ci affideremo tutti i giorni all'amore e alla guida di questa tenera madre per poter, come lei, fare di noi stesse un dono gioioso di Dio agli uomini. La povertà evangelica "Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor. 8,9). "La vostra povertà dice al mondo che si può vivere tra i beni temporali e si può usare dei mezzi della civiltà e del progresso, senza farsi schiavi di nessuno di essi" (Paolo VI agli I.S. 20.09.1972) 52. La povertà liberamente abbracciata, secondo le dete-rminazioni e lo spirito dello Statuto, ci aiuta a vivere nel distacco affettivo ed effettivo dai beni materiali, immettendoci nell'opera di grazia del nostro Signore Gesù Cristo, il quale "venne per servire e non per essere servito" (Mt.20,28) e riservò ai "poveri in spirito" la prima beatitudine del suo Regno (cfr. Mt.5,2). Pertanto la povertà, abbracciata e vissuta in autenticità, è un alimento impareggiabile della vita di fede e di amore. 53. Con il voto di povertà, pur conservando la proprietà e la gestione dei beni personali, ci obblighiamo all'uso degli stesi in maniera limitata, curando in tutto uno stile di vita sobria; dipendente, determinando con la Responsabile di gruppo i criteri di tale sobrietà e verificando periodicamente con la stessa la nostra fedeltà, secondo quanto stabilito nel regolamento di vita. Le missionarie che vivono in gruppi di vita fraterna, per promuovere la pienezza della comunione fraterna e sull'esempio della Prima comunità cristiana, esprimono la povertà anche mettendo in comune il guadagno del loro lavoro. 54. Le spese "straordinarie", definite tali da Consiglio Centrale, possono essere compiute in aderenza al voto di povertà, solo con il consenso della Presidente o, in caso urgente, dalla Responsabile locale che, però, appena possibile informerà la Presidente. 55. Anche l'Istituto, per sostenere spiritualmente i suoi membri e offrire una testimonianza comunitaria di povertà, cercherà di evitare il superfluo nella sua vita interna e l'inutile grandiosità nelle realizzazioni di servizio. 56. La nostra povertà, vissuta alla sequela di Cristo, ci chiede uno stile di vita veramente povero nei desideri e nelle manifestazioni concrete, in ciò che è apertamente controllabile e in ciò che solo Dio sa cogliere. Anche la vita di povertà è voluta e attuata per servire l'amore. Perciò in spirito di povertà e per favorire la carità: a) ci manterremo nella fatica di tutti, evitando l'evasione dagli obblighi comuni e ogni forma di privilegio. Questo ci chiede di svolgere anzitutto con onestà, dedizione e competenza il lavoro e le mansioni affidateci; b) vivremo la solidarietà con i fratelli più poveri. L'aver scelto di essere più vicini a Cristo, venuto per evangelizzare i poveri, ci chiede di accogliere nella nostra vita il grido delle loro necessità e di calarci nella semplicità e nell'indigenza della loro situazione; c) condivideremo, a cominciare da chi ci è più vicino: il nostro tempo, le possibilità dell'intelligenza, la capacità di amare e di farsi amare, la gioia dell'amicizia e gli stessi beni materiali. 57. Il rimanere al proprio posto, con serenità di spirito e di volto, anche quando è necessario molto sacrificio, il saper vedere ciò che deve essere fatto per prevenire la preoccupazione e fatica altrui, è un buon esercizio di povertà materiale e spirituale. Accetteremo con serenità la povertà dei nostri limiti personali, familiari, comunitari e sociali, per servire Dio e i fratelli secondo le possibilità ricevuto (Cfr.Mt.25,14-30). Così vivremo aperte alla beatitudine evangelica di coloro che soprattutto in Dio ripongono le risorse del loro coraggio e della loro speranza. L'obbedienza evangelica "Pur essendo figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì e reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb.5,8-9). "La vostra obbedienza dice al mondo che si può essere felici pur senza fermarsi in una comoda scelta personale ma restando pienamente disponibili alla volontà di Dio, come appare dalla vita quotidiana, dai segni dei tempi e dalle esigenze di salvezza del mondo d'oggi" (Paolo VI agli I.S. 20.09.1972). 58. La totale disponibilità a Dio, e ai fratelli nella vita d'amore trova per la missionaria un'attenzione piena nell'esercizio dell'obbedienza. Come l'obbedienza di Cristo, così la nostra obbedienza è comunione con la volontà del Padre e attua il "sacrificio spirituale" di noi stesse nelle condizioni ordinarie della vita. Così ripetiamo l'oblazione del Verbo che entrando nel mondo disse al Padre: "Ecce venio" ela risposta di Maria dinanzi al progetto di Dio: “ecce Ancilla”. Questa disposizione ci aiuterà ad immergerci nella pienezza del mistero di Cristo il quale “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil.2,8) 59. Con il voto di obbedienza nella CM ci vincoliamo ad obbedire alle Responsabili dell’Istituto, con spirito di iniziativa e di responsabilità personale, quando ci danno comandi espliciti nell’ambito dello Statuto richiamandoci alla consacrazione. Le Responsabili faranno uso di tale facoltà secondo il dinamismo della carità di Cristo e nel pieno rispetto del progetto che Dio Amore ha su ciascuna missionaria e sull’intero Istituto. 60. La nostra obbedienza ci aiuterà ad acquisire un’attenzione costante per ricercare umilmente la volontà di Dio che si manifesta: a) nella sua Parola, nelle ispirazioni dello Spirito, nella voce del Magistero della Chiesa; b) nel lavoro, negli avvenimenti, negli appelli che ci vengono dalla nostra situazione di vita, nei segni dei tempi; c) nelle norme del nostro Statuto e nelle direttive delle responsabili. 61. Ricercheremo la volontà di Dio anche insieme alla Responsabile di gruppo, per verificare periodicamente la nostra vita di obbedienza ed essere aiutate a realizzare le nostre scelte concrete secondo il progetto di Dio, in particolare quando si tratta di scelte che comportano un sensibile cambiamento nelle nostre attività. Tale verifica sarà attuata in corresponsabilità e caratterizzata da un dialogo leale, umile e sempre aperto alla fiducia reciproca. Rientra nell'esercizio dell'obbedienza esprimere anche le possibilità che si incontrano nel vivere gli impegni della consacrazione secondo le linee contenute nello Statuto. 62. La pratica dell'obbedienza a volte ci potrà domandare un profondo sacrificio di noi stesse. Ma questo ci farà un complemento reale dell'immolazione di Cristo il quale "imparò mediante la sofferenza, che cosa significhi obbedire" (Eb.5,8). Per questo è necessario, alla luce del mistero Pasquale di morte e di risurrezione, saper trovare sempre ciò che rinnova il pieno significato della nostra consacrazione a Dio, ad imitazione di Cristo che è venuto per servire e dare la vita per i fratelli. 63. Anche l'incontro tra noi missionarie ha un ruolo importante nell'educazione all'obbedienza, così come alla castità e alla povertà. La ricerca comune nella preghiera, nel dialogo fraterno, nell'ascolto e nell'apertura serena e sincera le une alle altre, favorisce la scoperta e l'accettazione del piano d'amore di Dio su ciascuna, sul gruppo, sull'intera famiglia a servizio della Chiesa. Capitolo VIII LA NOSTRA PREGHIERA "Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che sia conveniente domandare, lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio" (Rom.8,26-27). "Ecco la generazione che cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe" (Sal.24,6). 64. La preghiera, dialogo di amore con Dio, resta per noi un mistero vitale che ci interpella. Consapevoli che nell'assiduità alla preghiera (cfr.1,14), si alimenta la fecondità alla vita di consacrazione e la fecondità della vita della nostra missione, ci abbandoniamo alla guida dello Spirito Santo perché ci conduca ad una comunione sempre più viva con il Padre e con i Fratelli. 65. La nostra preghiera dovrà anche scaturite dal senso profondo della nostra missione di amore e di servizio nella Chiesa e nel mondo. Sarà essa ad aiutarci a scoprire l'amore operante di Dio nella storia a fare nostre le inquietudini degli uomini e la loro sete di speranza. 66. Nel compimento coscienzioso e sereno dell'attività temporale e apostolica, la contemplazione sarà un atteggiamento dominante nella vita di chi ha dato l'adesione alla CM. 67. Anche se immerse in un'intensa attività, dovremo saper trovare spazi e tempi sufficienti di preghiera che ci aiutino a rimanere in una disposizione abituale di comunione con Cristo, per lasciarci coinvolgere nel suo mistero di amore e di oblazione. 68. I momenti privilegiati della nostra preghiera sono: a) la partecipazione al Sacrificio Eucaristico che ha una potenza unica per rafforzarci nell'amore. In Cristo Eucaristia "segno di unità, vincolo di carità", costruiamo la comunione con Dio e con i fratelli; b) l'adorazione di Gesù Eucaristia per contemplarlo nella gratuità del suo amore, per unirci alla sua oblazione e pregarlo a nome di tutti gli uomini; c) la meditazione della Parola di Dio e la recita delle ore liturgiche: in particolare Lodi e Vespri; d) uno spazio di tempo vissuto in comunione con Maria per esprimere il nostro amore e rinnovarle la nostra consacrazione. 69. La nostra preghiera comprende anche tempi più prolungati quali il ritiro mensile, gli esercizi spirituali annuali, partecipando possibilmente a quelli organizzati dall'istituto, per una ripresa interiore e per un'esperienza di fraternità e condivisione. 70. Una particolare importanza daremo al sacramento della Riconciliazione a cui ci accosteremo con frequenza, come momento di incontro con l'amore misericordioso di Dio che ci rigenera a creature nuove capaci di comu-nione, di amicizia, di gratuità e di dono. 71. Perché la nostra preghiera diventi contemplazione continua di Dio, presente nel nostro intimo e nelle nostre situazioni ordinarie di vita, ci educheremo al silenzio interiore e all'ascolto, come condizione indispensabile per un vero incontro di amore. Ci é di guida Maria che consumò la sua missione nel silenzio di Nazareth (cfr. Lc 2,52) e attuò la dimensione sociale del suo servizio a Dio nell'ordinarietà della sua vita quotidiana. Capitolo IX LA COMUNIONE FRATERNA NELLA COMPAGNIA MISSIONARIA "Vivendo secondo la verità della carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che é il capo, Cristo, dal quale tutto il copro, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità" (Ef. 4,15-16). "La carità non abbia finzioni... amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda... Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, premurosi nell'ospitalità... Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti" (Rom,12,9-18). 72. La consacrazione a Dio nella CM, con l'emissione dei voti di castità, povertà, obbedienza, ci immette in una nuova famiglia dove l'amore vuole essere il criterio assoluto di vita e di relazione. L'unione del Padre, del Figlio nello Spirito Santo costituice il modello e la fonte della nostra vita di comunione. 73. Costruiremo la comunione solo se unite a Cristo e alla fonte inesauribile del suo Cuore. Da qui scaturiscono le espressioni concrete della vita di comunione che sono: ascolto, accoglienza, comprensione, perdono, dialogo, corresponsabilità nei confronti di tutti gli uomini, ma in particolare di coloro con cui si svolge il nostro rapporto quotidiano. 74. La vita di comunione, prima che altrove, deve concretizzarsi all'interno della CM. Il gruppo é la prima cellula della comunione fraterna. I rapporti vicendevoli, per essere nell'autentica esigenza del Signore e nella grazia nella comune vocazione, devono intonarsi alle norme che San Paolo ha tracciato per la prima comunità di Roma (cfr.Rom 12,9-18). La nostra comunione si stenderá oltre ai confini del gruppo di appartenenza, per una condivisione dei beni spirituali e materiali con gli altri gruppi della CM. 75. Qualora venissimo a conoscenza di una situazione a cui una sorella non puó far fronte da sola, sia nel campo dello spirito che della vita materiale, ci impegneremo ad offrire tutto il nostro contributo di comprensione e di solidarietá concreta. 76. La nostra carità si farà disponibilità e serenità di rap-porto soprattutto con la missionaria ammalata. Con tatto e pazienza bisognerá aiutare la missionaria colpita da qualche infermità a mantenersi fiduciosa e a sentirsi, nella propria sofferenza offerta in unione all'oblazione di Cristo, piú che mai inserita nella sua vocazione. 77. Consapevoli che questa vita di comunione non è priva di tensioni, di rotture, di difficoltà, dovute all'egoismo e alla debolezza umana, dobbiamo sentire una continua esigenza di conversione, alimentata dal sacramento della Riconciliazione e dal perdono scambievole (cfr. Col.3,1). 78. Maria che ha vissuto intensamente il dono dell'unione con Dio e con i Fratelli, si fa "modello ispiratore" (Paolo VI) della nostra vita fraterna. Con lei che "serbó fedelmente la sua unione col Figlio fino alla croce" (LG nº58) vivremo gli impegni della comunione anche quando essi richiedono l'immolazione di noi stesse. Capitolo X USCITA E DIMISSIONE DALLA COMPAGNIA MISSIONARIA "Anche noi dunque, circondati da un cosi gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" (Eb.12,1-2). 79. La nostra consacrazione mediante i consigli evangelici nella CM comporta il dono totale e per sempre di noi stesse a Dio e ai fratelli. Qualora però una missionaria sentisse di non essere chiamata a continuare il cammino scelto, dopo serio discernimento, fa domanda alla Presidente di lasciare l'Istituto. Se la missionaria è di incorporazione temporanea, la Presidente col voto deliberativo del suo Consiglio può autorizzare per un motivo grave a lasciare la CM anche prima della scadenza annuale dei voti. Se invece é di incorporazione definitiva, la Presidente, col voto deliberativo del suo Consiglio, inoltra in ogni caso la domanda dell'interessata alla Sede Apostolica. Ricevuto l'indulto di lasciare l'Istituto, cessano per la missionaria tutti i vincoli, i diritti e gli obblighi derivanti dall'incorporazione stessa. 80. La decisione verrà presa dopo preghiera assidua, profonda riflessione e dialogo paziente tra l'interessata e le Responsabili dell'Istituto, perché sia espressione di un disegno di Dio che orienta altrove le capacità di bene della missionaria. 81. La dimissione di una missionaria durante l'incorporazione temporanea o dopo l'incorporazione definitiva avverrà per le cause e secondo la procedura previste dal diritto comune (cfr.CIC can.729 e quelli ivi indicati). 82. Qualora uscisse o fosse dimessa dall'Istituto una missionaria che si dedica a tempo pieno al suo servizio, la CM l'aiuterà a ricercare una conveniente sistemazione di vita. Anche dopo l'uscita o dimissione, sia la missionaria che la CM si sentiranno impegnate a conservare serenità di rapporti e reciproca carità. Capitolo XI RESPONSABILI E LORO SERVIZIO "Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi. In verità in verità vi dico: un servo non è più del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati, se le metterete in partica" (Gio.13,14-17). 83. Ogni missionaria deve sentirsi partecipe della vita intera della CM. Spetta però in modo in modo particolare alle Responsabili riconoscere e convogliare nella testimoninza specifica e diversi doni che lo Spirito distribuisce come vuole. 84. Alla Vergine Santissima è stata affidata la CM. Coloro che sono chiamate ad assumere la guida, si lascino condurre da Maria, sicure che potranno obbedire con lei allo Spirito Santo e mostrare a tutti e in tutto Gesù. 85. Il corpo direttivo della CM è costituito da - l'Assemblea Generale - la Presidente e il suo Consiglio - le Responsabili locali. L'Assemblea Generale 86. L'Assemblea Generale è la massima autorità collegiale. È convocata: a) ordinariamente: ogni sei anni e in caso di vacanza dell'ufficio della Presidente - per eleggere la Presidente, i membri del Consiglio Centrale e l'Amministratrice Centrale; - per esaminare e possibilmente risolvere, nella luce di Dio, i problemi di maggior rilievo circa la vitalità, lo sviluppo e la missione della CM in armonia con gli insegnamenti della Chiesa e con le esigenze della realtà storica in cui l'Istituto opera; b) straordinariamente: quando ragioni gravi ed urgenti, a giudizio della Presidente e del suo Consiglio. 87. La convocazione dell'Assemblea Generale sia ordinaria che strordinaria, con determinazione esatta del luogo e della data di celebrazione, è fatta dalla Presidente e, in sua mancanza dalla Vice, con voto deliberativo del suo Consiglio. La Presidente potrà indicare quanto, a suo parere, sarebbe opportuno compiere dalle singole missionarie e dai gruppi come preparazione spirituale all'assemblea. All'azione degli uomini infatti mancherebbe il meglio senza l'assistenza di Dio. 88. Partecipano di diritto all'Assemblea Generale: il padre Fondatore della CM la Presidente e membri del Consiglio Centrale, l'Amministratrice Centrale le Responsabili di gruppo in base a quanto stabilito dal Regolamento di vita. Per elezione vi partecipano coloro che vengono scelte secondo le norme esposte nel Regolamento di vita. Le partecipanti elette non devono essere di numero inferiore alle partecipanti di diritto. Chi ha convocato l'Assemblea, ne dirigerà lo svolgimento fino alla elezione della nuova Presidente. 89. Nella votazione per le elezioni della Presidente è richiesta la maggioranza assoluta nei primi tre scrutini. Se questa non è stata raggiunta, si passa al ballottaggio, ossia si limitano i voti alle due candidate che nel terzo scrutinio ne hanno raccolto un numero maggiore. Durante questa operazione le due parti in causa hanno solo voce passiva. Se il quarto scrutinio si risolvesse con parità di voti, risulterà eletta la candidata più anziana di consacrazione e, se anche questa fosse pari, la più anziana di età. Per l'elezione invece dei membri del Consiglio Centrale e dell’Amministratrice Centrale, occorre la maggioranza assoluta nei primi due scrutini, nel terzo basta la relativa. A parità di voti, prevale l'anzianità di consacrazione e poi di età. 90. Nella votazione per l'approvazione delle decisioni dell'Assemblea è necessaria la maggioranza assoluta dei voti validi, dirimibili dalla Presidente in caso di parità al terzo scrutinio. 91. L'Assemblea Generale può apportare modifiche al Regolamento di vita in ragione di tempi e di esigenze mutate, sempre in conformità con lo Statuto. Tali modifiche avranno valore se decise con la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti. Pur avendo cura di rimanere fedeli allo Spirito di origine per il bene della Chiesa e per la stessa famiglia, qualora fosse necessario introdurre dei cambiamenti nello Statuto, occorre la maggioranza di almeno due terzi e la ratifica della sede Apostolica che l'ha approvato. La Presidente e il suo Consiglio 92. La Presidente rappresenta ufficialmente la CM, ne garantisce l'unità di indirizzo e si impegna nel servizio di animazione e di presenza ai gruppi. La Presidente viene eletta dall'Assemblea Generale a norma dello Statuto. Tale ufficio richiede una buona esperienza di vita nella CM. Sarà chiamata a questo incarico la missionaria che, per la sua formazione e per le sue doti, dá affidamento di una direzione saggia, attiva e santificatrice. Essa deve essere di incorporazione definitiva già da un certo tempo ed aver compiuto 35 anni di età. Compito precipuo della Presidente è quello di animazione dell'Istituto e di promuovere iniziative atte ad accrescere la fedeltà al Vangelo, alla Chiesa, alla CM. A lei inoltre spetta di visitare i gruppi, di persone o a mezzo delegata. 93. Nel compimento della sua missione, la Presidente è aiutata dal Consiglio Centrale composto da quattro Consigliere elette dall'Assemblea Generale. La prima eletta fungerà da Vice. Ella ha il compito di collaborare più direttamente con la Presidente. Nel caso che la Presidente venisse in qualsiasi modo a mancare, la Vice assumerà la direzione della CM a tutti gli effetti e convocherà l'Assemblea Generale perché entro un anno si proceda alla elezione della nuova Presidente. 94. Perché il loro servizio di animazione e di presenza ai gruppi si svolga con assiduità ed efficacia, è opportuno che la Presidente e la Vice siano o possano rendersi disponibili a tempo pieno. Le altre Consigliere devono essere in grado di dare il proprio contributo di lavoro, richiesto dalla responsabilità del loro incarico. 95. I membri del Consiglio collaboreranno con la Presidente all'animazione e al governo della CM con senso di responsabilità e con spirito di servizio. Hanno voto deliberativo nei seguenti casi: ammettere le aspiranti al Biennio di Formazione e alla prima emissione dei voti; le missionarie all'incorporazione definitiva; nominare le Responsabili di formazione; procedere alla costituzione di un gruppo; convocare l'Assemblea Generale, sia ordinaria che straordinaria; sostituire, dopo aver consultato tutti i gruppi CM, un membro del Consiglio Centrale o l'Amministratrice Centrale, fino alla sucessiva Assemblea elettiva, quando o per malattia o per altre gravi ragioni non potessero compiere il loro mandato; convocare la consulta delle Responsabili; autorizzare il passaggio di una missionaria da una all'altra modalità di vita; a lasciare l'Istituto secondo quanto stabilito al nº79 del presente Statuto; autorizzare l'Amministratrice Centrale ad atti di acquisto e di alienazione circa i beni mobili e immobili dell'Istituto, e a stipulare contratti, debiti, prestiti o altre obbligazioni. 96. La Presidente e i membri del Consiglio Centrale durano in carica sei anni. Possono essere rieletti solo per un secondo periodo di eguale durata. Le Responsabili locali 97. È compito della Presidente, con il voto deliberativo del suo Consiglio, procedere alla costituzione di un gruppo. L’animazione e il governo di un gruppo sono affidati ad una Responsabile scelta tra le missionarie del Gruppo ed è eletta dalle stesse missionarie. La conferma +e fatta dalla Presidente col voto consultivo del suo consiglio. L’incarico ha durata di u triennio, ma può venire rinnovato per un uguale periodo. 98. La Responsabile di gruppo è chiamata ad essere soprattutto strumento di comunione e di autenticità, mediante una serena disponibilità alla comprensione e al servizio per favorire la crescita e l’unità del gruppo. Svolge il suo impegno in collaborazione con tutte le missionarie del gruppo stesso. Quando si devono prendere decisioni che riguardano il gruppo e quando si tratta di ammettere nuove aspiranti all’Orientamento o di valutare il cammino di chi è già in formazione, la Responsabile di gruppo è tenuta a chiedere il parere delle missionarie di incorporazione definitiva. 99. Per rendere più operante la comunione fraterna e per una presa di coscienza dei problemi del gruppo, di ciò che vive, delle iniziative da attuare, la Responsabile promuoverà periodicamente “incontri di famiglia” a cui partecipano missionarie e aspiranti. Le Amministratrici dei beni nella CM 100. L'Istituto ha la capacità di possedere e amministrare beni immobili e mobili, a norma del diritto comune e del presente Statuto. I beni materiali nella CM sono una necessità: - per il mantenimento e lo sviluppo dell'Istituto, - per il compimento della sua missione. Però nel possesso e nell'uso degli stessi dovrà essere evitata ogni forma di attaccamento, di ricercatezza, di superfluo, secondo lo stile di sobrietà proprio della CM. 101. Le missionarie nell'Istituto hanno la responsabilità di amministrare i beni sono: l'Amministratrice Centrale e le Amministratrici locali. Tutte devono considerarsi "incaricate" di trattare ciò che è della CM. Svolgendo il loro compito attraverso un'amministrazione prudente, ordinata, attenta ai valori della giustizia, della povertà evangelica e della carità che si fa solidarietà concreta verso i poveri (cfr. St.nº56b). Tutti gli atti relativi all'acquisto, al possesso e all'amministrazione dei beni materiali, devono essere compiuti nel rispetto delle leggi civili, ecclesiastiche e proprie dell'Istituto. 102. L'Amministratrice Centrale opera secondo le direttive della Presidente e del suo Consiglio e collabora con loro anche per promuovere tra i gruppi la condivisione dei beni per un'autentica comunione fraterna. Annualmente, e ad ogni richiesta, presenterà il bilancio generale e la relazione del lavoro compiuto: il Consiglio Centrale farà le sue osservazioni e procederà o meno all'approvazione. 103. È compito dell'Assemblea Generale ordinaria eleggere l'Amministratrice Centrale secondo i criteri di attitudine, di capacità, e soprattutto di preparazione per tale incarico. Il suo mandato dura sei anni e può essere rinnovato per una seconda volta, dato che l'esperienza e le conoscenze hanno un particolare rilievo nello svolgimento della sua attività. Essa sarà chiamata a partecipare alle sedute consiliari in cui vengono trattati problemi inerenti al suo ufficio e in tal caso ha diritto di voto. 104. L'amministrazione dei beni del gruppo è affidata all'Amministratrice locale. L'elezione è fatta dal gruppo delle missionarie, è confermata dalla Responsabile di gruppo ed è comunicata alla Presidente. Essa svolge il suo compito con il consenso della Responsabile e in collaborazione con il gruppo, favorendo espressioni concrete di povertà all'interno del gruppo stesso e nell'ambiente dove le missionarie sono inserite. Ogni semestre invierà all'Amministratrice Centrale il bilancio, dopo che questo è stato approvato e corredato dagli eventuali rilievi dal gruppo stesso. L'incarico dell'Amministratrice locale è triennale ma può essere rinnovato per un secondo triennio. 105. La via tracciata dal presente Statuto, approvato dalla Sede Apostolica, è quella che ci indica la risposta che dobbiamo dare alla vocazione che abbiamo accolto. Per questo la vogliamo seguire con fedeltà, generosità e gioia. “Perdete tutto ma non perdete la carità" (P. Albino)
scelti da dio
 
Vogliamo scegliere Dio come pienezza delle aspirazioni della nostra vita COME GESU' E LA MADONNA CI MANTERREMO APERTI AL "SI'" E DISPONIBILI AL SERVIZIO PER AMORE.
il nostro istituto
 
Regolamento di Vita della Compagnia Missionaria Approvato dalla V Assemblea Generale Ordinaria 1995/96 Capitolo I 1 - La Compagnia Missionaria del Sacro Cuore é stata fondata il 25 di dicembre 1957 a Bologna da Padre Albino Elegante scj. Egli ha ricevuto la grazia e la missione di arricchire la Chiesa di un Istituto Secolare che si ispira al carisma evangelico di P.Dehon. Per noi missionarie la spiritualità d'amore e di oblazione (Ebr.10,5-9), che scaturisce da tale carisma, caratterizza la nostra consacrazione secolare e la nostra missione nel mondo. 2 - La nostra identità é espressa chiaramente nelle componenti del n.2 dello Statuto. Condizione fondamentale per incarnare nel concreto della vita é assumere in modo fedele e generoso lo statuto nella sua globalitá e specificità. 3 - Le missionarie e i familiares sono chiamati a coltivare il senso di appartenenza all'unica famiglia CM condividendo lo stesso carisma e la stessa missione, nel rispetto della reciproca autonomia. Per una comunione sempre più operosa creeranno momenti di incontro, di scambio e di formazione soprattutto nella stessa area geografica. 4 - Per mantenerci nel carisma specifico, daremo, particolare attenzione alle seguenti ricorrenze: * la solennità del Sacro Cuore, che rappresenta il centro e la sorgente della nostra spiritualità; *le feste della Madonna, che é per noi madre, guida e custode; * le feste dei santi protettori, quali modelli della nostra vocazione; * la nascita di P.Dehon: 14 marzo 1843; * Le date che hanno segnato la crescita storica dell'Istituto: - 25 dicembre 1957, nascita della CM e suo affidamento a Maria; - 25 marzo 1958, solennità dell'Annunciazione del Signore: approvazione ad experimentum; - 8 settembre 1983, festa della Natività della B.V.M.: approvazione definitiva come Istituto secolare. -10 giugno 1994, solennità del Sacro Cuore: Approvazione pontificia. Coglieremo tali ricorrenze come circostanze di grazia che sollecitano la nostra riconoscenza e ci stimolano a vivere in pienezza la nostra spiritualità e missione.
anche voi pietre vive
 
Riprendiamo il discorso “La nostra Messa”, iniziato nel numero precedente di “Vinculum” (cf. Vinculum n:3, ottobre 2008, pag. 3-6), con il vivo desiderio di avere nella Messa, particolarmente la Messa domenicale, lo stimolo impareggiabile per vivere in piena donazione la nostra vocazione cristiana e CM. Mi introduco ricordando sull’argomento un passo della 1ªLetterea di Pietro: “Stringendovi a Lui (Cristo),pietra viva rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio,anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio. Voi (infatti) siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale,…il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le (sue) opere meravigliose…Voi che un tempo eravate non popolo, ora invece siete il popolo di Dio”(1Pt 2, 4-10). Popolo di Dio della chiesa bolognese! Quando mons. Giacomo Lercaro fece il suo ingresso a Bologna, come nuovo vescovo della diocesi, c’era il pieno di gente in piazza Maggiore ad accoglierlo. Ma personalmente mi fece particolare impressione il saluto con cui egli si rivolse alla folla dall’alto del sagrato di S. Petronio: “Popolo di Dio della Chiesa Bolognese!”. Non avevo mai sentito un saluto espresso con parole del genere. Eppure era destinato a diventare comune nel linguaggio del Concilio Vaticano II°, che risuscitava nei suoi insegnamenti la grandezza e lo splendore del linguaggio patristico. E’ noto infatti a tutti, ad esempio, quanto insegnava S. Agostino ai fedeli di Ippona. “Per voi sono vescovo, ma con voi sono cristiano. Il primo (l’essere vescovo) è un termine di servizio e di responsabilità. Il secondo (l’essere cristiano) è un termine di grandezza e di gloria. La spiegazione di P. Duci e di S. Paolo P. Francesco Duci in un incontro di formazione, tenuto a Trento ai componenti laici della Famiglia Dehoniana, dà la spiegazione dell’affermazione di S. Agostino con quanto rilevato, per l’intera Chiesa, dal Concilio Vaticano II°. “Questo - egli dice - ebbe il merito di aver riscoperto, con vero entusiasmo la comune novità di grazia derivante dalla incorporazione a Cristo: il sacerdozio comune. attestato dalla Sacra Scrittura e a tutti partecipato dal Battesimo, la missione di annunciare il Vangelo affidata a ogni battezzato, ecc. Tutto il resto che ci differenzia, nella grazia e nelle funzioni, è rigorosamente successivo, e non può intaccare l’insuperabile eguaglianza di tutti i battezzati. Il mistero della Trinità è la vera misura della grandezza cristiana e questa è stata data gratuitamente fin dal giorno in cui siamo stati battezzati. L’apostolo Paolo esprime lo stesso pensiero, ma usando parole e immagini che forse sono più incisive. Scrivendo ai Galati egli afferma: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27) L’affermazione fatta precedentemente nella stessa lettera: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) ci permette di dare il suo vero senso all’immagine del vestito: non si tratta di una relazione tra battezzati e Cristo che rimane esterna, ma di una presa di possesso totale per la quale Cristo e il battezzato diventano una realtà sola. Tant’è vero che conseguentemente tutte le differenze umane cadono perché in Cristo tutto è pienamente unito: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’é più uomo né donna, poiché tutti siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28). La preghiera sulle offerte della Messa del 7 ottobre La Madonna ci ha fatto un bel regalo nel giorno in cui la cristianità ha celebrato la memoria di una forma di devozione mariana tra le più popolari: la recita del S. Rosario. Nella messa del giorno mi ha particolarmente colpito, in relazione di quanto affermato finora, la preghiera che il sacerdote ha recitato sulle “offerte” che l’Assemblea aveva portato all’altare e che la consacrazione avrebbe trasformato nel corpo e nel sangue di Cristo. Ascoltiamone il testo. E’ intensamente espressivo di quanto sta per essere computo e da chi. “O Padre rendici degni del sacrificio eucaristico che si sta effettuando e fa che compiamo con sincera fede i misteri del tuo Figlio per raccogliere tutti i frutti della redenzione”. Sminuzziamo e studiamo le singole espressioni della preghiera per afferrarne tutto l’insegnamento, in relazione a quanto appreso dalla dottrina del Concilio Vaticano II°. 1) Rileviamo anzitutto l’uso del plurale. Il sacerdote sottolinea la sua presenza e la sua funzione ministeriale (=di servizio). Ma, con la sua, rileva la presenza e l’azione offerente di tutta l’assemblea. 2) E’ nominato espressamente il “sacrificio eucaristico”. Non si tratta dunque di una azione qualunque, di una presenza senza particolare significato, ma di una presenza ben qualificata. Lo afferma pure l’espressione “Celebriamo i misteri del tuo Figlio”. 3) Viene anche sottolineata la finalità della presenza del sacerdote e dell’assemblea. E’ una finalità fondamentale per il compimento salvifico della pratica cristiana: “Cogliere i frutti della redenzione”. La celebrazione fatta con fede ce li assicura. Il “come”? che ci poniamo Come raggiungere e vivere abitualmente in tutta la sua estensione di grazia il richiamo dell’insegnamento Conciliare? Dobbiamo infatti fare i conti con la nostra povertà e le mille fatuità e seduzioni che ci circondano e ci distraggono. Ricordiamo la vesticciola candida che nel battesimo ci ha significato la benevolenza di Dio e la nostra assunzione gratuita nella sua santità e nella sua sfera di vita. Ricordiamola perché ci dice che ancor oggi l’attenzione e la disponibilità di Dio è sempre protesa a donarci l’aiuto necessario per mantenerci nella pienezza del nostro rinnovamento battesimale. Dobbiamo solo sollecitarlo questo aiuto con la preghiera. Rispolveriamo, al riguardo, un brano del vangelo di Luca: “Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non mi importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli, vi dico che se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11,5-13) Peccato che queste parole tanto luminose noi facilmente le dimentichiamo nel turbinio della nostra fretta e delle nostre meschine preoccupazioni! La parabola invece ci insegna l’insistenza del nostro ancorarci a Dio. Questo è il principio fondamentale di tutta la dottrina evangelica sulla preghiera. Principio sgorgato dal Cuore di Gesù stesso e che egli ha reso visibile agli occhi di tutti con i suoi lunghi, lunghissimi intrattenimenti con il Padre. Quasi, quasi non gli bastavano le ore delle notte per dire al Padre il suo affetto e per consultare la sua volontà. La preghiera che sa insistere con perseveranza, fino all’importunità, se necessario, diviene una forza rivoluzionaria che sgretola lentamente quanto sa di insediamento umano e pone in evidente azione l’agire e il comportarsi di Dio. L’esortazione di P. Ornelas P. Ornelas, Superiore Generale S.C.J, nella lettere scritta ai “Carissimi Amici della Famiglia Dehoniana”, in occasione della festa del S. Cuore augura che nel nostro apporto orante a Gesù, nella nostra insistenza nel chiedere che ci inserisca profondamente nella sua vita e nella sua testimonianza, teniamo sempre presente di doverlo essere come CM, cioè nella preminenza dell’amore. Testualmente egli dice. “A tutti auguriamo che facendo sempre più nostra l’eredità di P. Dehon, posiamo assumere l’amore come elemento di vera trasformazione per noi e per gli altri. Così potremo vivere una vita serena, gioiosa e disponibile all’azione di Dio che nel cuore trafitto del Figlio si è rivelato come Amore”. E così sia oggi e sempre! P. Albino Elegante
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